- 79 giorni alla fine del mondo -
Fu una notte da incubo e il giorno dopo si svegliò con la febbre.
A giudicare dalla luce che entrava dall'oblò, era già mattina inoltrata quando aprì gli occhi e, siccome era festa, non ci pensò neppure un istante, a uscire dal letto. Rimase lì, con le palpebre abbassate a forza, cercando di captare ogni rumore nella stanza. Solo quando si rese conto che Yara non c'era, osò alzar gli occhi e guardarsi attorno.
La stanza era un vero schifo: sporca e in disordine. Evidentemente, Yara non aveva alcuna cura né di sé stessa, né delle proprie cose.
Era una cella piccola fino all'impensabile, piena di roba ovunque, specialmente sul pavimento, che nella mente di Yara doveva equivalere a una mensola.
Ma la cosa che lo colpì di più era che la sua coinquilina aveva appeso al soffitto una sorta di tenda raffazzonata fatta con un vecchio lenzuolo lercio, in modo da separare la stanza in due.
E le sorprese non erano finite. Lo sguardo di Error cadde su un foglio appiccicato sulla porta, che, con una calligrafia tutt'altro che aggraziata, marchiata come sotto la mano di un gigante, diceva: "Regole per Error 18".
Error si alzò dal letto e arrancò a fatica verso il foglio. Lo staccò dalla porta con un moto di rabbia e lo lesse d'un fiato:
1. Non mi rivolgerai mai la parola, neppure in caso di possibilità di morte.
Ps. E, questa volta, una seria possibilità di morte!
Non toccherai nessuna delle mie cose.
Non mi guarderai mai. Ancora meglio se starai con gli occhi chiusi tutto il tempo che sei in mia presenza.
Nei giorni feriali, uscirai dalla stanza un'ora prima di me e rientrerai solo dopo la mezzanotte.
Nei giorni festivi, non farti vedere proprio.
A lezione, puoi eseguire gli ordini di quel bastardo che ti sei comprato con chissà quali favori, ma in camera mia seguirai ogni ordine che ti darò.
Non ti siederai mai a mensa accanto a me. Mi pare ovvio, ma non conoscendo il grado della tua intelligenza, te lo dico chiaro, a scanso di equivoci.
Se te lo stai chiedendo – e spero che il tuo piccolo cervello muto arrivi almeno a questo – sì, quel paravento è proprio lì per te. Tu stai dalla tua parte, io dalla mia.
Puoi andare in bagno, ma solo dalle 5 di mattina alle 5:30 per prepararti per uscire e dalle 24 alle 24:30 per prepararti per dormire. Chiuderai sempre la porta a chiave, non voglio sorprese. E pulisci dove sporchi!
Mi riservo di aggiungere a questa lista tutto quello che mi verrà in mente da qui in avanti.
Ps. Se ti ritiri da questa scuola, mi fai un favore. Grazie.
Pps. La tua chiave elettronica è nel cassetto del tuo comodino. Non perderla, o sta' assicuro che io non mi alzerò dal letto un'altra volta per venire ad aprirti.
Error era allibito. "E pulisci dove sporchi?!" Ma se qui fa tutto schifo!
Accartocciò il foglio con una mano. Lo strinse così forte che per poco non gli fecero male i muscoli del braccio. Tenne le dita chiuse attorno al foglio appallottolato per un po', guardandosi attorno, in cerca di qualcosa per calmare la rabbia. Avrebbe voluto disintegrare tutto.
"Non toccherai nessuna delle mie cose" diceva la seconda regola. Error sfogò la propria rabbia mettendo a posto l'intera stanza.
Godeva in parte della soddisfazione dell'ordine e del pulito, in parte della convinzione che la cosa avrebbe mandato in bestia la sua coinquilina.
Se lui avesse commesso un solo passo falso, Yara avrebbe potuto lamentarsene e fargli passare qualche guaio, ma che ci provasse pure, a lamentarsi del fatto che il suo coinquilino maleducato aveva rimesso in ordine e pulito la stanza! Le avrebbero riso in faccia.
Tirò giù la tenda improvvisata: non avrebbe convissuto un istante di più con quel cencioso lenzuolo appeso al soffitto. In quella stanza non c'era posto per tutti e due. E non era un eufemismo: non sapeva come muoversi senza sfiorarlo, dal momento che era già un'impresa trovare lo spazio necessario al proprio corpo. Pur essendo piuttosto magro, quella stanza microscopica gli stava troppo stretta. Era abituato a spazi ben più ampi e ariosi. Spazi pensati per persone prive di telepatia, che ancora conoscevano il significato della parola "privato". Per fortuna, almeno il soffitto era alto: gli architetti avevano restituito in altezza ciò che avevano tolto in larghezza.
Le dimensioni ridotte della stanza non erano una sorpresa, conosceva il codice della scuola: per creare affiatamento totale fra due compagni di squadra in vista della simbiosi mentale necessaria per pilotare un'astronave da guerra, era obbligatorio ch'essi stessero giorno e notte l'uno entro la zona sensibile dell'altro, condividendo ogni cosa. Ciò significava che i due punti più lontani sul pavimento di quella cella distavano l'uno dall'altro non più di due metri, senza contare la minuscola cabina del bagno, che, per fortuna, era uno spazio a sé.
Si fermò un momento. Voleva osservare la stanza da ogni punto di vista e cambiarne l'assetto.
Quando ebbe trovato la soluzione che cercava, si diede da fare.
Dovette spostare tutti i mobili, ma si sentiva abbastanza in forze, nonostante la febbre. In più, erano sottili e leggeri: non potevano occupare troppo spazio, dal momento che di spazio non ce n'era.
Quando fu soddisfatto del nuovo assetto della stanza, passò a mettere in ordine.
Nel sistemare le cose di Yara, vide una fotografia per terra sotto al letto, ricoperta di polvere. Il vetro della cornice era spaccato. C'erano una donna, un uomo, una ragazza e un ragazzo. Nessuno sorrideva. Lo sguardo di Error fu interamente attratto dalla ragazza. Ne rimase affascinato. Doveva essere la sorella di Yara. Era più giovane: almeno un paio d'anni. Era vestita di bianco, con un abito elegante e sobrio, i folti capelli ondulati color nocciola erano in parte raccolti e circondavano ariosamente il viso, senza nasconderlo. Aveva un'espressione dolce, malinconica e comprensiva. La bocca ben disegnata sembrava accennare a un sorriso indulgente, ma gli occhi, grandi, color dell'ambra, brillavano tanto che Error avrebbe giurato nascondessero delle lacrime. Yara circondava gli occhi con un spesso strato di ombretto e di matita nera. Invece, la sorella non era truccata. Ed era molto più bella così. Era bellissima.
Error rimase a guardarla a lungo. Quanto avrebbe preferito aver in camera quella creatura dolce, gentile e affascinante, piuttosto che quel diavolo tutto capelli che sembrava godere nel farlo sentire come uno scarto della società...
Ma la sorte non era sua alleata: Error lo aveva già imparato a proprie spese fin troppo bene.
Staccò i pezzi di vetro rimasti, ripulì la fotografia dalla polvere e la mise in bella vista sul comodino di Yara.
Quando ebbe sistemato ogni cosa e pulito tutto, iniziò a sentirsi stanco. Sentiva la febbre salire. Erano due giorni che non mangiava, ma l'idea di uscire e andare in cerca della mensa lo angosciava. Alla mensa, avrebbe trovato tutta la scuola al completo. Tutti si sarebbero voltati a guardarlo. Tutti avrebbero dato il via ai propri insulti mentali su di lui. E Yara sarebbe stata la prima.
In più, aveva un gran senso di nausea.
Si sdraiò nel letto e invocò il sonno perché venisse a salvarlo dalla fame.
***
Uno schianto secco lo svegliò, seguito da un'esclamazione di sorpresa. Gli parve che non fosse passato neppure un minuto da quando aveva abbassato le palpebre.
Aprì gli occhi brucianti di febbre e vide Yara sulla porta, braccia lungo i fianchi, occhi sgranati attraverso i riccioli, a bocca aperta.
Dalla sorpresa, le era caduta di mano la tazza di thè, che si era schiantata al suolo, riempiendo di cocci l'unica porzione di pavimento libera da mobilia. Una larga pozza d'acqua scura si allargò tutt'attorno.
Error represse un'imprecazione: con tutto il lavoro che aveva fatto!
Yara fece un passo avanti e, senza alcun riguardo nei confronti del malato, accese la luce.
Mezzo accecato, Error intravide i capelli di Yara sobbalzare e ondulare in tutte le direzioni.
Quella mattina, aveva cambiato l'assetto della stanza in modo che i due letti fossero separati dal mobile, che ora fungeva da divisorio al posto della tenda improvvisata.
Yara, come una furia, marciava per tutta la stanza, comparendo e scomparendo dietro il divisorio, aprendo ogni cassetto, guardandoci dentro, buttando tutto all'aria e lasciandolo poi aperto.
A ogni cassetto che apriva, i capelli le si rizzavano sempre di più e una nuova esclamazione le sfuggiva dalle labbra, in un crescendo di rabbia.
All'improvviso, si fece silenzio.
Error non poté vedere Yara, nascosta dietro l'armadio. E non capì cosa stesse facendo, finché la fotografia che le aveva rimesso sul comodino non gli finì a pochi centimetri dal letto, scagliata a terra con forza.
Sentì che Yara s'era gettata sul letto scoppiando in singhiozzi e che cercava invano di soffocare delle grida di rabbia contro il cuscino.
Parola sua, quella ragazza piangeva troppo spesso.
Ma, per quanto infastidito dalla sceneggiata, Error provò una punta di rimorso per averla spinta a una crisi di pianto.
Si alzò, raccogliendo la fotografia dal suolo, e si avvicinò a lei.
«Hai gettato a terra la tua famiglia di proposito?» le chiese.
«Vattene!» gli urlò Yara, con rabbiosa disperazione, fra un singhiozzo e l'altro, senza neppure alzar la testa: «Esci immediatamente dalla mia stanza!».
«Perché mi odi così tanto? Solo perché sono un incolore?».
Yara rimase un momento immobile, faccia in giù sul cuscino. I singhiozzi si fermarono. Error avrebbe giurato che stesse trattenendo il respiro.
Lentamente, la testa di Yara emerse dal cuscino, e il suo viso, sconvolto e rigato dal trucco nero disciolto dalle lacrime, emerse dai capelli.
Il suo sguardo era inquietante.
«Tu hai ucciso mio fratello» gli disse Yara.
Error rimase un momento spiazzato. Il respiro gli si mozzò e il cuore mancò un colpo.
La sua prima reazione fu di sgomento, ma poi si arrabbiò. Dovette scegliere se ridere sguaiatamente, prenderla a pugni, o insultarla in modo pesante. Non fece nessuna delle tre cose, ma trattenersi gli costò un grosso sforzo.
«Guardami meglio, prima di scambiarmi per un altro, la prossima volta che mi accusi di omicidio!» disse tra i denti, rigido come un palo nel tentativo di non alzare le mani.
Yara si alzò dal letto senza staccare lo sguardo da lui, gli andò più vicino, sempre più vicino. Si fermò quando lo ebbe proprio di fronte, a qualche centimetro. Lo fissò dritto negli occhi, dal basso verso l'altro. Gli strappò la fotografia, gliela mise sotto gli occhi, tenendola alzata con entrambe le mani tremanti, poi disse:
«E tu guarda meglio mio fratello, prima di mettermi sul comodino il volto della persona che amavo di più e che tu mi hai portavo via per sempre!».
Error rimase impressionato. Con un vago senso di panico, abbassò gli occhi sulla fotografia, distogliendoli dal volto di Yara.
E guardò il ragazzo nella foto con la stessa attenzione con cui quella mattina aveva guardato la ragazza. La sorella di Yara lo aveva talmente affascinato, che non aveva degnato il fratello di uno sguardo. E, per questo motivo, non lo aveva riconosciuto.
Impallidì e indietreggiò.
Era vero: lui aveva ucciso quel ragazzo, che ora scopriva essere il fratello della ragazza con la quale avrebbe condiviso la stanza per i prossimi mesi.
Nella foto era molto più giovane e aveva i capelli più corti, ma Error riconosceva i suoi occhi.
Occhi luminosi, color dell'ambra.
Proprio come quelli di Yara, che ora lo fissavano con odio, rancore e dolore.
Si sedette sul letto alle proprie spalle, abbassò gli occhi a terra. Disse: «Seguirò le tue regole, Yara Delta».
Si infilò sotto le coperte, ma non avvertì alcun calore. Si girò con lo sguardo al muro e rimase a fissarlo in silenzio, sveglio ma immobile, per tutto il resto della notte, mentre riviveva ogni istante della strage di Vermang a occhi aperti.
Non le chiese perdono: non voleva costringerla a provare, nei propri confronti, alcun sentimento che non fosse affine al rancore. Almeno questo voleva concederglielo: l'odio aiuta a scacciare il dolore, Error lo sapeva bene.
E poi, il perdono che gli interessava davvero non era quello di Yara, ma uno molto più difficile da ottenere: il proprio.
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