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Capitolo XI

Cordoglio

Raccontato da: Reck.

Reck si inginocchiò e fece aderire la fronte al terreno; le piccole pietre che gli graffiavano la pelle. Piangeva. Non poteva credere che lui fosse capace di piangere. Prese una manciata di terriccio, la strinse con energia nella mano rovinata dal combattimento e la gettò nel fiume. Allora urlò. Solo dopo averlo fatto considerò che nelle vicinanze avrebbero potuto esserci altri soldati di Brenin e che, attirati da quel grido disumano, sarebbero sopraggiunti. Ma non gli importava. La sofferenza era troppo grande, metteva in ombra qualsiasi altra cosa. Era come se Reck sapesse di star vivendo ma non ne fosse del tutto cosciente. Capiva che la morte avrebbe potuto raggiungerlo in qualsiasi momento, però non gli interessava; anzi, forse la desiderava persino.

Guardò i due corpi senza vita, entrambi alla sua sinistra. Lasciò per un attimo Nimniail e andò da suo padre. Aveva l'addome sporco di sangue; la ferita si intravedeva appena sotto l'armatura che indossava. La spada che gliel'aveva inferta doveva essere molto affilata. Sebbene pesasse abbastanza, lo prese in braccio e lo portò fino alla riva. Quando lo mise a terra, fece sfuggire un respiro di liberazione. Poi si recò nuovamente da Nimniail. Lei aveva la gola recisa; l'immagine di Brenin che, in un gesto involontario, le passava la lama sul collo era ancora nitida nella mente di Reck. Volle fare con lei la stessa cosa che aveva fatto con suo padre. Ma si fermò. Le fissò le labbra e decise di darle l'ultimo saluto. Gliele pulì dal sangue e ci impresse un bacio. Allora la prese fra le braccia e la portò accanto a suo padre.

Si inoltrò nel bosco e scovò gli alberi con i rami più grossi, quelli che avrebbero potuto essere tronchi. Trascorse molto tempo prima che fosse riuscito a tagliare tutti quelli che gli servivano. Quindi tornò alla tenda e usò la maggior parte della fune che aveva appresso per costruire una piccola zattera. Era appena sufficiente a tenere i due cadaveri, che Reck ci mise subito sopra. Ora erano pronti per intraprendere l'ultimo, magnifico viaggio della loro vita.

Suo padre aveva lo stesso sguardo severo che aveva avuto durante ogni giorno della sua esistenza, eppure aveva l'accenno di un sorriso, come se se ne fosse andato sapendo qualcosa di incredibile, qualcosa che avrebbe potuto alleviare la condanna eterna che avrebbe ricevuto. Sì, perché Reck era conscio che suo padre non era stato un uomo virtuoso e buono e che, anzi, forse la parola bontà non la conosceva neppure; ma sperava che almeno quell'ultimo pensiero che lo aveva attraversato avesse reso la sua pena meno difficile da sopportare. Sempre se avesse dovuto sopportare qualcosa. Se fosse semplicemente sparito, non avrebbe provato più niente. Reck sapeva, però, che quell'idea poteva rassicurarlo solo sul destino del padre. Non avrebbe mai accettato che Nimniail fosse scomparsa. Gli era impossibile pensare che lei non esistesse più in alcuna forma.

Avrebbe dovuto ascoltare gli avvertimenti di Jake, pensò. Oppure lui avrebbe dovuto dirgli più chiaramente cosa sarebbe successo se non fosse scappato subito. In un modo o nell'altro, qualcuno aveva sbagliato, e ora il cuore a soffrire era il suo, e soffriva come non mai.

Sospirò. Li legò bene alla zattera e la adagiò sull'acqua. Li guardò allontanarsi, sospinti dalla corrente, e vide i capelli chiari di Nimniail accendersi quasi di luce propria, colpiti dal chiarore di un Uhusyan nascente.

«Ancora piangendo...» sussurrò. Voleva dire qualcosa. Quello che stava dando loro era troppo poco.

«Ancora piangendo, la terra cadendo, il vento cessando, il fuoco calando. La fiamma latente,

e morente, ti possa guidare dove nessuno osa andare. E il cielo tuonante mi costringa a guardare le spoglie dolenti di ciò che nessun potrà più amare.»

Portò un ginocchio a terra, mise le mani a conca, prese un po' d'acqua e ci si lavò il viso. Si rialzò. La zattera era quasi arrivata al punto in cui il fiume virava bruscamente verso destra e scompariva dietro una selva di alberi. Osservò Nimniail finché poté. Il suo capo si stava avvicinando dove non l'avrebbe più vista. Ma lui non era pronto per abbandonarla, o per essere abbandonato. Serrò le palpebre e le strinse tanto da percepire gli occhi inumidirsi. Quando le riaprì, non c'era più traccia della piccola imbarcazione funebre. Ora era solo, e sentì il peso della solitudine ancor più di quanto lo avesse mai sentito prima di conoscere l'elfa. Si voltò. Si ripromise di non girarsi più. Ormai avevano preso strade differenti, e Reck avrebbe dovuto accettarlo.

E adesso cosa avrebbe fatto? Non poteva di certo ritornare al campo, proclamando la morte dell'imperatore e iniziando una rivoluzione. O forse sì, poteva farlo, radunare il suo esercito e quello di suo padre per contrastare la potenza dei figli e del fratello di Brenin sarebbe stato facile, quasi uno scherzo. Ma non era quello che voleva. Non gli importava più della sua gente, così come non era più interessato a quello che avrebbero detto sul suo conto una volta trovata la carcassa in putrefazione di Brenin. Anzi, forse poteva dare un regalino ai suoi sostenitori.

Raccolse una delle spade dei cadaveri disseminati nei dintorni, raggiunse il corpo di Brenin e, con tre colpi ben sortiti, lo decapitò. Prese la testa dell'uomo per i capelli, la portò dentro la tenda, svuotò una borsa e ce la mise dentro. Voleva fare qualcosa di epico, qualcosa che sarebbe riecheggiato nell'eternità anche quando fosse morto. Voleva innescare un ingranaggio che da troppo tempo era rimasto fermo, ma voleva farlo senza esserne direttamente coinvolto, ancora. Ma un giorno sarebbe tornato, e avrebbe preso la sua vendetta. Non si poteva scherzare con lui.

Si girò, si sporse dall'entrata e individuò l'unico cavallo che non era fuggito. Mosse un passo verso di lui, ma un rumore alle sue spalle lo convinse a fermarsi. Diresse istintivamente una mano verso la fidata spada.

«Ciao, Reck.»

La voce era inconfondibile. Reck si voltò e lo vide. Era vestito esattamente come la prima volta in cui si erano incontrati e aveva lo stesso cipiglio. Era come se lo stesse ammonendo e consolando nello stesso momento. Davanti a lui c'era Jake.

«Io ti avevo avvertito» aggiunse lui.

Reck fece un passo in avanti e si fermò pestando il terreno con rabbia. «Avresti dovuto essere più convincente!» ruggì.

«Oppure ti saresti dovuto fidare» disse Jake. «Sì, perché alla fine si trattava solo di questo. Giusto? Di fidarsi.»

«Di uno spettro che non avevo mai visto prima?» obiettò Reck.

La bocca di Jake si mosse come se stesse sospirando, ma non ci fu alcun rumore ad accompagnare il movimento delle labbra. «Reck, le cose non vanno sempre come le progetti. Avevo un grande amore, sai? Ho progettato insieme a lei la mia vita. Una vita fatta di bambini, di pace, di onesto lavoro, di sedentarietà. Magari un libro davanti un camino, e lei dietro che taglia una verdura, e intanto i bambini di fuori che ridono e giocano. Ti possono sembrare banalità, da vivo, ma quando non lo sei più, la loro importanza ti schiaffeggia con tanta forza da lasciarti un'ustione. Ma, come ti ho detto, le cose non vanno sempre come le progetti. Infatti sono morto. La causa: una che non mi riguardava affatto. Un mondo non mio, sul quale avrei potuto vivere anche dopo l'avanzata delle cosiddette tenebre.»

«Ma io...»

«Non riesci più a dir niente, signor risolutezza? Forse è perché non c'è più niente da dire.»

Era vero. Reck lo sapeva molto bene: non c'era più nulla da dire. Nessuna parola era rimasta ad aiutare il suo cuore devastato. Sentì le gambe tremolare e cadde a terra sul fondoschiena. Le gambe divaricate, si portò le ginocchia più vicino e abbassò il viso, nascondendolo parzialmente con l'ombra.

«Scusami, Reck» disse Jake. «Non volevo infierire. C'è qualcosa che devi capire, però. Qualcosa che io ho capito tempo fa. Vedi, le cose succedono. Non c'è modo di fermarle. Il tempo scorre e i secondi ti vengono strappati uno per uno, come... come se qualcuno scavasse una montagna volta per volta, e non interrompesse mai il proprio lavoro. Il giorno prima sei abbracciato alla tua lei, il giorno dopo stai tastando il vuoto. La cosa che devi capire è che non bisogna prendersela! Le cose succedono quando devono succedere e lo fanno per una ragione. Non esiste il caso. E' per questo che io ho accettato quella missione che mi ha portato alla morte. Per questo io combattuto. Non so se puoi comprenderlo così al volo.»

«Ci vuole un motivo concreto» sussurrò Reck. «E io non ne ho più, di motivi. Mi chiedo perché sia ancora vivo.»

«Perché così deve essere! Approfitta di questa situazione. Cos'hai da perdere?»

Reck si alzò. Il suo corpo andava in fiamme. «Osi persino ironizzare? Cos'ho da perdere? E, dimmi un po', io dovrei imbarcarmi in una missione suicida perché non ho più nulla da perdere?»

«Reck...»

«Non pronunciare il mio nome, spettro!» esclamò Reck. «Io non sono come te, non voglio salvare il mondo. Da chi dovrei salvarlo, poi? Eh? Tu non sai nulla di me. Nulla! Quindi evita di darmi ordini.»

«Non posso svelarti nient'altro» ammise Jake, mettendosi a sedere su una sorta di sedia invisibile. Si passò il dorso di una mano sulla fronte e puntò lo sguardo a terra. «Vorrei. Non è mio diritto, però.»

«Dimmi cosa vuoi che faccia!» sbraitò Reck. «Vuoi che distrugga questa maledetta pergamena? Che la preservi? Che getti fango sul tuo nome da carogna? Che racconti le tue gesta in lungo e in largo, rendendoti ancora più famoso di quello che sei già? Oppure vuoi che raggiunga i tuoi amici, che combatta, magari che muoia sotto atroci sofferenze guardando una spada che attraversa il mio petto. Vuoi che porti a letto la tua Lynn?»

Jake si ravvivò in un istante. «Non provarci, vigliacco. Solo perché sono morto, non puoi approfittarti di lei.»

«Come no?» chiese Reck, mettendosi a cercare la pergamena in una borsa. «Non mi sembri un tipo dai gusti discutibili. Potrebbe essere bella questa tua Lynn. Tanto non puoi fare nulla. Tanto non ho nulla da perdere. No?»

«Maledetto... Ti credevo un uomo onorevole, uno di quelli che si farebbe uccidere più che perdere la propria dignità» replicò Jake.

Reck, intanto, aveva trovato la pergamena. La estrasse e lesse ciò che c'era scritto così come gliel'aveva detto Nimniail la sera prima. Pronunciare quelle parole fu così doloroso che per poco pensò di non farcela, di star per cadere in un profondo oblio da cui non sarebbe più uscito. «Devo portarla da lei? Eseguirò i tuoi desideri, fantasma. E poi farò anche quello che la tua anima disprezza tanto, e tu non potrai fare nulla per impedirmelo! Tanto lo vorrà un po' di divertimento dopo aver penato per la tua morte, no?»

«Fermati e ragiona, Reck!» gridò Jake.

«Io sto ragionando!» gli rispose in un altro grido Reck, additandolo.

«Non è vero!» proseguì Jake. «Mi stai punendo per qualcosa che non ho fatto. E così facendo, non ti sei nemmeno accorto della cosa più importante.»

«E quale sarebbe?» domandò Reck, inspirando ed espirando rapidamente. «Cosa?» ripeté.

Lo capì troppo tardi. Jake era sparito, era ritornato dove era comparso. Reck si avvicinò tremante, incredulo. Non poteva essere vero. Non aveva una logica. Perché Jake era fuoriuscito dal bracciale di Nimniail? Prese l'oggetto fra le mani e lo fissò, ricordandosi di quella volta in cui lei glielo aveva lasciato in eredità. Si fermò, si alzò e respirò. Aveva delle cose da fare. 

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