Capitolo ventidue
La luce artificiale proiettava le loro ombre sulla strada, allungandole a dismisura. Camila adesso si pentiva di aver indossato un vestito, perché un venticello facinoroso si era imprevedibilmente sollevato e le carezzava algido le gambe, tramandandole un fremito lungo tutto il corpo.
I passi di Lauren riecheggiavano nella via, anche se non era completamente sole perché saltuariamente appariva un uomo, non propriamente sobrio, che camminava dall'altra parte del marciapiede, oppure una combriccola di ragazzi che vivacizzavano il metodico silenzio per poi allontanarsi e lasciare solo una scia remota delle loro risa goliardiche.
Lauren si armò dell'ennesima sigaretta. Per un momento il suono metallico dell'accendino che appiccava il tabacco fu il solo rumore nella via. La corvina aspirò a pieni polmoni, avvertendo uno sgomento torbido aggrovigliarsi nello stomaco, contraendole le labbra. Perché non era semplicemente tornata a casa? Espirò, osservando il velario grigio trapassato da un fascio di luce perpendicolare.
«Dicevo sul serio quando ho detto che quella roba ti fa male.» Troncò il silenzio la cubana, con tono reciso, ma lo sguardo fisso sulla punta delle scarpe.
Lauren mugolò infastidita, poi scosse la testa e aspirò un'altra boccata... Una parte di lei sapeva che, dopo l'ammonimento sgradito di Camila, condensare una nuvoletta grigia era un modo efficace per rimarcare la sua notoria controversia.
«In realtà, anche bere ti fa male.» Asserì strenuamente Camila, la quale sembra più bellica che mai.
Lauren roteò gli occhi al cielo, assicurò il filtro fra l'indice ed il medio, e mentre espirava chiese, scocciata «Puoi non farlo?»
«Che cosa?» Rimbeccò la cubana, scrollando rapidamente le spalle perché muovere un muscolo equivaleva ad essere travolta da un brivido, derivato dalla temperatura siderale.
«Farti i cazzi miei.» Rispose scostante Lauren, la quale trovava più pungente la curiosità di Camila che il respiro della notte gelida.
Camila sospirò rumorosamente, scuotendo la testa in maniera indiscreta, come se volesse palesare il suo tedio. Si aspettava che Lauren l'apostrofasse, ma dato che la corvina aveva intuito che dai suoi rimbrotti Camila avrebbe instaurato il successivo sproloquio edificante, tacque.
«È che... Mia madre è morta di alcolismo.» Le confidò in un sussurro talmente flebile che l'ululato del vento spazzò via, ma non prima che Lauren avesse recepito l'informazione.
Quella confessione, inaspettatamente, le provocò una fitta allo stomaco. Inspirò a fondo, deglutendo, e solo per un secondo dedicò uno sguardo alla cubana, poi lo riportò sul margine della strada e annuì.
«È stato tanto tempo fa, non preoccuparti.» Addusse precipitosamente Camila, come se volesse prevenire la compassione, che se anche da parte di Lauren era praticamente impossibile ottenere, non si era mai troppo prudenti «Io ero molto piccola, la conoscevo appena, mi ricordo poco.. Però, ecco, ho visto quanto bevi e credo che tu debba fare qualcosa ora che puoi risanare la situazione.» Il suo nervosismo era tangibile, non solo dal modo compulsivo con cui seviziava le dita, ma anche dal tono tremulo che più di una volta si era incagliato nelle parole.
Lauren lasciò cadere il mozzicone, sopprimendo i ghirigori con il passo successivo. Alzò la testa verso il cielo, scuro e scevro di luna, senza stelle o aeroplani che lo sorvolassero. Un cielo nero e spoglio proprio come i suoi sogni. Camila si affidava molto alla realtà, accantonando le illusioni a cui tutti vivevano appigliati.
«Mi dispiace per tua madre.» Disse dopo qualche attimo di silenzio, senza alcuno sforzo particolare perché sinceramente costernata «Ma ciò che le è successo, non è una norma ripetitiva. Può essere che a me non capiti.» Incassò le spalle, socchiudendo leggermente gli occhi.
«E se ti capitasse?» Camila ritrovò la temperanza risoluta e mordace a cui era congenitamente predisposta.
E questo aizzò l'indole impertinente di Lauren che stuzzicata nuovamente dalla flemma della cubana non riuscì a trattenersi dallo sbuffare, esacerbata «Che cazzo ne so, Camila! Potrebbe anche passare una macchina adesso e colpirmi in pieno. Non si può sapere, tanto vale scegliere come andarsene, no?.»
«Potresti scegliere un modo più saggio, allora.» Ribatté caustica, volgendo lo sguardo verso un senzatetto che stava rovistando nel cestino.
Quando l'uomo si avvide dell'occhiata della cubana, abbracciò il contenitore di ferro e la rimirò con sguardo tetro, intimidendola di stare indietro. Camila deflesse lo sguardo.
«Nessuno può scegliere come farlo.» Scosse la testa la corvina, contraddicendo la sua stessa tesi.
«Ma se cinque secondi fa hai detto il contrario!» Alzò leggermente la voce Camila, sottolineandole quanto labirintica fosse la sua ragione.
«Cristo!» Inveì Lauren, portando le mani sui fianchi. Si mise a girare in cerchio, lentamente, anelando.
Camila rimase inerme, con le braccia conserte per riscaldarsi dal freddo e gli occhi impressi sulle movenze reiterate di Lauren. Avrebbe scavato il fosso, se avesse continuato su quella rotta concentrica.
«Non lo so, okay?! Sono domande difficili, non credo che la gente dovrebbe vivere con il peso di tali interrogativi.» Sentenziò alfine, allargando le braccia, ferma al centro del perimetro che lei stessa aveva delimitato.
«È vero.» Conciliò la cubana, e Lauren inneggiò grazie all'assistenza divina, ma un secondo dopo dovette rimangiarsi i suoi elogi «Ma tutti ci poniamo tali quesiti, anche se non dovremmo. Quindi.. È come se tu bevessi perché non dovresti farlo.»
L'illazione di Camila scompaginò le idee di Lauren, scarabocchiandole in una matassa di schizzi contorti a cui non riusciva ad attribuire un significato.
Non le piaceva quando la gente tentava di decifrarla, non le piaceva venir messa sotto esame, e soprattutto detestava l'interesse altrui per la sua persona... Era come se gridasse disprezzante che non voleva aiuto, ma in fondo ne aveva un crudele bisogno.
Scosse la testa e riprese a camminare, ignorando le supposizioni della cubana. Adesso era appurato, sarebbe dovuta tornare a casa sua, altroché scortare quella impicciona.
«È così, Lauren.» Postulò imperterrita Camila, caracollandosi dietro di lei «A te piace bere, fumare, ma specialmente eccedere perché va contro una legge morale.» Espose semplificando la cubana, che con il sorrisetto allegro dimostrava di aver stanato il reale problema di Lauren.
«A me piace bere, perché... È così e basta!» Sbottò, passandosi una mano nella chioma corvina. I capelli si erano appiccicati fra loro a causa dell'umidità satura di quella folle notte.
«Tutto ha una spiegazione, Lauren. Solo che a volte non vogliamo vederla.» Il timbro di addolcì, e la supponenza di prima venne surrogata da un atteggiamento di accorato disinteresse.
«Ah si?» Si arrestò di colpo, reclinò la testa e con un gesto impudente della mano istigò Camila «Allora dimmi perché passi notte e giorno in ufficio, perché non esci quasi mai, perché non hai una vita sentimentale.» La sfidò con lo sguardo gravido di boria, ma la cubana si limitò a stringersi nelle spalle.
«Sono solo impegnata con il mio lavoro.» Dedusse, stampandosi un ingenuo sorriso sulle labbra.
Lauren scosse la testa, dimezzò la distanza fra di loro e le si parò davanti, puntandole il dito contro «Secondo me è perché non sei andata oltre la morte di tua madre, e hai paura di soffrire ancora.»
Camila inspirò profondamente, percependo una fitta ai polmoni che non seppe se fosse cagionata dall'aria fredda che aveva introdotto o dalle parole accusatorie di Lauren.
Passarono attimi di infinto silenzio in cui nessuna delle due batté ciglio, poi la corvina considerò il mutismo dell'altra come testimonianza e le dedicò un'espressione eloquente, come per dirle che non era la sola a saper interpretare gli altri. Quella era la parte facile, quella difficile avveniva quando il processo doveva essere svolto su lei stessa.
«E ti dirò di più. Ti occupi dei problemi altrui solo perché non sei pronta ad affrontare i tuoi.» Soggiunse Lauren «E tutto quel sarcasmo che usi, non è altro che una delle tante difese che ti sei costruita nel tempo.» Sospirò sollevata, come se si fosse tolta un peso, poi la superò rapidamente e si incamminò, senza aspettarla.
Camila rimase inebetita per un tempo indefinito, furono i passi sempre più distanti, ma comunque nitidi. Raschiò la gola e scosse la testa, e calcò i passi della corvina, solo che stavolta fu lei ad oltrepassarla e le camminò qualche metro dinanzi, udendo gli sporadici sospiri annoiati di Lauren.
Arrivarono davanti al loggiato di Camila, illuminato solo da qualche lanterna fatua che donava un'ombra lugubre ai ciuffi d'erba verdi, incolti.
«Grazie, e ciao.» Disse frettolosamente, non vedendo l'ora di scollarsi di dosso Lauren.
Solo che Camila, invece di percorre il selciato, dirottò il passo verso la strada secondaria che svoltava dietro la recinzione provvisoria del suo giardino.
Lauren lanciò la testa al cielo, sospirando sonoramente «Dove cazzo vai ora?» Le urlò dietro, calcando i suoi passi.
«Al parco.» Rispose stizzita Camila, marciando con passo pesante, le braccia conserte, e una ruga imperfetta sulla tempia.
«Cristo santo, sono quasi le una di notte! Che cazzo ci vai a fare al parco?» Inveì, attirando l'attenzione del vicinato che già immaginava a spiare attraverso le fessure delle loro finestre, incuriositi da chi disturbava la quiete notturna.
Lanciò uno sguardo circospetto alla persiane, ma nessuna luce trapelava attraverso di esse.
«Ma che te ne frega?» Si voltò di scatto, arrestando estemporaneamente la camminata concitata di Lauren che per poco non andò a scontrarsi contro la cubana «È passata la mezzanotte. Tornate a casa!» Le diede un leggero spintone, che riuscì a smuovere solamente la spalla della corvina, ma scalzò i suoi propizi intenti.
«Fai come cazzo vuoi.» Alzò le mani arrendevole, con la solita increspatura menefreghista della labbra e ripercorse a ritroso il tragitto.
Camila si muoveva con andatura appesantita, i pugni serrati e lo sguardo adombrato dalle insinuazioni irriguardose di Lauren. Credeva che il suo giudizio fosse più insigne perché aveva vissuto esperienze negative che avevano affinato la sua empatia? Non era cosi! Non era Dio, ciò che pensava non era legge inconfutabile!
Imboccò il vialetto alberato che ornava il parco subito dietro casa. Le fronde ondeggiavano al vento, spossate da tanta veemenza, ma aitanti. La luce dei lampioni filtrava attraverso gli strappi delle frasche, conferendo una luce azzurrognola all'ambiente circostante.
Camila aveva solo bisogno di un po' di pace, di solitudine. Quando sentimenti travolgenti si impadronivano delle sue ossa, necessitava di ascoltare solo la sua voce, altrimenti sarebbe stata sommersa dalla cacofonia interminabile degli agguerriti dubbi.
Si stava addentrando nel boschetto, quando riconobbe alle sue spalle dei passi familiari e subito alzò gli occhi al cielo, inceppando nelle frondosità afflosciate degli alberi.
«Che scusa hai stavolta?» Domandò ad alta voce, senza voltarsi.
Qualche secondo di silenzio fece da interludio alla risposta dell'altra. La cubana immaginò che stesse tenzonando il sarcasmo con un ghigno coriaceo.
«Ho pensato che tuo padre non mi perdonerà se ti succede qualcosa.» Intanto accelerò il passo e fiancheggiò la cubana; un'altra sigaretta pencolava dalle labbra carnose, appena schiuse «E di conseguenza addio processo.» Scrollò rapidamente le spalle, minimizzando la faccenda, ma entrambe assaporavano taciturne il sentore effervescente di cameratismo.
Macinarono gli ultimi metri di selciato, mentre i loro passi si confondevano al raro volo dei pipistrelli che stormivano fra le foglie come aliti di vento.
Si sedettero su una panchina rosicchiata dal tempo, scrostata della verniciatura lucida e chiazzata di nuances rugginose. Camila sentiva ancora un turbine sul petto gonfiarsi ad ogni respiro, alleggerirsi durante l'espirazione, per poi inorgoglirsi di nuovo.
«E comunque.» Spezzò d'un tratto il silenzio la corvina, mentre con le agili ed esperte dita armeggiava con il pacchetto malconcio delle sigarette «Non sono scuse.» Si munì di accendino e infiammò il vertice della cartina, aspirando una boccata talmente lunga che, oggettivamente, si poteva anche credere che volesse asfissiare una recente bugia nel fumo che ora immetteva.
«Era una battuta. Non prendere tutto così seriamente.» Sospirò immusonita Camila, che della severa impostazione dell'altra ne aveva fin sopra i capelli.
«Questo dovrei dirlo io.» Constatò dopo una pausa di silenzio in cui lo stridere dei pipistrelli fu l'unico suono percepibile.
Camila si curvò in avanti, congiungendo le mani davanti a se e disputò una lotta fra i pollici, mascherando il suo turbamento nella schiena lunata. Lauren rimase in silenzio, intervallando le boccate di fumo sempre con più regolarità ravvicinata, aspettando che la cubana dicesse o facesse qualcosa, sentendo un eco nella sua mente che nel silenzio rimbombava esigente. Perché cazzo sono qui?
«Hai ragione.» Sentenziò infine Camila, inspirando talmente profondamente che Lauren credette che quello fosse un segnale di un principio di pianto, ma si sbagliava.
La cubana tornò a sedersi composta, con la schiena che aderiva alle scomode sbarre metalliche. Il suo viso era spossato, più pallido sotto l'effetto della luce fievole di qualche lampione, ma non vi era traccia di lacrime nei suoi occhi o nella sua voce.
«Ho scelto questo lavoro così da non dover pensare ai miei problemi, ma occuparmi di quelli altrui.» Confessò, e il lungo respiro che susseguì, fece intendere che aveva custodito quel segreto talmente a lungo da considerarlo quasi un crimine, inflitto su stessa però.
E anche i peggiori criminali quando confessano si sentano liberi da una zavorra.
«Va bene.» Annuì la corvina serafica, senza ombra di sarcasmo o di incomprensione «Tu ti sommergi di scartoffie, io di alcol. Ognuno evade dal dolore come può.» Scrollò le spalle, facendo tintinnare le targhette ricamate sulle spalle della giacca di pelle.
«Si, ma adesso basta.» Balzò in piedi, portandosi le mani sui fianchi e fece un giro sul selciato diroccato «Non voglio vivere la mia vita senza conoscerla.»
Lauren aggrottò le sopracciglia con aria disorientata, ma in cuor suo sapeva benissimo cosa intendeva Camila.
Si sporse leggermente in avanti, poggiando il gomito sul ginocchio e stabilizzando la sigaretta con l'aiuto dei denti. Fissò Camila per un lungo tempo, senza dire una parola, ma con le palpebre appena socchiuse. Le fece capire che la stava ascoltando.
«Quando è venuta a mancare mia madre, la polizia ha conservato degli oggetti... Né io né mio padre siamo mai andati a ritirarli.» Ora il tono si era un po' incrinato, ma Camila, deglutendo, smaltì la matassa che le corrompeva la voce.
«Bene.» Si diede una spinta con la schiena e anche lei scattò in piedi, contenta che finalmente la conversazione fosse finita e che potesse andare a dormire.
La cubana aprì bocca per dire qualcosa, ma si preservò. Avrebbe tenuto quel pensiero per un'altra occasione.
Lauren la riaccompagnò a casa, stavolta camminarono fianco fianco, scambiando solo raramente un commento sul tempo, sugli sciami fastidiosi dei moscerini... Sopraggiunte alle meta finale, si salutarono con un impacciato cenno della mano.
«Buonanotte.» Sorrise timidamente Camila, che si vergognava un po' ad aver rivelato quel segreto a Lauren, una perfetta sconosciuta.
«Camila.» La richiamò la corvina, e con tono fermo l'avvertì «Questo non vuol dire che siamo amiche.» Inclinò leggermente la testa in avanti e alzò un sopracciglio duramente, forse per smorzare il sorriso ironico che le contornava le labbra.
«Giammai!» Convenne la cubana, alzando le braccia al cielo.
Per quanto l'affermazione di Lauren potesse sembrare tagliente, in realtà stemperò l'imbarazzo candido che aveva imporporato le guance di Camila.
Se ne andarono entrambe ridendo flebilmente, voltandosi solo un momento prima che una sparisse dietro la porta e l'altra all'incrocio della via.
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