Capitolo II
2.
Non avevo la minima idea a che ora ci fossi riuscita, però mi addormentai al sorgere dell'alba.
In fondo poco importava. Anche solo due ore di sonno mi sembravano più che abbastanza.
Mi meravigliai di me stessa.
In quelle poche ore non ero riuscita a sognare praticamente nulla.
Tutto ciò era anomalo, perché ogni qual volta mi addormentassi profondamente e sognassi... Successivamente succedevano cose piuttosto insolite.
Da quel che ne sapevo mi alzavo senza rendermene conto e iniziavo a camminare per tutta la casa dicendo cose improbabili come se fossi stata una persona completamente differente; o almeno era quello che i miei nonni raccontavano.
Anche alcune persone che lavoravano in quella casa, così come i domestici, mi avevano vista in preda a quelle strambe situazioni.
Ma purtroppo, la cosa non si fermava qui.
Quando entravo in quello strano stato di sonnambulismo vivevo eventi che non avevo mai vissuto, impersonando la vita di individui che non ero sicura di aver mai visto in tutta la mia vita.
A volte sognavo di essere un bambino che scappava dalle grinfie del padre in preda alle urla e che voleva picchiarlo, altre una ragazza dall'aspetto simile a Marilyn Monroe che passeggiava al chiaro di luna.
Non ne ero certa, ma tutte le persone all'interno dei miei sogni sembravano appartenere ad un'epoca diversa.
Come la sosia di Marilyn che indossava abiti anni quaranta, o il bambino che era vestito come un piccolo contadino dell'800.
Per non parlare della ragazza che nei miei sogni viveva in una città caotica, buia e sembrava condurre una vita pressoché di stenti.
Era tutto assurdo e allucinante, ma anche quello faceva parte della mia strana vita.
Quel giorno faceva un po' meno freddo, e sentivo le coperte coprirmi fino alla testa quando la sveglia suonò producendo un gran chiasso.
Mi svegliai.
«Odio questo mondo.» bofonchiai con la testa ancora sotto il cuscino.
«Invece non dovresti, brutta dormigliona che non sei altro!» risuonò un'altra voce.
Era acuta, ma la conoscevo molto bene.
In fondo si trattava di Rose Price, la mia migliore e inseparabile amica.
Colei che avrebbe dovuto iniziare il college con me, proprio quel college di cui avevo inesorabilmente dimenticato l'inizio quella stessa mattina.
«Oddio, santissimo! Che ore sono?» Lanciai immediatamente via il cuscino, che rimbalzò sulla porta del bagno di fronte al letto.
Fu allora che mi alzai tirando giù tutte le cose ingombranti sul mio cammino e mi diressi verso il bagno.
Mi ci chiusi dentro sbattendo forte la porta alle mie spalle.
«Ah-ah! Divertente.» sbuffò Rose. «Potresti almeno salutare la tua fanta-fantastica-fantasmagorica migliore amica, che si dia il caso sia venuta a svegliarti prima di fare qualsiasi altra cosa. Come ad esempio una degna colazione! Mi ritengo ufficialmente offesa.» mi disse in tono canzonatorio.
Si era appoggiata alla porta.
«Sì, sì. Rose... Va bene. Farò in modo di farmi perdonare, ma dimmi almeno se non faremo tardi anche oggi!»
Ritardare era un po' come un nostro marchio di fabbrica. Io, tra l'altro, ero la prima in lista quando si trattava di "non" arrivare in tempo.
Spesso mi distraevo così tanto a leggere dei libri o a stare in biblioteca, tanto da dimenticare gli impegni in programma.
«Fai un bel respiro, perché no. Oggi non lo siamo. Sono stata molto attenta a far sì che questo giorno fosse perfetto. Sono solamente le sette del mattino... Abbiamo ancora due ore di tempo! Quindi fatti una bella doccia che sto morendo di fame. Ho voglia di uova e bacon... E sono solo due delle cose che ho in mente.»
Amavo il carattere di Rose e adoravo quando mi veniva a buttare giù dal letto prima di fare ogni altra cosa che le interessasse.
Ero quasi certa che senza il suo aiuto non avrei mai ricordato l'inizio del college, viste le mie varie distrazioni continue.
Ma credo che dimenticarmene sarebbe stato alquanto difficile dato che iscrivermi era stata un'ardua impresa.
Ovviamente i miei nonni non volevano lo frequentassi, ma preferivano continuassi gli studi a casa.
Era già stato difficile per loro lasciarmi andare al liceo, che appena gli avevo accennato del college era quasi venuto un infarto alla nonna.
Sapevo che la mia famiglia era un po' singolare e che dei nonni normali avrebbero desiderato una brava nipote istruita a qualsiasi altra cosa; ma era anche vero che io, come nipote, venivo trattata come una persona "differente" dalle altre... Costantemente sotto protezione.
Una vera e proprio rottura, insomma.
Rose, invece, mi aveva aiutata a convincere i nonni dicendo loro che non avrebbero avuto motivo di preoccuparsi e che lei mi sarebbe stata vicina passo per passo.
Anche se magari non lo sapeva, da parte sua era stato un bel gesto che avrei apprezzato per tutta la vita.
Le ero davvero grata e non l'avrei mai ringraziata abbastanza.
La nostra era un'amicizia di vero cuore.
Continuare gli studi al college mi serviva per sentirmi normale, per condurre una vita come tutti gli altri e non come quella dallo strano comportamento e dagli occhi "gialli".
Al liceo nessuno aveva mai voluto parlare con me, nessuno tranne Rose. Anzi, era stata lei la prima e unica a presentarsi in maniera molto cordiale e la cosa mi aveva resa veramente felice.
Aveva accennato al fatto che le piacesse il K-pop, la musica pop Coreana, e da lì in poi non aveva più smesso di parlarne. I Coreani erano la sua ossessione, tanto che per un periodo era riuscita a contagiare persino me. Così avevamo iniziato a vederci al karaoke, in biblioteca o al centro commerciale divertendoci e parlando dei gusti in comune in fatto di libri o musica.
Ripensare a tutto quello che ci accomunava, mi strappò un sorriso mentre mi infilavo sotto la doccia.
Poco dopo essermi lavata velocemente, uscii dal bagno con addosso un asciugamano.
«E pensare che mia nonna mi prende sempre in giro, dicendo che il record per Miss velocità non sarà mai mio! Adesso ti ci metti anche tu? A dire la verità credo di aver superato quel limite proprio oggi con la doccia più veloce del mondo.» bofonchiai. «E comunque, buongiorno anche a te! Signorina affamata.» Mostrai a Rose il miglior sorriso a trentadue denti che potessi fare.
All'improvviso due grandi occhi verdi si alzarono dallo schermo di uno smartphone, inquadrandomi per bene.
«Dovresti asciugarti in fretta o morirai dal freddo.» Abbozzò un mezzo sorriso con le labbra sottili ricoperte da un leggero strato di rossetto.
Teneva i capelli ramati in una coda alta, che le donavano bene con gli occhiali da vista e la gonna scozzese che indossava.
«Sì, su questo non c'è dubbio.» risposi in fretta.
«Messaggi con il professorino?» Le indicai con un dito il cellulare tra le mani.
E anche se già conoscevo bene la risposta, le sorrisi maliziosamente.
«Mmh, può darsi... come non può. Chi ti dice che stia parlando proprio con lui?»
Le guance segnate da piccole lentiggini, improvvisamente le divennero rosse bordeaux.
Il professorino, nomignolo affibbiatogli da me, era un giovane venticinquenne che già a quell'età insegnava Fisica al College. Nonché il college dove ci eravamo iscritte io e Rose.
Il suo nome era Jackson Hill. E da quel che ne sapevo, era un lontanissimo parente ed un amico stretto di Rose, di cui quest'ultima era ovviamente e perdutamente innamorata.
«Quando ti deciderai a dirgli quello che provi?! Sono ormai anni che gli vai dietro, se non secoli. Devi fare scattare la scintilla, Rose. Ora o mai più...» le dissi mentre mi infilavo un maglione e un jeans presi dal cassettone vicino la finestra.
«Non lo so... ci leviamo solo sette anni, sai com'è! Forse sono un po ' tanti anni e poi è come un cugino per me, sarebbe troppo strano.» rispose amareggiata.
«E dimmi, da quando in qua ti è mai importata l'età di un ragazzo? Dovresti semplicemente provarci, non hai nulla da perdere. Al massimo si potrà creare dell'imbarazzo tra di voi per un periodo, ma sono sicura che questo non sia il vostro caso. Ho visto come ti guarda.» sogghignai mentre finivo di prepararmi e indossavo il cappotto.
«Oh ti prego, basta con Jackson! Piuttosto, vuoi uscire in quel modo?» Rose indicò i miei capelli ancora fradici. Non li avevo ancora asciugati.
Effettivamente non aveva tutti i torti.
Uscire conciata in quel modo avrebbe portato solo ad una cosa: morte certa per assideramento.
Scendemmo le scale in tutta fretta, trovandoci sull'ingresso che occupava una grande parte della casa.
Una domestica era in piedi su una lunga scala al centro della stanza, mentre spolverava uno dei tanti bracci di cristallo del lampadario attaccato al soffitto.
Quel lampadario era una delle cose più costose che avessi mai visto all'interno di quella casa.
Ma cose come quelle non erano un problema per i miei nonni, perché i soldi fortunatamente non mancavano.
Il nonno, infatti, possedeva una delle più grandi aziende conosciute in città: l'Ecro Corporation.
Una di quelle compagnie basate sul progresso scientifico o qualcosa del genere.
«Signorina Flame! B-buongiorno.» La domestica quasi non perse l'equilibrio salutandomi.
Osservavo un alone di agitazione vorticarle attorno.
Si chiamava Sophie ed era la nuova ragazza che lavorava per i nonni.
Ovviamente i domestici come lei mi evitavano quasi sempre.
Pensavo si tenessero alla larga per ciò che mi accadeva quando entravo in quello strano stato di sonnambulismo mentre dormivo. Magari era per quello che anche lei si sentiva un po' agitata nel vedermi.
Non gli davo tanto torto. Ma erano anni che vivevo lì, e ormai ci avevo fatto il callo.
«Tutto bene? Dovresti stare più attenta, Sophie. Cadere da lassù significherebbe fare un volo piuttosto alto. E non credo che tu lo voglia fare...» le dissi accennando un sorriso.
«Sì, signorina. Credo abbia ragione, ma al momento non ho visto nessuno che possa aiutarmi...»
Era piuttosto mingherlina. Inoltre aveva i capelli chiari raccolti in una treccia che le illuminavano gli occhi castani addolciti da lunghe ciglia bionde.
«Ehilà, che succede? Non è pericoloso pulire quell'affare tutto da sola?» Rose si unì alla conversazione.
«Sì, Sophie. Rose ha ragione, se non c'è nessuno che può aiutarti nell'immediato allora magari puoi finire più tardi con calma e soprattutto in tutta sicurezza.» aggiunsi.
«Oh sì, sì. Forse avete proprio ragione. Allora scendo subito e sistemo qualcos'altro...» disse quasi sollevata mentre iniziava a scendere la scala traballante.
Quest'ultima barcollò prima una volta, poi una seconda facendo cadere all'improvviso Sophie, che urlò spaventata.
Ma la cosa assurda delle sue urla non era tanto perché fosse caduta giù da una scala, bensì perché levitava in aria a pochi centimentri dal pavimento.
Spalancai gli occhi sconcertata, ma l'attimo dopo vidi Sophie cadere a terra di faccia sul pavimento.
«Sophie!» urlai mentre mi avvicinavo per aiutarla a rialzarsi. «Stai bene?!»
«S-sì! Credo di sì.»
Non avevo idea di quello che fosse appena successo. Forse me l'ero solo immaginata.
Qualsiasi cosa fosse accaduta, però, l'aveva salvata da una brutta caduta che avrebbe potuto spezzarle persino l'osso del collo.
«Ti accompagno da Will, magari hai qualcosa di slogato.» le dissi.
Sentivo la costante agitazione farsi spazio in ogni angolo del suo corpo.
In quel momento Will sarebbe stato l'uomo perfetto per la situazione.
Si trattava del domestico che gestiva tutte le cose più importanti riguardanti la casa e a dirla tutta, anche se non lo vedevo spesso, lì dentro era l'unico a trattarmi normalmente.
«No! G-grazie, non ne ho bisogno. Sto benissimo, sul serio... E poi devo sbrigarmi. Devo finire di pulire altre stanze della casa.» Mi ammutolì indicandomi il palmo di una mano, mentre indietreggiava e si scusava con aria turbata.
Non ebbi neanche il tempo di ribattere, che Sophie scappò via in un lampo.
«Hai visto anche tu, Rose? Beh, voglio dire... non sono l'unica ad averlo visto. No?»
«Cosa? Che è caduta dalla scala ed è ancora viva? Sai, c'ero anch'io!» Rose accennò uno dei suoi soliti sorrisi sbilenchi.
«Sei sicura di non aver visto nient'altro? No, perché io sono quasi sicura che... Proprio un attimo prima di schiantarsi a terra si è fermata davanti ai nostri occhi.» Non era possibile che ad averlo visto fossi stata solamente io.
«Sì, e io sono Biancaneve. E di solito vado in giro con la mia banda formata da sette nani...» rise.
Le sue emozioni erano sempre un po' sfocate, quindi non avevo idea se mi stesse dicendo la verità o meno. E tra l'altro era impossibile credere a ciò che stessi dicendo. Anch'io facevo fatica a credermi.
«Comunque adesso sì che siamo super in ritardissimo, dobbiamo sbrigarci o non arriveremo mai per tempo!» aggiunse guardando l'orologio che teneva al polso.
Ed era vero, si era fatto tardi e le lezioni sarebbero iniziate da lì a presto.
Mi convinsi di aver perso per un attimo la lucidità e infine ci avviammo alla macchina posteggiata nel viale fuori.
La macchina di Rose era una berlina nera di tutto punto. Non era proprio sua, ma apparteneva ai suoi genitori.
Gliela lasciavano in prestito di tanto in tanto perché si fidavano abbastanza di lei; quello che non sapevano, però, era che sarebbe stato meglio non farlo.
Quando guidava, infatti, Rose aveva una mania. Era come se immaginasse di trovarsi all'interno del suo film preferito Fast and Furious.
A volte era divertente, ma altre ti faceva venire voglia di vomitare persino la cena del giorno prima.
Arrivammo alla zona del college molto in fretta, ma la nausea non rallentò nemmeno quando scesi dall'auto. Ringraziai tutte le divinità possibili per non essere riuscita a fare colazione in tempo, il contrario mi avrebbe fatto evitare definitivamente il primo giorno di College.
«Non sei in fibrillazione?! È tutto così fantastico che ancora stento a crederci.» quasi urlò, con un sorriso da ebete stampato in faccia.
«Più o meno! Credo che sarà proprio una bella ventata d'aria fresca per me. Beh, a dirla tutta anch'io non vedevo l'ora.»
«Vedrai sarà proprio così, e poi ci saranno un sacco di corsi da scegliere oltre quelli obbligatori. Sarà completamente diverso dal liceo.»
«Beh, lo spero.» Le sorrisi.
«Stai serena, Flame. Sono sicura andrà bene e inoltre avremo l'occasione per stringere nuove amicizie... O chissà magari sbocceranno anche nuovi amori.» sorrise beffardamente.
«Sì, come no... Speraci! Di sicuro non è il mio caso. Non sono interessata a quello...»
«E chi può mai saperlo, la vita è un'incognita mia cara! Non sai mai cosa ti aspetta.»
Al di là di quel discorso, mi sentii contagiata dalla sua euforia.
Ogni cellula del suo corpo vibrava entusiasta per quella nuova avventura e io ero l'unica che potevo sentirlo e vederlo al tempo stesso.
Mi morsi il labbro per contenere l'entusiasmo mentre osservavo la nube giallina che le aleggiava attorno.
Poi mi concentrai su ciò che mi circondava.
Qualsiasi zona di quel luogo era cosparsa da neve, così come ogni struttura e le panchine tra qualche albero.
Persino i ragazzi che sponsorizzavano le proprie confraternite o i corsi extracurriculari sotto alcune pagode, sembravano mischiarsi al resto della neve.
Neanche il tempo di fare due passi, che già due ragazze ci avevano adocchiato per il loro corso teatrale.
A dire la verità, avevano entrambe un atteggiamento un po' altezzoso per i miei gusti.
Ne ebbi conferma quando una di queste mi guardò e le sue emozioni divennero del colore dell'invidia, una specie di violaceo.
Mi chiesi che cosa avesse da invidiare, trattenendo a stento una risata nasale.
Di sicuro non invidiava il colore dei miei occhi.
«C'è qualcosa che ti fa ridere? Il nostro corso è divertente per te?» mi chiese la più alta mentre masticava una chewingum un po' troppo svogliatamente.
Indossava i tacchi e aveva delle extension rosa palesemente finte attaccate ai capelli.
«Oh, niente. In realtà pensavo ad altro, scusami...» risposi incurante mentre con gli occhi cercavo Rose.
Si era allontanata un attimo prima senza accorgermene, ma mi rasserenai quando la vidi poco più avanti insieme a qualcuno di familiare.
Dopo aver detto alle ragazze che il loro corso non mi interessava, mi diressi velocemente verso la mia amica e il ragazzo con cui sembrava stesse discutendo.
Parlava con Jackson, il professorino, in carne ed ossa.
Con i suoi occhi neri e un po' di barbetta sul viso, fissava Rose con l'aria di uno molto interessato al discorso.
Ero quasi certa che, quasi ogni ragazza del college, frequentasse il suo corso pur non essendo iscritta alla facoltà di Fisica.
Mentre mi avvicinavo scorsi su entrambi quella che sembrava una piccola dose di agitazione, che però si affievolì quando fui vicina.
«Buongiorno, Professore.» salutai Jackson. «Tutto bene, Rose?»
«Sì, va tutto benissimo. Scusa se ti ho lasciata per un attimo da sola...»
«Nessun problema. Non devi starmi attaccata come un koala anche qui.» le dissi sinceramente.
Rose sapeva bene cosa fossi in grado di fare, ma Jackson non ne aveva la minima idea.
Lo avevo visto un paio di volte a casa di Rose, ma non ero in così buoni rapporti con lui da raccontargli la mia vita personale.
«Buongiorno, Flame. Benvenuta al tuo primo giorno di College... come sta andando?» mi sorrise. «Rose mi stava giusto parlando di quanto fosse entusiasta. Avete già fatto un giro del campus?»
Aveva gli incisivi più sporgenti rispetto agli altri denti, ma questo non rovinava il suo bell'aspetto... Anzi, forse questo lo accentuava di più.
«Grazie. Lo stavamo giusto facendo, sinceramente questo posto è enorme. E comunque devo dire che non c'è male... Ma lei come sta, Professore?»
«Io sto piuttosto bene, ma ti prego... Non chiamarmi così, sai che non c'è bisogno se non ci troviamo dentro un'aula. Sarò anche un Professore, ma non sono poi così tanto vecchio più di voi... O sbaglio?» scherzò Jackson.
Non smetteva di fissarmi con quei suoi occhi neri, così profondi da mettermi in soggezione.
A dire la verità era un po' inquietante e per questo non mi stava particolarmente simpatico.
Ma i capelli neri molto corti e quelle labbra piene, lo rendevano il tipo più sexy di tutto il college.
«Adesso credo sia il caso che voi andiate, se non ricordo male mi sembra che il primo corso che avete scelto sia già iniziato da qualche minuto. Di certo non sarò qui per rubarvi altro tempo.»
Finalmente ci mostrò quella sua aria da professore, che vuoi o non vuoi faceva parte del suo lavoro di docente.
Così ci salutammo poco dopo tutti quanti, anche perché io e Rose avevamo scelto due corsi differenti.
Io avevo optato per Letteratura mentre lei per Storia dell'arte, entrambi in edifici diversi.
Quando entrai nell'enorme aula dove avrei dovuto trovarmi già da un bel pezzo, mi ritrovai spiazzata dal silenzio assordante causato dalla mia improvvisa presenza.
Un alone di irritazione apparì addosso alla professoressa seduta alla cattedra, che nel vedermi entrare dopo un quarto d'ora dall'inizio della lezione... Aveva interrotto il suo discorso su un misterioso scrittore Inglese di cui non avevo ancora afferrato il nome. Nessuno disse nulla, così mi affrettai a prendere posto in una delle poltroncine in cima all'aula cercando di passare inosservata. La professoressa sospirò. Poi ricominciò a parlare senza fare pause. Mi concentrai quasi immediatamente e dimenticai gli avvenimenti insoliti di quella mattina per un po' di tempo.
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