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Capitolo 55

Lunedì 20 febbraio

«Basta, io me ne vado.»

«Oh, e dove avresti intenzione di andare, di grazia? Forse Sua Altezza non si è accorta di essere in un altro continente?»

«Ewan, taci. Ovvio, a meno che tu non voglia essere dato in pasto ai piccioni, una volta arrivati a Venezia. In tal caso, continua pure.»

«Molto divertente. Davvero. Esilarante» commentò il diretto interessato, lasciandosi cadere con ben poca grazia sul marciapiede umido. «Sia ben chiaro che non sei l'unica ad essere sul limite della sopportazione.»

Juliette sbuffò, con gli occhi volti al cielo. «Il limite l'ho superato all'incirca un'ora fa, quando la tua Veggente ha sbattuto la sua testa svampita contro la mia bellissima faccia.»

«Ehi, è stato un incidente!» obbiettai, incrociando le braccia sul petto. «E comunque, se voi la smetteste di litigare ogni cinque minuti, forse la mia testa non sarebbe poi così svampita.»

Ero sfinita, e non soltanto per il tempo trascorso seduta su di un sedile duro come un sasso. Più che da questo, dipendeva dai gemelli. Quei due insieme erano insopportabili. Non avevano smesso di rimbeccarsi a vicenda per tutta la durata del viaggio in treno, discutendo di argomenti di fondamentale importanza come, ad esempio, la possibilità di utilizzare uno spazzolino da denti come oggetto contundente. A dir poco entusiasmante. Peccato che io volessi soltanto dormire e recuperare le ore di sonno che avevo perso quella notte. Già, peccato, per me.

Ewan girò un poco il capo, quel tanto che bastava per guardarmi di sbieco. «Come siamo nervosetti oggi.»

«Potrei ucciderti, tanto sono nervosa» concordai.

«Sarebbe interessante vederti provare. Sicuramente più interessante che restare qui ad aspettare come degli idioti.»

Sospirai. «Miles me la pagherà cara. Era tanto difficile trovarci un accompagnatore puntuale?»

«Si sta impegnando molto, per noi. Non è colpa sua» si intromise Amber, appollaiata sull'unica panchina nel raggio di kilometri. Non avevo idea di dove fossimo, di preciso. Sapevo solo che dovevamo trovarci in Francia, in una città che mi sembrava si chiamasse Coquelles, o qualcosa del genere. Non ero mai stata brava con le lingue. Miles ci aveva assicurato che un suo amico sarebbe venuto a prenderci appena arrivati, ma era già passata un'ora da quel momento e ancora non avevamo visto anima viva. Amber sembrava essere la sola a non avere perso ogni residuo di pazienza.

«Effettivamente ha ragione» fece Kenneth, mentre sbadigliava fin quasi a slogarsi la mandibola. Borbottò qualcos'altro fra sé, per poi stendersi addosso alla sorella. Amber roteò gli occhi, ridacchiando. «Sembri un gatto.»

«Perchè sono adorabile?» domandò allegramente il ragazzo.

Ewan storse la bocca in un sorriso malvagio. «No, perché sei capace di dormire ovunque. Dai, alza quel fondoschiena dalla panchina!» disse, per poi tirare con forza l'amico verso di sé.

Kenneth rotolò a terra, mugugnando insulti contro l'altro ragazzo. «Sei un deficiente...»

«Sono molte cose, tra cui una delle sette meraviglie del mondo. Pensavo lo sapessi.»

«Ti renderò una delle sette politiglie disgustose del mondo, allora» replicò il ragazzo dai capelli rossi, trascinando Ewan a terra con sé, nel bel mezzo del prato.

Dovevo ammettere che vederli azzuffarsi come due bambini era adorabile, in un momento di tensione come quello, ma non mi sembrava il caso di farci notare. Mi guardai intorno. Strade macchiate di pioggia, negozi con le vetrine serrate. Nessun passante. Quel posto sembrava deserto.

Juliette mi tolse le parole di bocca prima che potessi esprimere i miei pensieri. Fu leggermente più dura di quanto sarei stata io, ma non potei fare a meno di ridere quando la ragazza si tirò su le maniche della giacca, marciò a passo deciso verso i due ragazzi e li divise prendendoli per un orecchio. «Voi due mi avete stancata. Ma quanti anni avete, quattro?»

Ewan fece finta di contare sulle dita, un'espressione pensosa dipinta sul volto. «Questo significa che anche tu hai quattro anni. Siamo gemelli.»

«Sto cominciando a dubitare della nostra parentela. Non posso avere un fratello così demente.»

«Ehi, io non...» cominciò Ewan, per poi bloccarsi a metà frase, con le labbra socchiuse nell'atto di formare una parola. Stava guardando qualcosa alle mie spalle. Mi voltai nella direzione del suo sguardo e, con mio grande sollievo, scorsi una macchina scura rallentare fino a fermarsi accanto a noi. Finalmente qualcuno si era degnato di venirci a prendere.

Ci fiondammo sulle porte posteriori senza nemmeno controllare che quell'auto fosse lì per noi, stanchi di stare al freddo. Si trattava di un furgoncino, quindi non avevamo dei veri posti a sedere, ma ci adeguammo facilmente al nuovo ambiente. Io, in qualche modo, finii premuta fra Ewan e Juliette. Non sapevo cosa fosse peggio, se stare seduta accanto a due delle persone più incomprensibili che conoscessi o se trovarmi in un fuoco incrociato di insulti, che cominciò a bersagliarmi i timpani quasi all'istante.

Si interruppe solo quando il furgone partì di scatto, facendoci rovinare uno addosso all'altro.

«Ahi, quella è la mia gamba!» si lamentò Juliette, muovendo l'arto su e giù nel tentativo di colpire il fratello.

Ewan le bloccò la caviglia fra le mani, sbuffando per scostarsi una ciocca corvina dagli occhi. «E tu hai un gomito nel mio stomaco, se è per questo. Ma non mi sto lamentando. »

«Sì che lo stai facendo!».

«Dio, ragazzi, per favore. Mi sta venendo la nausea» mugugnai, rotolando di lato per liberarmi da quell'intrico di corpi. Soffrivo di mal d'auto dalla nascita. Forse avrei dovuto avvisare Miles di scegliere un autista meno squilibrato.

Fra i finestrini oscurati e le curve improvvise, il mio desiderio di osservare il paesaggio sfumò ancora prima di nascere, così mi limitai a stendermi con la schiena a terra, pregando di non vomitare.

Stavo trattenendo i conati abbastanza bene, almeno finchè Ewan non mi si affiancò, pochi minuti dopo. «Posso?» mi bisbigliò all'orecchio, sdraiandosi a pancia in giù alla mia sinistra. Annuii, incapace di parlare per la nausea. E per l'imbarazzo, a dirla tutta. Aveva posato una guancia sulle braccia incrociate, e teneva gli occhi puntati su di me. Riuscivo a scorgere il verde intenso delle sue iridi con la coda dell'occhio, e non era affatto facile resistere alla tentazione di voltarmi verso di lui.

«I tuoi pensieri sono fra i più intricati che abbia mai analizzato. Sono come i fili degli auricolari, hai presente? Più cerchi di scioglierli e più si stringono nelle loro spire.»

«Non devi analizzarli.»

«Non devo o non vuoi?»

Deglutii, chiudendo le palpebre. «Ewan, ti prego. È meglio per entrambi se rimani nella tua testa.»

Lo sentii ridere, una delle sue risate dal sapore amaro che mi facevano contrarre il cuore. «La mia testa mi spaventa, a volte. È un luogo pericoloso. La tua invece, per quanto incasinata, mi rilassa.»

«Se sapessi cosa contiene non ti rilasserebbe tanto.»

«May... Credi che non conosca il tuo cuore?»

Come rispondendo al proprio nome, nel mio petto nacque un rullo di tamburi. Non resistetti oltre, finendo per ruotare il capo verso il ragazzo che ancora mi stava osservando. Aveva le ciglia semi abbassate, dello stesso colore delle sue occhiaie. Fece un mezzo sorriso, portando alla luce la sua immancabile fossetta. «Lo conosco meglio del mio, questo è sicuro» aggiunse, riempiendo il mio silenzio.

«Ewan...» mormorai. Feci per sfiorargli una guancia, ma lui mi bloccò, afferrandomi il polso. Vi lasciò un pallido bacio, leggero come una piuma, ma che con la sua debole forza riuscì a farmi rabbrividire. «Scusami, May. Ho incasinato tutto» sussurrò. Subito dopo mi diede le spalle, voltandosi verso la sorella, sdraiata accanto a lui. Alla fine anche gli altri avevano rinunciato al tentativo di stare seduti su quella giostra infernale.

Io tornai a guardare il soffitto della vettura, esteriormente impassibile. Dentro la mia testa, però, era in corso una battaglia. Una battaglia che avrei perso in ogni caso.

~•~

Non mi resi nemmeno conto di essere giunta a destinazione. Evidentemente, nonostante gli scossoni, dovevo essermi addormentata.

Mi stropicciai gli occhi, pesanti per il sonno prolungato, e sbadigliai. Mi sentivo ancora in movimento, come se il motore della macchina fosse tutt'ora acceso, così decisi di gettare uno sguardo intorno a me. Sobbalzai, finendo quasi a terra per lo stupore.

«Perchè diamine sono qua su?» esclamai, aggrappandomi con le unghie alla giacca di Kenneth per non cadere. Mi stava trasportando sulle spalle come se fossi stata un normale zaino da arrampicata, e al mio grido per poco non lasciò la presa sulle mie gambe.

«May, mi hai fatto prendere un colpo!»

«Beh, è venuto anche a me. Perché mi stai trasportando?»

«Perchè la nostra piccola Veggente affaticata sembrava non volersi svegliare mai più. E l'autista mandatoci da Miles aveva tanta voglia di attendere il tuo risveglio quanta ne ho io di stare qui a spiegarti una cosa così ovvia» sbottò Juliette, qualche metro davanti a noi. Amber e Ewan si voltarono nella nostra direzione, accorgendosi soltanto ora della mia reazione.

Il ragazzo tese le labbra in un sorriso rigido. «Ben svegliata. È ora di cena, sai? Hai dormito più o meno dodici ore. Sarebbe stato più semplice svegliare un bradipo.»

«Cosa?» Okay, sapevo di aver dormito a lungo, ma non pensavo così a lungo. Dovevo essere davvero sfinita.

Kenneth si voltò verso di me, senza perdere però il suo passo sotenuto e saltellante. «Non rammaricarti troppo, almeno tu non hai dovuto subire i bisticci di quei due per mezza giornata senza poter scappare dal furgone.»

Sorrisi, scuotendo la testa. «Sono sempre così?»

«Solo quando Ewan è abbastanza rilassato. In effetti, è davvero strano che lo sia. All'inizio del viaggio sembrava quasi il comandante di un reggimento, mentre ora, beh... È il vecchio pagliaccio che conosco.»

«Il pagliaccio sarai tu, Kenny. Io sono il direttore di questo circo» brontolò l'altro ragazzo, rallentando il passo per affiancarci. «E dovreste essere felici del mio buon umore. È una cosa rara.»

"Tanto rara quanto finta" non potei evitare di pensare. Ewan felice era un concetto difficile da credere già di per sé. Ewan felice nella situazione in cui ci trovavamo era praticamente impossibile. Stava fingendo per non preoccupare gli altri? Per calmare me? Qualsiasi fosse la risposta, il suo cambiamento di umore non mi convinceva per niente.

Osservai il ragazzo irrigidirsi durante il corso dei miei pensieri, il che mi fece dedurre che li stesse tenendo sotto controllo. Mi lanciò uno sguardo di sfuggita, adornato dal suo solito sorrisino misterioso. Con un solo gesto mi stava comunicando che avevo fatto centro. E che era seccato dal mio intuito.

«Posso scendere, ora. Sarai stanco» dissi a Kenneth, distogliendo lo sguardo da Ewan per portarlo sul mio improvvisato mezzo di trasporto.

Lui annuì, piegando un poco le ginocchia per agevolarmi la discesa dal suo metro e novanta di altezza. Una volta con i piedi per terra, senza il rischio di incappare nelle mie ridicole vertigini, mi concessi un'occhiata al panorama.

Venezia era senza dubbio una città meravigliosa. Sarei rimasta per ore ad osservare il caldo luccichio dei lampioni sull'acqua dei canali, i colori tenui degli edifici antichi al chiarore della luna e gli archi scuri dei ponti, se non fosse stato per un particolare.

La mia visione. L'avevo completamente rimossa, almeno fino a quel momento. Ne avevo avute così tante, in fondo. Ma quella, quella era la più importante, ed io ero stata una sciocca a non pensarci. Lì, esattamente in quel luogo, avevo visto Ewan venire pugnalato alle spalle da un uomo misterioso. In quel luogo avevo visto il suo sangue scarlatto macchiare le pietre lucide del lastricato. In quel luogo era morta una parte della mia anima.

«May, mi senti? Parlami. Stai bene?» Mi riscossi, stringendo con forza fra le dita la giacca di Ewan, che fino a poco prima aveva cercato di riportarmi indietro dal mio stato di trance. Affondai il viso nell'incavo del suo collo, inspirando ancora una volta il suo profumo. Era ancora vivo. Dovevo stare calma.

Dopo un attimo di esitazione anche le sue braccia si posarono sulla mia schiena, rassicuranti. «Ehi... Cosa ti succede?»

«Mi è tornata in mente una visione che ho avuto un po' di tempo fa. Ricordi? Quella per cui ci siamo incontrati nel bosco. Quella in cui venivi ucciso.» La voce mi uscì distorta, quasi meccanica.

Percepii dal movimento del suo petto che stava sospirando. «Calmati. Va tutto bene.»

Mi scostai di colpo da lui, guardandolo con rabbia «Ora va tutto bene. Ora siamo al sicuro. Ma cosa mi assicura che le cose non cambieranno? Tu... Se tu morissi, io...» mi morsi la lingua prima di dire qualcosa di troppo. Non potevo rivelargli la mia paura di perderlo, non mentre mi guardava con quegli occhi. Come se un'ennesima dimostrazione di affetto potesse distruggerlo internamente.

«Andiamo. Dobbiamo trovare Margot prima che sia troppo buio» mormorai, cambiando radicalmente argomento. Cominciai a camminare, con lo sguardo fisso davanti a me. Scorsi Amber sorridermi debolmente, piena di tristezza e dolcezza al tempo stesso. Lei capiva perfettamente il mio stato d'animo. Era stata la prima a capire cosa provavo per Ewan, ancora prima di me stessa. Forse, sarebbe stato meglio che non l'avesse capito nessuno.

Continuammo a camminare in tondo per una mezz'ora, in silenzio. Non avevamo un indirizzo su cui fare affidamento, tutto ciò che sapevamo era di dover trovare un'erboristeria. Solo ora mi rendevo conto di quanto fosse improbabile la nostra missione.
Tornati per la terza volta in Piazza San Marco, luogo che avevamo scelto come punto di ritrovo, eravamo tutti esausti.

Mi spostai i capelli all'indietro con un gesto di stizza. «Dobbiamo chiedere indicazioni. Non possiamo andare avanti così.»

«Creeremmo soltanto testimoni del nostro passaggio. Non possiamo» replicò Juliette irritata. «Altrimenti l'avrei già fatto, non credi?»

«Bene, allora propongo di accamparci qui, tanto vale arrenderci subito!» sbottai.

Ewan si passò una mano sul viso, mentre i fratelli Willer si scambiavano uno sguardo pensieroso. Alla fine il ragazzo dagli occhi verdi prese un respiro, si ravviò i capelli all'indietro ed entrò a passo deciso nel primo bar che gli capitò a tiro.

Dopo un attimo di indecisione lo seguimmo in massa, restando però sulla soglia della porta. Ewan si era già sporto sul bancone, con una delle sue espressione più attraenti stampata sul viso. Sicuramente, la barista con cui stava parlando doveva ritenerla tale. Sorrideva inebetita come un serpente incantato dal suono di un flauto.

Feci una smorfia di disgusto, ricevendo così una gomitata da parte di Juliette. «Ahi!» strillai accusatoria, con sguardo truce.

«Trattieni la gelosia, Veggente. Fa parte del gioco.»

«Non stiamo giocando, Juliette.»

Mi guardò con un sopracciglio inarcato, poi indicò Ewan col mento. «Non ricordo che si sia mai innamorato. Tu... Sei un caso a parte. Guardalo: non vedi come sta giocando con quella ragazza? Non ha mai fatto altro. Giocare, ingannare, illudere. Sono cose che riescono molto bene ai Guardiani. Le menti sono luoghi pericolosi.»

Tenni gli occhi fissi su di lui, sul suo modo artificioso di muoversi. Troppo sinuoso e lento, come una nenia. Il suono del flauto.

I nostri sguardi si incontrarono per un istante, ma bastò a mandare all'aria la sua recita. La sua postura tornò dritta e rigida, il suo sorriso un poco più gelido. Salutò la ragazza e tornò da noi ancora prima che potessi arrossire per l'imbarazzo.

«Dunque?» gli chiese Kenneth a nome di tutto il gruppo.

«Mi ha detto che c'è una particolare erboristeria, poco lontana da qui, in cui entrano personaggi piuttosto "eccentrici". Si dice inoltre che la proprietaria sia una signora burbera e che non esca mai dal suo negozio.»

Un sorriso mi si allargò sul volto. «Direi che abbiamo fatto centro!»

Ewan mi sorrise di rimando, nel suo classico modo irritante. «Io ho fatto centro. Voi siete rimasti a fissarmi.»

«Sì, certo, fratellino. Continua a crederci» gli disse Juliette, dandogli qualche energica pacca sulla spalla. Poi, senza preavviso, si mise a correre.

Seguendo la sua folle andatura lungo calli e ponti, raggiungemmo l'erboristeria con una media di mezzo polmone sopravvissuto a testa. Riuscii ad alzare lo sguardo solo dopo alcuni minuti, ancora con il petto in fiamme e il fiatone. «Tu...» sbottai in direzione di Juliette, dritta davanti a me. «Sei... completamente... pazza!»

«Oh, grazie!» ribattè lei portandosi le mani al cuore. Avrei voluto strozzarla, ma ero troppo esausta.

«È un negozio delizioso!» stava intanto esclamando Amber, eccitata come una bambina. Fece una piroetta, per poi incollarsi alla vetrina con mani e viso. Ridacchiai, sorpresa dalla sua reazione. Da fuori potevo scorgere alcune varietà di fiori ed erbe, oltre a varie cassette di minerali colorati, spezie e legni profumati. Sembrava l'antro di una strega.

Fui io ad aprire la porta per prima. Uno squillo argenteo segnalò il nostro ingresso, rimbalzando sulle pareti rivestite di legno. Mossi un passo e, scostata una tenda verde acido cosparsa di perline, di colpo mi ritrovai nella bottega. Era ricca di profumi, miscelati fra loro in perfetta armonia nonostante la sovrabbondanza. Creavano un'atmosfera particolare, calda, quasi familiare, anche se bizzarra.

Inspirai a fondo, muovendomi verso l'interno. Gli scaffali erano cosparsi di fiori, foglie e pietre, su cui lasciai scorrere con imprudenza le dita. Individuai una pietra verde che sembrava essere un grosso smeraldo, ma non poteva esserlo, giusto?

«In questo posto tutto è possibile, giovane Guardiana» proclamò una voce profonda e roca, dal fondo del negozio.

Sobbalzai, ritirando subito la mano. «Non sono una vera Guardiana. Non ancora.»

«Oh, sì che lo sei. Hai quel ciondolo. L'onice nera, simbolo di un legame nascosto. Ricordo perfettamente a chi lo donai. A tua madre, May. Sheila Fowles.»

Angolo autrice:

Ehi! Forse già sospettavate dell'identità della madre di May, forse no. I Fowles, una delle famiglie fondatrici. Come cambieranno le cose per May? Come si evolverà il suo rapporto con Ewan? Il prossimo capitolo riserverà molte sorprese.

Mi🌙

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