Capitolo 3
Martedì 31 gennaio
Le gambe mi bruciavano, i polmoni sembravano scoppiare, ma non potevo fermarmi, dovevo continuare a correre o sarei stata spacciata.
Percorsi il corridoio a grandi falcate, spostando gli studenti che incontravo sul mio cammino con gomitate e timide scuse, per poi lanciarmi su per le scale del primo piano. Mi aggrappavo alla ringhiera con tutta la mia forza, per non cadere, mentre le mie gambe sembravano trasformarsi in panna montata a ogni nuovo passo.
"Ancora poco, ci sono quasi" mi ripetevo nella mente come un mantra. Non dovevo cedere, non potevo. In volata giunsi al secondo piano, dove si trovava la mia classe. Nella mia scuola, dato il piccolo numero di abitanti del paese, c'erano pochissime classi, una per ogni età, e di conseguenza frequentavamo tutti gli stessi corsi. Per mia fortuna, i miei inseguitori erano tutti più grandi di me, e in aula sarei stata finalmente al sicuro.
Sentivo il rumore ticchettante dei suoi tacchi a spillo alle mie spalle, unito a quello più pesante degli anfibi dei suoi scagnozzi. "Accidenti, speravo che fosse caduta dalle scale con quei trampoli..." pensai, mentre continuavo a correre verso la mia meta, che intanto sembrava allontanarsi sempre di più come un miraggio. Alla fine arrivai a qualche metro dalla soglia della classe, dove Claire mi aspettava preoccupata. Quando mi vide avanzare come se stessi facendo una maratona i suoi occhi nocciola si sgranarono ulteriormente.
Con un ultimo salto mi buttai letteralmente sulla porta, gettando a terra tutti i libri che avevo stretto al petto fino a quel momento. Ansimai ad occhi chiusi per un paio di minuti, con Claire che mi accarezzava la schiena per calmarmi e i miei compagni di classe che mi ignoravano bellamente. Dopo un po', una volta calmati i battiti del mio cuore, decisi di controllare la situazione in corridoio.
La Belva sembrava essersi finalmente arresa: di lei o della sua banda di delinquenti non c'era l'ombra, l'ambiente era deserto. Il silenzio regnava sovrano. Probabilmente doveva già essere suonata la campanella, ma nella mia fuga disperata verso la salvezza non l'avevo sentita. Sospirai, cercando di calmarmi; il petto aveva ricominciato a rimbombare come se stesse venendo percosso da delle cannonate, ne percepivo le vibrazioni fin dentro alla testa, in fondo alle ossa.
Mi sentivo una codarda. Non avrei mai avuto paura di lei se fosse stata sola, Lyn mi aveva insegnato alcune mosse di autodifesa, ma quei tizi con la pelle coperta di inchiostro e metallo da cui si faceva accompagnare non sembravano tanto facili da battere.
Stavo per rientrare quando scorsi una sagoma vicino alla portafinestra che dava sul balcone del piano. Alzai un sopracciglio. Mi era stranamente familiare. Sembrava un ragazzo a giudicare dall'altezza e dalla corporatura, sebbene in controluce i suoi lineamenti non fossero visibili. Cosa ci faceva fuori dalla sua aula a quell'ora? Incuriosita, mi sporsi ancora un poco verso l'esterno per vedere meglio. Il ragazzo aveva corti capelli mossi e disordinati, era appoggiato con la schiena contro una parete e teneva le braccia incrociate sul petto. Dalla curva del collo pareva che stesse guardando fuori dalla finestra... finchè non si girò verso di me.
Feci un salto all'indietro per lo spavento, per poi rimproverarmi mentalmente per la mia stupidità. Avrei dovuto far finta di niente, ora quel tizio avrebbe pensato che lo stessi spiando di proposito... Cosa che ovviamente non stavo facendo.
«May, va tutto bene?» Claire mi fissava come se fossi pazza, ma forse era soltanto un'impressione. O forse lo ero davvero. In ogni caso, sicuramente dovevo sembrarlo molto: quella mattina avevo le occhiaie più profonde del solito e i capelli mi sparavano in ogni direzione possibile, a cui si aggiungeva poi lo sguardo allucinato che dovevo avere in quel momento. Quella notte avevo sognato ancora l'incendio, naturalmente. L'incubo era lo stesso, anche se...
Come in un flashback, rividi la figura del sogno. Era diversa dalla solita, da quella che conoscevo. Era più minuta e si teneva ben lontana da me e dalla mia cupola. Sembrava una silhouette femminile... Scossi la testa, turbata, ma finsi di essere tranquilla. «Io... sì, sto bene, grazie. Ho solo visto un'ombra e pensavo... che fosse la professoressa» le risposi con un sorriso tirato.
La mia amica mi squadrò dubbiosa. Sembrava voler replicare ma dopo un paio di tentativi si morse le labbra e scosse la testa. «Certo, capisco...» Incrociò il mio sguardo. «Credo che dovresti provare a restare a casa qualche giorno. Hai davvero bisogno di riposare, sembri distrutta...»
«Sì, hai ragione... ma credo che la stanchezza di adesso dipenda più dall'attentato della Belva nei miei confronti.»
«Sharon è sempre Sharon, e tu l'hai provocata. E' normale che sia furiosa» ribattè Claire, mentre nascondeva un sorrisino. Bene, si metteva pure a prendersi gioco di me! Ma da che parte stava?
«Oh, certo, ed è normalissimo anche che si sia portata dietro tutti i carcerati dell'Inghilterra per farmi fuori.»
«Certo. Cosa ti aspettavi? Lei non può sporcarsi le mani, lei è il cervello del gruppo!» A quella frase io e Claire ci guardammo e scoppiammo a ridere contemporaneamente. Sentire il nome di Sharon vicino alla parola cervello era una cosa che riusciva sempre a tirarmi su di morale per la sua assurdità.
Recuperai i miei libri dal pavimento e li posai sul mio banco, in prima fila, dove poi mi sedetti, seguita subito dalla mia migliore amica. Appena spostai il peso dalle gambe mi sembrò che si sciogliessero. Effettivamente, ero davvero stanca. Ormai era da più di una settimana che non riuscivo a dormire per una notte filata ed ogni dispendio di energie mi buttava sempre più giù.
Appoggiai sconsolata la testa ai libri di testo. Figure di cavalieri erranti mi fissavano sfocate dalla prima copertina, ricordandomi vagamente che l'ora di letteratura stava per iniziare e che dovevo cercare di svegliarmi se non volevo prendere una nota. Che vita crudele. Con un mugolio riportai il corpo in una posizione umana e soffiai via un boccolo che mi ricadeva sulla faccia.
Notai che Claire era tornata a scrutarmi con l'espressione preoccupata di poco prima e ciò mi irritò leggermente. Non mi piaceva sembrare una principessa bisognosa di aiuto, preferivo cavarmela da sola e quindi mi dava fastidio dar pena alle persone a cui volevo bene. Non volevo che soffrisse a causa mia. Cercai così di dipingermi in volto il sorriso più rassicurante di cui ero capace. Probabilmente assomigliava più ad una smorfia, ma per fortuna in quel momento fece il suo ingresso in aula Mrs. Bell.
La sua faccia mi lasciò per un attimo interdetta. Continuava a sorridere in modo nervoso e richiamava il silenzio con una voce più isterica del solito. Anche le sue mani non riuscivano a stare ferme, si muovevano a scatti e andavano spesso verso il naso a tirare su degli occhiali che in realtà pendevano sul suo petto legati ad una cordicina. Ma cosa sta succedendo?. Certo, Mrs. Bell non era la persona più impassibile del mondo, ma solitamente riusciva a mantenere il controllo anche in situazioni estreme. Cosa poteva essere successo per innervosirla a tal punto?
Improvvisamente, ricordai ciò che mi stava sfuggendo in quel momento. E impallidii ulteriormente. Quel giorno avrei conosciuto i miei nuovi compagni di classe, i due gemelli di cui si parlava tanto ma di cui non si sapeva nulla. Il loro arrivo era la cosa più eccitante che avveniva in paese da quando ne avevo memoria e il suo effetto era ben visibile in chiunque.
«Ragazzi, vi prego, fate silenzio» ordinò Mrs. Bell quando la cacofonia di voci diminuì. «Ora vi presenterò due nuovi alunni che studieranno con voi in questa scuola.» Si schiarì la voce e si passò nuovamente un dito sul dorso del naso. Io abbassai la testa e afferrai una matita dall'astuccio. Disegnare per me era come un anti-stress, aveva il potere di tranquillizzarmi in qualsiasi situazione mi trovassi. Sperando che funzionasse anche in quel caso, cominciai a scarabocchiare su un pezzetto di carta uscito dalle pagine del libro di inglese.
«Spero che saprete farli sentire a proprio agio e vi comporterete da studenti modello» aveva intanto continuato la professoressa.
Calcai la punta della matita sulla carta, tracciando segni neri come inchiostro.
«E che saprete confermare la buona reputazione della nostra scuola.»
Le linee si intersecavano in angoli aguzzi come punte di lancia, incidendo il foglio.
«Ewan, Juliette, entrate pure.»
La punta della matita si spezzò di colpo, facendomela sfuggire di mano. Con un affondo cercai di raggiungerla e recuperarala dal pavimento. Allungai la mano e con la punta dell'indice ne sfiorai il legno.
«Salve a tutti, io sono Juliette Blackwood e lui è mio frate...»
Quella voce. Chiusi le dita intorno alla matita e mi sollevai di scatto, piantando gli occhi sui due ragazzi che erano in piedi di fronte a me.
Rimasi senza fiato. Erano identici sì, e davvero belli, ma non fu questo a bloccarmi il respiro in gola. La voce della ragazza era la stessa che avevo sentito al supermercato e il ragazzo... era lui. Quello che avevo visto due notti prima. Stessi capelli neri, stessi lineamenti delicati e stessi occhi di un verde impossibile. Era lui, non avevo dubbi. "Sono pazza, devo essere pazza, come è possibile..."
Ewan ricambiò il mio sguardo con un sopracciglio alzato e un sorriso ironico sulle labbra, mentre si appoggiava alla lavagna con una spalla. Probabilmente pensava che lo stessi fissando perché mie ero presa una cotta. Arrossii violentemente e a quel punto non riuscii più a rimanere seduta. Non riuscivo a respirare, sentivo nel naso l'odore acre del fumo e sulla pelle il calore letale delle fiamme.
Scappai. Balzai su dalla sedia e fra i rimproveri confusi dell'insegnante mi lanciai fuori dalla porta, correndo come avevo fatto poco prima ma in senso contrario. Quella volta non sentii il dolore alle gambe, ma solo una densa nebbia nella mia testa che mi impediva di ragionare. Senza sapere cosa stessi facendo, senza pensare alle conseguenze, tirai la maniglia dell'uscita di sicurezza in fondo al corridoio e uscii sul balcone, all'aria aperta. Il vento soffiava volento, vorticando in spirali invisibili che trasportavano le ultime foglie autunnali sopravvissute ai primi ghiacci dell'inverno. Faceva freddo, e io non avevo portato con me la giacca, rimasta nel mio armadietto, ma non mi rendevo conto di nulla. Non volevo pensare.
Mi lasciai scivolare a terra sulle ginocchia cedevoli e appoggiai la fronte alle sbarre di metallo del parapetto, come una prigioniera. "Perchè lo sono. Sono prigioniera dei miei pensieri." Infatti mi era impossibile tenere la mente libera, la mia razionalità continuava a scontrarsi dolorosamente con la realtà dei fatti, divenuta così assurda in poco tempo. Non capivo nulla, e sebbene mi fossi preparata ad un eventualità del genere, non riuscivo a credere a ciò che avevo visto e sentito. "Cosa devo fare, cosa..."
Lentamente, chiusi gli occhi. Ero stanca, stanca di combattere contro me stessa. Mi lasciai andare, mentre sulle mie guance scorrevano lacrime ghiacciate, per poi cadere a terra e rompersi come schegge di cristallo.
~•~
Non so per quanto tempo rimasi ferma in quella posizione. Il rumore del vento mi faceva sentire come in un angolo separato dal mondo, come se tutto il resto della mia vita fosse scomparso nel nulla, lasciandomi finalmente serena e senza problemi. Ero libera, nella mia mente ero libera di volare via dall'irrazionalità del mio mondo e fuggire dalle preoccupazioni, librandomi nell'aria come una rondine solitaria in cerca di avventure. Ma la felicità non dura per sempre.
«Stai cercando di suicidarti?»
Una voce familiare attraversò il fruscio che avevo nelle orecchie, riuscendo a riportarmi a galla. Sbattei gli occhi confusa. Come ero arrivata fin lì? Quanto tempo era passato?
Provai ad alzarmi, ma i muscoli erano contratti per la posizione che avevo tenuto e per il freddo. Rimisi la testa fra le sbarre e senza sapere perchè risposi alla voce che mi aveva parlato. «No, non mi sto suicidando.»
«Beh, a me sembra di sì invece. Senti, sei la prima ragazza che scappa e cerca di uccidersi dopo avermi visto, quindi ti pregherei di non farlo. Ne va della mia reputazione. Poi fa' come ti pare, il mio è solo un suggerimento. In caso non lo cogliessi... Addio. Ci rivedremo nell'aldilà.»
"Ma chi accidenti è questo cretino?"
Girai a fatica la testa e incontrai con mia grande sorpresa due occhi felini che mi fissavano divertiti dalla soglia della portafinestra.
Ewan. Era uscito dalla classe per venire a vedere come stessi? Nah, probabilmente ero stata ferma su quel balcone per ore e alla fine si era imbattuto in me per caso. «Per prima cosa, non è detto che io sia scappata per te. Secondo. Cosa diavolo vuoi?> gli chiesi alla fine esasperata, vedendo che non accennava a togliersi quel sorrisino sarcastico dal volto.
«Oh, nulla. Solo capire perchè vuoi morire.»
«Quante volte devo dirtelo? Non voglio morire.»
Mi guardò sospettoso portandosi una mano al mento. «Sicura? Perchè credo che esporsi al vento invernale senza giacca sia una delle cause di morte più diffuse al mondo.»
"Ok, questo è completamente matto." «Ewan. Per favore. Togliti dai piedi.» Oddio, l'avevo detto davvero? Era la prima volta che mi rivolgevo in modo così scortese ad uno sconosciuto. Certo, questo particolare sconosciuto era irritante come pochi, ma...
«Sono sicuro che non vuoi restare sola. E comunque, so che probabilmente pensi che io sia pazzo, ma ti assicuro che non è così.» Mi fece un sorriso angelico che mi lasciò spiazzata per qualche secondo. Poi mi riscossi e gli lanciai uno sguardo dubbioso. Odiavo quando la gente intuiva i miei pensieri dalle mie espressioni, ma dovevo ammettere che quel ragazzo era molto più empatico del normale. «Non credo tu sia pazzo» mentii. «E al contrario di ciò che dici, vorrei stare sola. Potresti andartene?»
«Potrei, certo» disse annuendo, ma rimanendo fermo nella sua posa da modello. Sbuffai infastidita.
Feci per alzarmi ed allontanarmi da quello sbruffone, ma un capogiro mi colse impreparata e inciampai sui miei stessi passi. E sarei probabilmente caduta di faccia sul pavimento se Ewan non si fosse finalmente degnato di scollarsi dalla parete e di afferrarmi al volo. «Presa» mi sussurrò all'orecchio, facendomi rabbrividire. I suoi capelli mi solleticavano il viso e i punti dove mi sfiorava sembravano bruciare.
Mi scostai di scatto: non ero abituata ad essere toccata, e comunque avevo ancora la strana sensazione del giorno prima, come se lui fosse a conoscenza del mio problema e che ora si stesse burlando della mia ignoranza in merito.
Ewan aggrottò improvvisamente la fronte, ma poi il suo volto si distese nello stesso serafico sorriso in cui si era esibito prima. «Bene, ora credo che tu mi debba un favore. Ti ho salvato la vita.»
«Non te l'ho chiesto.»
«Ma l'ho fatto. Quindi ho ragione io.» Si esaminò le unghie di una mano con noncuranza mentre lo fulminavo con lo sguardo. "Sei solo un seccante idiota egocentrico..."
Alzò la testa di scatto e ricambiò il mio sguardo. Lo sostenni a lungo, ma alla fine fui io ad abbassarlo per prima. I suoi occhi erano di un colore così intenso... era difficile guardarli e allo stesso tempo era impossibile non farlo.
«Prima che tu mi interrompessi» continuò intanto il ragazzo come se niente fosse «stavo dicendo che dovresti farmi il favore di dormire di più. Sembri quasi uno zombie. Il che non è esattamente un bel vedere per i miei poveri occhi. »
Sussultai. Quella frase risvegliò in me tutte le congetture che mi ero fatta il giono prima su un suo possibile coinvolgimento nel mio incubo. Eppure erano così assurde... certo, l'avevo visto in sogno prima di conoscerlo ma magari era stata solo una coincidenza. Magari l'avevo visto per strada e mi era rimasto impresso inconsciamente. Sì, doveva essere andata così. «Non posso dormire a comando» replicai alla fine, senza sapere cos'altro dire.
Fece un mezzo sorriso. «Prova a bere del latte caldo. Magari funziona.»
«Sì, se avessi cinque anni.»
Lui rise, passandosi una mano fra i capelli neri. Quando rideva gli si formava una piccola fossetta nella guancia sinistra, appena accennata ma visibile nella bassa luce del mattino. Era davvero bello, se non fosse stato per il suo umorismo da quattro soldi sarebbe stato perfetto. Peccato che non riuscissi già a sopportarlo.
Quando ebbe finito di prendersi gioco della mia insonnia si guardò alle spalle e aggiunse: «Ora devo andare, Juliette mi starà cercando. Ci vediamo in giro, May.» E così dicendo mi diede le spalle e si allontanò nel corridoio, proprio mentre suonava la campanella. Dal vociare che seguì dedussi che si trattava dell'intervallo. Per un attimo avevo sperato che fosse già ora di uscire.
Sospirai e mi avviai verso il cortile, dove speravo di trovare Claire. Dovevo assolutamente spiegarle cosa era successo, doveva essere spaventata per la mia fuga improvvisa. Ero scappata dalla classe come se stessi per vomitare.
Avevo già percorso due interi piani quando mi accorsi di una cosa inquietante e che decisamente non mi tornava. Mi vennero i brividi, mentre rallentavo i miei passi fino a fermarli e cercavo di sciogliere il nodo che mi si era formato in gola.
Come faceva Ewan a sapere il mio nome?
Angolo autrice:
Eh già, come faceva a saperlo? Bella domanda, a cui potremmo dare tante risposte. Ewan è un personaggio particolarmente irritante, quando vuole esserlo, ma nasconde qualcosa dietro al suo sarcasmo? Cosa significavano le sue parole e quelle di Juliette al supermercato, parlavano di May o stavano semplicemente litigando? Cosa hanno fatto prima di tornare ad Owldale, e per quale motivo se ne erano andati?
Mille interrogativi riempiono la mente di May. Le risposte? Andate avanti a leggere e le scoprirete!
:-*,
Mi🌙
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