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Umbero

Alle ore 17,15 del giorno 22 Giugno 1982 fu richiesto il nostro intervento per l'incendio di un capannone.

La vecchia fabbrica di sugheri era in disuso; chiusa e abbandonata ormai da circa una quarantina d'anni, da quando, l'unico figlio della proprietaria, era partito per la guerra (la seconda Guerra Mondiale) dalla quale non era mai tornato.

Una costruzione alta circa sette o otto metri, dalla quale si sprigionavano lunghe fiamme; il tetto aveva la caratteristica forma "seghettata" tipica delle fabbriche dell'epoca.

La parte di fabbricato incendiata si affacciava all'incrocio delle vie Cesare Cantù e Parravicini.

Quando arrivammo sul posto il nostro Capo Squadra ,valutata la situazione, decise di fare il giro dell'intero fabbricato per trovare un ingresso e facilitare così le operazioni di spegnimento. Purtroppo era tutto completamente chiuso e inaccessibile.

Attraverso la recinzione a grata era possibile intravedere il cortile antistante la struttura, era completamente ricoperto di rovi e arbusti, una vera selva impraticabile che c'impedì di entrare con l'Autopompa.

Dopo un primo tentativo di formare una tubazione dall'interno del cortile, per lavorare in tutta sicurezza, fummo costretti a desistere, a causa dei troppi ostacoli incontrati.

Lasciammo a terra il tratto di tubazione già fatta e ci spostammo con l'autopompa all'incrocio delle vie Cesare Cantù e Parravicini.

Nel frattempo, la squadra di Seregno giunta in nostro aiuto, si posizionò in Via Parravicini, sul lato destro del capannone. Constatato che non c'era alcuna apertura si decise di attaccare l'incendio dall'alto, quindi sviluppammo la scala aerea e cominciammo a lanciare quanta più acqua possibile.

Da lassù il mio sguardo incrociò quello di Umberto che stava operando sulla scala italiana appoggiato alla parete del capannone. Umberto aveva prestato il servizio militare a Desio con noi ed ora, a 22 anni, era riuscito a diventare Vigile Permanente. Quando era un semplice ausiliario presso di noi si era ben distinto per volontà e capacità. Era sempre pronto e disponibile, diceva sempre che qualsiasi cosa facesse, quando era in servizio gli sarebbe servita per fare esperienza, altrimenti come sarebbe potuto diventare un Pompiere vero, e noi ogni volta lo prendevamo bonariamente in giro.

Nel frattempo il nostro capo squadra, un po' contrariato dall'evolversi della situazione che diventava sempre più pericolosa, ordinò all'autista di fermare l'Autopompa all'angolo opposto, sulla Via Cesare Cantù, per arginare l'incendio dal lato sinistro.

Ad un certo punto, mentre preparavamo le attrezzature necessarie (scala italiana, tubazioni, divisori, lance, ecc.) sentii gridare il Capo Squadra di Seregno: - "Valentino! E' caduto dentro l'Umberto! "

Un brivido mi attraversò tutto il corpo, dalla testa ai piedi.

In un attimo buttammo in piedi la scala italiana. Mi trovai sul tetto con il mio caposquadra ed altri due colleghi non pensando che se il tetto non resse il peso di Umberto poteva non reggere anche il nostro peso.

Nel frattempo l'autista sollevò verso di noi la scala a ganci che prendemmo calandola dalla parte interna.

Il mio capo scese per primo ed io subito dietro di lui. Ricordo che Giorgio teneva i ganci della scala, che non aveva alcun appiglio, per evitare che si sganciasse e precipitassimo a nostra volta.

La scala arrivava a circa un metro e mezzo da terra, quindi saltai in mezzo ai rovi, alti un paio di metri, e vidi il mio capo uscire dal capannone in fiamme.

Entrai di corsa, a mia volta, tra le fiamme. Umberto era svenuto su di una macchina incandescente, quando fui a circa un metro da lui mi sentii soffocare. Il calore era così alto che non riuscivo più a respirare. Ero impotente: non potevo fare niente per il mio amico. Dovetti uscire.

Nel frattempo Marco e Pietro avevano calato la tubazione da mm. 45 e Armando ci aveva raggiunti.

Valentino brandì la lancia e Mauro, l'autista, aprì la mandata dell'acqua. Subito il tubo si squarciò a circa due metri dalla lancia, lasciando uscire uno spruzzo d'acqua.

Impugnai d'istinto il tubo a quell'altezza ed entrai nel capannone con Valentino e Armando bagnandoli e bagnandomi per rinfrescarci, ma i vestiti si asciugavano subito.

Valentino, davanti a noi, manteneva la lancia con il getto nebulizzato per abbassare la temperatura del locale.

Umberto, cadendo dal tetto, era finito in uno spazio di poche decine di centimetri, fra il muro perimetrale e una vecchia macchina che serviva per tagliare il sughero che era completamente incandescente.

Ricordo che aveva un'affilatissima lama circolare di circa ottanta centimetri di diametro in posizione verticale e perpendicolare rispetto al muro perimetrale dell'edificio ma Umberto, cadendo, aveva evitato miracolosamente per pochi centimetri la lama che gli avrebbe provocato una altrettanto orribile fine.

Era svenuto, seduto sul pianale incandescente e riverso con la schiena appoggiata ad altre parti roventi di quella macchina.

Valentino lo investì con l'acqua nebulizzata e Umberto riprese i sensi. Si alzò in piedi, si girò, voltandoci le spalle, verso il muro, graffiandolo come per uscire, mentre noi lo chiamavamo. Si voltò verso di noi e svenne, appoggiandosi con la pancia sulla macchina.

Lasciata a terra la tubazione lo afferrammo sollevandolo di peso, Armando gli liberò le gambe che si erano incastrate nella parte bassa della macchina, scottandosi a sua volta.

Nel frattempo dall'alto cadeva di tutto tegole, calcinacci, travi, ... e in qualunque posto ti appoggiavi ti scottavi. Un vero inferno! Non ricordo di aver sentito alcun dolore, in quei momenti, se non l'apprensione per l'amico in difficoltà.

Una volta portato all'esterno lo adagiammo per terra, supino. Mentre Valentino lo rinfrescava con l'acqua nebulizzata, gli tolsi i guanti di cuoio, la pelle delle mani si srotolava come un secondo paio di guanti, Armando gli slacciò la cintura dei pantaloni per evitare il continuo contatto con il cuoio e la fibbia ancora caldi.

Poco dopo Umberto, che fino a quel momento era rimasto svenuto, riprese i sensi e cominciò a urlare dal dolore. Affermò che si sentiva scottare le gambe e il sedere. Senza mai smettere di rinfrescarlo cercavamo in tutti i modi di confortarlo, rincuorandolo nell'attesa dell'arrivo dell'ambulanza.

Valentino aveva chiamato, nel frattempo, l'ospedale di Niguarda per comunicargli l'arrivo di un Pompiere gravemente ustionato in un incendio.

Dopo pochi minuti che a noi parvero un'eternità giunse l'ambulanza dal distaccamento di Lissone che lo trasportò all'ospedale di Niguadra.

L'intera operazione era durata pochi minuti, ma trovandomi con Umberto in quelle condizioni ad aspettare l'arrivo dell'ambulanza mi parve di aspettare un tempo esageratamente infinito, che non avevo mai provato prima.

I medici fecero l'impossibile per salvarlo. Suo padre, anche lui Vigile del Fuoco, si offrì per donargli la pelle per il trapianto, per cercare di ridurre l'estensione delle ustioni, e subì diverse operazioni.

Andai diverse volte a trovarlo all'ospedale di Niguarda. L'ultimo giorno che lo vidi ebbi la fortuna di parlargli. Gli dissi: - "Forza, Umberto, fai in fretta a rimetterti. Sai che manca il personale e abbiamo bisogno di te, quando pensi di rientrare in servizio?"

Umberto sospirò, accennando ad un sorriso, e mi rispose: - "Eh... Roberto, penso che sarà difficile che possa rientrare a Settembre.

Aveva ragione. 22 giorni dopo l'incidente, durante la notte sono sopraggiunti tre collassi, e lui purtroppo, ci ha lasciato.

Dal 25 aprile del 2004, a ricordare il nostro caro Umberto, nel luogo dove avvenne l'incendio, sorge una Piazza a lui intitolata, ed io spesso mi ritrovo a passeggiare in quella piazza quasi a voler sentire Umberto che mi chiama ed io che ancora per una volta riesco a dirgli 'Ciao Umberto!'.

A un amico

Corri veloce verso quel fuoco

Impazzan le fiamme e il fumo asfissiante

Ancor più forte devi lottare per fermare

Ovunque l'incendio vuol divorare

Un nemico a te noto contro il quale hai giurato

Ma quando il tuo corpo le fiamme han divorato

Bianco in viso mi son ritrovato

E a nulla è servito il nostro aiuto

Rimpianti, ricordi ci han tormentato

Triste e amaro destino che ancora una volta

Osanna un eroe e ruba un amico vicino

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