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Capitolo sessantuno



Camila era premuta contro il bordo della piscina, intrappolata al corpo stillante di Lauren che, incurante dei vestiti fradici, continuava a baciarla con passionale lentezza, colmando ogni centimetro delle sue labbra con la sua lingua.

Camila teneva le braccia strette al collo della corvina, attirandola più vicina quando per si distaccava di pochi centimetri. Era una sensazione nuova, avvertirla attraverso l'acqua, perché i loro corpi si trovavano con facilità, ma vi era un attrito diverso.

Lauren la ghermiva per il bacino, strusciandosi contro di lei come un'onda lasciva sulla sabbia, con la medesima lentezza e sensualità. Camila lasciò cadere la testa all'indietro, appoggiandola contro il marmo esterno, mentre la corvina, cogliendo l'idioma nascosto di quel gesto, iniziò a baciarle il collo, lasciando una scia di baci casti fino alle clavicole.

Camila emise un gemito, rea di una passione incontenibile. Era strano e indicibile come Lauren potesse schiavizzare il suo desiderio, senza prodigarsi tanto. Le bastava un bacio, una carezza fra le cosce, un graffio sulla schiena, una parola all'orecchio e le sue inibizioni si struggevano. Non aveva mai provato qualcosa di così forte e coinvolgente, di così famelico e irrefrenabile, ma anche tenero e puro.

«Lauren..» Sussurrò nel silenzio, affidando il suo sospiro impudico al refolo incessante.

La corvina intuì la necessità intollerabile di Camila, che accresceva ogni istante con poderosa virulenza, sbaragliando il contatto con la realtà, ergendo un luogo solitario, solo per loro, con mura fatti di ansiti e pavimenti di sussurri. Niente poteva scalfire la loro casa perché, basilarmente, non esisteva. E ciò che non esiste non viene mai distrutto, ma solo creato.

«Toglimi la camicia.» Istruì la corvina, mentre ripercorreva a ritroso il tragitto inciso sul collo della cubana, stavolta dedicandosi ai suoi lineamenti, alle guance e alle labbra.

Quando Lauren approdò all'angolo della sua bocca, Camila trovò la forza di sganciare il primo bottone della sua camicia, per poi passare a quelli successivi. Le mani lavoravano confusamente, intralciate dal flusso dell'acqua che le manovrava con sovrana lentezza. La cubana si era soffermata sul penultimo bottone, il più testardo fra tutto gli altri, quando percepì la mano di Lauren sdrucciolarle fra le gambe nude e carezzarle esternamente.

Era una tortura, perché le dita della corvina provocavano dei brividi lungo la spina dorsale, che sfociando sulla nuca, portavano al culmine il desiderio sfrenato che arroventava il suo basso ventre.

Dovette morderei il labbro inferiore per contenere la passione che si sprigionava indomita dentro di lei, per poter sbottonare l'ultima asola della corvina e sbarazzarsi finalmente dell'inutile camicia.

A questo punto non ebbe più ritegno, afferrò Lauren per le spalle e l'attirò con uno strattone a se, facendo scontrare non solo i loro bacini, ma anche i loro petti. Lauren conficcò i polpastrelli nella carne della cubana, mantenendola a contatto con il suo corpo.

I loro anfratti si incastravano alla perfezione, i loro recessi erano l'uno il versante dell'altra, e le loro minute paure non erano altro che un eco lontano.

Lauren avvicinò Camila a se. La cubana avvinghiò istintivamente le braccia al suo collo, lasciandosi trasportare con con indiscusso assenso verso il centro della piscina. Lauren indietreggiava lentamente, sostenendo con la forza di pagaiate indefesse delle braccia il loro equilibrio. Camila si premurava di non interrompere il bacio, Lauren di procedere nella direzione sperata.

Il vestito della cubana si ampliava come la coda di un pavone, mentre le sue gambe nude venivano appagate dalla sensazione rinfrescante dell'acqua e le sue punte indolenzite proseguivano il rallentato cammino. Lauren amava tutto di quell'istante, i brividi erano talmente possenti che persino la sua latebra ne accusava il fiero colpo.

Quando la corvina andò a sbandare contro il bordo speculare della piscina, permise a Camila di restarle addosso, a strusciarsi desiderosa contro il suo corpo.

Gli ansiti precipitavano dalle labbra della cubana, sempre più eccitata. Lauren non resistette più alla tentazione di farla sua, in quell'istante, senza indugiare oltre. L'attesa è certamente piacevole, ma anche romperla è appagante.

Traslatò la cubana per i fianchi, portandola contro il bordo della piscina e si insediò fra le sue gambe divaricate. Con l'ausilio della mano si destreggiò fra le sue anse, delineando ogni curva con i polpastrelli. Camila non aveva smesso nemmeno un secondo di baciarla, perché la passione irrefrenabile non sormontava la sregolata intensità dei suoi battiti, tutti dettati dall'amore che la cubana nutriva per l'altra.

Lauren stuzzicò il suo punto debole, disegnando dei cerchi concentrici che accelerarono il respiro dell'altra, alimentando anche il ritmo spericolato del bacio. Camila fece scattare il bacino in avanti, pregando Lauren di far defluire il forte desiderio che si agglomerava nel suo basso ventre, ma la corvina allontanò la mano.

«Lauren.» La rimproverò severamente la cubana, osservandola da distanza ravvicinata con sguardo truce.

«Dimmi tutto, Camila.» La derise bonariamente, giusto per commemorare i vecchi tempi.

«Credo che, che non sopravviverò se tu non..» Si passò la lingua sulle labbra disseccate, naturalmente in visibile disagio. Era sempre un cruccio dover comprimere l'orgoglio per permettere all'istinto e alla brama di troneggiare.

«Se io cosa?» Incalzò Lauren, mentre nel frattempo tornava a dedicare attenzioni alla sua intimità, facendo scivolare le dita lungo le pareti.

Camila strinse con forza le braccia attorno al suo collo, irrigidendosi. Aveva disperatamente bisogno che la corvina soddisfacesse la sua fregola, ma era fottutamente difficile trovare il respiro per replicare.

«Se io cosa, Camila, cosa?» Ripeté la corvina, mordendole il lobo dell'orecchio, mentre strusciava i loro corpi e giocherellava sull'entrata della cubana.

«Se tu non mi sc..» Camila non ebbe il tempo di terminare la frase, perché Lauren la penetrò senza preavviso, con due dita, prosciugando le parole che minacciavano di ruzzolare dalle sue tumide labbra.

Era troppo, per lei, da sostenere. Se Camila avesse terminato quella frase, Lauren era quasi sicura che sarebbe potuta venire solo udendone il perverso suono. E non voleva che quella notte finisse così presto. A dire il vero, non voleva che quella notte finisse e basta.

Camila sincronizzò il suo bacino con le spinte risolute della corvina, andando incontro alle sue dita per sentirla più in profondità. La cubana lasciò cadere il collo all'indietro, beandosi di quelle scariche di piacere che imperversavano come lampi sporadici nelle sue arterie. Lauren approfittò di quella posizione per avventarsi edace sul suo collo, baciandone, suggendone ogni segmento.

Camila la trattenne dalla schiena, graffiando la pelle cerea della ragazza con scie rossastre. Lauren aizzò il ritmo, avvertendo le pareti della cubana accoglierla sempre con maggior frenesia, finché Camila emise un gemito più prolungato e stridulo, contrasse tutti i muscoli e riversò gli umori sulle dita della corvina che non contenta continuò a spingere, facendo fibrillare il corpo della cubana.

Lauren affondò la fronte nell'incavo del suo collo, gli ansiti di Camila erano talmente acuti da sopraffare anche gli strascichi di musica che provenivano dall'altro cortile. Lauren pareva non volersi fermare, e nemmeno la cubana, per quanto stanca e spossata fosse, non aveva nessuna intenzione di arrestarsi.

La seconda volta che venne, il suo corpo tremò talmente convulsamente che si confuse con le onde increspate che frastagliavano l'acqua della piscina. A quel punto, per quanto riluttante, Lauren sfilò la mano dal suo sesso e si accampò sul suo ventre, abbracciandola, e poggiando la testa contro il bordo posto dietro le spalle della cubana.

Camila si adagiò sulla sua ragazza, regolarizzando con calma il respiro deragliante.

Le piaceva stare inerme in acqua, con Lauren acciambellata su di lei. Pareva quasi che il mondo non esistesse, da sotto la superficie in poi, e che restassero a galla solo per una necessità imprescindibile, ovvero respirare. Ma tutto il resto, tutta la confusione, i rumori, le incertezze, i passi falsi, le scorciatoie, niente, non esisteva più niente sotto il ventre dell'acqua. E si sentivano perfettamente in pace con il niente, perché nel mondo se sei un niente vieni etichettato come una nullità, ma sotto l'acqua se sei un niente semplicemente non sei. A volte non c'è niente di male a non essere, ma ricordati che tutto avviene sotto la superficie dell'acqua. Quindi tieni la testa al di sopra, e continua a respirare.*

«Credo che dobbiamo tornare alla festa.» Asserì dopo qualche attimo Camila, ma restando impassibile.

«Mh-Mh.» Annuì Lauren, ancora tumulata nella spalla dell'altra.

«Ok, allora..» Prese iniziativa la cubana, ma venne preceduta dal cigolare della porta che si spalancò inaspettatamente, rivelando Dinah sulla soglia.

La polinesiana, appena vide le due sagome stagliate dentro la piscina, urlò talmente forte che spaventò anche Camila la quale si mise a gridare a sua volta, facendo sobbalzare Lauren dalla paura e dal clangore che produsse.

Per qualche istante non fecero altre che urlare, fissandosi negli occhi, poi Dinah le additò in preda ad un attacco isterico e con la stessa riproduzione di una sirena della polizia, strillò «Donne nude nella mia piscina, donne nude nella mia piscina, donne nude nella mia piscina!»

«State zitte!» Richiamò l'ordine Lauren, schiaffeggiando l'acqua.

Camila si ammutolì, mentre percorreva la scia della corvina, che stava arrancando nell'acqua per ritrovare il reggiseno.

«Voi avete fatto sesso nella mia fottuta piscina!» Aggrottò le sopracciglia, chiaramente spaesata e poi asserì «È come se avesse sverginato la mia piscina, fottuta dalle fottute.. Oddio.» Portò una mano sulla fronte, tentando di affievolire il giramento di testa che ribaltava il cielo con il terreno, distorcendole la vista.

«Dj, calmati.» La tranquillizzò Camila, uscendo a fatica dalla vasca d'acqua.

Il vestito grondò sul marmo, mentre la cubana accorreva verso la direzione dell'inquieta polinesiana. L'afferrò per le spalle, intercettò la traiettoria dei suoi occhi sgranati e le parlò con amabile pacatezza, tentando di ristabilire l'ordine. Intanto Lauren, venuta in possesso del suo reggiseno, era uscita dalla piscina e si stava riabbottonando la camicia.

«Adesso voi due... ripulite tutto!» Ingiunse imprecisatamente Dinah, che non aveva idea di cosa stesse blaterando.

«Ok, ci pensiamo noi, ma stai tranquilla.» Camila strascicò l'ultima parola, per enfatizzarne il messaggio.

Dinah, dopo ripetuti respiri e qualche imprecazione, sembrò rinsavire. Non dall'alcol, ma dallo stupore. Si erano sedute su un tavolo di legno interrato, nel tentativo di anestetizzare la reazione eccessiva della polinesiana.

Quando quest'ultima fu più calma, tutte e tre concordarono di tornare a divertirsi in sala, ma proprio mentre stavano abbandonando la zona di guerra, squillò il telefono di Camila. Lo aveva lasciato sul bordo piscina, incurante. Era già un miracolo che si fosse ricordata di salvarlo prima di gettarsi in acqua.

La cubana di corrucciò quando lesse il nome sullo schermo e istintivamente si voltò verso Lauren, sforzandosi di mantenere un'espressione imperturbabile «È il procuratore.»

La corvina si paralizzò al suolo, stringendo la prima cosa nei pareggi, ovvero il braccio di Dinah.

Camila inspirò a fondo, si schiarì la voce, e... «Pronto?»

La chiamata non durò più di due minuti, ma furono i centoventi secondi più logoranti della sua vita. Lauren tornò all'inizio della faccenda, quando era tutt'altra persona, quando la sua speranza era morta prima di lei, quando le sue aspettative non superavano la bottiglia di vodka. E per la prima volta in tutta quella storia, ebbe paura.

«La ringrazio per aver chiamato anche a quest'ora. Senz'altro... Arrivederci.» Furono le ultime parole che colse nella conversazione, poi la cubana virò lentamente verso di lei e quasi Lauren cedette alla consolante tentazione di dirle "no, aspetta, non dirlo." Perché le cose non dette, resistono alla lacerazione del tempo.

«Lucy ha ritirato la denuncia.» Proruppe improvvisamente Camila, senza accennare ad un sorriso o ad un broncio. Lo disse e basta.

«Lucy ha ritirato la denuncia.» Ripeté incredula, schiudendosi finalmente in un'increspatura genuina che per poco non tramutò in commozione.

«Porca puttana.» Mormorò Dinah, anche se non stava capendo niente.

«Lauren, hai capito?» Provò a chiederle Camila, notando l'impassibilità scultorea della ragazza.

Camila si approssimò allarmata a lei, la scosse per le spalle e ribadì il concetto ancora due o tre volte, Lucy ha ritirato la denuncia, Lucy ha ritirato, Lucy ha... E poi Lauren la sollevò da terra, la strinse in un abbraccio che sapeva di felicità e la fece volteggiare, ridendo spensierata.

Si, avevano ancora da fronteggiare l'altra accusa, ma senza quella macchia sarebbe stato un processo più facile.

Camila infossò la testa nei suoi capelli, respirandone l'odore pungente del cloro. Lauren continuava a farla piroettare, mentre Dinah osservava quel girotondo con un senso di stordimento. Alla fine le due caddero nuovamente in piscina, scambiando baci rapido fra una risata e l'altra.

«State per denudarvi di nuovo? Guardate che prendo la sistola!» Minacciò Dinah, ma dal passo barcollante che aveva non era in grado nemmeno di percorrere un metro da sola.

Lauren era arrivata in stazione.

Si perché... Perché la gente aspetta i treni? "Il treno passa una volta sola." Si, ma la vera domanda è "Il treno passa quando tu sei in stazione?" Perché la gente non aspetta l'autobus? Voglio dire i treni si spostano, ma anche gli autobus, no? I treni ti portano più lontano, ma forse è proprio questo il problema, che scegliamo una meta troppo distante, e poi certo che lo perdiamo il treno. Forse tutti dovrebbero mettersi alla fermata degli autobus, orientarsi in città, fare fermata dopo fermata. Magari non sarà un treno, ma ti porterà sicuramente in stazione.

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Spazio autrice:

Ciao a tutti!

Spero che questo capitolo vi sia piaciuto! Ovviamente fatemi sapere cosa ne pensate.

Preciso soltanto una cosa perché non voglio venga fraintesa.

*Quello che intendo è che si può essere un niente, ma che bisogna ricordarci di respirare. Per un attimo puoi sederti nella tua stanza e semplicemente non sentire, non è sbagliato, ma la testa resta fuori dall'acqua, perché devi continuare a vivere. Il respiro ti permetterà di continuare a vivere, l'acqua ti concederà un po' di riposo dalla frenesia della vita, ma è un po' di riposo, poi si continua a respirare. Tutto qua.

Il discorso sui treni penso sia chiaro, comunque... Intendo solo dire che certe volte pretendiamo di "nascere e volare", c'è solo bisogno di ricordarsi che prima di spiccare il volo c'è bisogno di un paio d'ali. A piccoli passi si ottiene tutto, basta avere volontà e pazienza.

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