Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

- 80 giorni alla fine del mondo - 2° parte

Quando la lezione fu terminata, tutti si alzarono dalle loro sedie e rimasero in piedi.

Per uscire dalla classe rispettarono con attenzione il regolamento: prima l'istruttore, poi le verdi, quindi le bianche, gli azzurri e, infine, i rossi.
Error osservò il loro rituale di congedo come se lo vedesse per la prima volta. Tutti si alzavano dal banco a scadenze regolari: le tempistiche erano calcolate alla perfezione per permettere a ognuno di crearsi una zona di comfort, ovvero un metro e mezzo libero in ogni direzione. La "zona sensibile", così la chiamavano i telepati. Sua madre glielo aveva spiegato più volte: nella zona sensibile ogni pensiero fluisce indisturbato da una mente all'altra, senza che chi lo invia o chi lo riceve possa fare nulla per fermarlo. Un processo osmotico involontario e incontrollabile.
Solo i Raccoglitori erano in grado di gestirlo.

Error non aveva mai fatto caso né alle distanze, né alle tempistiche: non ne aveva mai avuto bisogno. E, sebbene non ne avesse effettivo bisogno neppure in quel momento, voleva rispettarle: per imparare a vivere nel loro mondo e venire tollerato, se non addirittura accettato nella comunità telepate, doveva iniziare a conformarsi al loro stile di vita.
Decise di restare per ultimo. Ma, dal momento che Yara era uscita per prima, quando si ritrovò fuori dalla classe, non seppe dove andare.

La struttura architettonica dell'accademia stimolava la parte più macabra della sua fantasia: assomigliava al ventre di un gigantesco leviatano ingoia-uomini.
Ogni parete verticale era semi-trasparente. La luce che filtrava dall'esterno del pianeta Yhesomai era scarsa e con una forte componente azzurra. Passava attraverso le pareti, disperdendosi e creando un'atmosfera simile alla nebbia, popolata di forme scure in movimento, deformi ed elastiche, che un momento apparivano e l'istante dopo scomparivano.
L'Accademia era così estesa in larghezza, che le pareti trasparenti si sovrapponevano all'infinito l'una sull'altra di fronte agli occhi smarriti di Error, provocandogli un senso di nausea che non voleva abbandonarlo, nonostante il ragazzo avesse ormai fatto l'abitudine a quello strano paesaggio. Essendo claustrofobico, quella trasparenza sovrapposta ad altra trasparenza non gli appariva come uno spazio infinito e  aperto, piuttosto ricreava ai suoi occhi un limbo, uno spazio privo di vie d'uscita, una gabbia della percezione visiva.

Cercò Yara tra le ombre che, come fantasmi, si intravedevano attraverso le varie pareti traslucide, ma desistette al primo segno di nausea.
Probabilmente, la sua compagna di stanza si era dileguata per non farsi seguire da lui, nella speranza che il coinquilino indesiderato non trovasse la strada prima di sera e fosse costretto a dormire fuori.
Nessuno gli aveva detto dove si trovassero i dormitori degli studenti e, fino a qualche ora prima, neppure lui sapeva dove avrebbe passato la notte.

Aveva con sé tutte le proprie cose. Per fortuna, erano poche e leggere: un piccolo zaino consumato, nel quale erano comodamente infilati un computer portatile e un cambio di vestiti, ovviamente neri. C'era tanto spazio libero in quello zaino, che a ogni passo poteva sentire il computer sobbalzare a destra e a sinistra.
In tutta la sua vita non aveva mai avuto bisogno di altro. Nel computer c'era ogni cosa desiderasse: fotografie, libri, musica, film. Era tutta roba obsoleta: alcuni di quei file avevano trecento anni e non erano neppure stati tradotti in omniton. Erano gli scarti di una società che aveva cessato di esistere poco dopo la fuga dal pianeta Terra. Una società a cui Error era eternamente grato.

Nel ghetto degli incolore, quella roba abbondava e poteva essere racimolata gratuitamente qua e là. D'altronde, nessuno nel ventiquattresimo secolo, tranne gli scollegati, raccontava più storie attraverso la cinepresa; e nessuno scattava più fotografie. Solo i libri elettronici si erano salvati, perché la componente progettuale della scrittura era l'unica cosa che non potesse essere sostituita da alcuna abilità telepate. Error riusciva in qualche modo a comprendere la ragione della scomparsa delle pellicole cinematografiche: a cosa serviva spendere capitali per girare un film, se bastava toccare una persona per farle vivere la storia in modo completo, con l'immaginazione e con tutti i cinque sensi? Doveva essere un'esperienza davvero unica. Ed Error non l'avrebbe mai provata.
Esistevano corsi universitari appositi per chi voleva svolgere la stra-pagata professione di regista mentale: in questi corsi, gli studenti si allenavano a immaginare in ogni dettaglio la storia cui la loro fantasia dava vita per farla vivere a un futuro consumatore, ovviamente a pagamento.

«Mamma, da grande voglio fare il regista mentale!» aveva più volte esclamato un entusiastico bambino dagli occhi turchesi e i capelli corvini, ottenendo solo un abbraccio liquido di lacrime da parte di una madre silenziosa e triste.

Error sospirò, vedendo di fronte a sé il corridoio quasi completamente vuoto. Si mise a camminare alla cieca.

Era in quella scuola da dieci giorni, ma non aveva mai alzato gli occhi dai pavimenti che doveva pulire, o dalla stanza dove aveva dormito e dalla quale era stato sfrattato quella mattina, come sempre senza spiegazione.
«Prendi le tue cose, Zakary» gli aveva detto Xenofon: «Questa è l'ultima volta che dormirai in questo bugigattolo cencioso».

Di tutta quella situazione, la cosa che lo infastidiva di più era proprio non aver avuto alcuna spiegazione.
Ci era abituato: i telepati gli davano ordini, ma mai spiegazioni. E lui obbediva, senza fare domande. Ma questa volta si meritava davvero una spiegazione, dal momento che la sua vita era stata rivoltata come un calzino.

E, forse, anche l'istruttore era della stessa idea, perché era lì, ad aspettarlo, subito dietro una curva in fondo al corridoio. Error riconobbe la figura alta e sottile attraverso la parete traslucida, prima che egli svoltasse la curva per venirgli incontro e piantargli addosso due occhi sporgenti.

Quando sua madre viveva ancora tra i telepati, svolgeva la stimata professione di architetto e, così, ogni volta che da bambino Error la tempestava di domande sul mondo esterno al ghetto degli incolore, lei aveva sempre risposte molto precise sulle varie funzioni di ogni singolo elemento architettonico. Come all'accademia, anche in tutte le altre strutture, i corridoi e le sale erano sempre curvilinei: «Ai telepati gli angoli non piacciono» diceva la dolce voce della madre, il cui fantasma non abbandonava la sua mente da giorni: «Dietro un angolo, può nascondersi chiunque e, se non lo vedi in tempo, puoi entrare nella sua zona sensibile senza rendertene conto, come in un'imboscata. A quel punto, lui penetra nella tua mente e tu nella sua, e, prima che tu faccia un passo indietro per essere fuori dalla sua portata, lui ha già scoperto di te più di quanto tu volevi fargli sapere».
Era per questo, che le pareti erano curve e trasparenti: così, chiunque poteva accorgersene in tempo, prima di entrare nella zona sensibile di qualcun altro senza il suo permesso, cosa che, oltretutto, era punibile per legge.
«Nel mondo dei telepati, le leggi civiche sono ribaltate, rispetto a quello degli scollegati. Dove una parete trasparente significa invadenza, là significa discrezione. Dove un angolo solitario significa riservatezza, là significa condivisione forzata. Dove il rifiuto di stringersi la mano equivale a barbara maleducazione, là viene considerato rispetto del proprio prossimo».
I racconti di sua madre sul mondo telepate gli sarebbero serviti come manuale delle istruzioni.

Quando riconobbe la figura che gli si avvicinava in silenzio oltre la parete traslucida, Error ringraziò l'architettura telepate per la mancanza di angoli e per  l'ossessione per la trasparenza: almeno aveva il tempo di prepararsi a un secondo confronto con Xenofon e raccogliere il coraggio per fargli tutte le domande che gli vorticavano in testa.

Arrivatogli di fronte, l'istruttore lo osservò in silenzio, squadrandolo dai piedi alle punte dei capelli, con la testa leggermente piegata di lato.
«Tagliati quei capelli, mettiti un abito rosso – o azzurro, se lo ritieni -, fatti chiamare Zakary, e sembrerai un alunno di questa scuola proprio come tutti gli altri».
Error si sentì preso in giro. Cocente di rabbia e vergogna, articolò a fatica: «Signore, se mi è concesso parlare francamente...».
«Parla senza tanti fronzoli, ragazzo: non siamo a lezione e, fuori dalla classe, io non sono il tuo istruttore, ma...».
«Ma è il mio padrone» completò Error, con una punta di amarezza che non riuscì a nascondere.
Xenofon rimase interdetto. Chiuse la bocca, e lo fissò con uno sguardo risentito: «"Padrone", dici? Ti ho mai chiamato "schiavo", forse?».
«No, signore». Ma tanto valeva che l'avesse fatto.
Era sempre stato così, d'altronde: la specie considerata geneticamente inferiore finiva per diventare schiava di quella che si auto-dichiarava superiore.
Xenofon dovette intuire che era meglio non addentrarsi in quella discussione. Trasformò tono vocale ed espressione facciale con una facilità invidiabile, e cambiò argomento: «Allora vedrò di procurarti un biglietto dal parrucchiere e un abito nuovo. A proposito, sei un rosso o un azzurro?».
Error fece uno sforzo per mantenersi calmo.
«Rosso, signore, ma...».
«Rosso, ma certo!» esclamò Xenofon ridendo di gusto: «Ho visto come hai guardato la signorina Delta. Ci avrei giurato, che non eri un azzurro. Avresti preferito una bella ragazza in bianco come Gwenda Tabitha, in camera, piuttosto che una verde, non è vero?».
Error si irrigidì. «Quello che preferirei è tenere gli abiti che ho indosso, signore» dichiarò a testa alta.

Xenofon tornò serio. Al mutare espressione, il suo volto cambiava così tanto da far pensare che fosse un altro uomo. Quel che prima si tendeva in su, ora cascava all'ingiù: bocca, sopracciglia, zigomi, rughe... Persino il tono di voce si abbassò di un'ottava, facendosi cupo, quasi funebre: «Nessuno studente in questa scuola ha mai indossato abiti neri, Zakary».

«Mi ha tolto le parole di bocca, signore» ribatté prontamente Error. Nessuno studente aveva mai indossato abiti neri, dal momento che a nessun incolore era stato mai concesso il diritto di diventare studente di quella scuola.

Xenofon fece un gesto stizzito: «Va bene, per il momento ti concederò di vestirti come ti pare. Forse la signorina Delta starà più tranquilla, se continuerà a vivere nella speranza che tu sia un azzurro».
«Signore, non è questo il punto».

Xenofon si lasciò andare a un'esclamazione scocciata, alzando le mani e gli occhi al cielo: «No, certo, Zakary! Lo so anche io, che il punto non sono i tuoi gusti sessuali. Sei qui per dirmi che ciò che ti ho fatto oggi è stata una vera infamata».
«Io... non è esattamente questa, la parola che avevo in mente, ma...».
«Ma coglie bene il tuo pensiero, vero, ragazzo? E hai ragione. Ti ho fatto un'infamata. Vedi, sarai pure uno scollegato, ma ti leggo nella mente senza problemi». Nel dir così, rise sguaiatamente, ed Error lo guardò allibito. Xenofon era un così perfetto miscuglio di rigore e frivolezza, che riusciva sempre a confonderlo.

«Signore, se è consapevole della mia situazione, allora potrebbe spiegarmi perché mi trovo qui? Non è questo, che avevamo concordato. Io non c'entro niente, con questo posto».
E, nel dir così, si guardò attorno con uno sguardo così smarrito e perso che lui stesso ebbe pietà di sé.

Xenofon annuì e gli fece segno di seguirlo: «Facciamo due passi, Zakary. Troppi curiosi stanno cercando di leggermi nel pensiero. E non ho voglia di concentrarmi su come bloccarli».

Error si guardò attorno e notò ciò a cui si riferiva l'istruttore. C'era una mezza dozzina di ragazzi che sembravano sul punto di fregarsene della distanza di sicurezza, tendendo la testa nella loro direzione come un non-telepate avrebbe teso le orecchie: rischiavano l'espulsione, solo per soddisfare la propria curiosità sull'incolore.
Error annuì, impaziente. Presero a camminare lungo il corridoio, l'uno a fianco all'altro.

Il ragazzo osservò i propri piedi calpestare la linea viola disegnata per terra, con un vago senso dell'assurdo, facendo attenzione a non uscire dal tracciato. Le linee di percorrenza, disegnate nei due versi, stabilivano i limiti di spazio pubblico che una persona aveva diritto di occupare, per evitare il rischio di imbattersi in qualcuno che procedeva nel verso opposto ed entrare così per errore nella sua zona sensibile. Quando sua madre glielo aveva spiegato, Error l'aveva considerata una stravaganza inutile. Ma ora, forse, incominciava a comprenderne il senso.

Xenofon disse: «La risposta è semplice. Ti sarai chiesto perché ti abbiamo promesso di portarti con noi in caso di offensiva contro il nostro comune avversario. Ecco, il motivo è che tu ci servi».

Error sentì che le braccia gli ricadevano prive di vita lungo i fianchi, scoraggiato. L'istruttore non aveva alcuna intenzione di parlare seriamente. E lui era stanco di farsi prendere in giro da tutti, soprattutto da Xenofon. «Signore, in cosa mai potrebbe esservi utile uno scollegato qualunque?».

«Dimentichi, Error, che tu non sei uno scollegato qualunque. Tu sei l'ultimo scollegato rimasto sulla faccia di entrambi i pianeti. Tu sei Lo Scollegato. L'unico».
«E come potrei mai dimenticarmelo?!» sbottò l'incolore, fermandosi di colpo. La sua voce rabbiosa vibrò di un tono disperato.

«Giusto, parole infelici. Ti chiedo scusa, non ho riflettuto prima di parlare».
A Error parve che avesse riflettuto eccome prima di dar fiato alla bocca, quasi avesse volutamente provocato in lui quella reazione. Ma era un pensiero stupido: perché mai Xenofon avrebbe dovuto riportare alla sua memoria quei tragici eventi, ancora così freschi?

«Con tutto il rispetto, non ho bisogno delle sue scuse, signore. Ho bisogno di spiegazioni» disse, riprendendo a camminare, senza guardarlo in faccia. Voleva evitare il contatto visivo perché sentiva le lacrime salirgli agli occhi ogni volta che l'istruttore gli mostrava anche la minima particella di compassione. Era l'unico sulla faccia dei due pianeti a capire ciò che aveva passato in quei dieci giorni.

«No, tu hai bisogno di rassicurazioni sul futuro» disse Xenofon, seguendolo. «E, visto che non posso darti informazioni, ti darò almeno quelle: tu da oggi sei a tutti gli effetti uno studente di questa scuola. Farai squadra con la signorina Delta, perché – non fare quella faccia - è la persona con la quale hai ottenuto il maggior punteggio di affinità. E combatterai al nostro fianco su una di quelle astronavi. Posso capire che ora tutto questo ti sembri impossibile. Pensi che non abbia alcun senso, dal momento che per fare squadra con qualcuno e pilotare un'astronave occorre collegarsi mentalmente col partner. E come può uno scollegato collegarsi, ti chiederai? Ebbene, ti dico solo di aver pazienza. Abbiamo pensato a tutto».

Perdendo l'equilibrio per lo sconcerto, Error per poco non andò a sbattere contro una bianca, che lo evitò come la peste, indicandogli la linea bianca per terra e gridandogli: «Ehi, sta' attento! Sei forse daltonico, oltre che incolore?».
Error non la considerò, e si rivolse a Xenofon: «A tutto?! Cosa intende per "tutto"? Vuol dire che farete in modo che io possa...». Abbassò la voce a un sussurro: «Collegarmi come gli altri?!». Era biologicamente impossibile. Ma forse la tecnologia lo avrebbe reso fattibile... Forse avevano scoperto come curare la sua anomalia genetica?

Xenofon rise e alzò le spalle con fare teatrale.
«Non ho mai detto questo, ma il destino rileverà le sue carte».

Error non osò abbandonarsi a quella falsa speranza, e chiese invece: «Perché sono qui? Avrei potuto partecipare all'offensiva anche senza frequentare questa scuola».
L'istruttore sembrava aver perso interesse nella conversazione. In tono frettoloso, tagliò corto: «Lo capirai a tempo debito. Per ora, ti basti pensare che tu ci sei utile e noi siamo utili a te, quindi...».
«Ma, signore, io ho bisogno di...!».

Xenofon gli fece cenno di tacere. «Impiccioni. Impiccioni ovunque! Sono proprio insistenti» disse. Poi, allegramente, aggiunse: «Allora, "Zakary" ti sta bene? O preferisci un altro nome? Ora puoi scegliere quello che vuoi».
«Error» disse lui, senza pensarci due volte.
Xenofon non parve contento della sua risposta.
«Testardo d'uno scollegato!» mormorò.

«Error è il mio nome legale, signore, non Zakary. E ora che sono "l'ultimo scollegato rimasto sulla faccia dei due pianeti", voglio portare a testa alta questo nome, per ricordarmi di tutte le persone che lo hanno portato e che ora sono morte. Non posso dimenticare, signore».

Era consapevole che farsi chiamare così avrebbe ratificato la sua inferiorità genetica per il resto della vita, ma quel nome era il promemoria di tutto ciò che aveva perso. Tutti gli incolore prima di lui avevano portato con fierezza il titolo di "errore" con il quale i telepati avevano schedato ogni nuovo nato non-telepate, abbinandolo a un codice alfanumerico, che veniva riassunto con le due ultime cifre. Error N°18 avrebbe fatto lo stesso, per onorare la memoria dei defunti.

«Ed Error sia. Ora, togliti dai piedi!».
«Certo, signore. Ah, e per quanto riguarda i capelli, non sono poi così lunghi!».
«Manca poco e sembrerai un pezzente, ma fa' come vuoi!».
Error fece un mezzo sorriso, che scomparve subito quando Xenofon, che aveva preso a fissarlo con espressione particolarmente seria, disse: «Anzi, tutto sommato, è molto meglio che tu ti tenga i capelli sulla faccia: il colore turchese dei tuoi occhi non si vede tutti i giorni. Qualcuno potrebbe notare una somiglianza con lui, appena i lividi e le tumefazioni saranno scomparsi del tutto».
Nel dir così, Xenofon se ne andò.

Alle ultime parole dell'istruttore, Error sentì il petto gonfiarsi di un odio sviscerato e doloroso.
Avrebbe voluto strapparsi le iridi dai propri stessi occhi. Avrebbe voluto strappare a uno a uno i propri capelli corvini.
Avrebbe voluto strapparsi di dosso qualunque somiglianza con Lui.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro