18. DEVE ESSERE L'AUTOBUS - 1
La matematica è scritta per i matematici.
Niccolò Copernico
Per tutto il tempo, in autobus, non faccio che pensare a questo pomeriggio che si prospetta tanto spiacevole.
La corriera delle 15 per scendere in città è quasi vuota.
Oltre il finestrino ed oltre il riflesso di una diciannovenne dagli occhi verdi e i ricci rossi, il fiume prosegue il suo corso nella direzione che gli viene indicata dagli spogli rami autunnali piegati dal vento. Le foglie rossastre si appiccicano al vetro del finestrino come mani che sventolano per salutare quello strano, assorto, riflesso.
Il tragitto in corriera prosegue tranquillo per un certo tratto, mentre gli occhi verdi nel finestrino seguono il corso del fiume e si rilassano involontariamente, fino quasi a chiudersi dal sonno.
Le foglie rosse si piegano a formare tante L; alcuni grumi di polveri si addensano attorno ad esse, portati dal vento, e scrivono nell'aria "log log log". La luce si oscura, i grumi si fanno più densi e più pesanti, fino a cadere verticalmente a terra. E mentre cadono si trasformano in 9, in 3, in 8, in 4...
«Ciao».
Edmund mi ha svegliato, senza accorgersene, e si è seduto accanto a me. Il suo saluto è un doveroso cenno di riconoscimento.
Non sembra per niente di buon umore: anzi, è proprio arrabbiato. Con ogni probabilità, è perché non ha voglia di sprecare il suo tempo a spiegare matematica ad un caso senza speranza come me.
Ma forse mi sbaglio.
Scaccio via la mia prima risentita impressione per farmi forza e rispondere al saluto: é necessario incominciare da subito, se voglio rendere questo pomeriggio un po' meno pesante. E, per iniziare, voglio assicurargli che mi dispiace averlo disturbato per venire ad aiutarmi in matematica.
Chissà qual è il vero motivo per cui ha accettato. Davvero non capisco perché l'abbia fatto. L'unica spiegazione è che risponda all'interesse che Chiara ha mostrato per lui.
Se è così, spero che oggi saranno entrambi così assorti da non curarsi minimamente di me, che me ne starò da sola a studiare, in un angolino.
«Mi dispiace che tu sia dovuto venire per forza... Chiara voleva fare qualcosa per me, ma non ha pensato che poteva crearti dei problemi... E poi, non ti ha lasciato molta alternativa...».
«Non ti preoccupare» risponde, mettendosi comodo sul sedile e con la sua solita espressione di autosufficienza. «Se avessi voluto dire di no, l'avrei fatto» aggiunge, come se mi stesse facendo una faticosissima concessione.
Ma perché qualcuno deve essere portato tanto ad offendere un'altra persona? O forse non si è neppure accorto di avermi offeso?
Cerco di far finta di nulla: «Quindi, non ti pesa troppo?».
«Non è certo il modo in cui pensavo di passare la giornata, ma no» dice, con un'alzata di spalle e guardandosi intorno, come se la sua attenzione mentre parla con me debba essere distratta da qualcosa di più interessante...
Ora però esagera.
Tento l'ultimo appiglio, e, ridendo, faccio una battuta nella quale spero che colga un'implicita minaccia: «Sto incominciando a ricredermi».
«Mmm. E riguardo a cosa?».
É evidente: non gli importa niente di quello che gli dirò da qui alla fine del pomeriggio e meno che mai ha voglia di intavolare una discussione con me, perché non mi considera alla sua altezza.
«Riguardo a quando ti ho chiesto scusa per averti dato del maleducato».
«Vuoi dire che ora credi che sono un maleducato?!».
Sembra letteralmente senza parole. Quello che lo stupisce non è il fatto che io lo detesto, ma la mia tendenza a dire cose eccentriche e odiose senza preoccuparmi di come la gente potrebbe prenderle. Almeno, ho provocato una reazione.
«Beh, chi ha orecchie mi intende» rispondo.
Senza dire una parola, Edmund fissa dritto davanti a sé, con un'espressione seria che non gli avevo ancora visto.
Per quanto io non voglia assolutamente fare amicizia con lui, non intendo neppure passare un pomeriggio d'inferno:
«No, dai, stavo scherzando! É che hai risposto come se ti avessi chiesto di perdere due anni della tua vita, non un solo pomeriggio. Io mi sono scusata, perché mi sembrava già tanto, ma tu mi hai fatto sentire in colpa più di quanto mi meritassi».
Niente. La mia lingua parla sempre senza essere interpellata e, una volta partita, non c'è modo di fermarla.
Mi guarda sconcertato.
«Scusa tanto, se non faccio i salti di gioia se una ragazza che non conosco mi chiede di spiegarle matematica per un intero pomeriggio la prima volta che la incontro».
In effetti, ha ragione. Ma non mi sembra il caso di farglielo notare.
«Ci tengo a precisare che non sono stata io a chiederti di venire e che tu hai detto che, se avessi voluto dire di no, l'avresti fatto».
«Era per essere cortese».
«Oh, giusto! Peccato che io non me ne sia accorta».
Piombiamo nel silenzio, uno girato di qua e l'altro di là.
Ma si può? Che razza di pomeriggio passerò oggi? Forse dovrei mandare tutti a quel paese e andarmene sulla spiaggia al freddo ed al gelo a studiare matematica per non fare una seconda figura con il prof.
No, meglio scusarsi: «Senti, non è che volevo darti del maleducato, davvero».
«Mmm».
É già qualcosa...
«Deve essere l'autobus, a farmi quest'effetto» dico, più rivolta a me stessa che a Edmund.
Dopo qualche secondo, lui scoppia a ridere.
Mi giro sorpresa, e lui dice, a mo' di spiegazione: «É probabile, dato che tutte le volte che siamo in autobus finisce così».
Sta ancora ridendo. La sua risata mi sconcerta.
«Cosa ci trovi da ridere? Il fatto che do del maleducato a qualcuno solo perché è seduto accanto a me in autobus?».
Ma quest'ultima lo fa ridere solo di più.
«No, no... Non è quello».
Poi smette di ridere, non dice più una parola e piomba in un mutismo strano.
Chissà cosa diavolo gli sta passando per la testa.
«Comunque, in fatto di insulti siamo pari» aggiungo, con l'intenzione di fargli ricordare che anche lui non è sempre stato il massimo della cortesia nei miei confronti.
Il mio tono non ammette repliche. E, infatti, lui non replica affatto: tace, ancora più serio di prima.
In un certo senso, è come se ci fossimo riconciliati. O, meglio, chiariti. Nessuno dei due perdona l'altro o fa un passo in più verso un'improbabile amicizia, ma, almeno, riusciremo a stare un pomeriggio a un paio di metri di distanza l'uno dall'altra senza scannarci.
«Siamo arrivati» gli faccio notare, visto che Ed, perso in chissà quali pensieri, non sembra essersene accorto.
Edmund si guarda attorno, sorpreso: «Di già?».
Mentre scendiamo, mi chiede: «Tu lo sai dove si trova la casa di Chiara?».
«Sì. Ci sono già stata: é qui vicino. Ma ho visto che te lo stava spiegando... non hai capito dov'è?».
«Non ci ho capito niente. Ero un po' distratto».
Sembra un po' schivo. Intuisco che c'è un motivo per la sua distrazione che non vuole farmi sapere. Magari era troppo preso da chi gli dava le informazioni per interessarsi a queste ultime: magari Chiara ha colpito nel segno.
A dir la verità, però, adesso non sono più sicura che preferisco che Edmund non mi aiuti per niente. Incomincio a pensare che potrebbe anche essere utile, e non troppo pesante.
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