Capitolo X
Ora capiva perché li chiamavano chiaroveggenti. Vedevano cose che altri non concepivano neppure. Thial. Chi era questa Thial? Che fosse... Una bambina? Avrebbero preso una bambina per farne un'oscura e maligna sacerdotessa? Non riusciva a credere che si potesse essere così incuranti nei riguardi dell'infanzia di una fanciulla di nemmeno dieci anni. E se si stesse sbagliando?
Nathair scosse la testa e continuò a leggere il "Terzo cantico degli elementi" di uno di quei tipi che chiamavano Siyew. Ogni tanto sollevava il mento e guardava di sfuggita il nuovo arrivato. Jonah era un tipo strano. Non che non lo fossero anche tutti gli altri, in quel mondo; ma lui lo era di più. Corti capelli castano scuro, piccoli e affilati occhi chiari, sguardo accigliato e espressione imperturbabile. Sembrava una statua di marmo, quel Jonah. E poi... perché aveva un nome terrestre?
Era sopraggiunto la mattina presto, quando ciò che i flesrensi chiamavano Uhusyan aveva detronizzato la notte e il corrispondente della luna, Everen. Parlava solo bisbigliando, e mai si rivolgeva a Nathair.
Jonah estrasse una spada da un fodero pieno di tetre raffigurazioni e la esaminò come se fosse stata un pacco che avrebbe deciso la sua sorte. Prese un panno e iniziò a lucidarla scrupolosamente; poi, con una grossa pietra color ardesia che tirò fuori dalla sua ampia sacca, prese ad affilarla.
«E tu ti porteresti dietro un macigno simile?» gli chiese Nathair.
Appoggiò un gomito sul tomo che aveva avuto sotto gli occhi fino a quel momento e l'altro sullo schienale della sedia. Nell'altra stanza, la consorte di Cardmis cominciò a canticchiare un motivetto malinconico.
Jonah alzò adagio le pupille, guardò Nathair e tornò a concentrarsi sulla lama. Nathair si chiese perché avesse fatto così. Poteva capire che i suoi modi non fossero il massimo della cordialità, ma perché ignorarlo così palesemente? Non aveva fatto nulla di sbagliato, finora, e gli parve che Jonah avesse voluto punirlo per la sua maleducazione futura. Nathair pensava spesso a come sarebbe stata la propria vita se avesse avuto un registro diverso. Molti piani della sua prima adolescenza erano andati in frantumi per via di questa sua caratteristica, eppure lui non aveva mai cercato di cambiare. E perché avrebbe dovuto farlo? Lui era sempre stato così; anche prima della morte di suo padre gli piaceva esternare la propria esuberanza parlando diversamente da come facevano gli altri. Non gli erano mai bastati i gesti: le parole dovevano essere il contorno di un pranzo coi fiocchi.
«Nathair, torna sui tuoi libri!» disse Cardmis. Gli passò accanto; vicino a lui c'era Goujelt che gesticolava mentre parlava di qualcosa. Sussurrò una cosa a Jonah e poi tornò a guardare Nathair. «Capisci che tu dovresti sapere parlare l'Aruan come un qualunque abitante di Flesra tra... una settimana?»
Nathair rimase per un attimo interdetto. «Sì, e io mi chiamo Henry Kalajnikov. Ma potrò mai imparare una lingua in una settimana?» disse infine.
«E non solo» ribatté Cardmis. «Devi anche capire come controllare la tua magia e apprendere le basi del combattimento con spada. Ti piace il programma?»
Nathair si immerse nuovamente nella lettura. «Ma guarda un po' questi tizi...» mormorò senza un interlocutore.
*****
Dopo due ore di intenso studio, Nathair chiuse il tomo e lo allontanò da sé. Si stiracchiò, fletté il collo a destra e a sinistra e torse il busto facendo perno sullo schienale della sedia. Quante analogie con il proprio mondo. La disposizione delle camere, la forma degli oggetti, il modo di vestirsi. Quando era entrato in quella casa, non si era nemmeno reso conto di quanto assomigliasse a un'abitazione terrestre. E se lo fosse stata?, si chiese. No, erano successe certe cose che rendevano impossibile tale eventualità. Quali altre possibilità c'erano? Poteva essere stato drogato. Be', in tal caso si sarebbe trovato sulla Terra ma pur sempre imprigionato in un mondo fantastico.
Jonah, che era stato seduto a lucidare e affilare il filo della sua spada fino a quell'istante, si alzò e si diresse verso Nathair. Si fermò davanti a lui e gli disse: «Innalessega.»
«Eh?!» replicò Nathair.
Jonah era già andato oltre. Si girò di nuovo e aggiunse: «Olsayot gem.»
Forse voleva che lo seguisse. Oppure era proprio il contrario. Sapeva riconoscere quando qualcuno non voleva essere seguito, non era un demente. Eppure si alzò e lo raggiunse lo stesso. Solo quando gli fu accanto capì la stupidità del suo gesto. Si preparò una scusa. Aveva visto Cardmis e Goujelt uscire di casa poco prima, poteva dire che voleva andare a vedere cosa stavano facendo all'esterno. Jonah gli avrebbe creduto? E che gli importava? Dopotutto lui poteva essere andato a fare quel che cazzo voleva, non sarebbe stato un enigmatico uomo con un perenne broncio a impedirgli di agire come meglio credeva.
«Aspetta, Nathair!» esclamò la moglie di Cardmis.
Nathair si girò e la vide correre con in mano una tazza dalla forma insolita; il corpo prorompente e massiccio ballonzolava ogni volta che i piedi trovavano appoggio sul pavimento. Lui si bloccò e la aspettò. Quando la donna arrivò, sembrava provata, quasi avesse appena vinto una maratona con uno scarto di vari minuti sugli altri concorrenti. Gli porse la tazza e gli mise una mano su una spalla.
«Lo bevi o no?» fece dopo un po'.
Nathair guardò il liquido che conteneva. Non aveva un bell'aspetto; il colore viola scuro accompagnava l'immagine del minuscolo mulinello centrale, dove delle palline argentee navigavano con un moto a spirale. «E tu ti aspetti che beva questa roba?»
«Io lo pretendo, è diverso.»
«E come mai?»
La donna si voltò e, dopo aver preso un panno dallo scomparto di un mobile, prese a pulire un po' di polvere che era rimasta sopra il comodino nei pressi dell'entrata. Quando ebbe finito, scandagliò il ripiano ligneo cercando tracce di residui scampati alla sua accurattezza, e non appena comprese che tutto luccicava come l'acqua di un fiume di campagna colpita dal sole, tornò su Nathair. «Perché Cardmis ha detto così.»
«Oh, grazie per la specificità delle tue parole.»
«Di nulla» disse lei, e se ne andò.
"Perché Cardmis ha detto così". Nathair diede un'altra occhiata all'intruglio e per poco non rigurgitò quello che aveva mangiato a pranzo. Aveva divorato un cosciotto di un qualche animale che non conosceva, e non gli sarebbe piaciuto rivederlo in mezzo al vomito. Perché Cardmis esigeva che lo bevesse? Be', ora almeno aveva un motivo per seguire Jonah.
Giusto! Jonah. Dove si era cacciato? Si chiese se lì dentro ci fosse qualcuno normale. Ci ripensò e si disse che forse era meglio così. Tutto sommato, lui l'aveva sempre detto: la normalità è la sterilità di chi non sa vedere oltre.
Uscì dalla porta d'ingresso e vide Jonah, Cardmis e Goujelt che confabulavano. Le fronde degli alberi circostanti ondeggiavano lente come pargoli cullati da una madre impercepibile, e il soffio del vento si abbatteva violento sui capelli arruffati di Cardmis, che si muovevano in una massa compatta alla stregua di un nero spaventapasseri basso e grassoccio durante il preludio di una tempesta. Gli indumenti di Goujelt e Cardmis si allargavano sulla pancia, dove le giubbe aperte non li coprivano; mentre quelli di Jonah, che era uscito senza nulla che lo proteggesse dal freddo, era totalmente in balìa della corrente. Nathair si accorse solo in quel momento di essersi scordato qualcosa con cui coprirsi, ma non tornò a prendere niente. Anzi, si diresse verso Cardmis, che si era inginocchiato e stava tastando il terreno con una mano mentre nell'altra aveva una specie di paletto simile a una canna di bambù. Nel camminare, Nathair si sfregò le spalle incrociando le braccia.
«Ehi, tu, Cardmis» esordì Nathair. «Che robaccia è questa che mi ha dato tua moglie?»
Cardmis sfoderò un'occhiata di odio assoluto. «Quella robaccia è una delle bevande inibitrici più rare di tutta Flesra. Bevendola, sarai l'unico a non risentire degli effetti dell'incantesimo che sto per lanciare.»
Nathair, per una delle poche volte nelle sua vita, si sentì inopportuno. «Oh, e perché deve essere per forza così orrenda esteticamente?» disse. Avrebbe voluto scusarsi; non lo aveva fatto.
«Perché sì. E ora bevila, su. Devi prenderla prima che formi questa barriera.»
«Ah, ma allora c'è ancora tempo» fece Nathair.
«Sì, qualche secondo. Sto per fare tutto ora.»
«Stiamo» lo corresse Goujelt.
«Stiamo» ripeté Cardmis.
Nathair deglutì. Guardò schifato il contenuto della tazza. Dai, ti serviranno le tue forze, pensò. Chiuse gli occhi e si immaginò la prateria dove lui e suo padre giocavano quando era appena un bambino, quella di uno dei loro tanti viaggi. Prima che morisse. Prima che i narcotrafficanti decidessero di togliere la vita al loro principale nemico nella tratta di schiave sessuali e di droga pesante. Prima che la sua famiglia andasse allo sfacelo. Quando lui era veramente felice. Respirò e se la scolò. Il sapore era rivoltante, così come la consistenza collosa, ma nulla avrebbe superato quello che aveva provato nel ricordare gli eventi che avevano deturpato la propria esistenza, e ciò gli diede un lieve conforto.
Aprì gli occhi. Cardmis aveva conficcato il paletto nel suolo ammollito dalla pioggia notturna. Lo torse, portandosi dietro il terriccio fangoso come se fosse stato un lenzuolo che vorticava attorno a un forte risucchio di qualche genere. Apparvero delle incisioni rassomiglianti a grinze, che si allungarono e andarono a finire anche sotto l'abitazione. Nathair spalancò le palpebre. Gli era venuto il batticuore. Cercò un posto in cui ripararsi, ma quando vide che dal paletto - che scoprì essere cavo - stava fuoriuscendo una foschia verdastra capì che avrebbe potuto solamente rimanere immobile e contemplare ciò che stava accadendo.
Il vento si intensificò, alcuni dei tronchi che li circondavano si creparono e altri si spezzarono. Tutti rimasero impassibili di fronte al fenomeno. Nathair inspirò ed espirò. Annusò un odore agre che si stava propagando nell'aria. Poi, in un secondo, tutto sparì e si ritrovò rinchiuso in una cupola che sembrava fatta di pellicola. In essa, fumose scie verde scuro si aggrovigliavano ad altre più chiare come giganteschi serpenti marini che solcano un oceano in un concatenarsi di salti e figure quasi artistiche. Infine scomparve ogni cosa e riapparvero alberi, erba, cielo, e tutto quello che caratterizzava il paesaggio attorno alla casa.
«Dov'è finito? Non ci siete riusciti?»
Cardmis si rialzò a fatica, come se un carico di migliaia di tonnellate gli gravasse sulla schiena. «Affatto» rispose sorridendo. «Ci siamo riusciti eccome. Ora noi siamo invisibili per chiunque sia all'esterno della barriera.»
«Ma... come li avete stabiliti i limiti?»
«Li ho tratteggiati io ieri» disse Goujelt. «Ieri notte, per l'esattezza, mentre voi dormivate sereni.»
Altro che sereni, pensò Nathair. Il profilo della ragazzina con cui aveva parlato aveva infestato ogni suo sogno. Fortunatamente aveva il sonno pesante.
«E adesso?» chiese Nathair.
Jonah gli lanciò una spada, che lui afferrò maldestramente. «Innalessega uj» disse Jonah.
Cardmis sogghignò. «Ha detto che ora vi allenate.»
*****
Nathair si mise le mani sullo stomaco e ruttò soddisfatto. Gli avevano sempre detto che assomigliava a suo nonno, con quelle maniere rozze che stridevano con la parlantina elegante inframezzata da qualche termine volgare. Quello che sarebbe dovuto essere una specie di insulto, lui lo aveva sempre ritenuto un complimento. Jonah si alzò e si recò accanto alla porta. Si arrestò. Chinò il capo, sbatté le palpebre e si accomiatò.
Quella sera Nathair scelse di leggersi la traduzione inglese di un famossimo libro vnasense. Si portò una sedia di fuori e accese un piccolo fuoco per farsi luce. Incredibile come, nonostante non circolasse aria all'interno della barriera, lui respirasse e le fiamme ardessero come se fosse pieno di ossigeno da sprecare. Cardmis lo raggiunse con una sedia e si sedette vicino a lui.
«Ma non avevi detto che il tempo si sarebbe arrestato, una volta compiuto l'incantesimo?» gli domandò Nathair.
«E infatti è così.»
«E allora perché quello che c'è oltre la barriera segue il corso del giorno? Mi sarei aspettato di vedere ancora la luce di questo pomeriggio.»
Cardmis ridacchiò. Scattò in piedi e toccò la cupola. Non appena le sue dita la lambirono, una parte di essa mutò e fece vedere quello che c'era veramente dietro. «Quello che vedi è fittizio, serve solo a non scombussolare le nostre consuetudini.»
«Quindi... di fuori non è notte?»
«Affatto» rispose Cardmis. «Non dovrebbe essere nemmeno passata un'ora.»
Tacquero per un po'.
Nathair si rimise a leggere. Sfogliò una, due, tre pagine, e poi si fermò. «Perché fai tutto questo?»
Cardmis riemerse da una trance improvvisa, o almeno questo parve a Nathair. «Cosa?»
«Cioè, se quello che mi hai detto è vero, non deve essere una faccenda semplice.»
«Non lo è, infatti.»
«E allora perché?»
Cardmis si alzò. Si sgranchì le ossa e si diresse verso l'ingresso. Nathair si voltò e lo fissò mentre tornava dalla sua amata.
«Quando conoscerai contro chi combattiamo» disse, «capirai il perché. Fino ad allora limitati ad ascoltarci.»
Ed entrò. Nathair rimase da solo; un silenzio surreale che gli trapanava le orecchie. Pensò che Cardmis aveva ragione. Lui non si era mai fidato di nessuno, eppure quelle persone gli sembravano degne della sua fiducia. Una fiducia che aveva dovuto estrarre sotto metri di cumuli di granito. Una fiducia che non si era mai mostrata nella sua reale forma.
Tornò con gli occhi sulle pagine. Ma qualcosa lo distrasse. Una luce. Un chiarore evanescente ai suoi piedi. Spostò il libro e la vide. Ancora lei. Ancora quella Thial. Stava piangendo, esattamente come durante lo scorso incontro. Dalle sue mani, appoggiate a un pavimento fatto con qualche materiale pregiato, si dipartivano radici violacee che pulsavano come grandi vasi arteriosi e venosi collegati a un cuore che pompava miliardi di litri di sangue.
«Voglio morire» sussurrò lei. «Voglio morire.» Poi sollevò lo sguardo e le sue pupille finirono su Nathair. «Voi siete l'angelo dell'altra volta» affermò; una mesta allegria che avvolgeva la sua vocina. «Portatemi con voi! Ve ne prego!»
«Io...» provò a dire Nathair. Era la prima volta che si sentiva incapace di parlare. «Io non posso, bambina. Ma ti posso dire una cosa.»
«Cosa, angelo?»
«Resisti. Non arrenderti alla vita.»
«Vorrei, signor angelo. Lo vorrei tanto. Ma fa male. Troppo.»
E allora svanì. I muscoli di Nathair si irrigidirono e un gelo mai percepito lo attanagliò. Era il dolore della fanciulla. Lo stava pervadendo come un morbo. Iniziò a massaggiarsi il petto. Credeva che, se non lo avesse fatto, sarebbe morto a breve. Forse era in errore. Ma non voleva saperlo.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro