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La civetta dorata


C'era una volta, in un regno molto molto lontano, una principessa davvero brutta. Lo era in maniera talmente opprimente, che chiunque alle sue spalle si burlava del suo aspetto.

Col passare degli anni, i continui dileggi nei suoi confronti l'avevano resa indisponente e cattiva, tanto che un giorno, per vendicarsi di tutti i torti subiti, decise di far preparare a una vecchia strega una pozione incantatrice capace di far innamorare chiunque avesse posato gli occhi su di lei.

Fatto ciò, fece emanare un editto in cui invitava tutti i principi in età da marito a farsi avanti per prenderla in sposa e governare il regno al suo fianco.

Visto che il regno della principessa era molto ricco e ambito, giovani principi da ogni dove intraprendevano un lungo viaggio per vederla ma, una volta giunti al suo cospetto, non riuscivano a trattenere la repulsione che provavano di fronte al suo orrendo volto e si tiravano indietro.
«Vi fermerete almeno per la cena e per la notte, prima di ricominciare nuovamente il vostro viaggio?» chiedeva poi la principessa. «Non vorrete farmi torto anche in questo?».
Così, tutti i principi, sentendosi in colpa, si univano al banchetto della principessa.

«Servo, porta un calice del nostro vino speciale all'ospite assetato» diceva lei, a un tal punto. Il principe di turno, ringraziando, beveva fino all'ultimo sorso, dopodiché si sentiva improvvisamente stordito e, barcollando, sbatteva gli occhi fissando interdetto la principessa.

«Oh, quanta beltà, quanta grazia e dolcezza nel vostro viso. Come ho potuto non accorgermene prima? Perdonate la mia cecità e accettate il mio amore».

La principessa, allora, con aria stizzita, incrociava le mani: «Oramai é troppo tardi. Avete sprecato la vostra possibilità e avete perso la mia fiducia, non avrete né me né il regno».

Il principe, disperato, si inginocchiava chiedendo perdono: «Vi prego, non fatemi questo torto, ne morirei. Farei qualsiasi cosa perché voi possiate amarmi».

La principessa, dunque, fingendo compassione, diceva: «Se mi amate davvero come dite, portatemi il cuore pulsante del drago che si trova oltre i monti bruni, in fondo al fiume della Morte. Si dice che chiunque lo mangi otterrà l'immortalità. Se riuscirete nell'impresa, vi sposerò di certo».

Allora il principe, giurandole amore eterno, partiva pieno di coraggio, per poi morire nell'impresa. Così accadde per tutti i principi che si presentarono: ognuno di loro inorridiva guardandola e, poi, se ne innamorava bevendo la pozione dal calice di vino.

La brutta principessa, così, chiedeva loro imprese impossibili sapendo che vi avrebbero adempiuto a costo della vita.

Successe, però, che un giorno si presentò questo tal principe poverello, che giungeva da un lontano regno in rovina per cercar fortuna. Era un giovane molto coraggioso e buono d'animo, tanto che, appena vide la bruttezza della ragazza, cercò di contenersi dal fare un'espressione disgustata.

Ahimè, purtroppo, finì anche lui per bere il vino magico e cedere all'incantesimo.
«Mia cara, mai più bella creatura ebbe respiro di fronte ai miei occhi. Accettate il mio amore e la mia vita sarà vostra» promise il principe.

«Se quel che promettete é vero, allora giungete nel cuore del bosco degli orrori e portatemi lo specchio magico dell'elfa carnivora. Si dice che sia in grado di rivelare tutte le verità di questo mondo» rispose la principessa.

Il principe povero allora, giurandole di tornare, partì alla volta del bosco e dopo dieci giorni tornò con lo specchio.

«Ecco, mio amore, il dono che avevate chiesto. Il mio cuore canta di gioia pensando al momento in cui ci sposeremo».

La principessa strinse lo specchio sconvolta; non si aspettava certamente il suo ritorno, quanto piuttosto che sarebbe morto nell'impresa, esattamente come gli altri pretendenti. Domandò dunque allo specchio una verità sul mondo: «Specchio, in vero, sai dirmi perché i campi a ovest del regno sulle rive dello stagno non germogliano?».

Dopo un istante lo specchio si illuminò e una voce calda e profonda rispose: «I campi di cui parlate sono devastati dai tunnel scavati dalle nutrie e le radici dei raccolti sono corrose dai loro denti».

Un servitore, che conosceva la situazione di quei campi, confermò le radici logorate e le buche sottoterra.

«Non sono ancora convinta del vostro amore» disse, infine. «Se mi porterete il fiore che nasce tra la lava del monte oscuro che, si dice, abbia la capacità di curare ogni malattia, allora, stavolta, vi sposerò di certo».

Il principe, quindi, giurandole di tornare, partì alla volta del monte e, dopo dieci giorni, tornò con il fiore.

«Ecco il fiore che cercavate, la sua bellezza non é paragonabile alla vostra grazia».

La principessa, adirata e incredula dall'ennesimo ritorno del principe, raccolse il fiore, lo poggiò sul petto di una serva che soffriva di una forte febbre da giorni ed ella guarì, immediatamente.

«Non sono ancora convinta» ripeté la principessa. «Giungete alla grotta delle discordie dove dimora una civetta dorata di rara bellezza, si dice che sia in grado di leggere nell'animo di chiunque le stia vicino. Portatela da me. Se lo farete, allora, stavolta, caschi il mondo, io vi prenderò in marito».

Il principe, allora, stanco ma felice di lottare ancora per lei, giurandole di tornare, partì alla volta della grotta.

Galoppa galoppa, dopo sette giorni e sette notti, giunse alla grotta delle discordie. Il principe era però molto stanco dopo quel lungo viaggio, così decise di riposare prima di compiere l'impresa e si addormentò all'ingresso della grotta. Quando si svegliò, si accorse di essere intrappolato all'interno di una barriera magica, e una creatura informe lo fissava nel buio. Era grossa almeno tre volte il ragazzo, aveva zampe e coda di aquila e ali talmente grandi da strisciare lungo il terreno. Il suo corpo era ricoperto da un'armatura squamosa di un meraviglioso castano dorato e il suo becco occupava quasi interamente la faccia sulla quale sbucavano dei piccoli occhietti bianchi.

«Hai osato disturbare il mio lungo sonno e, come se non bastasse, mi hai fatto torto introducendoti senza invito nella mia tana e dormendoci pure».

«Chiedo venia, creatura, non volevo arrecarti offesa. Sono giunto fin quaggiù per la civetta dorata. Dammela e tornerò sui miei passi».

La creatura rise a quelle parole: «Giovane principe, hai pure il coraggio di ammettere di voler rubare in casa mia? Pagherai con la morte la tua ingordigia, esattamente come é successo a tutti gli altri stolti che ci hanno provato».

Il principe comprese di essere perduto: la creatura stava per ingoiarlo in un sol boccone.

«Il mio unico rimpianto é di non aver potuto esaudire il desiderio della mia amata. Ma morirò felice sapendo di averlo fatto per lei».

Allora la creatura si fermò un istante, incuriosita: «Principe, sei consapevole di essere sotto un incantesimo?».

Il principe non capì: «Ti burli di un uomo in punto di morte? Vuoi farmi credere che il mio amore sia una finzione in modo che io perisca nella vergogna».

La creatura rise più forte di prima. «No, mio stupido amico» disse, e la sua lingua biforcuta vibrò «e adesso te lo dimostrerò».

Quindi scosse le ali e l'effetto della pozione incantatrice svanì. Il principe comprese di essere stato vittima di un incantesimo e si scusò con la creatura per aver profanato la sua tana. Si disse comunque pronto a pagare le conseguenze della sua stoltezza ed essere mangiato.

«No, non ti mangerò» rispose la creatura. «Il tuo animo é buono, hai agito spinto dall'amore. Ti aiuterò, invece, ad avere la tua vendetta».

A quel punto l'essere si tramutò in un'incantevole civetta dorata dalle piume luminose come il sole. «Prendimi e portami in dono alla tua principessa, saprò renderti giustizia».

Il principe ubbidì, prese la civetta e la portò con sé al castello. La principessa, non appena la vide, strabuzzò gli occhi, incredula. Chiamò una vecchia serva e le ordinò di toccare la civetta. Non appena la serva si avvicinò, la civetta, replicando perfettamente la voce della donna, disse: «Quanto odio quella principessa brutta e capricciosa, se solo potessi, le avvelenerei i pasti. Ma ha già così tanto veleno nel cuore che risulterebbe superfluo».

Uditi i pensieri nascosti della serva, la principessa si adirò profondamente e ordinò di far giustiziare subito la donna.

Ancora una volta il dono del principe era autentico. La reale, però, non aveva intenzione di dividere il trono con qualcuno, ma a quel punto non poté più tirarsi indietro e fu costretta ad acconsentire al matrimonio, con l'intenzione di avvelenare il principe successivamente.

I due giovani si sposarono, banchettando per tutto il giorno.

La sera, dopo le nozze, la principessa era intenta a spazzolarsi i capelli di fronte alla sua specchiera d'argento, mentre rifletteva sul modo migliore per uccidere il suo nuovo marito. Spazzola spazzola, improvvisamente udì una voce alle sue spalle: «La serva aveva ragione».

Ma quando la principessa si voltò non trovò nessuno, se non la bellissima civetta dorata chiusa nella propria gabbia. Riprese quindi la spazzola e tornò a guardare nello specchio.

«Per questo hai voluto punirla» continuò. La ragazza si alzò di scatto dalla sedia riconoscendo il suono di quella voce: era la sua. S'impancò, sicura di non aver aperto bocca e, ancor di più, di essere completamente sola in quella stanza.

«Sei talmente disperata che hai bisognoso di ricorrere a minacce e incantesimi pur di piacere agli altri» disse ancora.

«Non é vero!» gridò la ragazza, portandosi la mano alla bocca nel sentire risuonare lo stesso timbro vocale dell'altra.

Con la coda dell'occhio, la principessa colse un movimento al suo fianco, si girò e si ritrovò davanti il suo riflesso nello specchio.

«É vero. Persino i tuoi genitori non avevano il coraggio di guardarti in faccia», riprese la voce.

Alla ragazza sembrò che fosse stata la sua immagine nello specchio a parlare, poiché continuava a muovere le labbra guardandola dall'alto in basso, sprezzante.

«Taci, impostora!» gridò la principessa.

Le due voci parlarono contemporaneamente una sopra l'altra tanto che, più la ragazza vedeva il suo riflesso articolare parole e muovere le labbra, più lei gridava furiosa continuando a specchiarsi. Era talmente iraconda da non essersi resa conto che a parlare era la civetta dorata che osservava la scena dalla sua gabbia.

«Sei brutta fuori esattamente come lo sei dentro. Nessuno mai ti amerà e tutti pregheranno per la tua morte».

«Basta!» ululò la principessa e scagliò un candelabro contro lo specchio, frantumandolo.

«Inutile cercare di zittirmi» parlò l'immagine che ancora resisteva nei cocci attaccati allo specchio. «Non puoi nasconderti. Sei marcia, e pagherai i tuoi inganni con la stessa moneta».

In un impeto di rabbia, la principessa si avventò contro lo specchio, ma inciampò su un pezzo di vetro. Mentre cadeva, urtò la specchiera facendo staccare dei cocci appuntiti che le si conficcarono in gola, uccidendola.

Il principe, rimasto vedovo, ridiede vigore al suo reame natio, sposò una brava principessa e regnò felice e amato per molti anni a venire.


NOTE ANSIOSE:

BuonSalve fanciulli! <3 

Oggi vi propongo l'inizio di una raccolta favolistica che mi piacerebbe portare avanti: Fiabe Crudeli. Come da titolo, potete immaginarne i contenuti. Devo ancora capire a che target rivolgerle, visto che si tratta di fiabe dal difficile lieto fine e dai toni poco disneyani (un po' come le fiabe originali). 
L'idea nasce da un esercizio di scrittura creativa: scrivere una fiaba vera e propria con tutte le caratteristiche tipiche di questo tipo di narrazione (stile narrativo semplice, triplicazioni, tempi e luoghi indefiniti, ecc). 
Voglio fare questo esperimento per vedere se un testo del genere potrebbe piacere. In caso di riscontro positivo, vorrei anche fare delle illustrazioni da vera e propria favola (per questa, come anche per le seguenti narrazioni).

Fatemi quindi sapere cosa ne pensate :D

Vi ricordo, per chi volesse, che può seguire i mie lavori sui vari social ;)

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