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Capitolo XII

La pioggia tempestava la barriera energetica che li proteggeva. Nathair si era fermato un attimo a osservarla: le gocce che si infrangevano su di essa erano ben visibili, ma il suono che avrebbero dovuto produrre non c'era. Non aveva mai assistito a un temporale senza sentirne il rumore. Cioè, lo aveva fatto ogni volta che aveva piovuto mentre lui aveva gli auricolari, ma mai, al posto della musica, c'era stato quell'opprimente silenzio inframezzato soltanto dai flebili respiri di qualcuno. Qualcuno che, in tal caso, rispondeva al nome di Jonah. Aveva la sua spada di legno nelle mani: quella di metallo era stata concessa a Nathair. Il giovane si era offeso: sapeva che gliel'avevano data solo perché erano sicuri che non sarebbe riuscito a fare niente.

«Iccaladu» disse lui improvvisamente.

Nathair si riscosse. «Ma devi parlare sempre in Flesremu? Ti ricordo che lo sto studiando da appena tre giorni.»

«Luimavioneg.»

«Luimavioneg un cazzo. Ti ho detto che non ti capisco! Se parlassi in Aruan, già sarebbe differente.»

«Lubuceg.»

«E continua...»

Jonah raddrizzò l'arma nelle sue mani e folgorò Nathair con uno sguardo che permetteva una sola interpretazione: stai in guardia, oppure sei finito. E fu quello che successe. Senza nemmeno avvisarlo caricò e, scivolandogli sotto le gambe, gli diede una stoccata sulla schiena. Il giovane fece un verso di dolore misto a disappunto, e si girò con il cipiglio di uno che si sente preso per i fondelli. O almeno sperò di averlo fatto così.

«Ascoltami. Potresti avvertirmi quando stai per attaccare? No, sai, hai giusto qualche anno di addestramento in più di me.»

«Luke beagi. Lade luassezer beagud con.»

«Oh, mi hai rotto le palle. Se mi capisci, parla inglese!» sbraitò Nathair.

Confisse la spada al suolo e se ne andò a passo sostenuto. Entrò in casa, dove trovò Cardmis che discuteva animatamente con Goujelt. Tutta quella gente che lo ignorava volontariamente lo irritava come nessuno aveva mai fatto. E lui era una di quelle persone che, quando le irriti, puoi star sicuro di non avere più le opportunità di avere una vita sociale. Prima di andare all'università, i suoi compagni di istituto lo conoscevano come signore pazienza. Non poteva essere infastidito da nessuno, finché era al centro dell'attenzione.

Si avvicinò ai due. La luce di una lampada a olio li illuminava da sinistra, conferendo una certa cupezza al lato in penombra. Sul tavolino, un insieme disordinato di fogli si alternava ad alcune strane penne. Cardmis compulsava i fogli con una frequenza impressionante, mentre Goujelt lo fissava e interrompeva la parlantina dell'altro solo per correggere qualche sua affermazione. Nathair mise le mani sul tavolino e aspettò che i due uomini lo notassero. Niente. Nessuno dei due lo aveva minimamente considerato. Riprovò: il risultato fu il medesimo. Soltanto quando fece per andarsene in camera, sentì una voce provenire da dietro di sé. Cardmis.

«Dove vai?»

Appoggiò un piede sul primo gradino della scalinata che portava al piano superiore. «In camera.»

«Neanche per sogno. Mancano ancora due ore al pranzo e devi approfittartene per allenarti.»

Nathair sorvolò su ogni parola di Cardmis. Tuttavia rallentò il passo. Voleva sentire se il gigante avesse qualcos'altro da dire. Magari qualcosa che avrebbe potuto far cambiare idea a Nathair e che lo avrebbe convinto a tornare indietro. Magari perché Jonah non pronunciava deliberatamente neppure una frase in inglese. Stupido non era, e non gli sembrava il tipo il cui unico scopo era prendersi gioco degli altri.

«Ehi, ascoltami, testa di granito!» urlò Cardmis. «Non capisci che non puoi andartene così?»

«E tu non capisci che mi sono stufato?» replicò Nathair, fermandosi. «Pare che Jonah mi voglia prendere per il culo. Comprende perfettamente tutto quello che dico, ma parla sempre quel cazzo di Flesremu. Non so se è un metodo per abituarmi meglio alla lingua, però, se lo è, non sta funzionando affatto.»

«Fermati» fece Cardmis con una certa intransigenza nel tono.

Nathair, che aveva ripreso a salire le scale, si arrestò per la seconda volta. Si girò, guardò Cardmis negli imperscrutabili pozzi neri tentando di ostentare una severità che tendeva alla rigidezza, e capì di esserci riuscito quando vide Cardmis accigliarsi colpito.

«La cosa ti sta veramente così a cuore?» gli domandò Cardmis.

«Le cose che non hanno un senso mi sono sempre state a cuore. Molte cose qui non ne hanno, eppure questo fatto mi innervosisce più di tutto il resto. Quindi, cazzo, spiegamelo!»

Cardmis si alzò. Fece cenno di raggiungerlo, e Nathair lo ascoltò. Quando gli fu vicino, Cardmis lo condusse davanti alla finestra. Di fuori, dove le gocce di pioggia proseguivano a sfracellarsi mute contro la cupola magica, Jonah si stava allenando da solo. Menava fendente dopo fendente, e talvolta si bloccava in posizioni bizzare e ripartiva all'attacco scattando come un serpente velenoso che vuole addentare la sua prelibata preda. Piroettava, volteggiava sull'erba facendo in modo che la spada seguisse i suoi sinuosi movimenti quasi fosse una protesi, quasi fosse un allungamento che spuntava solo quando era necessario. A Nathair parve molto aggraziato nelle movenze: assomigliava a una donna nell'eleganza, ma nell'atto conclusivo si poteva ravvisare la brutalità di uomo anche abbastanza violento. Non che Nathair fosse così pratico da poter esprimere giudizi obiettivi. Tuttavia, ogni mossa che Jonah compiva gli dava l'impressione che lui fosse una di quelle macchine da guerra di cui aveva letto nei libri e con cui aveva giocato nei videogiochi, uno di quegli artisti che ti fanno rifulgere gli occhi ogni volta che li vedi all'opera. Come uno di quei tormentati personaggi, però, Jonah pareva combattere con un certo rancore sopito nel cuore, seppellito da un corpo che non risponde ai propri sentimenti. Di questo Nathair era più sicuro: era il viso di Jonah a comunicarglielo, era l'espressione di rabbia soppressa a strillarglielo assordante. Era come se anni di ostentamento lo avessero privato della capacità di essere quello che era, come se una qualche promessa lo imprigionasse in un bozzolo dal quale non credeva di poter uscire.

«Jonah è una persona complicata» esordì Cardmis. Sospirò. «Nacque ventisei anni fa a Redstone, nell'isola di Esperia. Ti spiego due cose prima di tutto: Esperia è il regno che ha accolto tutte le specie esistenti con l'intenzione di costituire un luogo dove chiunque potesse vivere senza paura di essere giudicato. Ufficializzando la lingua inglese, quella spagnola e quella francese ha dato quell'aspetto di libertà assoluta che non avrebbe dovuto dare. Esperia è diventata il covo dei peggiori criminali di questo mondo, di persone il cui unico scopo è sfuggire agli orribili gesti di cui sono colpevoli. Sai, anche nel nostro mondo si fanno le statistiche, e da quelle che sono in mio possesso, mi sembra che Esperia sia il luogo con la criminalità più alta di Flesra, con più omicidi e più orfani sotto i tredici anni. Quei degenerati degli Aelfar Neri sono dei santi al confronto.»

Nathair udì uno spostamento d'aria vicino a sé. Si voltò a sinistra e si accorse che Goujelt li aveva accostati. Di profilo, osservava Jonah con occhi vacui, che trattengono pensieri che non sono pronti a essere esternati.

«Jonah ha vagabondato con la madre per undici anni. Lei si prostituiva davanti a lui per guadagnare il denaro che le serviva per dargli del cibo. Suo padre, un giorno, venuto a sapere di avere un figlio che lo avrebbe infamato in tutto il regno, ha trovato la madre e l'ha ammazzata. Voleva fare lo stesso con Jonah, ma lui dimostrò una forza - sia interiore che esteriore - senza pari e ad appena dodici anni ebbe il coraggio di impugnare un coltello e conficcarlo nel cuore del padre. Lo trovai stremato e rachitico sul ciglio di una stradina vicino Suyloud, al confine tra il Regno di Vnasj e il Principato di Seferub. Non volle mai dirmi come c'era arrivato. Lo presi con me...»

«Poi?» fece Nathair.

«Un giorno gli raccontai dei Cavalieri dei Siyew, e soprattutto del più grande eroe che questo mondo rammenti: Bearsted. Lui fece in modo di contattare i Siyew (persino ora non so come ha fatto) e mi ha chiesto di permettergli di fare un voto. Mi disse che sua madre gli aveva parlato di come le sarebbe piaciuto tornare ai tempi dove le guerre infuriavano ma dove - almeno - c'era unione all'interno dei vari popoli, dove c'era un codice morale che andava rispettato. Da esperta di storia, aveva sempre collocato quell'epoca in quel periodo in cui il Regno di Vnasj dominava su tutti gli altri, e assieme a esso la sua lingua. Quindi promise di parlare solo Flesremu e di non farne parola con nessuno. Poi se ne andò con i Siyew.»

Nathair ebbe un sussulto. Fu così lieve che lo percepì appena, eppure fu anche così forte da rivoltargli lo stomaco. «E durerà per tutta la sua vita?»

«Non so come funzionino le cose nel tuo mondo, ragazzo. Qui su Flesra, un voto è un sigillo magico. Riponi la tua anima in un pezzo di carta su cui delle linee apparentemente senza senso designano la tua promessa, e finché colui che l'ha accolta non muore, essa vale. Una promessa spezzata è uno dei maggiori motivi per cui la gente passa dalla magia primordiale a quella contraffatta da Aegrinar, quella Dannata. Ti oscura l'animo.»

Nathair aveva tenuto le pupille incollate alla finestra per tutto il tempo. Solo in quel momento, però, guardò veramente Jonah. Lo fece con la consapevolezza di una persona che ha patito troppo dolore. Ora capiva il perché della sensazione che aveva avuto prima. Lui e Jonah erano molto simili. Avevano soltanto affrontato la sofferenza in una maniera differente. Si sentì insignificante di fronte a tanta grandezza di spirito. Jonah aveva soggiogato il suo demone facendone la sua fonte di potere. Lui era divenuto sprezzante ed egocentrico.

Sospirò. Adocchiò l'arma che aveva piantato nel suolo prima di entrare in casa. Senza dire nulla, si allontanò e tornò all'esterno. Quando Jonah lo vide si interruppe. Nathair estrasse la spada e roteò la spalla destra.

«Asbjuletn vopicces.»

Nathair non intese cosa volesse Jonah. Gli sembrò di dover annuire, e così fece. Annuì, aggrottò la fronte e si avventò sull'avversario con la furia di una belva che necessita di mangiare. In un barlume, in un istante di profondissima riflessione, aveva deciso cosa avrebbe fatto della sua esistenza. Non sarebbe più stato quello che se ne fregava di tutto e di tutti. D'altronde, se proprio doveva scappare da i seguaci di un caprone umanoide in punto di morte, avrebbe dovuto cambiare atteggiamento. E, mentre non lasciava un attimo di respiro a Jonah, pensò che era proprio quello che stava facendo. Suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui. Notò una lacrima che bagnava il terreno. Era sua e rappresentava la liberazione da un universo di sbarre e prigioni. 

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