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Capitolo sessantasette



«Novità?» Dinah si affacciò all'ufficio della cubana, sporgendo leggermente il mento verso di lei in paziente attesa.

«Niente, non è successo niente.» Declamò stizzita Camila, sbatacchiando la penna sulla scrivania.

«Ok... e perché ne siamo avviliti?» Si corrucciò la polinesiana, non capendo il malumore dell'altra dal momento che parevano esserci solo nuove buone.

«Perché Lucy non mi ha cercato più, Dj..» Dilatò le pupille e spinse la testa in avanti, scuotendola impercettibilmente, come se la soluzione fosse proprio davanti ai suoi occhi, ma invece Dinah non fece altro che confondersi maggiormente.

Camila tirò un sospiro infastidito, e replicò «Se non sta cercando me, vuol dire che ha ottenuto quel che voleva..» Pausa, dita che flettono il corpo esile della matita sventurata «Lauren.»

Sette giorni che non sentiva Lauren. Ironico, vero? Non il tempo intercorso nel silenzio, ma i mesi primi, quelli evoluti nel chiasso, nella confusione. Quelli erano ironici perché se si valutavano i loro atteggiamenti all'inizio di tutto, chiunque avrebbe riso all'idea che potessero finire per innamorarsi, ma l'amore è rinomato per fare giri immensi e poi tornare, se destinato a te. A voi. Quello era ironico, che dopo tanto caos, sovrano fosse solo il silenzio.

Forse questa è la cosa più avvilente, rabbiosa, disillusoria, e appunto ironica che accada al termine di una storia. Rimane solo un'assordante silenzio, ti sembra di ammattire in quel frastornante silenzio, in quella morte improvvisa della parola. Quel silenzio è bastardo. Infimo e bastardo! Perché noi vorremo solo descrivere il dolore come vogliamo, e invece quel silenzio bastardo lascia che esso si esprima così come davvero è, nella sua vera forma.

Il silenzio è il canale espressivo del dolore. Bastardo.

«Non credo sia così..» Suggerì cautamente la polinesiana, sapendo bene quanto intollerante fosse Camila negli ultimi giorni. Non c'era da biasimarla, erano settimane tremendamente defatiganti.

«Ma ti prego!» Sbottò sardonica Camila, in quel tipico sbuffo sufficiente che non ammetteva repliche.

«Forse Lauren lo sta facendo per te.» Asserì Dinah, incassando le spalle perché il successivo guizzo della cubana la fece rannicchiare.

Camila adottò quello sguardo truce a lungo, poi, dopo attimo di incompleta franchezza, rilassò le spalle in un sospiro demoralizzato, addolcendo l'occhiata sinistra.

«Ho bisogno di parlarle.» Mormorò abbattuta, chiaramente stremata dallo sdrucirsi quotidiano di quella critica situazione.

Ogni passo sembrava quello falso.

«Non credo sia una buona idea.» Imbeccò timidamente Dinah, ma recisa.

«Non mi importa. Non c'è più niente di buono da scegliere, ormai.» Confessò astiosa la cubana, livore indirizzato non nei confronti dell'amica ma degli sconvenienti eventi.

Recuperò la borsetta e l'inutile cappotto, inutile perché lo utilizzava solo al mattino per raggiungere l'azienda, quando il refolo era ancora insidioso e algido. Lo fece penzolare sul braccio, e si avviò verso l'uscita.

Dinah provò a dissuaderla, ma la testardaggine di Camila era radicata troppo in profondità per essere divelta. In pochi secondi si era già chiusa l'uscio alle spalle.

Dinah sprofondò bella comoda poltrona, immergendo la faccia nel palmo della mano. Ora non era più tanto sicura che la sua inventiva fosse stata azzeccata.

Camila si immise subitamente nell'abitacolo pregno di un odore pungente prodotto dall'alberello profumato che penzolava dallo specchietto retrovisore. Staccò il filo con le mani e lo gettò fuori dal finestrino, incurante. Non le erano mai piaciuti quei cosi.

Mise in moto la vettura e premette sull'acceleratore, sfrecciando fra le macchine che popolavano la strada.

Lauren, nel frattempo, aveva trovato un posto di lavoro. Era una cosa temporanea, ma l'unica disponibile al momento. Si recava tutte le mattine a casa dei Grusberry. Il marito era un alcolizzato da anni, e quando tornava a casa spargeva lattine di birra tutt'intorno al salone. La moglie era stanca, dopo trent'anni, di dover ancora ripulire lo sporco del marito. In fondo erano solo lattine accartocciate di birra, talvolta qualche bottiglia vuota, ma niente di più. Lauren riscuoteva una cifra modica, ma era già qualcosa, e non doveva più far credito nei negozi dove riforniva la dispensa.

Stava riordinando la stanza, messa a soqquadro dal vizio compulsivo e insalubre dell'uomo. Quella mattina pareva essere riuscito a salire l'intera gradinata ed essersi messo a letto, ma altre volte lo aveva trovato disteso sulle scale, probabilmente troppo accecato per inerpicarsi fino in cima. Era contenta che grazie a Camila avesse smesso di bere. Non voleva immaginarsi così fra quarant'anni.

Sua moglie le lasciava sempre la somma dovuta sotto alla pianta di fiori in cima allo scaffale. Lauren raggiunse il punto indicato, si issò in punta di piedi e incassò la giornata, poi se ne andò. La prima cosa che fece, come sempre, fu accendersi una sigaretta e incamminarsi verso casa.

Quando arrivò di fronte alla roulotte, notò qualcosa di strano. Vi erano tracce di pneumatici che rigavano la sabbia, proprio al fianco della sua dimora. Nessuno posteggiava lì, mai, perché nessuno possedeva una macchina, a parte...

«Camila!»

Non seppe nemmeno lei perché gridò il suo nome, forse fu un urlo dettato dal cuore, galoppante e imbizzarrito nel petto.

Spalancò l'uscio della roulotte, ma non vi trovò nessuno. Okay, forse si era solo costruita castelli in aria e l'intera situazione la stava suggestionando, ma fu colta da un'indicibile sentore angosciante che le strinse il torace, a tal punto che attenuò la sensazione fisica con una carezza audace della mano.

La prima cosa che le venne da fare, fu chiamare Dinah. La polinesiana rispose dopo quattro squilli, che, per la cronaca, sembrarono un'eternità.

«Pron..»

«Dinah! Dov'è Camila?» Era la cosa che più le premeva, e non riuscì a contenere la voluttà angustiata del momento.

«Con te...» Azzardò la polinesiana, carpendo che comunque qualcosa non andava.

«No, non c'è.» Rimbeccò Lauren, avvertendo la testa più pesante a causa delle ubbie più verosimili adesso.

«Come non c'è?» Chiese tramortita la polinesiana, che anche dall'altro capo della linea si avvertiva essere turbata.

«Non c'è, Dinah, non c'è!» Impennò inavvertitamente la voce la corvina, sprofondando la testa nelle braccia incrociate sopra al tavolo.

«Cazzo.» Imprecò sommessamente Dinah, tentando di arrestare la corsa delle sinapsi impazzite che ricreavano scenari nefasti.

Susseguirono attimi di silenzio dove nessuna delle due ebbe il coraggio di riagganciare la cornetta.

«Forse ha solo deciso di tornare a casa.» Propose dopo qualche minuto Dinah, così Lauren la pregò di andare a convalidare la sua ipotesi di persona.

Dinah era in pieno orario lavorativo, così dovette inventarsi una scusa valida che giustificasse la sua improvvisa assenza. Dire la verità era fuori questione, Alejandro avrebbe dato di matto se avesse anche solo pensato che la figlia potesse essere in pericolo, quindi escogitò un metodo che la svincolasse dai suoi impegni.

«Penso di aver lasciato il gas acceso.. da, da.. da ieri sera, sì.» Fu l'espediente più efficace che riuscì a confezionare.

La segretaria aggrottò le sopracciglia, non comprendendo il motivo di tanta preoccupazione.

«C'è anche il cane a casa.» Addusse, facendo una smorfia dolorante che accese la perspicacia della bionda che le disse che pensava lei ad avvertire il signor Alejandro.

Dinah non aveva mai sperimentato una velocità tanto pericolosa. Quel giorno aveva davvero ecceduto, ma la paura non ti permette di ragionare, calcolare o moderare. È paura e basta, non c'è nessuna valvola regolatrice.

Suonò ripetutamente il campanello a casa della cubana, ma nessuno rispose. Provò ad aggirare la facciata, sbucando nel cortile. Aprì il cancelletto che Alejandro aveva fatto da poco riverniciare, di quel bianco, ora luminescente, che abbacinava la vista. Sbirciò dal vetro imbrattato di polvere che aggettava sulla cucina, ma sembrava tutto silenzioso e immobile.

«Non è qui.» Avvertì immediatamente Lauren, la quale si era già mobilitata.

«Cazzo, cazzo! Perché è così stupida? Perché!?» Inveì, perché la collera è l'emissione camuffata della paura.

Lauren vagava per la città già da un'oretta, ma nessuno l'aveva avvistata. Ogni minuto si ingigantiva di tremende supposizioni, di immagini che la mente non dovrebbe avere il potere di ricostruire. Esistono frammenti d'immaginazione che dovrebbero essere etichettati e asportati, rimossi.

Verso le nove di sera, non si avevano ancora notizie di Camila e benché Lauren fosse oltremodo preoccupata, era anche talmente sfinita da non avere la forza di macerarsi. Forse la stanchezza era un impensato vantaggio, perché offuscava la mente e gli occhi, impedendo la visione di possibili mali che si era figurata per tutto il pomeriggio.

Aveva perlustrato ogni negozio e ogni bar, le mancava solo l'ultimo "locale", per così chiamarlo, ma era quasi certa che non avrebbe trovato nessuna traccia della cubana lì dentro.

Spinse la porta, un trillo avvisò della sua presenza nel pub disabitato. Il proprietario fu quasi sorpreso qualcuno si presentasse così presto, ma aveva già allungato la mano verso il boccale di birra, bevanda solitamente prediletta della corvina.

Lauren fece segno di no con la mano, dissipando le ricche aspettative dell'uomo.

«Hai visto una ragazza passerà di qui?, capelli neri, occhi chiari, non troppo alta.» Descrisse concisa Lauren, sprovvista di foto.

L'uomo ponderò per qualche secondo la domanda della corvina, poi alzò il mento e si mise ad asciugare un bicchiere con lo strofinaccio «Può essere di no, come può essere di sì.»

Lauren all'inizio aguzzò la vista, perplessa, poi intuì dall'occhiata dell'uomo che la stava inducendo a sganciare dei bigliettini in cambio di risposte. Certo, parlavamo di Detroit, che si aspettava... umanità? In quel posto tutti agivano secondo una morale comune: lucro.

Lauren sbatté cinquanta dollari sul banco, fremebonda e ripeté la domanda. Dopo che il proprietario si fu assicurato che fossero veri, li preservò nel taschino e "cantò" «L'ho vista due ore fa, è venuta per farsi un drink. Po ne ha fatti altre due, e così via... È andata a casa di Joe insieme ad altri, penso ci fosse una festicciola.»

La prima reazione di Lauren fu tirare un sospiro di sollievo. Certo, la situazione era ancora critica, ma non come l'aveva prefigurata. In più, Joe era suo amico da tempo, un tizio troppo sbronzo per comporre un numero di telefono, ammesso e concesso che ne possedesse uno, ma cosciente del timore che nutriva nei confronti della corvina. Una volta, Lauren lo avevo appeso al muro perché lui aveva tentato di fregarle dieci dollari. Da quel momento non aveva più tentato di derubarla, quindi era abbastanza sicura che non avrebbe alzato un dito su Camila, dato che tutti in città sapevano che fosse la sua ragazza.

Lauren corse, letteralmente, verso casa dell'uomo che si trovava a pochi isolati da lì. Non dovette suonare per annunciare la sua presenza, perché la porta era talmente scalcinata che bastò aprirla con indelicatezza per garantirsi accesso.

Il pavimento era disseminato di lattine, bottiglie, cartoni vuoti. Qualcuno si era addormentato in fondo alla scale, al che dovette scavalcarlo per oltrepassare. Salì a due a due gli scalini, trovandosi sul pianerottolo già annebbiato dalla cortina di fumo.

Varcò la soglia della stanza e trovò i soliti amici del bar che bevevano in allegria e intonavano canzoni country che puntualmente stonavano a causa dell'alcol o dell'inesperienza... Probabilmente entrambe.

«Lauren-fotto-tutti-Jauregui. Chi si rivede.» Sghignazzò sbronzo Joe, alzando la bottiglia in suo onore, e bevendo immediatamente un sorso schiumoso.

La corvina gli si parò davanti, in piedi, mentre lui era stravaccato sul divano, vaneggiante.

«Dov'è lei?» Domandò schietta, guardandosi attorno minuziosamente.

«Ci sono tante lei a giro.» Risolino, sorso «A chi ti riferisci?»

«Lo sai benissimo a chi mi riferisco.» Ringhiò a denti stretti la corvina, serrando i pugni in contemporanea con la mascella.

«Veramente io non ho...» Esordì nuovamente, con la voce impastata e le palpebre a mezz'asta.

Lauren scattò in avanti, lo afferrò per il colletto come aveva fatto tanti anni addietro, solo che stavolta non era di dieci dollari che si stava parlando, la questione era più seria e, di conseguenza, anche le intenzioni.

«Ci metto poco a farti saltare tutti i denti. Dimmi dov'è.» Intimò, strattonandolo per il bavero. Incredibile ma vero, adesso le palpebre erano ben aperte, sbarrate.

«Ok, ok!» Si arrese subitamente, tremante «In bagno.» Le suggerì, ma lo sguardo scettico che gli dedicò Lauren lo esortò ad soggiungere «Te lo giuro!»

A quel punto la corvina lo lasciò andare, sospingendolo verso il divano e dovette scavalcare altre tre persone per sopraggiungere al bagno. Non poteva credere che adesso era lei quella che ispezionava le abitazioni in cerca di Camila.

Aprì la porta e trovò la cubana seduta sul water, evidentemente brilla, ad annoverare le piastrelle installate sulla parete.

Lauren si appoggiò allo stipite, inspirò profondamente e rivolse lo sguardo al cielo, ringraziando sottovoce.

Avanzò nell'angusta stanza, ma quando la sua presenza venne segnalata dall'esigua attenzione della cubana, Camila si ritrasse «Che ci fai tu qui?» Suonò stizzita, portando le braccia conserte.

«Ne parliamo a casa.» Replicò laconica la corvina, evidentemente altera per il comportamento sconsiderato che aveva adottato la cubana, ma non poteva discuterne se Camila era ebbra.

«Quale casa? Che stai facendo? No, no! Mettimi giù!» Protestò la cubana, colpendola con dei pugni ripetuti sul petto, finché non venne ribaltata e caricata in spalla come un sacco di patate.

Lauren attraversò all'inverso l'appartamento, ignorò i borbottii di Joe e ridiscese le scale, sempre attaccata dai pugni flaccidi della cubana.

L'uomo che prima giaceva dormiente, ora si era destato a causa del baccano e si stava massaggiando le tempie, ergendo le spalle. Sembrava più esile quando acquattato al suolo, ma le possenti spalle erano solo l'introduzione al fisico scolpito. Lauren esaminò accuratamente il suo corpo, analizzando possibili punti deboli. Perché? Perché aveva già notato lo sguardo contraddittorio che sfoggiava l'uomo e voleva essere pronta in qualsiasi evenienza.

«Ehi! Non puoi portarla via!» Contestò il nerboruto che ostacolava l'uscita, additando Camila.

«Si che posso.» Rispose la corvina, sforzandosi di non intercettare il suo sguardo, perché sarebbe stata guerra aperta.

«No, non puoi.» Confutò risoluto, dandole una spinta quando tentò di surclassare la porta.

Avendo il peso di Camila sulle spalle, rischiò seriamente di cadere, ma fortunatamente riuscì  a riprendere una postura corretta prima del tempo. A quel punto, carpì dove stava deragliando il treno e prima che le rotaie uscissero dai binari, preferì appoggiare Camila a terra.

«Senti, io e la mia ragazza ce ne stiamo andando. Non vedo quale sia il tuo problema.» Scrollò le spalle la corvina, con un sorriso accennato perché aveva potuto marchiare il proprio terreno, usando quell'aggettivo possessivo che mai avrebbe creduto piacerle tanto.

«Il problema è che la tua ragazza voglio potarmela a letto.» Asserì l'uomo, senza scrupoli, indecorosamente sfacciato e arrogante.

Lauren fece finta di comprendere, emettendo un suono monocorde e annuendo. Si voltò un secondo verso Camila, sorrise apparentemente spensierata e poi virò inaspettatamente verso la statua che le sostava davanti, e sferrò un pugno talmente rapido che l'uomo non lo vide nemmeno partire.

Forse non era alta come lui, non era prestante come lui, ma diamine se sapeva colpire! Quel destro lo agganciò talmente poderosamente che lo sbalestrò verso la parete dove  vi si accucciò gemebondo.

Lauren afferrò la mano di Camila, la quale era rimasta allibita dal gesto improduttivo della corvina, ma si lasciò ugualmente trascinare verso l'uscita. Fu Lauren a prendere la guida dell'auto e scortarle a casa.

«Io non scendo.» Protestò capricciosa la cubana, fissando lo sguardo dritto davanti a se.

«Nessuno ti ha chiesto niente.» Le fece notare la corvina, e subito dopo l'afferrò in braccio e la trasportò verso la roulotte, fra strepitii e lamentele.

Aprire l'uscio fu una vera e propria impresa, ma avvenne con discreto successo. Depositò Camila sul letto, lasciando che le molle gracidanti accogliessero recriminanti il peso morta della cubana.

«Va sempre a finire così!» Sbottò la corvina, appoggiandosi contro il ripiano, a testa bassa, con la schiena lunata.

Lauren si prese un attimo per respirare. Era successo tutto talmente in fretta che ora i suoi pensieri parevano liquidi, era proprio questa la sensazione. Si squagliavano e dilagavano nella mente, che ora era solo un contenitore vuoto, e si amalgamano l'un l'altro, confondendosi come le creste dell'onde sulla battigia.

«Tu non.. non hai il diritto!» Ammise la cubana, riuscendo faticosamente a issarsi sui gomiti e poi ad assumere una posizione quasi del tutto eretta, seduta sulla sponda del materasso.

«Stai zitta, Camila.» Scosse la testa la corvina, impegnata a distillare i pensieri nebulosi, a renderli innocui.

La cubana si alzò, barcollò e raggiunse il fianco dell'altra, dove le sussurrò all'orecchio «Tu mi hai lasciato.»

Lauren si voltò di scatto, pronta a protestare, ma Camila l'anticipò «Non in quel senso. Mi hai lasciato in maniera più.. più meschina.» Pausa, respiro «Mi hai lasciato da sola.»

Lauren si addolcì immediatamente, notando l'amarezza irrorare prima gli occhi già lucidi dell'altra, e infine macchiare le sue guance arrossate, venandole con nervature bianche.

«Camz, l'ho fatto per te. Pensavo che Lucy ti avrebbe lasciata in pace se noi.. se noi...» Iniziò a scuotere la testa, lasciando intendere quello che le parole non avevano l'ardire di pronunciare.

«Ma io preferisco cento volte l'inferno con te, che la pace senza di te.» Asserì la cubana, facendo scivolare le mani sulle guance scarlatte della corvina che si erano imporporate per emozioni contrastanti che sopprimevano la voce di Lauren.

«Laur, ne usciremo, va bene? Ma non farlo più. Non allontanarmi nel tentativo di difendermi, perché non esiste protezione nel distacco.» Sentenziò la cubana, amorevolmente, ma Lauren non era ancora convinta di ciò.

«Invece abbiamo pensato che starmi lontana ti avrebbe semplificato le...»

«Abbiamo?» Scandì interdetta Camila, inclinando la testa su un lato.

Lauren si avvide troppo tardi dell'errore e non ebbe tempo di correggerlo, così si limitò a farfugliare suoni sconnessi. Ma la cubana non abbisognava di una frase di senso compiuto per intuire di chi stessero parlando.

«Okay, domani le parlerò io. Ci riuniremo e troveremo un modo tutte e tre assieme.» Annuì impercettibilmente Camila, abbreviando sempre di più il divario fra le loro ansimanti labbra «E scusa per stasera, ho sbagliato. Sono venuta da te, ma ho avuto paura e pensavo che un drink potesse aiutarmi, ma.. ma sai com'è andata a finire. Mi dispiace tanto.»

«Non farlo più nemmeno tu.» Suonò come un avvertimento, ma era un'arcaica supplica.

«Promesso.» Garantì la cubana, sfiorando le labbra dell'altra con le proprie.

Lauren fece collidere le loro bocche in un bacio passionale che voleva colmare tutta la mancanza che si era inflitta quella settimana. Quanti passi si annullano con un bacio.

«Dovremo studiare un modo per passare alla controffensiva.» Proruppe improvvisamente Lauren, dividendo il bacio.

«Si, si.. Domani.» Accondiscese la cubana, per niente intenzionata a frenare quella notte colma di promesse.

La fece retrocedere fino al letto e stavolta di lei a spingerla su di esso, precipitandosi in collo alla corvina che affondò le mani nelle sue natiche.

«È così, Lauren, che va sempre a finire.»

Continua...

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Spazio autrice:

Ciao a tutti.

So che questo capitolo è ricolmo di emozioni, ho anche pensato di dividerlo in due parti, ma non avrebbe avuto molto senso perché avrebbe un po' perso il filo del discorso.

Comunque, se qualcuno sta pensando che hanno fatto le cose troppo velocemente e che la minaccia di Lucy è ancora incombente, ci tengo a precisare che non è che dopo un bacio e una notte assieme le cose torneranno alla normalità, ma a volte c'è bisogno di sentirsi vicini nei momenti più difficili, e loro due innegabilmente tengono l'una all'altra, quindi quella notte assieme le aiuterà a sentirsi più sicure, ma non risolverà tutto. Ecco, ci tenevo a dirlo.

A presto.

Sara.

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