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Capitolo quattro

Dodici anni prima...

«Ti sei ambientata bene?» Domandò la cubana, ispezionando il luogo con aria circospetta e timorosa.

«Come può ambientarsi un topo in gabbia.» Rispose adirata la corvina, riservando a Camila quello sguardo acrimonioso che tanto la feriva.

«Lauren, sto cercando di aiutarti.» Notificò Camila, accantonando l'ispezione dell'area per dedicarsi agli smeraldi smarriti e arroccati della corvina.

Lauren mantenne un aspetto refrattario per qualche istante, poi spirò un sospiro rumoroso e si accasciò contro la scomoda sedia, distendendo i muscoli facciali in una broncio mascherato.

Camila allungò le mani, afferrando quelle della corvina, ma la voce intransigente della guardia l'apostrofò subito «Niente contatti.» Istruì austero, inducendo la cubana a ritrarre all'istante le mani, sollecitata dai battiti imbizzarriti del cuore.

Si schiarì la voce, prese un bel respiro e si ricompose. Comunque sia, non ripose le mani in tasca, ma azzardò un labile contatto con la pelle cerea della corvina. Le sfiorò il dorso delle mani con i pollici, poi carezzò le falangi dell'altra con gli indici, socchiudendo gli occhi nella smania incoercibile di poterla stringere a se, ma era ammesso un solo abbraccio all'uscita e di solito non durava mai abbastanza per imprimerlo sotto pelle. Una parte del suo cuore si crepava ogni volta che il rumore stridulo delle manette serrava i polsi della corvina, la quale si limitava ad una smorfia dissimulata perché non voleva compiacere l'autorità.

«Cinque minuti.» Comunicò con tono tediato la guardia, prendendo mano al walkie-talkie per avvisare un collega che venisse a ritirare la detenuta.

Non la chiamavano mai per nome, avevano sempre quel tono sprezzante e superiore che irritava Camila, figuriamoci Lauren.

«Ok, abbiamo poco tempo.» Proferì con una certa impazienza la cubana.

«Lo so.» Replicò atona Lauren, avvicinandosi al tavolo per bearsi di quell'effimero blandizia che le univa.

Quanto le mancava toccare Camila, in qualsiasi modo, in qualsiasi senso. Le mancava più di qualsiasi altra cosa.

«Tanto ci vediamo domani.» La rasserenò Camila, sforzandosi di sorridere, anche se in quelle circostanze era l'ultima cosa che voleva, sorridere.

«Per un'ora in cui non posso nemmeno sfiorarti.» Sbuffò ineffabilmente frustrata, avvertendo la rabbia bruciarle lo stomaco e la tristezza opprimerle il petto, entrambe agglomerate nelle lacrime in bilico che non avrebbe lasciato sgorgare.

«Laur, sono i primi tempi, ma vedrai che dopo, se ti comporti bene, ti permetteranno di vedermi di più e con più libertà.» Asserì ottimista la cubana, abbastanza sicura delle supposizioni fatte.

Con molti suoi clienti erano stati accondiscendenti, ma la situazione di Lauren era estremamente delicata e per come male guardie la rimiravano, con quell'aria boriosa che celava un'evidente stato impaurito, non era poi così convinta che avrebbero chiuso un occhio. Ma solo il tempo poteva rivelarlo.

La guardia entrò spavalda nella stanza, indifferente nei confronti di Camila che era nel bel mezzo di un discorso che venne troncato a metà dalla voce perentoria dell'uomo e dal tintinnio delle manette.

«Va bene, domani.» Annuì la cubana, alzandosi pacata dal tavolo e osservando Lauren serrare la mascella, forse la prima volta non per il dolore, ma per la collera che nutriva verso quel sistema gerarchico e imparziale.

Restò ad osservarla finché non sparì dietro l'angolo, sospinta sgarbatamente dalla guardia.

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Nove anni prima...

«Abbiamo ordinato e poi ci siamo rese conto che nessuna delle due aveva ricordato il portafogli.» Camila trattenne a stento una risata, mentre gli occhi vispi vagolavano fra le scalfitture del tavolo e la voce frizzante narrava gli eventi della sera precedente.

«Dj ha proposto di correre fuori, così non so, ho pensato di acconsentire. Non l'avevo mai fatto prima, anzi a sedici anni mi sono ritrovata da sola nella pizzeria a dover pagare per tutte perché le mie amiche erano scappate, dimenticandosi che non potevo seguirle, perché avevo la gamba rotta e le stampelle. Fu una scena esilarante.. beh, a distanza di anni la vivo così. Comunque...»

Lauren interruppe il monologo logorroico della cubana con un cenno esasperato della mano, poi si stropicciò le palpebre appesantire da ore esigue di sonno, e sbadigliò «Camila, già ho sonno... Se continui così, mi addormenterò da un momento all'altro.»

La cubana raschiò la gola, annuì flebilmente e abbassò lo sguardo sul gesto nervoso che stavano intessendo le irriverenti mani. L'aria era gravida di tensione, lo era da quando l'espressione lugubre della corvina aveva varcato la soglia. Era di cattivo umore, lo aveva intuito, ma di solito non parlava mai delle motivazioni intrinseche a tale sbalzo d'umore, quindi Camila aveva desistito fin da subito a tormentarla con domande insistenti e sature d'apprensione, ma Lauren pareva aver mal interpretato il lassismo generoso della cubana e averlo scambiato per puro menefreghismo.

«Che succede?» Azzardò Camila, già pronta a subire l'irascibilità di Lauren che non vedeva l'ora di esplodere.

«Che cazzo vuoi che succeda? Dormo su una branda di ferro, condivido il gabinetto con altre tre persone, ascolto le loro fottute battute su me e te, mangio da schifo, ho solo due ore d'aria al giorno. Che cazzo vuoi che succeda?» Sbottò, come previsto, Lauren.

Camila prese un bel respiro, si passò una mano nella folta chioma, pulita e acconciata che non reggeva il confronto con quella di Lauren, trasandata e incolta. Era sempre bellissima, ai suoi occhi non aveva perso nemmeno una tacca di fascino, ma poteva solo immaginare come si sentiva la corvina a guardarsi allo specchio e riconoscere quelle condizioni di indigenza estetica.

Camila era da un anno che tollerava gli sfoghi incomprensibili della corvina, sorti dal nulla, ma sapeva che non aveva altro momento in cui esternare la rabbia. Se rispondeva a tono alle compagne di cella, veniva accerchiata e minacciata, non solo verbalmente. Se si ribellava ai trattamenti impudenti delle guardie, veniva sbattuta in isolamento e lasciata a marciare per settimane. Quindi, ormai la cubana era diventata il sul capro espiatorio, e lo capiva, ma non era facile. Non era facile per nessuna delle due.

«Lauren.» Allungò una mano verso di lei, scoccando un'occhiata nella direzione della guardia appostata vicino all'uscita.

Anche se l'uomo stava leggendo una rivista, gli occhi sorvegliavano di tanto in tanto le due, Camila sperò di non venir rimproverata, perché aveva davvero bisogno di avvicinarsi a Lauren e rassicurarla della sua presenza.

«Ci sono qua io, non ti lascerò, capito?» Sussurrò Camila, mentre stringeva le mani della corvina nelle sue.

Il suo tono era un alito appena percettibile, perché quelli erano segreti che avrebbe voluto mormorale all'orecchio durante la notte, quando si girava nel letto e stringeva il cuscino  freddo.

Forse per la prima volta dopo un anno, Lauren socchiuse gli occhi e lasciò cadere una lacrima lungo la sua guancia, abbracciando con più forza la stretta delle mani della cubana «Non mi lasciare.» Implorò con voce rotta, mordendosi la guancia interna con forza, assaporando il sapore agrodolce del sangue zampillare sulla lingua.

«Promesso.» Camila baciò il dorso della corvina, sprofondando poi la sua guancia in una carezza melliflue.

Il crepitio delle pagine smorzò il silenzio complice che finalmente era gemmato fra loro «Niente contatti!» Ingiunse l'uomo.

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Otto anni prima...

«C'è una bella giornata oggi.» Asserì gaiamente Camila, fendendo un ciuffo d'erba con la punta della scarpa.

«Fa caldo.» Constatò Lauren, nascondendo le mani nelle tasche della divisa arancione, e spiccando lo sguardo verso il cielo terso.

«Già, hai ragione.» Sorrise la cubana, annuendo impercettibilmente, crogiolandosi nel fermento aureo del primo pomeriggio

Proseguirono la passeggiata fino alla panchina, quella che ormai testimoniava ogni loro incontro, ma solo nel weekend. Solo il sabato e la domenica era permesso alle detenute di incontrare i parenti nel giardino, dove trascorrevano più tempo assieme e con più letizia.

Ovviamente Lauren non ebbe la cordialità di animare la conversazione, ma a quello ci pensò Camila, assuefatta all'atteggiamento ostico della corvina che, in parte, giustificava.

«Sto chiudendo una causa importante.» Esordì Camila, avvedendosi troppo tardi che forse era ancora troppo presto per parlare di tribunali.

«Sono contenta per te.» Replicò con tono afono e monotono Lauren.

Piombarono di nuovo nel silenzio e Camila si scervellò per stanare un argomento che non stizzisse Lauren.

Nel frattempo la corvina costeggiava i margini del cielo, disegnati dai volteggi tecnici degli uccelli che sciorinavano le ali con tempistica comune, evadendo l'attesa.

«Dinah ha litigato di nuovo con Siope, credo che tornerà a vivere con sua madre.» "Spettegolò" Camila, pensando che un discorso più leggero potesse ripudiare l'avversione.

Lauren sospirò annoiata, arricciò le labbra e annuì lentamente, chiaramente disinteressata all'argomento. Disinteressata a tutto.

Camila inspirò profondamente, ebbe il malsano istinto di esprimere la frustrazione che anche lei stava vivendo, ma venne frenata dalla campanella che annunciava l'inalienabile rientro alle proprie celle.

«Finalmente.» Bofonchiò Lauren, alzandosi dalla panchina e avviandosi in solitudine verso l'entrata.

Camila alzò lo sguardo verso l'alto, ma al contrario di Lauren, che nel cielo ora vedeva una gabbia forgiata dagli stessi uccelli, Camila memorizzava una sola vastità d'oceano schiarito e rovesciato, ma pur sempre infinito.

D'altronde, pure le loro visioni rispecchiavano le loro libertà.

-
Sette anni prima...

Lauren mosse una pedina, sospirando affranta, non per le sconfitte consecutive che stava collezionando, ma per la stremante ostinazione di Camila.

«Ho vinto, di nuovo.» Asserì la cubana, ma con tono spiritoso e gentile.

«Brava.» Si congratulò annoiata la corvina, affondando nella sedia, con la testa intirizzita nelle spalle e lo sguardo orientato verso le scarpe sotto al tavolo.

Camila raccolse la testa fra le mani, al limite della pazienza. Non sopportava più quella situazione, per quanto Lauren stesse subendo, perché era sicura che nonostante l'apparenza indolente stesse metabolizzando lentamente il colpo, non era lecito quello che le stava infliggendo. Camila voleva esserci per lei, ma come poteva se Lauren non le permetteva di farlo?

«Se vuoi andartene, puoi farlo.» Sentenziò duramente la corvina, notando i sospiri carichi della cubana.

Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Camila alzò lentamente la testa, saldò con forza le mani e ancorò il suo sguardo a quello dell'altra, trasudando collera «Non voglio andarmene, o meglio.. non vorrei. Ma tu non rendi le cose facili, Lauren.» Sibilò in un sussurro iracondo.

«Ah, quindi sei tu la vittima? Ho capito.» Soggiunse sardonica la corvina, sorridendo in maniera sarcastica e derisoria della confessione della sua fidanzata.

«No, sei chiaramente tu la vittima, e non perdi attimo per rimarcarlo.» Sottolineò Camila, affilando gli artigli.

Non ne poteva più, la tolleranza umana sa incassare solo per un po', e la sua aveva resistito anche troppo a lungo. Le cuciture si erano sdrucite, a niente erano servite i rattoppi, le frontiere stavano cedendo.

«Cazzo, ti sfiderei a vivere un giorno qua dentro e forse capiresti.» Scattò Lauren, aggettando le spalle in avanti, abbreviando le distanze fra lei e la ragazza.

«So che è difficile, ma sto cercando di esserti vicina e tu non me lo permetti.» Le fece notare con impetuosa disperazione Camila, già succube delle proprie lacrime.

«Non dire che "sai", perché non è così.» Fu l'unica annotazione della corvina, indifferente alla successiva deposizioni della cubana.

Uno stillicidio di silenzio scandì i minuti, poi Camila...

«Mi hai detto una cosa, prima di entrare in tribunale.» Asserì sommessamente, attirando l'attenzione di Lauren che non si intenerì «Non mi riferisco a quelle due parole che poi non hai detto mai più, ma ad una frase che mi ripeto ogni volta che entro qui.» Pausa «"Non voglio buttare via tutto."» Citò testualmente la cubana, scaturendo un battito di ciglia da parte dell'altra che parve quantomeno toccata dal ricordo vivido di quegli ultimi momenti di libertà condivisa.

«Perché lo stai facendo, Lauren? Perché stai buttando via tutto?» Domandò stanca Camila, abbassando la testa per intercettare lo sguardo latitante della corvina.

«Perché è anche colpa tua se sono qui dentro.» Dichiarò con iniqua freddezza Lauren, non distogliendo mai lo sguardo dagli occhi taciti della cubana.

Fu una questione di secondi, poi Camila imbracciò la borsetta, richiamò la guardia e se ne andò senza voltare le spalle, anche se le parve che Lauren avesse pronunciato sottovoce il suo nome, una sola volta, lei se ne andò.

E poi più niente.

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