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Capitolo 21

2 anni prima

Ewan

L'agilità è tutto durante un combattimento. Certo, bisogna anche essere abili, allenarsi, saper calibrare la propria forza con attenzione, ma senza i giusti movimenti e la giusta velocità nel compierli non ci sono speranze di vittoria. Non quando, come nel mio caso, il guerriero in questione era un ragazzino di 15 anni, più esile rispetto alla media e con uno spietato senso dell'umorismo.

Sbuffai, rotolando sulla schiena. Ero disteso da ore sull'erba soffice della radura dei Ricevimenti, a poca distanza da casa mia. O meglio, la casa in cui abitavo da cinque anni, dopo che la mia famiglia aveva dovuto lasciare il Galles. A volte sognavo ancora le pennellate di verde che componevano il paesaggio, la campagna in cui amavo correre nei pomeriggi estivi. Detestavo i cambiamenti, e il modo precipitoso con cui avevamo dovuto trasferirci non mi aveva certo aiutato a superare la morsa insistente della nostalgia, che nei momenti più tranquilli mi segnalava la sua presenza stringendomi il cuore.

Quella radura era l'unico posto che, in un certo senso, mi alleviava quella sgradevole sensazione. Ci andavo spesso, la consideravo il mio rifugio dagli impegni di ogni giorno. Dal momento in cui ero diventato un Guardiano a tutti gli effetti, quando mi avevano inciso il simbolo di famiglia sul polso, non avevo più avuto modo di vivere una vita normale. Era un continuo ciclo di allenamenti, lezioni e ordini. Ed io non ero fatto per seguire le regole.
Nonostante ciò, però, mi piaceva imparare a combattere. E avevo scoperto di poter trarre dalla natura che mi circondava gli insegnamenti che nessun altro avrebbe potuto darmi.

Quel giorno ero rimasto ad osservare una farfalla volteggiare nell'aria serena del pomeriggio. I suoi movimenti erano aggraziati, delicati. Compiva complicate acrobazie senza fatica, con naturalezza, i suoi battiti erano sempre leggeri e precisi, con uno scopo definito.

La studiavo con gli occhi socchiusi e le labbra contratte per la concentrazione. Dovevo imparare a muovermi con la stessa agilità di quella farfalla. In confronto, ero goffo come un orso. Il mio problema era la mia fretta di vincere, che mi impediva di pensare alle mosse più convenienti, finendo per sprecare le mie energie troppo velocemente. Se solo fossi riuscito a trattenermi, a controllarmi...

«Ewan!»

Mi voltai di scatto, mettendomi d'istinto in posizione di difesa, lo sguardo attento. Scandagliai la zona e, quando individuai la fonte della voce, mi rilassai in meno di un secondo.

Mia madre era ferma sul limitare del bosco. I lunghi capelli biondi erano scompigliati dal vento, e lei cercava invano di sistemarseli dietro alle orecchie. Sorrideva, mettendo in evidenza le piccole efelidi che le cospargevano le guance e che Juliette aveva ereditato. Io avevo preso da lei la costituzione sottile, cosa di cui non andavo particolarmente fiero, e i lineamenti, più delicati rispetto a quelli di mio padre. «Sono qui» la chiamai, anche se era evidente che mi avesse già visto.

«Cosa fai lì da solo? Non ricordi che giorno è oggi?»

Effettivamente no, non lo ricordavo. Non ero mai stato bravo a ricordare le date, classificare i giorni secondo dei numeri era per me totalmente inutile. Preferivo vivere ogni momento come qualcosa di per sé unico, speciale. Sì, ero terribilmente ottimista, ma non mi dispiaceva fantasticare un po'.

Tornai a guardare la farfalla, che non aveva ancora smesso di librarsi fra i fili d'erba, mentre cercavo di capire cosa stessi dimenticando. Quella volò verso di me, andando ad adagiarsi sulla punta leggermente all'insù del mio naso. Incrociai gli occhi per osservarla. Aveva le ali di un blu cobalto intenso.

Mi madre rise e si inginocchiò accanto a me. «Credo che tu le piaccia» disse a bassa voce, per non farla scappare.

Sorrisi, riportando lo sguardo su di lei. Mi guardava dolcemente con i suoi occhi azzurri, gli stessi che ogni notte, da piccolo, mi accompagnavano nel mondo dei sogni. «Beh, io piaccio a tutti» replicai. In quello stesso momento la farfalla spiccò il volo, allontanandosi da noi.

Lei scosse la testa. «Sei molto sicuro di te, vedo. Nessuno potrebbe dubitare che tu sia figlio di tuo padre, se andrai avanti di questo passo...»

Abbassai lo sguardo sul tatuaggio che mi occupava la parte interna del polso sinistro. "Come se non basti questo a garantirlo..." pensai. Era stato molto doloroso ricevere quel segno. Il Consiglio non avrebbe mai permesso l'utilizzo di tecnologie moderne, quindi niente aghi o anestesia, solo un coltello, dell'alcol e dell'inchiostro nero. Ancora non sapevo come avessi fatto a non svenire quando la lama mi era entrata nella carne. «A cosa ti riferivi prima?» le chiesi, con un tono fin troppo serio.

Lei mi scompigliò i capelli ed io cercai di sottrarmi, inutilmente, alla sua presa. Probabilmente non avrebbe mai smesso di trattarmi come un bambino. «Ma come, sciocchino! Oggi è il 15 agosto. È il tuo compleanno, Ewan.»

La guardai sbigottito. Come avevo potuto dimenticare una cosa simile? Soprattutto quando mi ritrovavo ad avere una gemella con la memoria di un computer. «Juliette mi ucciderà! Non le ho fatto nemmeno gli auguri, questa mattina.» Mi nascosi il viso fra le mani. «Sono spacciato.»

«A quanto pare nemmeno lei te li ha fatti. Credo che abbia già cominciato la sua vendetta» ridacchiò mia madre.

Sospirai. Adoravo mia sorella, ma a volte mi spaventava. La sua fantasia in fatto di punizioni era paragonabile solo a quella di un serial killer, e solitamente il destinatario delle sue torture ero io. «Forse dovrei andare a farmi una vacanza nella nostra casa in Galles, giusto finchè non si sarà calmata...»

«Non puoi scappare dai tuoi errori, Ewan.»

«Non è scappare. È ricorrere all'ultima alternativa possibile senza rischiare la vita.»

«Non rischierai la vita. Vedrai che Julie capirà...»

«Elizabeth! Ewan!»

Era la voce di mio padre, veniva dal folto del bosco. In un paio di minuti fummo in grado di vederlo correre verso di noi, affannato, con i capelli neri sudati e gli occhi verde foresta scintillanti, come se avesse la febbre. Sembrava spaventato. E Neil Blackwood non era mai spaventato senza un valido motivo.

«Cosa è successo, caro?» gli chiese mia madre preoccupata.

«I Jones» ansimò. «Ci hanno dichiarato guerra. Hanno indetto una votazione lampo in Consiglio, senza avvisarci. E... ha vinto la fazione che li appoggia, Liza. Ora sono praticamente tutti alle loro spalle.» Alla fine dell'annuncio era senza fiato e l'aria si fece di colpo pesante come piombo, tanto che respirarla divenne un'impresa. Io deglutii in silenzio, consapevole della portata delle sue parole.

I Jones erano una dele famiglie che più ci odiava fra quelle dei Guardiani. All'inizio, quando eravamo arrivati a Owldale, avevo cercato di farmi amici i figli minori, Kyle, di un anno più grande di me, e Jayne, sua sorella. Beh, non era andata esattamente come speravo. Lui mi odiava a morte per il mio cognome, ancora prima di conoscermi, ed io non potevo non ricambiare appieno quel sentimento. Eravamo troppo diversi, e da un certo punto di vista questo mi dava sollievo. Non volevo essere una persona meschina come lui. La sorella al contrario aveva preso a seguirmi ovunque, e ben presto aveva cominciato a darmi una sensazione di soffocamento: era più appiccicosa di un misto di colla, resina e gomma da masticare. Fortunatamente, con l'arrivo di Kenneth e di sua sorella a casa nostra aveva smesso di perseguitarmi.

"Dimentichi questa mattina..." mormorò una vocina nella mia testa, che subito zittii. Non volevo pensare a quello spiacevole episodio, non ora che in ballo c'era la sopravvivenza della mia famiglia.

In quel momento non sapevo ancora quanto esso potesse essere coinvolto nella faccenda. Ma non ci misi molto a scoprirlo.

«Per quale motivo?» stava intanto chiedendo mia madre. Mi ero perso un pezzo della conversazione, ma cercai di ricostruirne i pezzi mancanti leggendo i loro pensieri. Sussultai appena ascoltai quelli di mio padre. Lui si girò verso di me con uno sguardo sconsolato. Mi venne un'improvvisa voglia di urlare, di distruggere ogni cosa, me compreso.

«Non può essere...» mormorai invece, a corto di fiato.

«Mi dispiace Ewan. Sappiamo che non è colpa tua, ma i Jones usano la stessa scusa da centinaia di anni ormai. Era inevitabile che capitasse ancora.»

«Ma non hanno prove! Io ho cercato di essere cortese, non di circuire Jayne! Come se lei fosse abbastanza intelligente da capire i piani della sua famiglia e rivelarmeli...»

Gli occhi di mio padre si fecero lucidi mentre allungava una mano nella mia direzione, senza arrivare a toccarmi. «Ewan, so che è difficile da credere, ma il Consiglio si aggrappa a qualsiasi cosa pur di attaccarci. Ricorda comunque che tu non hai colpe, figliolo.»

«Si invece...» sussurrai. Mi strinsi le braccia al corpo e mi lasciai cadere in ginocchio sull'erba. Lo sapevo, sapevo che avrebbe usato quel che era successo per incastrarmi! Avrei dovuto raccontare tutto subito. Ora i miei ricordi non erano più attendibili, il Consiglio non mi avrebbe mai creduto, anche se le sue minacce erano stampate a fuoco nella mia memoria...

Quella mattina avevo incontrato Jayne al 'Whitemoon'. Avrei voluto evitarlo, avrei voluto uscire dal locale senza farmi notare e risparmiarmi l'ennesima farsa, ma tale possibilità mi era stata subito negata dallo squillo acuto della sua voce. L'avevo salutata il più cordialmente possibile, nonostante la presenza di suo fratello, che non smetteva di fissarmi con occhi simili a pozzi di nera rabbia.

Era stata una giornata tranquilla, fino ad allora. Finchè lei non mi aveva chiesto di parlare in privato.

Ogni cellula del mio corpo mi aveva gridato di non accettare, di inventarmi una scusa, qualsiasi scusa, ma potevo davvero rifiutarmi? Le nostre famiglie erano sull'orlo della guerra, non volevo creare problemi ai miei genitori contraddicendo la figlia dei nostri nemici. Li avrei delusi.

Avevo accettato. Mi ero seduto ad un tavolino più appartato rispetto agli altri, nascosto da un paravento di raso nero. Jayne mi si era adagiata accanto, appoggiando la testa sulla mia spalla e con un sorriso stampato sulle labbra, come se fossi stato io a chiederle quell'incontro. Sembrava non accorgersi del modo in cui cercavo di starle lontano; il contatto fisico mi disturbava e, soprattutto con lei, mi sentivo quanto mai a disagio. «Devi dirmi qualcosa?» le avevo chiesto, senza ricevere risposta. Si era limitata ad alzare lo sguardo su di me, sorridente. «I tuoi occhi sono così belli...» aveva sussurrato dopo un po'.

L'avevo guardata in preda alla confusione, mentre l'ascoltavo lodare ciò per cui io e mia sorella eravamo stati presi in giro per tutta l'infanzia. I nostri occhi, lo strano colore dell'iride che la mia famiglia si tramandava da generazioni. Ci insultavano, perchè la nostra stirpe viene accusata di tradimento da secoli, e le dicerie sono difficili da cancellare. Ci disprezzavano, perché consideravano il nostro sangue corrotto, e il nostro aspetto simbolo di tale fatto. Eravamo troppo diversi per essere ignorati e, allo stesso tempo, per essere accettati. La situazione era cambiata con il tempo, si era alleviata, ma non avevo mai pensato che qualcuno potesse considerare bella questa mia stranezza.

«Grazie» avevo mugugnato, perso nei miei pensieri. Sentivo che la faccenda cominciava a sfuggirmi di mano come un vaso di cristallo cosparso di cera. Rischiava di ferirmi con le sue schegge da un momento all'altro.

Lei aveva continuato a sorridere, incastrando una mano fra i miei capelli. Allora, solo allora avevo realizzato le sue intenzioni. Ma era troppo tardi ormai. La distanza fra di noi si era annullata prima ancora che me ne potessi rendere conto e avevo cominciato a percepire la pressione delle sue labbra sulle mie solo dopo alcuni secondi. Ero scioccato, rigido come una statua per l'irrealtà della situazione.

Avevo piegato la testa di lato, cercando di staccarmela di dosso.
«Jayne, io... non ti vedo in quel modo» avevo precisato con una smorfia. Nonostante quello non fosse stato un bacio particolarmente passionale sentivo le labbra formicolarmi fastidiosamente. Avrei voluto passarci sopra una mano per togliermi la sensazione di averla ancora contro di me.

L'avevo vista adombrarsi, indispettita. «Non ti credo. Non ti sei mai lamentato della mia compagnia!»

«Jayne, tu... mi hai frainteso. Per me sei solo un'amica. Io non ho mai...»

«Zitto, zitto!» aveva urlato, richiamando l'attenzione di tutto il locale.

Mi ero morso le labbra, rosso in volto. Mi sarei dovuto aspettare una simile reazione, ma non volevo illuderla, soprattutto considerando il suo cognome. Era una Jones, e per di più tutti sapevano quello che Kyle, suo fratello adottivo, provava per lei. Suo fratello, che era in quello stesso bar e forse aveva visto tutto...

«Mi dispiace...» avevo provato a scusarmi, ma lei si era già alzata e mi aveva conficcato l'indice al centro del petto. La sua espressione era una maschera di puro odio. «Sei solo un traditore, come tutta la tua famiglia! Ma io ti prometto che ti pentirai di questo affronto, Ewan Blackwood. Te ne pentirai amaramente» aveva detto.

Mi ero illuso che si fosse trattato di uno stupido battibecco fra ragazzini, un litigio senza importanza.

Ma lei aveva mantenuto la promessa.

Ed ora, fermo con i miei genitori in mezzo a quello che reputavo il mio rifugio, mentre il cielo si copriva lentamente di nuvole nere cariche di pioggia, cominciavo a chiedermi se avessi fatto male a cercare di rimanere in buoni rapporti con una famiglia tanto vendicativa.

~•~

La battaglia si sarebbe svolta all'alba del giorno successivo. Naturalmente, quella notte non riuscii nemmeno a chiudere occhio. Continuavo a rigirarmi nel letto, sudato e ansimante, mentre nella mia testa si affollavano migliaia di pensieri. Non tutti erano miei; sentivo l'angoscia di mia sorella, la preoccupazione di mia madre e la rabbia di mio padre. Amber, la più piccola della casa, non era stata informata di nulla ed era rimasta a dormire da una sua amica Sognante. Mentre Kenneth...

«Cosa ci fai là fuori?» chiesi al mio migliore amico, in piedi davanti alla mia porta. Non potevo vederlo, ma potevo distinguere la sua mente da quella di chiunque altro senza difficoltà.

Lui aprì lentamente la porta, facendo entrare un'affilata lama di luce, che penetrò nel buio fino a ferirmi gli occhi. Li strizzai per qualche secondo, tentando di abituarmi a quel bianco accecante.

La testa rossa di Kenny comparve in quell'aura. Sembrava uno spirito venuto a portarmi via. «Dimentichi che quando sei agitato lo sono anch'io?» sussurrò, entrando nella mia camera.

Sospirai. «Non posso farci niente. Ho combinato un disastro.»

«Tu non hai fatto niente. È stata Jayne a inventarsi tutto. E ancora non capisco come abbia fatto a nascondere la realtà dei fatti...»

Scossi la testa. «Credo sia stato Kyle. Deve aver visto tutto, fraintendendo ogni cosa. Ognuno vede quel che vuol vedere, e lui non vuole credere che la ragazza che ama non lo ricambi. Jayne gli ha nascosto la verità, e Alistair ne ha approfittato per raggiungere i suoi scopi.»

Kenneth spalancò gli occhi. «Ti hanno ingiustamente macchiato della colpa dei tuoi avi!»

«Sono un Blackwood, Kenny. Per il Consiglio il nostro stesso sangue è macchiato, sporco di menzogne. Ci odiano dall'inizio dei tempi.»

Restammo in silenzio per qualche minuto, seduti sul mio letto. Alla fine presi la parola. «Sai perché ti ho detto questo, vero? Loro odiano noi. Tu non sei obbligato ad aiutarci, se non vuoi. Non sei molto più grande di me, capisco che una battaglia possa sembrarti mostruosa...»

Kenneth mi zittì con un gesto. «Non posso andarmene. Altrimenti, chi ti impedirebbe di farti uccidere?»

Sorrisi. «La mia coscienza?»

«Esatto, la tua coscienza sono io, quindi niente obiezioni. Io rimango qui.»

Ero felice di sentirglielo dire. Chiedergli di andarsene era stato davvero difficile, temevo potesse accettare e lasciarmi solo contro i miei timori. Ma non avevo considerato che la nostra amicizia era più forte della paura. Non mi avrebbe abbandonato, avremmo lottato insieme.

«In quanti saremo?» mi chiese Kenneth dopo un po'. Il sole stava già cominciando a cacciare la luna dal cielo. Ci rimaneva un'ora, forse due.

«I miei hanno chiamato tutti i loro amici che avrebbero potuto raggiungerci in tempo. Saremo una quarantina, forse. Sicuramente in minoranza.»

«Quindi non abbiamo speranze...» mormorò, con un sorriso triste.

Presi un respiro profondo. «C'è sempre una speranza, Kenny. Possiamo ancora farcela.»

~•~

L'ora dello scontro arrivò in un lampo. L'aria era grigia; il sole era stato coperto dalle nubi ancora prima di poter illuminare la terra, il suo splendore soffocato dalla nebbia densa. Per essere un giorno estivo faceva piuttosto freddo, pioveva, come se anche il clima fosse in lutto per quel che stava per accadere.

Il nostro piccolo esercito era già schierato. Quando io e Kenneth eravamo scesi al piano inferiore avevamo scoperto che la radura dei Ricevimenti veniva usata anche come campo di battaglia. Ero rimasto scandalizzato, ma non volevo darlo a vedere. Il mio giardino segreto come sfondo di un massacro... no, non riuscivo ad immaginarlo. Nemmeno ora, in piedi nelle retrovie, insieme a tutti i combattenti più giovani, con le gocce fredde che mi colpivano il volto, riuscivo a capacitarmi del fatto che quella distesa incolore di terreno bagnato fosse lo stesso prato su cui amavo sdraiarmi nelle giornate di sole.

All'improvviso una linea scura apparve lungo il lato opposto della radura. Era come se i tronchi degli alberi fossero stati inghiottiti da una nera coltre di nulla. Inizialmente, pensai che fosse così. Quella giornata era così irreale che sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Ma ad uno sguardo più attento potei notare degli inquietanti scintillii metallici provenire da quella linea. Lame.

Deglutii, cercando di farmi forza. Ero un Guardiano da appena un anno, ufficialmente, non avevo mai avuto modo di combattere al di fuori dalla palestra. E con nessuno che non fosse mio padre, Kenny, Juliette o Amber. Non ero nemmeno sicuro di esserne realmente capace. Quelli erano tutti uomini preparati, veterani, in numero maggiore e con maggiore esperienza. Avevano avuto tempo per prepararsi ed ora ci guardavano sorridenti, come se avessero già vinto e ci vedessero già come cadaveri.

Io ero gracile, non molto alto, in pratica un bambino se paragonato a loro. Potevo contare solo su di una agilità e velocità superiori, ma niente di più. Ero bravo con il lancio dei coltelli, ma nel corpo a corpo ero una frana. Le spade pesavano troppo per le mie braccia e non riuscivo moralmente a picchiare qualcuno a mani nude. "Sono inutile come questa pioggia..."

In quel momento ci fu un fischio lacerante. Mi coprii le orecchie, mentre sentivo i corpi intorno a me irrigidirsi. Il segnale. La battaglia aveva inizio.

Entrambi gli schieramenti si lanciarono in avanti. Quando le prime file si incontrarono ci fu un boato, seguito dal rumoroso cozzare delle spade e dalle urla dei caduti.

Con la schiena contro quella di Kenny tenevo alla larga quelle poche persone che riuscivano a raggiungerci. Gli altri venivano storditi dai nostri attacchi mentali o da quelli dei nostri alleati, si gettavano a terra stringendosi la testa, le espressioni sofferenti. Alcuni mi cadevano direttamente addosso e dovevo liberarmi dal loro peso, spesso sporcandomi di sangue. Dopo circa una decina di minuti, già esausto, con parecchi tagli sulle braccia, cercai con lo sguardo i miei genitori.

La battaglia si stava spostando nuovamente verso il centro della radura, io mi trovavo ancora al confine. Scorsi la chioma dorata di mia madre ondeggiare selvaggia mentre combatteva con sua sorella Lily e mio zio Phil contro una donna e due uomini dai capelli rosso fuoco, probabilmente fratelli. Mio padre era accanto a lei, impegnato contro Alistair Jones, il padre di Jayne e Kyle.

Lo guardai con odio. Quell'uomo, che aveva sempre detto di ammirare il mio animo ribelle, non aveva esitato un attimo prima di usare la mia gentilezza contro il mio stesso cognome. Era l'uomo più vile che avessi mai conosciuto. Ed io avevo anche cominciato a fidarmi...

"La fiducia. Fidarsi di qualcuno è semplicemente il modo più facile per sabotare se stessi" pensai con amarezza. Ero sempre stato troppo ingenuo. Dovevo imparare a scegliere le mie amicizie con più cautela... anzi, forse sarebbe stato meglio lasciar perdere del tutto i contatti con gli esterni alla mia casa. E soprattutto, avrei dovuto tenermi alla larga dai Jones.

"Me la pagheranno. Me la pagheranno cara..." mi dissi, e senza pensarci corsi verso il mostro che mi aveva ingannato. Sentivo Kenneth e Juliette gridarmi qualcosa alle spalle, ma non potevo fermarmi. Le mie gambe si muovevano da sole, animate da una furia cieca.

Percorrendo tutto il confine del bosco riuscii ad aggirare Alistair. Mi nascosi dietro ad un albero, nascosto alla sua vista, ma abbastanza vicino da raggiungerlo col pensiero. Schermai la mia mente come meglio potei e mi concentrai su di lui. Era distratto dal combattimento, mio padre era un campione di scherma, batterlo non era certo un gioco. Sorrisi. Potevo farcela. Dovevo solo riuscire a far cadere Alistair, in modo che mio padre potesse ucciderlo velocemente. Niente di troppo difficile.

Preparai l'attacco più complesso che avessi mai creato. Dovevo immaginare il dolore che volevo infliggergli, senza lasciargli prendere il sopravvento su di me, e poi proiettarlo nella mente della mia vittima. Feci tutto con attenzione e, dopo aver preso la mira, scagliai il mio colpo.

Tutto accadde in una decina di secondi, ma vidi tutto come se succedesse al rallentatore.

Vidi Alistair voltarsi verso di me con un sorriso malefico sulle labbra.

Lo vidi afferrare mio padre per le spalle e portarlo davanti a sé.

Vidi la smorfia di dolore sul volto del mio genitore.

E lo vidi cadere a terra, raggomitolato come un neonato.

Un urlo strappò il silenzio che mi riempiva le orecchie e scorsi una figura femminile gettarsi fra Alistair e mio padre, cadendo a terra a sua volta. I suoi capelli andarono a coprire il petto del marito come una coperta di fili d'oro.

Io non riuscivo a credere ai miei occhi. Entrambi i miei genitori erano a terra, esanimi, nel bel mezzo di una battaglia... per colpa mia.

Era tutta, completamente, irrimediabilmente colpa mia. Così come ero il responsabile di quello scontro assurdo. Avrei voluto non essere mai esistito, sparire dalla faccia della terra e risparmiare tutto quel dolore alle persone che amavo.

"Ma sono ancora vivi. Puoi salvarli, non sono morti..." mi riscosse la mia voce interiore. Spalancai gli occhi e cominciai a correre nella loro direzione. Potevo sentire i loro pensieri, deboli, ma presenti. Potevo scorgere i loro lineamenti bagnati dalla pioggia, i loro petti alzarsi di poco alla volta.

Poi più niente.

Percepii un colpo violento dietro alla nuca e caddi a terra, sul mio braccio sinistro. Sentii il polso scricchiolare e le lacrime cercare di uscirmi dagli occhi. Ma io non piangevo da anni, non ricordavo nemmeno come si facesse. Cercai di rialzarmi, ma il dolore era troppo forte. Dei rivoli caldi mi scesero sul collo, dandomi i brividi.

L'ultima cosa che vidi, prima di perdere i sensi, furono degli uomini portare via i corpi dei miei genitori.

Poi solo il nero più assoluto.

Angolo autrice:

😭

Povero Ewan. Vedere i propri genitori morire davanti a , considerato il carattere dolce e sensibile che lo caratterizzava ai tempi, deve averlo distrutto. Ora quel lato del suo essere sembra sparito, sostituito da una rabbia cieca e distruttiva.

Abbiamo scoperto finalmente uno degli avvenimenti del passato di Ewan che lo hanno portato a chiudersi sotto un'armatura di fredda diffidenza e sarcasmo, ma sarà l'unico?

Scusate se il capitolo è più lungo del solito, ma non volevo dividerlo, non questo. Alla prossima💕,
Mi🌙

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