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La nebbia era leggera, si riuscivano a distinguere le forme degli alberi e delle case anche oltre i duecento metri di distanza.
Ciò non gli impediva di incutere una certa inquietudine negli esseri che disgraziatamente si ritrovavano a percorrere le rive di quell'immenso lago.
Si diceva che nell'esatto centro di esso si ergeva un'immensa isola, circondata da una nebbia così fitta da non riuscire a scorgerla da nessun punto della riva in nessun giorno dell'anno.
Quei pochi che tempo addietro avevano provato a spingere i remi troppo vicino al centro non erano più tornati.
E durante la notte il vento portava con sè, per cullare il sonno dei paesi eretti in prossimità delle acque, lieti canti che parevano appartenere ad angeli.
Sirene, è quel che si diceva.
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"Katia torna subito a casa!" e tre. Quella era la terza volta che Markus cercava, invano, di richiamare sua figlia a casa.
"Dai papi! Ancora qualche minuto! Il Sole deve ancora tramontare!" questa era la classica risposta che ormai era abituato a sentirsi dire da all'incirca quattordici anni, ovvero da quando la sua piccola sedicenne aveva imparato a dire quella frase.
E così, come tutte le sere in cui il cielo era terso e il lago calmo, Markus rientrò in casa e dalla finestra della cucina osservava la sua bimba seduta sullo scoglio solitario in mezzo alla sabbia, illuminata dall'intenso fuoco del tramonto.
E gli tornava in mente la prima volta che aveva visto la madre di sua figlia.
Si somigliavano tanto, gli stessi capelli caramello, le stesse labbra rosee e lo stesso corpo snello. Le stesse movenze, le stesse pose, gli stessi gesti. La stessa voce, la stessa risata, gli stessi sospiri... L'unica cosa che avevano di diverso erano gli occhi, quelli della madre erano verdi, quel verde che contiene tutte le sfumature di una foresta, quelli della figlia erano di un bruno talmente scuro da talvolta sembrare nero.
Katia non aveva mai conosciuto la madre, alle volte era capitato che chiedesse una foto o un racconto su di lei, ma Markus era estremamente bravo a deviare il discorso.
Anche se sapeva che un giorno, ormai non troppo distante, loro sarebbero venute a prendere la sua bambina per portarla dalla madre. E il cuore gli scoppiava di gioia e tristezza al pensiero. Non sarebbe potuto andare con lei, e non avrebbe rivisto mai più nessuna delle due probabilmente.
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Katia non si era mai riuscita a spiegare perché provasse un così forte legame con il lago.
Non si spiegava neanche il perché le ricordasse la madre, persona che non aveva mai neanche visto in foto.
Quando aveva circa dodici anni decise di smettere di cercare informazioni su di lei, era inutile, l'unico a sapere chi fosse era suo padre, il quale appena gli veniva posta una domanda sull'argomento, si ricordava che bisognava stendere il bucato o che la posta stava per chiudere e bisognava pagare la bolletta della luce.
Ma quando la sera si sedeva sul suo scoglio, a guardare l'acqua tinta di rosso dal calore del Sole che stava giungendo alla fine della sua 'giornata lavorativa' (come le piaceva chiamare il tramonto), sentiva come se l'avesse sempre accanto.
Sapeva di somigliarle, la notte sentiva spesso suo padre parlare con qualcuno di invisibile, stando appoggiato al davanzale della finestra di camera sua. Parlava con sua madre, le frasi più frequenti erano "Sembra te", "Alle volte mi viene il dubbio che tu l'abbia fatta fatta da sola"...
E poi c'era quella domanda che chiudeva sempre quel suo folle monologo notturno, quella domanda che da sempre la inquietava: "Quando le manderai a portamela via? A portarmi via l'ultima cosa che mi è rimasta di te?"
Non c'era stata volta in cui la voce del padre fosse risultata ferma nel pronunciare quel quesito. E ogni notte i suoi sogni erano invasi da immagini in cui esseri indefiniti la allontanavano da quella che da sempre era stata la sua ancora.
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Quella mattina si erano svegliati presto entrambi, sperando di fare una sorpresa all'altro, ma alla fine si erano ritrovati a lottare pr i fornelli nel tentativo di prepararsi a vicenda la colazione preferita... Il tutto alle sei e quattordici del mattino.
Tutti gli anni il 15 luglio finiva così.
Quel giorno in quella piccola casa sul mare si festeggiava tutto il giorno, perchè entrambi i suoi inquilini invecchiavano di un anno.
E come da tradizione, dopo la colazione, i regali.
Katia corse in camera sua a recuperare il regalo che aveva accuratamente incartato qualche giorno prima, ma qualcosa spense il suo entusiasmo.
Certamente, non era normale trovarsi di fronte a qualcosa del genere. Ancora meno normale era vederli lì, nel bel mezzo della sua stanza.
Erano in quattro, piccoli, molto piccoli, alti non più di dieci centimetri, non erano costituiti di carne e ossa convenne Katia notandone il colore quasi trasparente, e il continuo movimento di quella che sarebbe dovuta essere la pelle, quasi come le onde increspate da un vento insistente.
La cosa più assurda era che alla ragazza pareva tutto normale.
Non gridò. Non svenne. L'unica cosa che fece fu: "Papi... Puoi venire un secondo?"
"Certo, perc..."
Markus non gridò. Non svenne... No, Markus svenne, uno di quei mancamenti in piena regola, prima diventò così bianco da fare invidia alle Scogliere di Dover, poi cadde come le Torri Gemelle, schiantandosi rovinosamente al suolo e rimediando un bernoccolo a punta sulla tempia destra.
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"Katia, ci presentiamo, noi siamo le Dìon, le Protettrici delle creature magiche."
"Alla fine siete venute... Lei come sta?" Markus tornato vigile, si trovava sul letto, le spalle chine e i gomiti sulle ginocchia.
"Frelsari sta bene, chiede in continuazione di voi, e vi vorrebbe entrambi, ma..." disse una di quelle strane creature.
"Tranquilla Latt, da tempo mi sono rassegnato"
Un'altra, fluttuando, si avvicinò all'uomo, porgendogli una conchiglia, che appena entrò in contatto con la pelle delle sue mani si aprì, rivelando una squama verde marino, lucente e levigata.
Le lacrime uscirono da sole, bagnando le guance e la camicia indossata.
"L'ora di andare è giunta Mio Signore, ma non temere, ci rivedremo" sono le parole che fecero perdere il battito a Markus. La verità è che non era pronto a lasciare sua figlia. A svegliarsi in quella casa le mattine future e sentire il silenzio vuoto che sarebbe venuto a crearsi. A guardare fuori dalla finestra della cucina la sera e trovare lo scoglio spoglio di quella bellezza che era la sua bambina. Ma sapeva che era l'ora di farci i conti.
Così, con un sospiro rassegnato, si alzò dal giaciglio della figlia e le diede un leggero bacio sulla fronte.
"Papi, cosa succede?" ormai il panico si poteva facilmente leggere nello sguardo della giovane.
Non voleva lasciare suo padre, l'uomo che l'aveva cresciuta, il suo migliore amico, il suo tutto.
"Non ti preoccupare tesoro mio, fidati di loro. Prometto che riuscirò a trovare il modo di venire da voi. Ma ora è tempo che tu conosca tua madre e la tua vera natura, mia dolce, piccola sirena."
Angolo Autrice Improvvisata
Sono stranamente contenta di questa one-shot.
Quindi @Tetra_non uccidermi per l'orario.
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