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For me

Posai la borsa sotto al bancone mentre velocemente presi il grembiule tre le mani, mi guardai intorno sperando che Jackson non mi avesse ancora visto.

-Sei in ritardo.-

Ovviamente, no.

Cercai di fare un nodo dietro alla mia schiena, mi ingarbugliavo le dita tra di loro mancando i due lembi di stoffa lunghi.

Sentii Jackson passare dietro di me e legare in un nodo semplice il grembiule rosso.

-Grazie.- sussurrai girandomi verso di lui.

Aveva le braccia incrociate, i capelli castani gli ricadevano sulla fronte leggeri mentre gli occhi neri mi scrutarono severi.

Dopo qualche secondo si rilassò, addolcì lo sguardo e mi posò una mano sulla spalla.

-Che hai?- chiese.

Da quando ero arrivata in Inghilterra lavoravo per lui, mi conosceva bene ed era un ottimo amico fuori dal lavoro.

Scossi la testa facendo un mezzo sorriso, lui annuì ricambiando prima di darmi una pacca sul sedere e incitarmi ad andare verso i tavoli.

Sicuramente aveva visto le mie occhiaie, che avevo provato ingenuamente a coprire con un po' di correttore.

Presi il blocchetto dall'unica tasca del grembiule, mi avvicinai al primo tavolo prendendo le ordinazioni.

Eravamo solo io è Jackson li, era un bar piccolo nel centro di Londra ma molto carino e confortante.

La mattina passò veloce, dopo le undici riuscì a fare una pausa. Ero appoggiata con i gomiti contro il bancone di legno mentre il ragazzo dietro di me stava parlando del tempo, si muoveva da una parte all'altra buttando caffè nelle macchine argentee.

Ridacchiai per la velocità con cui riusciva a mettere insieme una frase, andò in cucina e io mi ritrovai ad osservare la città caotica attraverso alla vetrata trasparente.

Le persone passano davanti a me indisturbate e io le osservavo senza intralciare i loro cammini.

Mi risvegliai solo al suono della campanelle d'entrata. Mi alzai di scatto dando le spalle alla porta per prendere il taccuino.

Quando mi rigirai, un ragazzo aveva la testa coperta da un cappellino di lana abbassata verso il proprio telefonino.

Mi avvicinai al suo tavolo e avvicinai la penna al foglio a righe pronta per scrivere.

-Cosa posso portarti?-

Aspettai una sua risposta con gli occhi fissi sulla penna, dopo qualche secondo che non sentii niente alzai lo sguardo verso il ragazzo.

Luke mi fissava con gli occhi aperti e pronti per rintracciare ogni mia minima mossa.

Il suo viso era stanco come il mio, rimasi in silenzio a fissarlo incapace di dire una parola.

Possibile che dopo anni poteva ancora farmi questo effetto?

-Un caffè.-

La sua voce mi distrasse, scrissi velocemente quello che aveva detto sul foglio senza alzare lo sguardo ancora su di lui. Non volevo e non lo avrei fatto.

-Per favore.- aggiunse con voce piccola.

Annuì e velocemente ritornai dietro al bancone, sentivo i suoi occhi su di me ed una sensazione di nausea mi pervase.

-Tutto ok?- girai la testa verso la voce di Jackson sentendomi sollevata. Almeno non sarei stata da sola ad affrontarlo.

-Per favore serviresti te il ragazzo al tavolo? Devo andare in bagno.-

Dissi velocemente allontanino dalla macchinetta.

Lui chiuse leggermente gli occhi, si avvicinò a me, annuì sorpassandomi.

Sospirai e camminai velocemente verso la cucina per poi scomparire dietro la porta del bagno.

Appoggiai le mani contro il lavandino respirando a pieni polmoni. Era questo che dovevo fare? Evitarlo per il resto della mia vita?

Perché non riuscivo ad andare avanti? A dimenticare?

Mi passai le mani sul viso ricordando alcune parole del video che mi aveva portata a fondo.

Gli mancavo ancora?

Lui mi mancava, sentivo quel vuoto misto a dolore da sempre da quando si era presentato alla mia porta.

Dopo qualche minuto uscii dal bagno, entrai nella sala principale e sospirai quando non vidi Luke nel bar.

Presi lo straccio e lo passai sopra al tavolo dove si era seduto.

-Mi ha detto di questo.- disse Jackson quando ritornai al bancone e altre due persone entrarono -Ha detto che ti conosceva. Puoi spiegarmi?-

Guardai la mano che aveva teso verso di me, l'indice e il medio tenevano pinzati un piccolo pezzo di tovagliolo di carta strappato.

Lo presi titubante.

Delle cifre erano state scritte velocemente contro di esso.

Sotto tre parole scritte rimbombarono nella mai mente:

"Ti prego, chiamami."

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-Fallo.- mi incitò Ilaria.

Accompagnò la sua esclamazione con un gesto delle mani.

-Non perché ci stai ancora pensando.- continuò, incrociando le braccia al petto.

Quando l'avevo chiamata era subito venuta in mio soccorso, con la macchina di Tristan mi aveva accompagnata al loro appartamento.

Era luminoso e questo mi piaceva molto. Ilaria mi porse il suo telefono quando vide che non mossi un muscolo.

-Chiamalo.- ordinò.

-E se vuole solo urlarmi contro?-

Lei alzò gli occhi al cielo, corrugai la fronte. Era come se tutti si volessero mettere contro di me.

Io è Ilaria avevamo legato molto negli ultimi mesi, lei era molto particolare. Era una di quelle persone silenziose ma che facevano sentire la loro presenza, ti fissava con quegli occhi azzurri come se fosse sorpresa di essere in compagnia di qualcuno. Come se fosse stata in solitudine per anni e adesso fosse a disagio con le persone.

Sapevo che Tristan la amava ed ero felice che avesse trovato qualcuno con cui condividere i suoi pensieri, le sue sconfitte e le sue vittorie.

Presi il suo telefono e lei sorrise.

-Almeno senti cosa vuole dirti.- propose -Se inizia ad urlare, attacchi.-

Annuii incerta alzandomi dal divano marrone.

Camminai verso il terrazzo, tenendo lo sguardo fisso sul foglietto e sulla tastiera per comporre i numeri nella sequenza giusta.

Il mio pollice fremette con la mia mente quando schiacciai la cornetta verde.

Portai il telefono contro l'orecchio appoggiandomi alla ringhiera fredda del balcone.

Un suono acuto constante accompagnava i miei pensieri canzonatori su quello che non avrei dovuto fare.

D'un tratto ci fu tutto silenzio poi una voce lenta e bassa.

-Pronto?-

Il cuore mi finì in gola, immobilizzandomi.

-Luke.- sussurrai.

-Hayley sei te? Come stai? Questo è il tuo numero?-

Parlò così velocemente che feci fatica a stargli dietro. Abbassai lo sguardo sulla strada leggermente più piccola del normale per la troppa altezza. La sua voce aveva cambiato totalmente tono.

Avrei voluto dirgli che non ero io, che avevo sbagliato numero e riattaccare. Che ero la Hayley di Baltimora.

Piccola e ingenua che avrebbe obbedito a tutto, che sarebbe stata appesa alle sua labbra come vogliosa di sapere le sue parole.

Ma glielo dovevo, e lo dovevo anche a me stessa.

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