Capitolo 3
Camila aveva ammirato le strade della capitale dal finestrino dell'auto. Il rettore e il professor Ross non le avevano dato molti dettagli, per cui sperava che, in quel congresso, le avrebbero chiarito di più le idee.
Intanto Lauren, che era salita nell'altra vettura rispetto a quella dell'archeologa, ripassava in mente tutto ciò che aveva letto sulla civiltà romana e quello che le aveva raccontato suo padre. Era pronta a dare il cento per cento in quella ricerca, per se stessa, per la sua famiglia e per Jake.
Alcuni minuti dopo si ritrovò catapultata in un'immensa aula magna. Alcuni uomini in giacca e cravatta sedevano ad un lungo tavolo di fronte alla platea.
I sei ragazzi si accomodarono in prima fila, sotto gli sguardi curiosi degli uomini di fronte a loro. Tra questi ultimi, una donna sedeva quasi alla fine del tavolo, sul lato sinistro. Questa prese un microfono e si alzò, diretta al un piccolo palco che si trovava dietro il tavolo. Toccò con l'indice un paio di volte il cappuccio del microfono e, dopo essersi assicurata che fosse accesso, schiacciò un pulsante su un telecomando che teneva nella mano opposta a quella che reggeva il microfono. Sulla parete comparve lo stemma dell'AIA e il nome del progetto: "Via della Gatta, un mistero ancora irrisolto."
"Buonasera a tutti e benvenuti a Roma", parlò la donna. Lauren si rese subito conto che fosse italiana, il suo accento era inconfondibile.
"Sono la professoressa Martinbecco e sono a capo di questo progetto di una delle più grandi istituzioni archeologiche. Come potete notare dallo schermo, il progetto riguarda un particolare in una delle vie di questa maestosa città", la donna schiacciò nuovamente il pulsante sul telecomando e l'immagine proiettata sulla parete bianca mostrò lo scorcio di una via. "Questa è Via della Gatta. Suppongo che non conosciate la particolarità di quest'ultima, ma non è un problema", sorrise. "Nemmeno i cittadini di questa città lo sanno, o almeno non tutti. Molti ci passano davanti e nemmeno lo notano."
Ad ogni secondo che scattava sull'orologio e ad ogni parola pronunciata dalla donna, Camila accumulava un secondo in più di eccitazione. Era proprio curiosa di conoscere la storia, questo era il principale motivo per cui le piaceva l'archeologia. Dietro una qualsiasi cosa, per quanto insignificante possa sembrare, c'è sempre una storia.
"Nell'angolo di uno dei palazzi di questa via, c'è la statua di una gatta. Da questo il nome della stessa via. Come ben saprete, i gatti, in realtà, non sono un elemento peculiare della storia romana, ma di quella egizia", la donna guardò negli occhi di ognuno degli studenti americani, e poi riprese a parlare. "I Romani non avevano quasi niente in comune con gli Egizi, quindi, non se ne riesce a capire il motivo. Ci sono tante leggende che ne raccontano il perché, ma, ovviamente, sono solo questo. Leggende. Il progetto si basa sul capire quali collegamenti ci siano tra l'Impero Romano e la civiltà egizia, che ha portato alla scultura della statua in questa foto", indicò la parete con il telecomandino. "La nostra università è a disposizione per qualsiasi tipo di studio vogliate fare, potrete utilizzare i libri in biblioteca e un laboratorio che abbiamo riservato solo per voi. Avrete i vostri spazi e i vostri relatori, a cui potrete fare qualsiasi tipo di domanda o richiesta."
La donna indicò i sei uomini seduti al tavolo. Né Camila, né Lauren si erano accorte che fossero sei, e quindi, uno per ogni studente.
"Potrete iniziare domani mattina, ora prendetevi tutto il tempo per conoscere i professori. Adesso farò i vostri nomi uno ad uno, il diretto interessato si alzerà e il professore assegnatogli gli si avvicinerà, in modo da potervi presentare l'un l'altro."
Tutti annuirono e la professoressa iniziò la lista.
La terza ad essere chiamata fu Camila. Le era capitato un professore dall'espressione simpatica. Le sembrava una versione di suo padre un po' più vecchia, con molta più barba e abbastanza capelli bianchi. Il suo cognome era italiano e lungo, Camila non era nemmeno in grado di pronunciarlo per bene. Per questo, quando l'uomo le si avvicinò, non esitò a porgergli la mano per presentarsi, in modo da potergli far ripetere il cognome e non fare nessuna brutta figura.
"Camila Cabello, lieta di poter lavorare con voi."
"Professor Pinzaglione, ma può chiamarmi Carlo, immagino che non debba essere facile pronunciare il mio cognome", disse con un sorriso. L'archeologa sorrise per la perspicacia dell'uomo. "Allora, mi dica, da quale università proviene?"
"Università di Miami, Florida."
"Bella Miami, ci sono stato una sola volta per un congresso mondiale. Un mare meraviglioso."
Camila pensò che l'uomo portasse una maschera. Il suo sorriso non era sparito per nemmeno un minuto, e questo la metteva di buon umore. Per di più, l'uomo stava tentando di metter su una conversazione, cosa in cui la ragazza non era esattamente una campionessa.
"E che ne pensa del progetto?", domandò ancora il professore.
"In realtà, prima di questa sera non sapevo esattamente di cosa si trattasse, ma come storia è davvero affascinante. Mi sembra una sfida coraggiosa, ma sono pronta a mettermi in gioco", rispose con entusiasmo.
Un po' più in là, Lauren stava conoscendo il suo di relatore. Era stata l'ultima ad essere chiamata, quindi aveva potuto scrutare di più l'uomo con cui avrebbe lavorato per i seguenti mesi. A dirla tutta, sembrava quello un po' più giovane, ma il più annoiato. Dall'espressione sul suo viso, sembrava che fosse stato costretto ad essere lì e che, in realtà, avrebbe voluto essere in qualsiasi altro posto in quel momento.
Le si avvicinò, la squadrò da capo a piedi e le disse: "Se hai bisogno, mi trovi nel mio ufficio. Se non sono lì, significa che è il mio giorno libero o ho altro più importante da fare, per cui dovrai aspettare il giorno dopo. Intesi?"
E senza aspettare una risposta dalla corvina, girò i tacchi e uscì dall'enorme sala. Lauren rimase immobile sul posto, si guardò intorno e vide tutti i suoi colleghi parlare con i lori relatori in maniera serena. Il suo sguardo si trattenne un po' di più sulla ragazza dagli occhi castani, che occupava la stanza di fronte la sua. Aveva un sorriso stampato in volto ed era contenta che non le fosse capitato un tipo acido come il suo.
Tornò a sedersi al posto che aveva occupato fino a pochi minuti prima e, meno di un'ora dopo, si trovava nell'auto di ritorno all'appartamento. Non aveva avuto modo di pranzare per sistemare la stanza, infatti, il suo stomaco aveva cominciato a maledirla da una decina di minuti. In quel momento, le sarebbe andato bene tutto, ma si ricordò che tra tutte le cose che aveva fatto, ovviamente non si era posta il problema di raggiungere il supermercato più vicino e comprare lo stretto necessario per i primi due giorni.
Si ritrovò sotto casa con un solo pensiero: andare a prendere una pizza nella pizzeria dietro il palazzo che la ospitava.
Tutti erano scesi dalle auto e saliti nell'appartamento, stanchi del lungo viaggio e del cambiamento repentino; non erano amici, forse nemmeno potevano considerarsi conoscenti, per questo non si accorsero nemmeno della mancanza della ragazza dagli occhi verdi, che, nel frattempo, si era incamminata verso la pizzeria.
Fortunatamente conosceva qualche parola in italiano e fu in grado di ordinare una pizza Margherita con olive nere. Ringraziò mentalmente se stessa per aver cambiato alcuni dollari in euro prima di salire sull'aereo che l'avrebbe portata dall'altra parte del mondo, e fu in grado di pagare la pizza appena le venne riposta nel cartone.
Cercando di evitare di scottarsi le mani, arrivò all'entrata del palazzo il più velocemente possibile e tirò fuori il mazzo di chiavi, che le era stato dato la stessa mattina. Prese l'ascensore e il suo stomaco ricominciò a brontolare per via dell'odore. Mentre aveva camminato, il profumo si era disperso nell'aria, ma, in quel momento, chiuso in un cubicolo, le arrivava direttamente alle narici.
Aprì la porta a fatica, mantenendo su una mano il cartone bollente. Trovò le luci in cucina spente e l'appartamento completamente silenzio. Perciò, si diresse alla sua stanza e notò, dal filo di luce che si rifletteva sotto la porta della sua stanza, che Camila doveva essere l'unica sveglia. E, non capì perché, ma, repentinamente, la colpì il ricordo della faccia meravigliata dell'archeologa nel vedere la grande insegna e, guidata dall'istinto, bussò leggermente alla porta bianca davanti a sé.
Un "avanti" la spinse a spostare in giù la maniglia con la mano sinistra, e aprire la porta.
"Ciao", disse imbarazzata. Ma che fai, Lauren? Ora che le dici?, pensò.
"Ciao", rispose Camila con un sorriso stanco. Non poteva vedere il cartone della pizza perché Lauren lo teneva con la mano destra, che era coperta dalla porta semi-aperta.
"Ecco, io...", fece un respiro profondo e si convinse a non sembrare una pazza. "Ehm, avevo fame e non mi sono ricordata di andare a comprare qualcosa nel supermercato più vicino. Ho comprato una pizza qui sotto, ne vuoi un po'?", chiese, abbassando subito dopo lo sguardo.
A Camila brillarono gli occhi. Quella era decisamente la domanda migliore che le avessero mai fatto.
Si schiarì la gola, in modo che Lauren alzasse lo sguardo. Le rivolse un sorriso che le arrivava agli occhi e, con la mano, indicò un punto sul suo letto, rispondendo tacitamente alla domanda della corvina.
Quest'ultima le si avvicinò il più lentamente possibile e poggiò il cartone, che le aveva fatto diventare la mano completamente rossa – in pendant con le sue guance in quel momento, e non per il freddo – e si sedette alla punta del letto dell'archeologa.
"Non so se sono psicologicamente pronta per affrontare questa esperienza", ci scherzò su Camila. "Mi sarei dovuta preparare per bene le papille gustative per poter assaggiare una delizia del genere."
Non era mai stata una gran simpaticona, ma, quando aveva percepito l'imbarazzo della ragazza dagli occhi verdi, le era venuto spontaneo cercare di fare una battuta – che poi le sue erano sempre pessime, infatti si pentì un secondo dopo di aver lasciato uscire quelle parole dalla sua bocca. Ma si trovò piacevolmente sorpresa ad ascoltare una genuina risata da parte della ragazza seduta di fronte a lei.
"Allora spero ti piacciano le olive nere, perché ci sono anche quelle."
"Certo, io amo la pizza con qualsiasi cosa!", disse completamente emozionata.
"Perfetto, a te l'onore di aprire il cartone."
Camila la guardò incredula e, quando Lauren annuì per confermare, avvicinò le mani alla scatola e la aprì.
"Oh mio Dio, sembra così buona!"
"Sì, ma se aspetti ancora si fredderà", commentò Lauren e aspettò che l'archeologa prendesse il primo pezzo.
"Ouch, ouch, scotta!", esclamò, mentre tirava la lingua fuori e ci faceva aria con la sua mano.
Lauren scoppiò a ridere ed aiutò la ragazza di fronte a lei.
Dopo quel piccolo inconveniente, mangiarono in silenzio, godendosi il sapore di una vera pizza italiana.
"Questa non è per niente come quella che ci rifilano a Miami", disse con disapprovazione Camila.
"Sei di Miami?", chiese esterrefatta la corvina.
"Sì, tu di dove sei?"
"Anch'io sono di Miami!"
"Cosa? Come? E perché non ti ho mai vista in università?"
"Studio a New York", ammise Lauren. "Ho iniziato lì la carriera perché è lì che ha studiato mio papà per diventare professore di storia."
Camila si sdraiò sul letto per stare più comoda e invitò Lauren a fare lo stesso.
"E come mai non ci siamo mai viste nemmeno per sbaglio?"
"Camila, Miami è grande. Probabilmente abitiamo anche in due zone completamente diverse. E, a quanto pare, non abbiamo nemmeno frequentato lo stesso liceo."
"Già, coma mai hai scelto archeologia?", chiese Camila, interessata alla storia di Lauren.
Parlarono un po' delle loro vite, delle loro amicizie e delle loro famiglie. Camila si sentì sollevata nel non dover raccontare della persona nella foto sul comodino, perché Lauren era di spalle alla cornice. Nessuna delle due si rese conto di quando si addormentarono, ma entrambe si svegliarono di botto quando sentirono un rumore, somigliante ad uno scoppio, provenire da fuori alla finestra. Lauren si alzò di scatto e andò a controllare dai vetri della finestra.
"Povero ragazzo, gli si è fuso il motore del motorino", disse con sollievo la corvina. Poi si girò verso il letto e guardò Camila stropicciarsi gli occhi. Le sembrò la scena più tenera di tutte. "Buongiorno, Camila."
L'archeologa le sorrise e si sedette sul letto.
"Buongiorno anche a te, Lauren."
"Mi spiace essermi addormentata nella tua stanza, credo che sia ora che vada nella mia per farmi una doccia e prepararmi per la giornata. Prospetto che sarà lunghissima."
Recuperò il cartone della pizza vuoto dal pavimento e uscì dalla stanza con un sorriso, per dirigersi in cucina per buttare la scatola. La casa era silenziosa, così come l'aveva trovata la sera prima. Istintivamente guardò il suo polso. Il suo orologio digitava le 06:58. Decisamente troppo presto per lei, ma ormai era sveglia e avrebbe approfittato del tempo in più per fare le cose con calma.
Nel frattempo, Camila si era ristesa sul letto, appena la porta della sua stanza si era chiusa, lasciando fuori la corvina. Stava ripensando alla serata e a quanto si fosse sentita a suo agio in compagnia dell'altra ragazza. I suoi pensieri vennero interrotti da una delle sue canzoni preferite che aveva preso a suonare dal suo telefono. Non era amante delle sveglie, per cui, per farle sembrare meno moleste, le impostava con una delle sue canzoni preferite per svegliarsi di buon umore.
Non era solita fare colazione, in genere prendeva un caffè amaro in università e, quell'abitudine, non l'avrebbe cambiata. Perciò si diresse in bagno, per farsi una doccia e lavarsi i denti, e subito dopo all'armadio. Un paio di jeans chiari e una felpa sarebbero andati bene sotto il camice, quindi non li scelse con molta cautela e, ai suoi piedi, allacciò le sue amate converse nere. Per lavorare aveva bisogno di vestiti e scarpe comode, e già era abbastanza maldestra per tentare la sua fortuna con un paio di tacchi o con una gonna a tubino.
Non aveva idea di come sarebbe arrivata in università perché, tra le altre cose, la sera precedente le era stato riferito che si sarebbe dovuta spostare con i mezzi pubblici o, eventualmente, con un taxi. Sapeva che anche gli altri avrebbero dovuto trovare una soluzione, ma non le andava di importunarli e decise di avviarsi da sola, impostando il navigatore con l'indirizzo dell'ateneo. In macchina le era sembrato molto più distante, ma si ritrovò a leggere 5,3 chilometri sullo schermo nelle sue mani. Si sistemò la borsa sulla spalla, si strinse il cappotto e partì.
Lauren, al contrario, aveva deciso di testare i mezzi, ma se ne pentì una ventina di minuti dopo. Era stata l'ultima ad arrivare per via del traffico e perché aveva sbagliato fermata e aveva dovuto fare un tratto di strada a piedi per tornare indietro all'indirizzo giusto.
Fu l'ultima ad arrivare, ma non se ne fece una colpa quando trovò l'ufficio del suo relatore vuoto.
Bene, e ora che dovresti fare Lauren? Non sai nemmeno da cosa iniziare.
E così, si mise il camice e seguì le indicazioni appese sui muri, per arrivare in biblioteca e iniziare a spulciare tra i vari tomi.
**
Le prime due settimane passarono in un baleno per entrambe. Sia Lauren che Camila, si concentrarono nel leggere quanti più libri possibili che potessero aiutarle. La prima aveva parlato con il suo relatore solo un paio di volte e non le era nemmeno stato utile perché le risposte dell'uomo erano sempre: il progetto devi farlo tu non io; non posso dirti tutto io quello che devi fare; devi cavartela da sola; e così via.
Si era concentrata così tanto che aveva sentito la sua famiglia, Dinah e Jake solo una volta a settimana per ciascuno di essi. Non capiva perché gli altri sembravano così sereni e leggeri per il progetto. Del resto, sembrava che nemmeno abitassero nello stesso appartamento; e Lauren non era abituata a stare da sola, questo la faceva sentire a disagio e aveva trovato sollievo nel buttarsi a leggere la maggior parte dei libri che si era portata a casa dalla biblioteca dell'università.
Nonostante questo, si sentiva bloccata e il suo lavoro le sembrava inconcludente. Quei libri non le raccontavano niente di nuovo, e aveva dovuto riportarli tutti indietro, senza alcun successo.
Infatti, in quel lunedì freddo, si ritrovò a girare negli archivi dell'istituto, alla ricerca di qualche precedente studio sulle due civiltà, che avrebbe potuto darle qualche indizio migliore.
Nell'analizzare gli scaffali, si ritrovò ipnotizzata dalla copertina di un libro che sembrava avere almeno una cinquantina d'anni. Lo sfilò dalla pila e ne accarezzò le lettere del titolo. Si trattava di una raccolta di leggende popolari, riguardanti la storia degli antichi Romani.
Ricordava le parole della professoressa, che citava di alcune leggende riguardanti la piccola statua, e sperava di trovarne qualcuna in quel grande ammasso di storie.
Si sedette sulla prima sedia che trovò nell'archivio e iniziò a sfogliarne le pagine. Dopo qualche ora, si rese conto di quanto fosse tardi e portò il libro con sé a casa. Aveva perso tempo a leggere anche le storie che non riguardavano l'argomento del suo progetto. Erano avvincenti e davano una prospettiva diversa a tutto ciò che aveva studiato fino ad allora.
Si sistemò sulla scrivania, con il libro aperto davanti ai suoi occhi. Dopo poco iniziò a sbadigliare per la stanchezza, e finì addormentata sulle pagine piene di lettere e figure.
*
La mattina dopo si svegliò con un terribile torcicollo e maledisse se stessa. Aprì la finestra per fare entrare un po' d'aria pulita e andò a farsi una doccia.
Quando uscì dal bagno, tornò verso la finestra per chiuderla, ma una folata di vento gelido la fece tremare e spostò alcune delle pagine del libro in avanti.
Lauren si ritrovò a chiudere in fretta la finestra e andò a controllare che le pagine non si fossero strappate per il vento.
Un disegno sulla pagina di destra le fece sgranare gli occhi e, nel frattempo, spuntare un sorriso.
La giornata aveva appena preso un risvolto positivo.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro