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{1. Progetto Montecristo}

✓ Primo racconto
Scritto e ideato da VegliAura

•|Progetto Montecristo|•

(Fantascienza)

Parole obbligatorie da utilizzare: involucro; catturato; caccia selvaggia.

Personaggio da nominare: uomo incappucciato.

L'autrice ha utilizzato tutte le parole richieste e ha nominato l'uomo incappucciato.

Sono chiuso in questa cella, attaccato al muro e coperto di sporcizia e sudore, non riesco più a sentire neanche i morsi della fame. 

Solo la rabbia.  

I ferri ai polsi bruciano, le catene gemono. 

C'è buio intorno, solo buio umido e soffocante. L'unica luce proviene da una piccola fessura ritagliata grezzamente nel muro. 

Non ricordo da quanto tempo sono qui. Forse giorni, forse anni. 

Ricordo solo la rabbia, la pulsazione del sangue nelle tempie, lo sfrigolio della violenza nelle vene. 

E l'uomo incappucciato. 

Lui è il mio carceriere. 

Entra ogni mattina, facendo stridere la chiave nella serratura arrugginita, facendo gracchiare le sbarre sui cardini. 

Non mi parla, non mi guarda. Poggia i ferri per terra con un rumore atroce che mi rimbomba nelle ossa. Ne prende uno, i miei muscoli si tendono. 

- Caccia selvaggia – dice, solo. 

Poi colpisce. 

Tutto diventa dolore, sangue, carni strappate, respiri spezzati. 

Fa un male atroce, perfora l'anima e la riempie di bruciante e fremente odio. 

Non so più chi sono, ho dimenticato il mio nome. Non so se c'è una madre, una moglie, qualcuno ad aspettarmi fuori di qui. 

Non ricordo nemmeno perché mi hanno catturato, so solo di essermi trovato in questa cella. 

Adesso l'uomo incappucciato è di fronte a me: le mie ossa tremano, la rabbia vibra in ogni molecola, sembra essere l'unica cosa che esiste, a parte il sapore del sangue. 

- Caccia selvaggia – ripete, prima di affondare la lama nel braccio, prima di recidere le vene ancora una volta. Il dolore esplode, riempie i sensi, scuote i nervi e li rende infuocati. 

Quelle due parole mi agguantano, mi accecano, diventano più forti di tutto, persino della disperazione. 

Voglio solo annientare, uccidere. Sterminare.  

Un grido sconquassa il mio corpo maciullato, lo sento esplodere nel petto, spaccare le pareti della cella. 

Non è dolore, non è sofferenza, adesso. 

Solo voglia di uccidere.

*

- È pronto. 

Il professore stacca la spina, richiude la superficie liscia del cranio rasato. 

Un altro successo, sembra. 

Afferra la cartella dal comodino accanto al lettino, prende una penna dalla tasca e comincia a compilare i dati mancanti. 

- Vuole un caffè, professor Faria? 

Il suo assistente gli porge un bicchiere di plastica con dentro il liquido fumante. Lo ringrazia distrattamente e si bagna appena le labbra. 

- Quant'è durata, questa volta? – chiede il ragazzo, visibilmente affascinato. 

Il professore sorride.

- Abbiamo stabilito un nuovo record nella procedura di impianto. I nuovi chip sono più veloci e con una memoria decisamente maggiore. 

Si volta a guardare l'automa, sdraiato sul letto con le palpebre chiuse. 

- Saremo pronti per il test tra qualche minuto. 

L'assistente capisce che è un congedo e lascia la stanza, rivolgendo un'occhiata fugace alla macchina antropomorfa immobile sul lettino. 

Il professore termina di compilare la scheda e la infila nel raccoglitore insieme alle altre.
Sbadiglia pigramente e finisce di sorseggiare il caffè, stanco ma soddisfatto. 

- Sei stato bravo, soldato – sussurra all'automa, sfiorandogli piano la pelle sintetica con i polpastrelli – ora vediamo cos'hai imparato. 

Si allontana dal lettino per premere il bottoncino dell'interfono. 

- Siamo pronti per il test. Cella blindata numero sette. 

Torna dall'automa e comincia a percorrere delicatamente le costole con le dita, fino a trovare il pulsante quasi impercettibile nascosto sotto il torace. 

Preme dolcemente e con un guizzo di circuiti il corpo senza vita riprende lentamente conoscenza. 

Il professore tossisce, si prepara a mentire. È abituato, in fondo. Lo fa da anni.  

Non dovrebbe avere rimorsi, dopotutto sono macchine, seppur identiche al cento per cento a degli esseri umani. 

Però non riesce ancora a distaccarsi, nonostante siano passati anni dall'inizio del progetto Montecristo sull'impianto della rabbia nei soldati artificiali. 

Le palpebre sintetiche tremano, pochi istanti e si spalancano su due perfetti occhi di resina smaltata. 

- Dove sono? – chiede la macchina, puntandoli immediatamente sul professore. 

Reazione perfetta, annota questi mentalmente. 

- In ospedale – comincia a mentire, snocciolando le solite frasi, come da protocollo – ha battuto la testa durante l'addestramento di questa mattina. 

- Sono svenuto? 

Il professor Faria annuisce, sorridendo appena. 

- È tutto a posto, adesso. Riesce ad alzarsi? 

L'automa annuisce, mette in moto i circuiti, comincia a muoversi per tirarsi su a sedere. 

Nessun effetto collaterale sui movimenti, constata Faria, soddisfatto. 

Il soldato artificiale si passa una mano dietro la nuca, lo scienziato teme per un istante, ma inutilmente. Ha richiuso bene lo sportello di accesso. 

- Ho avuto un incubo – mormora e le sue iridi artificiali sembrano tremare. 

Faria non riesce a resistere e gli posa una mano sul braccio. 

- È passato, soldato – dice, con tono rassicurante – va tutto bene, si riprenderà. 

Poi si schiarisce la voce e distoglie lo sguardo. 

- Dovremo fare delle analisi ulteriori, solo per escludere eventuali traumi collaterali. Se la sente?
Quello sorride e annuisce. Faria prova uno strano dispiacere nel petto, ma cerca di inghiottirlo. 

- Andiamo. 

Lo conduce al piano terra, nella cella imbottita. 

- Aspetti qui. 

L'automa annuisce distrattamente, ma sembra preoccupato. 

- Farà male, dottore? – chiede, con un filo di voce. 

Il professore trattiene a stento un sospiro, che riesce a trasformare in un sorriso. 

- Assolutamente no – mente. 

Poi lo lascia, chiude la porta blindata e la sbarra con due mandate. 

- È pronto – mormora ai colleghi, quando li raggiunge nella stanza delle osservazioni. Sono tutti seduti e fissano il monitor davanti a loro, pronti a prendere appunti. 

- Possiamo procedere. 

Si siede nella poltrona centrale, quella davanti al microfono. 

Si avvicina piano, cercando di ignorare la fitta di angoscia che gli stringe il cuore ogni dannata volta. 

Il dito trema, mentre si avvicina al bottone rosso. 

Non dovrebbe sentirsi così, dopotutto è stato lui a inventare il progetto Montecristo per addestrare gli automi alla battaglia. Lui ha avuto l'idea della tortura, delle sevizie, per far esplodere la rabbia nelle intelligenze artificiali. 

Non deve avere rimorsi. Sono solo un involucro di plastica e circuiti. 

Preme il bottone, avvicina le labbra. 

- Caccia selvaggia – dice. 

L'automa sembra esplodere, diventa bestia feroce, macchina distruttiva. 

È pronto.

FINE

Nota rivolta ai giudici: Ricordatevi di valutare questo racconto soltanto come Fantascienza.

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