Pop Goes The Weales - Laughing Jack
La strada sembrava non finire mai: ormai eravamo in quella macchina da oltre sei ore e la nostra nuova casa non sembrava volersi decidere ad apparire davanti ai nostri occhi.
Era il secondo trasloco quell'anno e non avevo altra scelta che seguire i miei genitori, avendo ancora solo sedici anni.
Non che fosse un problema per me: amavo viaggiare e non ero mai stata quel tipo di persona che si affeziona facilmente agli altri; quindi il cambiare vita, abitudini e conoscenti era ormai divenuta un'abitudine per me.
Ma quella volta ero contraria: per carità, Londra mi era sempre piaciuta con la sua frenesia e la sua vitalità che trasudavano anche dai più piccoli dettagli, ma credevo veramente che non ci saremmo dovuti più trasferire e avevo iniziato a creare per la prima volta dei rapporti d'amicizia sinceri nella mia vecchia città.
Però, purtroppo, sapevo come funzionava con il lavoro di mio padre: quando il responsabile del suo impiego lo trasferiva in un'altra città, dovevamo seguirlo perché sarebbe potuto anche dover rimanere in quel posto definitivamente.
Sbuffai sistemandomi gli auricolari nelle orecchie mentre le note di una canzone che non stavo nemmeno ascoltando attentamente si attenuavano, segnando la fine della stessa. Avevo la testa appoggiata al finestrino freddo e appannato e alcune ciocche della frangetta disordinata che mi ricadeva sulla fronte, erano appiccicate al vetro e sembrava danzassero in maniera sconnessa.
Osservavo con fare annoiato il paesaggio londinese che preannunciava l'inizio della città che mi avrebbe ospitata per chissà quanto tempo, illuminata da una debole luce solare, rara in quella stagione.
La stazione radio impostata in quel momento, trasmetteva una coppia di conducenti radiofonici dalla voce squillante che parlavano del tempo atmosferico e delle notizie delle ultime ore.
Ormai erano le 7 del mattino e finalmente si iniziavano a intravedere gli edifici e le case tipiche di Londra.
Dopo un'altra ora di viaggio, arrivammo.
Era una casa antica, ristrutturata recentemente. Risaliva al 1800 ed era stata inabitata per molto tempo dopo la scoperta del cadavere brutalmente martoriato di un ragazzo in una delle camere da letto, proprio in quegli anni.
Ma sia io che la mia famiglia eravamo scettici e non ci impressionavano per un omicidio commesso più di un secolo prima.
Scesi dalla macchina e mi caricai lo zaino sulle spalle, scostando grossolanamente i miei capelli castano chiaro che ricadevano ribelli sulla mia schiena. Misi in pausa la musica ed entrai dalla porta principale, precedentemente aperta da mia madre che, aiutata da mio padre, stava cominciando a portare all'interno le nostre valige e i pochi scatoloni che eravamo riusciti ad infilare nell'abitacolo. Il resto sarebbe arrivato nel pomeriggio a bordo del camion di un'azienda di traslochi che avevamo prenotato appena appresa la notizia del trasferimento.
Salii al piano di sopra ed entrai in quella che sarebbe stata la mia nuova camera: era una stanza modesta con il parquet scuro e le pareti bianche che contrastavano. La rete del letto con il materasso e alcuni pezzi del mobilio erano già stati posizionati al suo interno, avrei solo dovuto riempirli con abiti, libri e fotografie.
Appoggiai lo zaino ai piedi del letto e mi buttai a peso morto sul materasso spoglio, facendo scricchiolare la rete sotto al mio peso. Mi guardai intorno scrutando attentamente ogni angolo della camera in cui mi trovavo, finché il mio sguardo non si posò su una scatola cubica posizionata sulla mensola centrale della libreria di fronte al letto.
Mi alzai e mi avvicinai, prendendo l'oggetto con entrambe le mani per ispezionarlo: la scatola era fatta di legno, dipinta a mano e probabilmente era molto vecchia, dato che i colori erano sbiaditi. Aveva la faccia sorridente di un clown intagliata su un lato e una manovella su quello opposto. Sul davanti vi era inciso 'Laughing Jack' e sopra la mensola, dove fino a poco prima si trovava la scatola, c'era un bigliettino che recitava 'Per Jade'.
Guardai il biglietto, confusa: come si trovava lì quella scatola? E come faceva, chiunque l'avesse fatta arrivare lì, a sapere il mio nome?
Probabilmente era un omaggio da parte dei vecchi proprietari dell'abitazione.
Sapevo come funzionava: girando la manovella sarebbe dovuto saltar fuori un pagliaccio tramite una molla.
Afferrai la manopola per girarla, ma la voce di mia madre mi richiamò dal mio stato di trance, così scesi a vedere cosa volesse, lasciando lì la scatola.
La giornata passò tranquillamente e, velocemente, arrivò la sera. Il giorno dopo avrei dovuto iniziare a frequentare la mia nuova scuola, così andai a letto presto e mi addormentai quasi subito.
Verso mezzanotte mi svegliai sentendo dei rumori sordi, come se qualcuno stesse bussando. Guardai verso la porta prima di accorgermi che il suono proveniva dalla scatola in legno che avevo trovato la mattina prima.
Pensai fosse uno scherzo della mia mente dovuta alla stanchezza e richiusi gli occhi provando a riaddormentarmi; ma il bussare insistente tornò a farsi sentire, costringendomi ad avvicinarmi alla sua provenienza.
Ripresi la scatola tra le mani e la portai al mio orecchio, confermando i miei dubbi.
Sempre più confusa, decisi di aprirla e girai la leva di azionamento. Dopo un paio di giri con la tipica canzoncina 'Pop Goes The Weales', la scatola si aprì e ne uscì un fumo denso che mi costrinse ad indietreggiare e a chiudere gli occhi.
Quando li riaprii, mi trovai davanti uno strano personaggio che incuteva terrore: era un pagliaccio molto alto ma, invece dei soliti colori sgargianti, era completamente bianco e nero; partendo dai capelli trascurati color pece lunghi fino ai lobi delle orecchie. Aveva degli artigli alle dita delle mani, il naso a punta era costituito da righe bianche e nere come il suo abbigliamento; e un ghigno sadico gli dipingeva il viso, incurvando le labbra nere e carnevalesche.
- Ciao, Jade - disse con voce sicura e spaventosa, guardandomi senza smettere di sorridere in modo intimidatorio.
- C-chi sei? -
- Io sono Laughing Jack. Ti va di giocare con me? - si avvicinò e mi accarezzò una guancia con l'artiglio affilato dell'indice della mano sinistra, provocando un taglio da cui iniziò a fluire del sangue scarlatto che arrivò alla maglia del mio pigiama, imbrattandolo.
Un brivido mi percorse la schiena mentre la ferita sul viso cominciò a bruciare in maniera insopportabile.
- Lasciami stare - cercai di parlare con tono fermo e deciso, ma il panico mi fece sussurrare con voce tremante e insicura.
Laughing Jack mi prese un braccio, affondando gli artigli nella carne, e mi buttò sul letto dove con dei ganci che aveva fatto apparire da non so dove, mi bloccò. Cercai di urlare, ma dalla mia bocca uscirono solo gemiti soffocati.
Non badando al mio corpo che si dimenava per cercare di divincolarsi da lui, facendo così ingrandire le ferite provocate dai ganci, Laughing Jack cominciò a provocare altre ferite, come se stesse eseguendo un'autopsia su, però, un corpo ancora in vita.
Tirò fuori alcuni dei miei organi dopo aver provocato un taglio profondo lungo tutto il mio corpo, posizionandoli in modo da comporre delle figure come se fossero dei palloncini; mentre la vita abbandonava pian piano il mio corpo martoriato, lasciandomi con un'indelebile espressione terrorizzata sul viso.
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La ragazza dai capelli biondo cenere si chiuse in camera sua dopo l'ennesima lite con la madre. Andò a cercare le cuffie per ascoltare un po' di musica e abbandonare per poco quella realtà che in quel momento le stava troppo stretta; quando un oggetto nuovo di forma cubica appoggiato sulla sua scrivania attirò la sua attenzione.
Un biglietto con il suo nome la incuriosì, facendole girare la manopola sulle note di 'Pop Goes The Weales'...
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