Capitolo cinque
La mattina dopo, avvertì Normani che non sarebbe stata presente a lavoro, perché doveva presentarsi nell'ufficio dell'avvocato Cabello.
Normani, anche se non comprese la repentina svolta che aveva preso la situazione, ne fu più che felice. I dissapori del giorno precedente vennero dimenticati in un batter d'occhio, archiviati con un gridolino acuto che esternò tutta la sua gioia.
Lauren scambiò le linee pubbliche tre volte per arrivare all'edificio del signor Cabello e ogni volta si arrischiò di essere multata perché non disponeva dei soldi per permettersi quattro biglietti. Quando scese dall'ultima corsa, la prima cosa che fece fu accendersi una sigaretta e aspettò di finirla, anche se il vento le infreddoliva le ossa e gli sguardi indiscreti delle persone la raggelavano ancora di più.
Alla portineria trovò la stessa donna della volta scorsa, ma stavolta non le rivolse nessun sorriso o attenzione speciale. Era troppo concentrata a pensare alla faccia che avrebbe fatto quella stronza di Camila quando l'avrebbe rivista nel suo studio, capendo che non si sarebbe liberata tanto facilmente di lei e della sua ineguagliabile arroganza.
«La porta la conosco, annuncia la mia presenza e basta.» Impartì con un cenno della mano Lauren verso la segretaria del quinto piano che mediava il traffico come un vigilante munito di paletta.
La donna farfugliò qualcosa, parole che Lauren non si prese la briga nemmeno di decifrare. Proseguì dritta fino all'ufficio, entrò senza bussare e proclamò «Ho cambiato idea. Facciamolo.»
Alejandro sbarrò gli occhi da principio, ma riconoscendo la corvina un sorriso soddisfatto, quasi scontato, apparve sulle sue labbra. Le indicò la sedia davanti a lui, e lei non accolse l'invito, restando in piedi al centro della stanza ad ispezionare le librerie trasudanti di leggi giuridiche noiose e fascicoli sugli altri clienti nidificati sugli scaffali in bella vista.
Alejandro chiamò Camila nel suo ufficio e le chiese di portargli la cartella gialla, quella che conteneva il contratto di Lauren. Ci fu uno scambio rapido di battute, la cubana sembrava confusa, ma assentì credendo che suo padre volesse solo fare pulizia.
Quando entrò dalla porta, la sua espressione fu ancora meglio di quella che si era immaginata Lauren.
Rimase immobile sulla soglia, con una mano stretta sulla maniglia e l'altra sulla cartella. Fece spola fra suo padre e Lauren, il suo sguardo era spaesato e le labbra semiaperte a disegnare lo stupore ineludibile.
Si ricompose, schiarì la voce e con professionalità depositò il fascicolo sulla scrivania del padre, sorvegliata minuziosamente dallo sguardo vittorioso di Lauren.
«Pensavo avessi detto di voler rinunciare.» Disse altera mentre raggiungeva l'uscita, guardando solo per una frazione di secondo la corvina.
«Ho cambiato idea.» Scrollò le spalle Lauren, mimando un'espressione indifferente che fece storcere le labbra a Camila, ma si premurò di celare rapidamente la sua discordanza.
«Bene, benissimo.» Si sforzò di addurre, prima di marciare fuori e sbattere l'uscio con eccessiva forza.
«Tanto mica ripaga lei.» Scosse la testa Alejandro, a seguito del gesto eclatante che Camila aveva commesso solo alfine di sottolineare la sua disapprovazione.
Uno a zero. Sorrise meschina Lauren, poi venne riesumata alla realtà dalla voce stentorea di Alejandro che per la seconda volta le chiese di sedersi per discutere dei termini contrattuali. Stavolta fu conciliante.
Dopo il colloquio con Alejandro, vennero stilate delle disposizioni irrequivocabili.
Punto numero uno: Lauren non doveva farsi vedere a giro ubriaca. Punto numero due: Lauren non doveva per nessuna ragione cedere alle critiche altrui, era fondamentale dare una buona immagine, per quanto possibile. Punto numero tre: Doveva presentarsi a tutti gli incontri con Alejandro, dove avrebbero discorso dei metodi d'approccio alla causa. Punto numero quattro: Non doveva rilasciare interviste almeno che non fossero in presenza del suo avvocato.
Queste erano più o meno le fondamenta su cui si basava il loro contratto. In più, Lauren aveva appreso che Alejandro aveva già vinto più cause come quella, ma l'ultima volta ne aveva persa una e il suo assistito era finito dietro le sbarre con una condanna di dieci anni e una cauzione troppo ingente anche per la famiglia benestante in cui era cresciuto. Quello non offriva una prospettiva lustra sull'efficacia del loro progetto, ma non aveva molte altre scelte e in più far infuriare Camila era diventato il suo obiettivo principale.
Mentre stava lasciando l'edificio, la vide a parlottare con una delle due segretarie all'entrata. Sfilò il pacchetto di sigarette dalla tasca della camicia, lo accosto alle labbra e con i denti ne arpionò una. Camila le lanciò un'occhiata indignata, alla quale Lauren rispose con un'alzata di sopracciglia e un mezzo sorriso abbreviato dalla sigaretta pencolante sull'epidermide.
Prese l'accendino dalla tasca e lo accostò al vertice della cartina bianca, allarmando Camila che si precipitò nella sua direzione e le confiscò la sigaretta.
«È vietato fumare qui.» Disse altera, incrociando le braccia al petto.
«Ah si?» Lauren si passò una mano nella folta chioma selvaggia, scompigliata davanti ai suoi occhi «Io non vedo nessun avvertimento.» Scrollò le spalle, passando in rassegna i muri sui quali vi erano esposti solo dei quadri e nessuna proibizione.
«Non c'è bisogno di avvisi. Le persone che entrano qui dentro, se hanno un minimo di creanza, sanno che non si fuma negli uffici privati.» Insinuò sfacciatamente Camila, affondando una stoccata nei confronti dell'educazione opinabile di Lauren.
La corvina serrò la mascella, strinse i pugni lungo il busto e rivolse uno sguardo fugace alla segretaria che spiava spudoratamente la scena; questa riportò l'attenzione sullo schermo davanti a lei. Lauren si sentì libera di azzardare un passo, al che Camila trasecolò, ma contrasse i muscoli per neutralizzare gli istinti.
«Tu non sai chi sono io.» Fischiò a denti stretti Lauren, incenerendola con lo sguardo.
«Qui dentro non sei più di una semplice cliente.» Appuntò Camila spavalda, ma deglutì ugualmente per rallentare il battito cardiaco.
Non era da lei. Tutti la consideravano una persona mansueta, che non si impicciava mai negli affari altrui e si teneva alla larga dai guai, ma a vederla adesso sembrava una bambina viziata intenta a primeggiare contro l'inderogabile sufficienza di una provinciale.
«Attenta a te.» Minacciò ingrata Lauren, che nonostante i servigi elargiti dal padre della cubana, non sopportava quella ragazza che ostentava temerarietà e dilapidava saggezza come fosse chissà chi.
«Qui l'unica che ha da perderci sei tu, non mica io.» Diramò la vertenza Camila, tendendo la sigaretta davanti a Lauren solo per spezzarla a metà.
La corvina, impulsivamente, l'avrebbe volentieri agguantata per il maglione blu e scaraventata contro il muro. Giusto per ripristinare i ruoli. Ma purtroppo Camila aveva ragione: l'unica che aveva qualcosa da perderci, era lei.
Comunque, dopo aver osato tanto, anche la cubana vacillò un istante come se qualcosa dentro di lei le avesse gridato che aveva superato il limite. Lauren non le diede la soddisfazione di infervorarsi, ma prima di andarsene le disse «Per pagarmi un pacchetto di sigarette, lavoro dieci ore al giorno, non ho le finanze di paparino a sostentarmi.»
Camila abbassò lo sguardo, visibilmente dispiaciuta. Il suo gesto era stato tralignante, sicuramente eccessivo e ignobile; in più, con quell'atto di vigliaccheria infima, non aveva ottenuto niente, se non un pentimento mordace che l'aveva assillata per tutto il giorno.
Lauren lasciò l'azienda. Avrebbe voluto accendersi una sigaretta per calmare i nervi, ma si avvide che gliene restavano solo cinque e non poteva sprecarne nemmeno una perché lo stipendio non era ancora stato versato, e dato che Vincent era sempre in ritardo con i pagamenti, doveva preservare le poche scorte che le erano rimaste.
Fottuta stronza senza colonna vertebrale. Vuoi la guerra? Chiedi e ti sarà dato. Meditò Lauren, alzando lo sguardo verso la vetta dell'edificio imponente come per lanciare una sfida alla donna che vi lavorava all'interno.
Quella sera contattò Lucy. Le disse che aveva bisogno di una bottiglia di vodka, alla pesca preferibilmente, ma in realtà aveva solo voglio di scaricare il nervosismo e dato che aveva già fumato due sigarette e ora ne avanzavano solo tre, doveva sfruttare l'altro modo che conosceva per alleggerire la tensione.
Lucy si presentò puntuale come un orologio svizzero. Lauren tracannò solo due bicchiere della bottiglia, poi si dedicò alla ragazza e dopo aver terminato il rituale, scolò l'alcol. Lasciare la bottiglia a metà le pareva uno spreco disumano.
Comunque, stranamente, né il sesso né la vodka ebbero un effetto catartico. Aveva ancora i nervi a fior di pelle, e se ripensava agli avvenimenti del pomeriggio le si offuscava la vista. Una rabbia edace le sbranava la razionalità. Camila aveva davvero trasceso il confine della sua limitata pazienza.
Fortunatamente Lucy era una tabagista come lei e riuscì a scroccarle quattro o cinque sigarette che consumò avidamente nel giro di pochi minuti, distesa a letta, ancora nuda.
«Sei nervosa ultimamente.. Più del solito, intendo.» Ridacchiò, ma notando l'espressione dura sul volto di Lauren tornò ad essere seria «Qualcosa non va?»
Lauren aspirò una boccata di fumo, la riversò nel cunicolo angusto e osservò la nuvoletta disperdersi ed aleggiare, senza fornire risposta.
«Lo sai che a me puoi dirlo.» Insistette Lucy, accucciandosi contro la spalla imperlata di Lauren.
La corvina la allontanò bruscamente e si alzò dal letto, prendendo a marciare avanti e indietro per il breve corridoio dove era posizionato l'angolo cottura e il tavolino diroccato.
Lucy si portò a sedere sul letto, a gambe incrociate e ammirò le curve sinuose del corpo esposto di Lauren, incurante dello spiffero gelido che saturava l'aria.
«Sei finita in qualche casino?» Chiese, registrando l'espressione marmorea di Lauren che si distendeva solo quando espirava uno sfiato di fumo.
«Quello che tutti sanno.» Rispose laconica Lauren, che ora si stava pentendo di aver invitato Lucy nel suo ambiente perché avrebbe voluto restare da sola con i suoi pensieri, senza essere tormentata dalla curiosità irritante della ragazza.
«Ma non sei andata da quell'avvocato? Me l'ha detto Normani stamani... Sai, sono passata dal negozio e..» Lasciò la frase a metà, stringendosi nelle spalle con fare tenero che non toccò minimamente Lauren.
«Si, ci sono andata.» Annuì e il suo volto venne alterato da una smorfia irosa che venne dissipata solo con un tiro di sigaretta.
«Allora vedrai che andrà tutto bene.» Lucy si alzò da letto, anch'essa ancora nuda, ma incurante della temperatura siderale.
Appoggiò il mento contro la spalla di Lauren e la guardò negli occhi, mentre lo sguardo dell'altra era fisso sulla bottiglia vuota «Non preoccuparti per queste stronzate, si sistemerà tutto.» Tentò di lasciarle un bacio sulle labbra, ma Lauren si ritrasse tempestivamente e le chiese, poco gentilmente, di andarsene.
*****
La mattina dopo si armò di forza di volontà e si issò sul letto. Se fosse stato possibile sarebbe rimasta a dormire tutto il giorno, ma non era un'opzione. La testa le girava vorticosamente, ma bastò una tazza di latte e un caffè per attenuare le vertigini.
Si avviò con passo deciso verso il negozio, salutò Joshua, che stava servendo la solita signora anziana con un involutivo deterioramento dell'udito che costringeva tutti i commessi ad urlare in sua presenza.
Poi, mentre passava accanto alla cassa dove era seduta come consuetudine Normani, venne arrestata dalla voce della ragazza in questione.
«Tieni.» Afferrò un pacchetto di sigarette da sotto il bancone, ancora intatto e incartato, e lo porse a Lauren.
La corvina si accigliò, rimirò confusa l'oggetto e Normani si affrettò a dare delucidazioni «È passata quella ragazza... come si chiama? Cornelia, Charlie... Ah, si! Camila! Ha detto di dartele.»
Lauren rimase interdetta. Possibile che Normani stesse scherzando? E perché mai avrebbe dovuto? E poi, la giornata precedente, non si erano viste, si erano solo sentite telefonicamente e Lauren non l'aveva ragguagliata sul disguido avvenuto nell'ufficio.
Annuì infine, intascò le sigarette e si decise che le avrebbe rifiutate, restituendole alla legittima proprietaria. Aveva un appuntamento con Alejandro proprio quel pomeriggio, per discutere dettagliatamente delle accuse e di quanto fondate fossero.
Pensa di comprarmi con i soldi? Ma che idiota. Quella ragazza non ha il senso della decenza. Ruminò mentre si allacciava le scarpe e indossava l'apposita tuta da lavoro, sporca e logora.
Per tutto il giorno non saziò la voglia di nicotina, perché il suo orgoglio si sarebbe sentito traviato se avesse attinto al pacchetto che le aveva recapitato Camila.
Dopo il turno lavorativo, dopo aver servito tre clienti pignoli che le avevano stordito le orecchie con le lamentale per i semi "guasti", ovvero quelli che non crescevano rigogliosi come si prospettavano, e dopo essersi sbarazzata della tuta pesante che le gravava sulle spalle, uscì dal negozio e, a seguito di una corsetta necessaria per non perdere la corsa, salì sul bus.
Ormai non si fermava più neanche a chiedere il permesso alle segretarie in portineria, andava direttamente verso l'ascensore e saliva al quinto piano. Stavolta, quando le porte si aprirono, non andò verso lo studio di Alejandro, ma deviò verso l'ufficio di Camila che era posizionato a fianco di quello del padre.
Le raccomandazioni categoriche di Normani l'avevano condizionata perché per un momento pensò di bussare, ma poi si ricordò dentro quale stanza si stava addentrando e abbassò la maniglia senza chiedere o ricevere permesso alcuno.
Camila era oberata di scartoffie che stava compilando con pedante concentrazione, colmando il silenzio con il rumore della penna che scivolava rapida sul foglio. Alzò gli occhi di scatto, giunse le mani davanti a se e si interruppe, rivolgendo a Lauren un sorriso autentico che venne eclissato nel momento in cui la corvina aprì bocca.
«Queste te le puoi tenere.» Sbatacchiò con forza il pacchetto sulla scrivania, e quando ritrasse la mano Camila rimirò perplessa l'oggetto stropicciato.
Sospirò, intuendo che la tregua a cui aveva anelato era fallita miseramente «Volevo solo farti un favore.» Si passò la lingua sulle labbra e compì uno sforzo tremendo tanto che la voci si verbalizzò in maniera innaturale, e accondiscese «Ho sbagliato ieri.»
«Puoi dirlo forte.» Ribatté prontamente Lauren, ancora arcuata sulla scrivania, in modo da guardare Camila dritta negli occhi e non darle a fraintendere di avere un qualche prestigio sulla sua scontrosità.
«Ho fatto il minimo.» Continuò, traendo un respiro profondo per ammansire gli impulsi nevrotici.
«Esatto. Era il minimo che potessi fare.» Annuì Lauren, miracolosamente concorde con lei.
«Quindi? Non capisco il problema.» Stavolta il sospiro che fuoriuscì rumoroso fu di esasperazione.
«Il problema è che non puoi risolvere tutto con i soldi che ti garantisce tuo padre.» Ruggì Lauren, moderando il tono della voce, ma non il ritmo instabile del respiro.
«Ora basta!» Scoppiò la cubana, rizzandosi in piedi e puntandole il dito contro «Se non te ne sei accorta, sto lavorando! Il mio stipendio me lo guadagno onestamente.» Ridusse gli occhi in due fenditure che avrebbero dovuto intimidire Lauren, ma invece la fecero sorridere perversamente.
«"Onestamente" non è l'aggettivo adeguato per degli squali come voi.» Rispose sprezzante la corvina, generalizzando la categoria "avvocati" che aveva sempre disdegnato.
«Sarà come dici tu, ma siamo noi "squali" a salvarti il culo dalla galera.» Ripagò Lauren con la stessa moneta, ribellandosi al vilipendio a cui l'aveva sottoposta ingiustamente la corvina.
Nel labbro superiore di Lauren vibrò un fremito, le si sollevò leggermente l'angolo della bocca e poi si appianò. Marciò fuori dall'ufficio, schiantò la porta con forza e imprecò concitatamente, prima di entrare nell'ufficio di Alejandro e darsi un contegno forzato.
Gli raccontò tutta la verità, anche la parte che i giornali avevano omesso, anche la parte che Marianne, la donna che l'aveva chiamata in giudizio, aveva sottaciuto. Alejandro non si scompose nemmeno per un attimo, compilò il foglio bianco con scrittura fitta e curva, poi, quando terminarono, le riferì che se avessero giocato bene le loro carte la causa era già vinta.
Ma l'unica cosa a cui riusciva a pensare Lauren mentre il destino fraudolento si ammorbidiva in un venturo docile, era solo Uno a uno, Cabello. E quel pareggio inaspettato proprio non le andava giù.
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