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Capitolo cinquantasette



«Non so perché lo stiamo facendo.» Asserì Lauren, sbuffando.

«Sarà divertente.» Scrollò le spalle la cubana, sorridendo leggermente nella sua direzione.

«Ok, ma abbiamo già partecipato a questo tipo di cena. Non capisco perché indirne un'altra.» Spiegò brevemente la corvina, afferrando lo strofinaccio sul lavello per asciugare i piatti puliti e grondanti.

«Laur, Dinah ci teneva.» Si difese Camila, mentendo, sempre con quel sorrisetto accennato sotto i baffi che istigava lo scetticismo innato della corvina.

Lauren fece saettare gli occhi verso il cielo, sospirò annoiata e poi assentì, annuendo appesantita «Va bene.»

Il sorriso della cubana si allargò esponenzialmente. Si affrettò a inviare il messaggio di conferma alla polinesiana, prima che Lauren mutasse idea senza preavviso, cosa per niente scontata, valutando il soggetto in questione.

Camila diede un rapido scorcio alle lancette frenetiche. Aveva passato la notte da Lauren, ora era arrivato il momento di andare a lavoro.

Imbracciò la borsetta, comunicò che doveva scappare prima che il suo ritardo da abissale quanto era, divenisse irrimediabile.

Camila fece per andarsene, ma Lauren si girò di scatto e si schiarì la voce con fare ammonitore «Dimentichi qualcosa?»

Camila, ancora girata di spalle, morse il labbro inferiore fra i denti per non erompere in una grossa risata. Si ricompose rapidamente. Virò verso di lei, portò una mano sulla ferente, pretendendo di aver completamente dimenticato, infine si issò sulle punte per depositare un bacio sulla guancia di Lauren.

Quando Camila voltò nuovamente le spalle, la corvina sbarrò gli occhi, allibita, e con un balzo afferrò il polso della cubana, piroettandola verso di se. Camila stava già ridendo mentre sprofondava fra la conca originata da Lauren e le sue possenti braccia.

«Sei seria?» Inarcò un sopracciglio la corvina, cingendo interamente l'esile vita dell'altra, allacciando le mani dietro la sua schiena.

Camila continuò a sghignazzare, poi scosse flebilmente la teste e alzò il mento verso Lauren. Quest'ultima si lasciò sfuggire un'impressione seguita da un sorriso, dopodiché fece scivolare le mani attorno ai lineamenti spigolosi dell'altra e catturò con fervente lentezza le labbra di Camila fra le sue.

I pollici di Lauren carezzavano le guance dell'altra, mentre le dita della cubana carambolavano sulle spalle di Lauren, massaggiandole con una blandizia tenue.

«Ci vediamo stasera.» Terminò con uno schiocco la cubana, allontanandosi definitivamente dalla corvina che rimase a vagheggiarla finché non si chiuse il precario uscio alle spalle.

Guidare durante la canicola, e per giunta in un'ora di punta dove le auto si moltiplicavano a dismisura, era un inferno. Camila appoggiò il gomito contro il volante, facendo attenzione a premere accidentalmente il clacson, e gettò lo sguardo fuori dal finestrino, distraendosi con le nuances sfaccettate della città che deambulavano fra i passanti, nelle insegne colorate, nei lampeggianti fari o nelle stramature tratteggiate che delimitavano le corsie stradali.

Per la prima volta, la prima in assoluto, era svogliata. La tremenda depressione dell'instancabile lavoratore aveva aggredito anche lei. Non aveva motivazione, entusiasmo, carattere.. Era sottotono.

Pensava che non avrebbe mai visto albeggiare quel giorno, tanto era devota e innamorata del suo impiego, ma a quanto pare ora avevo stanato qualcosa, o meglio qualcuno, di cui era decisamente più innamorata.

Si ritrovò inspiegabilmente a fare il conto delle ore, addirittura tentò di escogitare un modo astuto per sveltire lo smaltimento delle pratiche e quindi rincasare prematuramente.

Lei, Camila Cabello, proprio lei che tentava di barare sul lavoro. Detrarre ore, lei che aveva lavorato anche dieci ore di fila, lei che aveva trascorso notti insonne pur di affinare una causa. Proprio lei tentava di svignarsela.

Si raddrizzò sul sedile, dato che la fila aveva preso a scorrere più fluidamente e accese la radio, giusto per schiaffeggiare il senso di colpevolezza che nutriva anche solo nell'intento di negligenza rispetto al suo lavoro.

Passava la solita canzone in radio, una di quelle che aveva tutta l'aria di essere presto incoronata nuovo tormentone estivo, e che quindi Camila detestava a priori perché avrebbe dovuto sorbirsi la solita nenia in spiaggia, nei negozi, nella hall dell'hotel. Era un po' come una moglie possessiva e logorroica che non la lasciava mai.

In ufficio, Dinah la intercettò lungo il corridoio. Sembrava quasi una sentinella, nella sua postura irreprensibile, nella rigidità delle spalle, nello sguardo severo e quel minutare il tempo con un'apparente tic nervoso che le muoveva ritmicamente le dita sul tavolo.

«Ritardo, ancora ritardo.» Cantilenò maliziosamente alle sue spalle.

«Sono stata impegnata.» Ammiccò la cubana, senza però fermarsi a conversare o voltarsi per notare l'espressione insinuante e allusiva che macchiò il volto della polinesiana.

Camila varcò la soglia del suo confortevole ufficio, anche se quel giorno risultava indefinibilmente un antagonista. Avrebbe voluto restare a poltrire nel letto con Lauren, crogiolandosi nel dolce ozio per l'intero arco della giornata.

Non fece in tempo a posare la borsa sulla scrivania che subito Dinah le fu addosso.

Spalancò con irruente noncuranza la porta, l'additò accusante e pretese di essere offesa «Tu non puoi girarmi le spalle.»

Camila roteò gli occhi al cielo, tenendo a stento una risata che minacciava di sfociare da un momento all'altro «Sono in ritardo, lo hai detto anche tu. Devo mettermi subito a lavoro, se vuoi che stasera esca con te e Siope.» Espose con un sorrisetto beffardo la cubana, trascinando la poltrona per poi sprofondarvici dentro.

«E Lauren.» Aggiunse Dinah, rammentando a Camila che l'uscita era a quattro, non a tre.

La cubana corrugò la fronte, scosse appena la testa e con tono scontato, addusse «È ovvio.»

«Va bene, ti lascio in pace... E vedi di non fare tardi anche stasera, perché non sarò così clemente.» Commentò ironica, il che destò il congeniale sarcasmo della cubana.

«Clemente? Ma pensa un po', pensavo l'azienda fosse di mio padre.» Sbandò una mando contro la fronte, inscenando la parte della figlia viziata che non la rispecchiava minimamente.

Dinah le scimmiottò dietro, dopodiché richiuse la porta e se ne andò ridacchiando. Camila scosse la testa. Dinah era una perenne Peter Pan, non sarebbe cresciuta mai e, in fondo, a Camila piaceva così.

Le ore in ufficio furono decisamente ridotte, se paragonate agli scorsi tour de force in cui Camila si calava con incomprensibile briosità, felice, quasi, di essere l'ultima a valicare le porte dell'azienda.

Uscì che era ancora giorno, il cielo terso era scheggiato dai dardi acuminati del sole che ferivano gli occhi con accurata precisione. La cubana fece scivolare la montatura degli occhiali sul naso, schermando l'intruso abbacinante con indolente furbizia.

Guidò fino a casa dove scelse un abito, un vestito da capogiro che riservava per le occasioni speciali e che non vedeva l'ora di indossare per gli occhi di Lauren e solo di Lauren.

Si cambiò in fretta e furia, passando prima sotto la doccia, dopo al trucco e infine all'abbagliamento. Anche se vi era una bassa percentuale di brillantini disseminati qua e là, bastavano a rendere il vestito scintillante. La gonna sfiorava le caviglie, leggiadra e per niente ingombrante. Infine i fianchi erano inguainati nel tessuto nero, aderente e invitante. Lauren si sarebbe divertita molto, dopo, a romperlo con uno strappo netto, e Camila non vedeva l'ora.

Inizialmente aveva contatto Richard per chiedergli se fosse disponibile, ma poi aveva improvvisamente cambiato idea. Ormai non le piaceva più l'idea di dipendente da altri, non da quando si era aggiudicata la patente. Poteva muoversi liberamente, in completa autonomia, e malgrado fosse stanca per le poche ore di sonno e le troppe di lavoro, era contenta di potersi "badare" da sola.

Lauren l'aspettava all'incrocio della via, dato che attraversare il terreno farinoso sarebbe stato un vero problema con quell'abito.

Quando Camila mise a fuoco la sagoma sfocata, tagliata a metà dell'orizzonte alle sue spalle, rallentò. Fiancheggiò la corvina, pensando che sarebbe salita in auto, ma invece Lauren si appoggiò contro la portiera aperta e le fece cenno di scendere.

Camila intuì dall'espressione salace che Lauren non aspettasse altro che contemplarla in una mise elegante. Forse un po' per la lusinga, un po' per giustificata vanità, Camila scese dalla vettura con un sorriso, circumnavigò il muso dell'auto e abbassò strategicamente lo sguardo quando si trovò sotto esame.

«Cristo Santo.» Sussurrò la corvina, ammirando le sinuosità prominenti della cubana, più pronunciante a causa del tessuto aderente.

Catturò il labbro inferiore fra i denti, mentre ponderava una maniera moderata per spogliare Camila senza sdrucire rudemente quell'accattivante vestito.

La cubana avanzò lentamente, lasciando che gli smeraldi adoranti di Lauren la osservassero ancora per qualche passo, poi avvinghiò le braccia al suo collo e si beò dell'espressione esterrefatta che campeggiava sul volto della corvina. Attese il commento di Lauren, con un sorriso speranzoso sulle rosse labbra.

«Come ho fatto a non scoparti prima?»

Camila la colpì sul braccio, schiudendo teatralmente la bocca. Sicuramente non era questo che si aspettava!

Lauren scosse la testa, rompendo la malia che lei stessa aveva subito «Scusa, scusa... È che, non trovavo altre parole per esprimere discretamente ciò che provo.» Spiegò la corvina, tentando disperatamente di coonestare le sue indecenti parole.

«Discretamente? Questo me lo chiami discreto? Okay.» Rise Camila, lanciando la testa all'indietro, mentre Lauren serrava la presa sulla sua schiena perché non aveva nessuna intenzione di lasciarla andare.

Quando Camila riportò gli occhi dentro quelli dell'altra, entrambe si dedicarono un sorriso spontaneo e genuino, prima di baciare l'una l'increspatura dell'altra.

«Dovremmo andare, oppure Dinah darà di matto.» Asserì sommessamente Camila, perché nemmeno lei desiderava comprimere quel momento in un riassuntivo bacio, quando avevano chiaramente molto altro da dirsi, ma dovevano proprio andare.

Il locale non distava molto. A quanto pare i proprietari erano lontani parenti di Siope e il ragazzo era riuscito ad ottenere uno "sconto famiglia" per uno dei tavoli più costosi.

«Quanto costoso, esattamente?» Chiese Lauren, sentendosi a disagio mentre serpeggiava fra i sontuosi allestimenti del ristorante, con la sua giacca di pelle consumata e le punte delle scarpe usurate dal tempo.

«Non preoccuparti.» La rassicurò Camila, ma Lauren non era allarmata, bensì inadeguata.

Si sentiva fuori posto, esageratemente a disagio.

Dinah e Siope si erano già accomodati, entrambe azzimati con esuberante pomposità. Lui nello smoking di serafino, lei nel vestito rosso che le aveva fatto confezionare suo padre per il compleanno. Per l'ennesima volta Lauren si rimirò furtivamente, dando poi una scrollata di spalle come se servisse a darsi un tono.

Lauren si sedette all'angolo della terrazza. Ah, giusto, Siope aveva riservato all'aperto, dove il rumore caotico della città non cavalcava l'ondo del suono e si disperdeva nel silenzio immacolato che li accerchiava. Comunque, Lauren prese posto nell'angolo, sperando di rimpicciolirsi.

Nessuno pareva far caso al suo abbigliamento, anche se per lei era divenuta quasi un'ossessione e le pareva che ogni persona le rivolgesse uno sguardo perplesso e interdetto, ma in realtà nessuno ci faceva caso.

Per non parlare del menù! Vi erano talmente tanti nomi articolati e definizioni forbite che Lauren fu costretta a chiedere aiuto a Camila, sprofondando così nel definitivo imbarazzo.

Si sentiva una bambina disancorata dal proprio habitat, bisognosa di un adulto che le fornisse spiegazioni. Odiava quella sensazione di inferiorità che il suo cervello le aveva avocato, ma non poteva sfuggirne. Per tutta la cena si tenne in disparte, lasciò argomentare gli altri e rispose solo con laconici cenni del capo o vaghe risposte giusto per accontentare la loquacità di Camila.

«Da quanto state davvero insieme voi due?» Siope scagliò quella bomba quando furono già al dessert.

Susseguirono secondi di silenzio dove nessuno seppe come agire, soprattutto Lauren o Camila. Il loro non era ancora un rapporto definito, nessuna delle due aveva sancito che fosse effettivamente un.. un fidanzamento, ecco, però non potevano nemmeno restare nel limbo fino alla senilità.. E poi...

Camila tese la mano verso quella di Lauren, raccogliendola nella sua e sorrise «Non da molto.»

La corvina sbarrò gli occhi, realizzando solo dopo qualche attimo l'avvenuta della temibile confessione quello che quel momento rappresentasse.

Era la spolverata di concretezza che annichiliva tutti i momenti di indecisione, che spaccava la crisalide per spiccare il volo nella cromatica realtà.

Lauren, istintivamente, intrecciò le dita a quelle della cubana e sorrise anche lei.

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Spazio autrice:

Ciao a tutti.

Ci tenevo a precisare alcune cose inerenti lo scorso capitolo e quest'ultimo, e darvi informazioni per i prossimi aggiornamenti..

Anzitutto vi chiederete perché Camila ha cambiato rotta. Forse non era molto chiaro, ma semplicemente quando nello scorso capitolo si parla di equilibrio, e Lauren le chiede di baciarla invece di farlo lei stessa, è un passo importante. Per quanto possa sembra banale, è importante. Quello dà una spinta a Camila per credere che le cose possano cambiare, perché se Lauren riesce a fare a meno del suo lato "dominante" anche solo per un secondo, allora potrebbe alleggerirsi sotto anche altri aspetti. Ovviamente il passo dopo sta a Lauren, ma quello lo vedrete nei capitoli a seguire.

Volevo anche avvisarvi che non so se continuerò ad aggiornare quotidianamente. Spero di continuare a pubblicare con regolarità, ma preferisco dare previo avviso. Lo ripeto solo perché non so se tutti hanno letto il non-capitolo di ieri.

Detto ciò, spero che il capitolo vi sia piaciuto! Fatemi sapere cosa ne pensate. Se avete dubbi, sono sempre a vostra disposizione.

A presto.

Sara.

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