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13. TU MI FAI DAVVERO ARRABBIARE

                                                 

Questo preoccuparmi troppo della scuola
non fa altro che preoccuparmi...
Persino le mie ansie hanno l'ansia...
Charlie Brown


La verifica di Matematica è la prossima ora, nel frattempo posso studiare qualcosa, dato che c'è Arte. Non sono l'unica: tutta la classe è immersa in un silenzio sospetto, e lo sguardo di metà dei miei compagni vaga distratto per l'aula e si ferma di tanto in tanto sulla prof con aria improvvisamente interessata.

La prof non si è ancora accorta di niente. Evidentemente la situazione non deve essere molto lontana dalla norma.

Alla fine della prima ora, mentre tutti si preparano per il suono della campanella, previsto di qui a cinque minuti, la porta si apre ed una bidella entra, si avvicina alla prof e le dice qualcosa sottovoce.

La prof si guarda attorno con un'aria da: Oddio, cosa devo fare? Poi si alza in piedi, fissa un po' in ansia gli alunni e, con una vocetta stridula, annuncia:

«Ragazzi... avete un nuovo... compagno di classe».

La notizia attira l'interesse di tutti: un nuovo compagno di classe!

Io non ne sapevo niente, ma è piuttosto evidente che il resto della classe lo sapesse già.
La bidella si gira, fa un segno verso la porta ed un ragazzo entra nell'aula.

Per poco non scoppio a ridere. É il tizio dell'autobus, quello a cui ho dato del maleducato e che ha insultato i miei capelli.

Non c'è niente da ridere, in verità. Ma la situazione mi sembra talmente surreale...

Gli altri, in effetti, lo sapevano: tutti incominciano a gridare: «Ed! Ehi, Ed!» e varie altre cose che non distinguo nel caos totale in cui è piombata la classe.

Non solo sono l'unica a non sapere che tale Ed si sarebbe fatto trasferire nella nostra classe, ma sono anche l'unica a non conoscerlo! Sembra una star del cinema, da come gli fanno festa.
Non so se fare finta di niente, o salutarlo come se niente fosse.

Ma propendo per la prima: ha già abbastanza ammiratori.

La prof richiama l'ordine in classe, senza però riuscirci in alcun modo. Sono l'unica a darle ascolto insieme a Chiara, Tommy, e altre tre persone che si guardano intorno confuse.
Come è possibile che la classe lo sapesse già e noi cinque invece no?

Ora incomincio a odiare la mia classe.

Ficco la faccia nel libro di Matematica, dando le spalle al caos generale.

Chiara, però, non è disposta ad accettare tutto questo, e si alza per andare a chiedere agli altri non so che cosa.

La prof sta cercando disperatamente di richiamare l'ordine, ma non riesce a farsi sentire. La bidella trova giunto il momento di prendere le redini della situazione e, sbattendo una mano enorme sulla cattedra, grida: «Ragazzi! La professoressa sta cercando di parlare!».

A poco a poco, il caos si stabilizza e la classe ritorna in silenzio. Io continuo ad ignorare tutto ciò che avviene attorno a me.
Dal mio angolo appartato, sento che la prof sta dicendo: «Ragazzo, presentati alla tua classe».

Forse non si è accorta che la classe - tranne me - non ha alcun bisogno di una presentazione ufficiale.

«Certo, prof». Il ragazzo dell'autobus compare accanto alla prof, divertito. I miei occhi ritornano sul libro.

«Per tutti quelli che non mi conoscono...».

Qualcuno scoppia a ridere.

«...io sono Edmund Lloyd. Ero nella A, ma ho dovuto cambiare sezione».

«Giusto in tempo per la verifica di mate, Eddy!» riconosco la voce di Claudia.

Matteo le fa eco: «Ti sei preparato di mate, Ed?».

Fede, un ragazzo un po' riservato con cui a mala pena ho mai scambiato una parola, aggiunge:
«Tanto non ne ha bisogno».

Che vuol dire? Che è un genio di matematica? Non si direbbe.

La campanella suona e la prof, ringraziando che non tocchi più a lei riportare l'ordine in classe, esce salutando con una vocetta che nessuno riesce a sentire.

Non sopporto più di stare seduta a fare la gnorri. Mi sembra di essere l'imbucata ad una festa, alla quale non sono affatto la benvenuta. Andrò a farmi un giro fuori dalla classe.

Mentre mi faccio largo tra la folla per uscire, sento che Tommy sta dicendo: «Vado a chiedere alla bidella di portare un altro banco: se n'è dimenticata».

Tommy mi raggiunge: «Ehi, Diany, dove stai andando?».

«Non lo so, a fare un giro» gli rispondo vagamente.

«Allora vieni con me, devo chiedere alla bidella un banco per Ed».

«Ok» mi limito io.

«Tu non lo conoscevi, vero?».

«Chi?».

«Lloyd! Chi se no?».

«Ah, no. Non lo conosco».

Tommy mi guarda storto: «Ehi, qualcosa non va?».

Fingo di sorridere: «Oh, no, non c'è niente che non va. Tutto a posto, é solo che non so mate».

«Non ti preoccupare per mate. Chiedi a Ed di suggerirti e vedrai che l'otto è assicurato».

«No».

«Mica ti da fastidio chiederglielo, vero? Perché, se vuoi, glielo chiedo io».

«No!».

«Ehi, Dy, che c'è che non va?».

Ecco, lo sento. Sto per sputare fuori tutto. Ecco che arriva: «A qualcuno poteva venire in mente di dirci che avevamo un nuovo compagno di classe, no? Io non sapevo niente! Per l'ennesima volta, mi ritrovo a fare la parte di quella che non sa mai niente e che non conosce nessuno! Voi lo sapevate tutti, no? Da quanto lo sapevate, e non ce l'avete detto? Insomma, è una cosa che riguarda anche noi, anche se non sappiamo chi sia questo Ed!».

Tommy mi guarda stupito: «Ehi, mi dispiace! Davvero non lo sapevi? Voglio dire, sabato l'abbiamo detto a tutti, in classe...».

«Quando?!».

«Sabato, all'ultima ora: è arrivata la preside a parlarci, non ti ricordi?».

«Ma di che stai parlando?».

Tommaso rimane un secondo in silenzio a pensare a come diavolo ho fatto a non accorgermi di niente. E anche io provo a ricordare. Ad un tratto, finalmente, mi torna in mente tutto quanto. Ora mi sembra di essermi arrabbiata per niente, e ritorno al mio solito umore, anzi, più allegra del solito: «Ehi, Tommy, ora mi ricordo: ero andata in bagno e la prof di Inglese mi aveva fermato in corridoio per dirmi di avvertirvi che la verifica l'aveva spostata al 15. Ho anche visto la preside che usciva dalla nostra classe. Stamattina ero troppo presa dalla verifica di mate, e anche voi...».

Tommaso sorride: «Tu sei sempre fra le nuvole, Dy... Solo tu potevi riuscire a non accorgerti di niente».

«Dai, Tommy... questo però non è vero» gli rispondo, sorridendo.
Ma Tommy mi lancia un'occhiata da Ah, no? e va incontro alla bidella che, camminando e parlando, siamo riusciti a rintracciare.

La bidella lo guarda svogliata, poi, spostando indietro la testa, gli indica qualcosa dietro alle spalle con un gesto caotico della mano come se stesse scacciando una mosca, e infine torna agli affari suoi. Tommy mi riferisce l'interessante conversazione: «Ha detto di andarcelo a prendere da soli, il banco».

«Almeno, ti ha detto dove?».

«Nell'aula polivalente» dice, con tono altisonante, e gonfia il petto imitando la bidella.

Dopo mille peripezie e meditando di farci pagare per la fatica, riusciamo a ottenere le chiavi dell'aula polivalente - perché naturalmente era chiusa - e a tornare in classe, Tommy portando il banco e io la sedia.
Quando io e Tommy entriamo in classe, tutti si girano verso di noi nel silenzio più assoluto.

I banchi sono disseminati per la classe a casaccio. Il prof è seduto e la verifica è già incominciata.

Tommy mi sussurra qualcosa a mo' di scusa, ma io, sempre serena senza motivo, gli rispondo: «Qualche minuto in più non credo avrebbe fatto molto».

Mentre il prof ci dice di sbrigarci, Edmund Lloyd ci viene incontro e aiuta Tommy ad appoggiare il banco nel primo posto libero, dicendogli sottovoce: «Grazie, vai pure a fare la verifica! Ti ho già fatto perdere un sacco di tempo...».

Poi si gira verso di me. Io gli passo la sedia, lui se la prende, spiaccica lì un grazie quasi a forza e poi si gira dall'altra parte.

Tentata di gridargli di tutto per l'ennesima volta, mi dirigo verso il mio posto.
Con un sospiro, abbasso gli occhi sul testo della verifica.

Lo leggo.
Lo rileggo.
Vado in panico.

Peggio di quanto avevo temuto. Non riesco a capirci niente! La mia mente è più bianca del mio foglio e temo che sia l'uno che l'altro rimarranno così fino al momento della consegna. Per di più, non mi ricordo neppure una formula. Una sola formula, non chiedo tanto!

Il prof mi sta fissando.

Oddio, il panico adesso è persino tangibile. Lo posso addirittura vedere! Ossia, parafrasando, non vedo più niente: mi si è annebbiata la vista.

Chiudo gli occhi, prendo un respiro. Rileggo il primo esercizio. Qualcosa di indistinto incomincia a prendere forma nella mia mente... Forse un cane? Un aggroviglio di rovi? No, un ammasso di numeri. Ora è un grafico. Sì, un grafico di logaritmi. Il primo esercizio è sui grafici di logaritmi. Bella conclusione.

Il prof continua a fissarmi. Ora si è alzato.

Sta venendo dalla mia parte.

É arrivato.

Il prof è in piedi accanto a me: entrambi stiamo guardando il mio foglio bianco. Sono già passati quasi venticinque minuti. Ciò vuol dire che il mio foglio bianco è inspiegabile. Inaccettabile.

La voce del prof mi rimbomba nelle orecchie: «Diana Cavalieri, come mai non stai scrivendo?». Nome e cognome. Oddio.

«Io... Ecco...».
La voce non mi obbedisce.

«Ecco, prof... devo riordinare un po' i miei pensieri... tutto qui».

Gli occhi di tutti sono rivolti su di me. Tommy mi sta fissando seriamente preoccupato. Chiara ha un'espressione indecifrabile. Qualcuno evita di incrociare il mio sguardo e finge di non accorgersi di ciò che sta succedendo.

«Nell'ultima verifica hai preso 5-» nota il prof.

«Sì. Mi ... mi ricordo».

«Allora, perché non ti sei messa a studiare per recuperare?».

Sorvolo sul fatto che per me 5 di Matematica è quasi un bel voto. Non mi sembra il caso di farlo notare in questo momento.

«Voglio recuperare, ma...».

«E allora perché è passata quasi mezz'ora e il tuo foglio è...».

Il prof lo prende e lo rigira fra le mani. Il suo sguardo è infuriato. Letteralmente infuriato.

«É... immacolato?». La voce gli è uscita a fatica. Si sta trattenendo per non scoppiare a gridarmi di tutto.

Gli sono sempre stata simpatica, nonostante i miei voti. Non mi ha mai dato più di quanto meritassi, ma, quando ho preso dei voti più alti del solito, mi ha dimostrato che ne era soddisfatto, e, quando ne ho presi di bassi, mi ha detto: «Cavalieri, cosa mi combini?» oppure: «Cavalieri, tu mi fai davvero arrabbiare», ma con il sorriso. Consegnargli un compito in bianco è come tradire la sua fiducia, o, peggio ancora, come prenderlo in giro.

Il prof sta ancora tenendo in mano il mio compito. «Il tuo compito è... in bianco, maledizione!» ripete, cercando di trattenersi.

E sbatte il foglio sul banco.

«Mi... mi dispiace» è tutto quanto riesco a dire.

Il prof rimane in silenzio. Un'idea sembra affacciarglisi alla mente. Abbassando la voce, mi chiede: «Non stai bene?».

Vedo nei suoi occhi la speranza che io dica che non sto bene. Forse dovrei farlo: dovrei mentire, così toglierei me e lui da questa imbarazzante situazione. Se dico che non sto bene, il prof non sarà costretto a farmi una scenata perché non può affermare che sto mentendo.

Ma non ci riesco. Gli devo dire la verità.
Ma la verità è che ieri non ho aperto libro e che non ho studiato volta per volta, così come non l'ho mai fatto prima. Non posso dirglielo: é sempre una brutta scoperta, questa, per un professore a cui stia un po' a cuore l'interesse degli studenti.

Che fare? Che cosa fare?!
Chiara sta cercando in tutti i modi di convincermi a dire che sto male. «Sto bene...».

Il prof mi lancia un'occhiataccia.
Tommy e Chiara mi guardano increduli. Il nuovo arrivato non stacca un momento lo sguardo da me, cosa che mi dà sui nervi.

«E allora, maledizione! Cosa ti succede?».

«Io... non ho studiato, prof. Mi dispiace».

Il prof annuisce, con un respiro così profondo che sembra voglia riempirsi i polmoni dell'ultima particella d'aria disponibile, poi si gira e si va a sedere. Per tutto il resto del tempo non alza gli occhi dai compiti che sta correggendo. Il suo sguardo diventa sempre più infuriato di momento in momento.

Un bigliettino arriva accanto alla mia scarpa. Ci metto il piede sopra. Il nuovo arrivato, che ha notato quello che ho fatto, mi dice sottovoce: «Il prof non ti sta guardando. Perché non ti fai suggerire?».

Io lo fisso, senza rispondergli.
E lui si gira, con l'aria di pensare che sono un'idiota.

E forse lo sono.

Ma ora devo rimediare al casino che ho fatto. Devo cercare di scrivere almeno qualcosa sul protocollo. Devo assolutamente scrivere qualcosa sotto a quel «Diana Cavalieri, classe VD, 3 dicembre 2009»! Se no, è davvero troppo bianco e misero.

Esteticamente, un foglio bianco per un artista è di grande ispirazione. Peccato che adesso non m'ispiri proprio per niente.

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