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E se mi prendessi in giro da sola?

Vedrete...

Prologo

Mi chiamo Allison Taylor.

Oh no, perché? Mi da tanto di cosa kiwi.

La mia storia inizia quando avevo sedici anni.

Obv, perché non di venti? O di dieci? No, a sedici, perché sedici is the way.

Abitavo in una villa a Miami, Florida. Era quasi fine agosto e si muoriva di caldo.

Ora tento il suicidio. Muoriva? *si cava gli occhi*

Della scuola non me ne importava granché: ero (e sono) una cervellona le cose le sapevo (e le so) prima ancora di averle apprese. I miei voti non scendevano mai sotto il nove, semmai salivano sopra.

Modesta la ragazza.

Potreste pensare che una sedicenne così sia una secchiona.

No, penso che tu sia una svogliatona del cavolo.

Okey magari era così.

Okay. SI SCRIVE OKAY!

Ma prima di arrivarci a quel punto la scuola per me era inesistente: non ci andavo quasi mai. È stato quando mi hanno avvertito che mi avrebbero bocciata seriamente che mi sono data una svegliata: mi sono messa sui libri a studiare e ho dimostrato a tutti quanto valgo.

AH BRAVA. BRAVA. E POI FA LA SECCHIONA. MAH.

Ma ora tralasciamo la scuola. Le cose che amavo e amo ancora sono tre: i libri, la musica e inventare. Inventare comprende tante cose: macchinari, siti internet, pagine Instagram e storie. Tra tutte preferivo le storie che scrivevo. Mi aiutavano ad esprimere le mie emozioni senza dover parlare direttamente di me.

Che persona profonda.

Io non ero una ragazza qualunque. Ero diversa, lo sentivo. E se c'è una cosa che ho imparato è che ogni persona ha la sua storia. Ogni persona ha il suo inizio e, non meno importante, una fine. La vita è un mistero, non sai cosa ti può dare, non sai cosa ti può togliere.

Diceva la grande saggia.

Un brusco risveglio

Ma chissene.

Era lunedì. Mi svegliai con quel fioco raggio di luce che entrava dalla mia finestra, il cinguettio degli uccellini, il rumore del vento e... Okey siamo seri. Mi sveglia con un'ondata di luce che entrava dal finestrone, il rumore del clacson della macchina del giardiniere e il "dolce" profumo dei gas di scarico. Volevo sprofondare nel mio letto. Guardai l'orologio. Le 5:15. Avrei voluto spaccare una cosa scaraventandola all'aria. Mi affacciai alla finestra.

-.- OKAY!

«Edmond smettila immediatamente! Sono le cinque di mattina!»

Perché ovviamente uno si alza alle cinque per venire a casa tua. Seh, vai convinta.

Il vecchio giardiniere si voltava invano cercando la mia faccia.

Il fantasmaaaaaa.

«Torna a casa e va a dormire!»

Chiusi la finestra, la serranda e anche la tenda. Mi ributtai sul letto a baldacchino. Odiavo svegliarmi la mattina. Non riuscivo più a riaddormentarmi. Feci il giro della stanza, presi le cuffie un libro ed ero già fuori da quella realtà.

Evviva la. punteggiat,ura:

La sveglia suonò le undici. Mi ero addormentata con il libro sopra la faccia, gli auricolari nelle orecchie e il lettore Mp3 a penzolone dal letto. Avevo gli occhi gonfi, probabilmente dal pianto causato da qualcosa che avevo letto nel libro. Avevo dormito per altre cinque ore perché avevo letto sicuramente per una buona oretta. Ada, la domestica di casa, entrò in camera. Ada era giovane, sulla ventina. Era la sorella maggiore che non avevo mai avuto. Ero cresciuta con lei, era la mia seconda mamma. Era la mia mamma sorella ecco. Fungeva un po' da entrambe.

Poretta a lei.

«Allison, alzati.»

'Ah-ah, si ti piacerebbe.'

«Ho sonno. Oggi Edmond è arrivato alle cinque e un quarto con la macchina.»

«Lo so me ne sono accorta.»

Uno sguardo d'intesa. Odiavo quando mi guardava così. Mi alzai. Avevo tutti i capelli scompigliati. Vidi Ada che stava per pettinarmi.

«Aaarrrg» mi scansai.

Roar fa la tigre! E il coccodrillo? Il coccordillo come fa? Tatatatata!

«Ehi ma che ti prende?!»

«Tu non ti avvicinare a me con quel-quell'aggeggio sdradicacapelli in mano.»

Al paese mio si chiama pettine.

Indicai il pettine che aveva in mano. Era l'assassino dei miei capelli. Quei neri ricci ribelli che portavo in testa.

Vidi Ada che fissava le ricce punte blu. «Non mi piace il blu.» La guardai con una faccia tipo 'sai chi se ne importa' e buttai la testa verso il basso per poi rialzarla con uno swish degno di Lucius Malfoy.

No, nessuno può farlo come lui, ciao.

«Okey ora stanno meglio.»

Il tuo cervello e il tuo inglese no.

Sembravo un cespuglio vivente ma che importava? Tanto ero sempre e comunque io, no? Scesi le scale e arrivai in salone con un salto.

«Buongiorno miei carissimi genitoooriii.» Stavo inciampando nel mio gatto. Quella sottospecie di spargipupù peloso.

Okay, questa te la do per buona.

Preferivo la mia gatta. L'avevo chiamata Camilla perché assomigliava a camomilla dato che era molto tranquilla. Vabbè lasciamo perdere.

Sì, appunto.

«Giorno tesoro». Mamma mi salutò distrattamente come sempre.

«Giorno principessa». Papà voleva solo farsi vedere più attento a me, ma lo sapeva benissimo che non mi dedicava molto tempo. Mamma smise di scrivere e mi abbracciò.

«Scusa tesoro. Oggi ho la giornata libera vedrò di organizzare qualcosa per...»

«Mamma va bene un gelato.»

Mi sorrise. Sapevo che era stressata da quel maledetto lavoro. I miei genitori lavoravano in polizia. Non erano molto presenti con tutti i casi che si presentavano. Passare un giorno con loro era raro come un diamante. Andai a vestirmi. La giornata si proponeva bellissima.

Per te. Per tua mamma non so.


Bene, ora mi fermo qui. E vi chiedo. Chi ha scritto questa cosa?

Vediamo se qualcuno indovina, altrimenti ve lo dico nel prossimo capitolau.

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