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Quel cappio di cielo

Se dico che quelli erano tempi bui, sto usando un eufemismo.

Con lo scendere del crepuscolo nelle case saliva la tensione e, per un rumore qualsiasi, il cuore si inabissava nel petto, ascoltando in allarme. Se poi il rombo si trovava nel cielo senza sole, allora era la fine. Qualsiasi luce accesa veniva spenta e si cominciava a pregare.

"C'è Pippo, c'è Pippo!"

Pippo, un nome che suscita innocente simpatia. Un nome di persona...
La prima volta che lo sentii da mia nonna, ora novantaseienne, pensavo ostinatamente che si trattasse di un uomo pacioccone che girava per il paese con una pistola. Ero bambina e la guerra non sapevo neanche che cosa fosse... e ancora adesso non riuscirei a immaginarmela nel mio Paese.

Ma di una cosa sono sicura: la differenza tra l'Italia di allora e quella di oggi è incolmabile. Tra le due sono passati più di settant'anni e l'ambiente, la politica, l'aria sono cambiati.

Nel '44 la guerra stava finendo, secondo i manuali. Secondo mia nonna, fu uno dei periodi più duri a cui sopravvivere.

Era l'epoca della resistenza partigiana, della ritirata tedesca, della liberazione americana. Era, insomma, un gran casino. Non si capiva un accidenti di niente di quello che succedeva, però i nemici rimanevano gli stessi: i tedeschi. E Pippo, l'americano.

I tedeschi per le strade, gli americani tra le nuvole. Così, se volevi alzare gli occhi al cielo in cerca di Dio, in fuga dall'orrore, trovavi il terrore anche lassù. Già, perché Pippo era un aereo che portava la morte. Mitragliamenti e bombardamenti avvolti nell'oscurità sulla luce, sul movimento, sulla vita in nome della "liberazione". Peccato che le vittime raramente fossero naziste o fasciste...

Allora, nonostante tutto, si andava avanti, perfino in un paesino di campagna solcato solamente da due vie principali.

Nel '44 la famiglia di mia nonna non era stata ancora toccata personalmente dalla guerra, ma stringeva i denti. Era "benestante" - secondo i parametri dell'epoca - perché non zappava la terra.
Infatti, il mio bisnonno Giuseppe non era un contadino, era uno straccivendolo (Bepi 'o strassaro), e sua moglie una casalinga di un anno in più, Antonia 'a Rossa.

Bepi aveva un cavallo e una donna dai capelli ramati e dallo sguardo severo. La stessa donna che gli aveva partorito otto figli, di cui erano sopravvissute solo tre femmine. La stessa donna che aveva accolto in casa un trovatello per vederselo morire dopo pochi anni. La stessa donna che aveva sposato un orfano venuto dalla montagna.
Brava gente che faceva del proprio meglio per vivere, non per sopravvivere.

Non avendo più figli maschi e avendo più di sessant'anni il capofamiglia, non c'era modo che qualcuno fosse chiamato a combattere sul fronte. Così, Bepi poteva continuare a fare il suo lavoro: alzarsi presto la mattina, legare il cavallo al carretto, mettersi in cammino per raccogliere e rivendere i cenci coprendo grandi distanze. Così, due delle sue figlie correvano in filanda e una rimaneva in casa a fare la sarta. Nessuna aveva gli stessi capelli della madre e, forse anche un po' per quello, ciascuna delle tre faceva del suo meglio per alleggerire il vuoto lasciato dai fratelli.

Ciononostante, si sentiva la mancanza di uomini giovani, e non solo quelli di casa. Erano tutti andati via, tutti nell'esercito. In fin dei conti, non era quello il tempo per cercare l'amore della vita e per costruirsi una famiglia, non con i tedeschi alle porte.

Erano, infatti, giorni di indicibile tensione. I nazisti dovevano conquistarsi un posto sicuro che permettesse un ottimo controllo sul territorio e l'accesso alla Pianura Padana, all'Adriatico e alla Germania. Dopotutto, anche per loro era cominciata la resistenza...
Trovarono il luogo che faceva al caso loro: il Monte Grappa. L'avevano trovato, tuttavia era difeso da diverse brigate di partigiani... che non poterono nulla.

In due giorni il rastrellamento ordinato da Kesserling, il comandante delle forze tedesche in Italia, falciò chissà quante vite, bruciò villaggi e fienili, sterminò il bestiame e rovinò i raccolti della zona. L'operazione aveva richiesto 48 ore e aveva demolito ogni cosa, pure gli animi avvezzi a quei tempi barbari: era troppo.

Per fortuna Bepi non era che un vecchio cenciaiolo dedito al suo mestiere...

Per fortuna l'altra mia nonna aveva undici anni quando passò in un viale XX settembre pieno di SS, quel 25 settembre. Una coincidenza voluta dal destino o, forse, cercata appositamente per prendersene gioco.
Non le era mai capitato di vedere tanti soldati accostati a quei lecci. Trovò comunque il coraggio di avvicinarsi a uno di loro e chiedere: "Che cosa state facendo?"
Con un sorriso sghembo, l'altro le rise in faccia: "Appendiamo salami".

Il giorno dopo fu spezzato il collo agli ultimi partigiani catturati. I nazifascisti avevano i loro fantasiosi cerimoniali da sperimentare, per cui usarono un camioncino e un cavo del telefono per fare la loro giustizia: accelera, frena di botto, riparti. Dovevano proprio far ridere quei 31 cristi dondolanti che avevano sul petto il cartello con scritto "BANDITO", che furono ingiuriati dai soldati anche da morti e che furono fissati dai passanti per una giornata intera. Ho già le lacrime.

Ora, una domanda... Non manca qualcosa in tutto questo quadro? Ah, sì. Pippo... Pippo dov'era quando è successo? Dov'era l'aiuto degli Alleati? Ma poi, di quale aiuto si trattava?

Viale XX settembre, oggi chiamato Viale dei Martiri, come appariva quel giorno.





Il cielo era sgombro, non ottimo per quell'operazione.

Dio, non si può andare più veloci?
Fanno bene gli Alleati a starsene sugli aerei: loro non devono vederseli in faccia, i nemici. E, intanto, noi ci facciamo strada vestiti come loro.

Non mi trattenni più e sputai per terra.
"Stai dritto con la schiena, Enrico".
Giusto, i crucchi e i loro amici stanno composti quando marciano.

Guardai Andrea Cocco, detto Bill, che mi camminava al fianco dritto come un fuso e gli sorrisi: "C'hai una faccia, tu. Se ci fermano è colpa tua".
"Se ci fermano è perché avete sempre la bocca aperta" ci riprese Masaccio, il professore, guardando di lato.

Me ne stetti zitto per un po', spingendo in avanti la bicicletta, spingendo in avanti un carretto con due cariche da 60 chili di plastico ciascuna.
"Siamo proprio dei somari, eh, Bill?"
"Lo siamo perché gli Americani non sanno fare il loro mestiere e quindi lo facciamo noi al posto loro. E ora taci, somaro".
"Già, ma tra i due, il più grosso sei tu". Ed era vero.

La nostra processione filava senza ostacoli, una meraviglia. A me sembra strano, quasi un sogno. Ma forse lo è veramente. Perché distruggere il nostro bel Ponte Vecchio? Così bello...

Purtroppo era l'unico rimastoci - anche il Nuovo era stato bombardato - e perciò sarebbe sparito. Agli Alleati si doveva pur dare una mano o l'intera Bassano saltava in aria. L'operazione che prevedeva la distruzione di tutti i ponti della pedemontana doveva andare avanti ad ogni costo e noi, la Brigata dei Martiri del Grappa, lo sapevamo bene. O così o i nazifascisti non ce li toglieva più nessuno.

Non eravamo in tanti a partecipare, ma nemmeno troppo pochi per non dare nell'occhio. Come si poteva far passare inosservati 14 uomini, santo cielo? Semplice: 12 in camicia nera, Bill vestito da soldato tedesco e Masaccio con la divisa della Wehrmacht. Perché la gerarchia c'era ovunque, anche da noi. Il diavolo è nei dettagli.

Il piano era quello di far saltare il ponte piazzando gli esplosivi su entrambi i capi, per questo avevamo preparato due carretti. Uno lo trainavo io, l'altro Berto, che aveva le spalle larghe e poteva permettersi 130 chili in un unico blocco, ben legati al piccolo rimorchio. 10 in più rispetto a me, ma si facevano sentire comunque.
Il professore aveva poi voluto stare sul sicuro, per cui al mio fianco, oltre a Bill, c'erano altri 6 ragazzi pronti a scaricare gli esplosivi una volta arrivati e a mettere le cariche incendiarie vicino a quelle esplosive. Masaccio invece viaggiava con Berto e altri quattro, armati fin sopra ai capelli. Questi ultimi erano i più tesi: qualora se ne fosse presentata l'occasione, avevano l'ordine di sparare su chiunque ci avesse ostacolato. Metti che fosse stata la loro sorella? Mira e spara...

Mancava poco più di un quarto d'ora alle 19.00. Le lancette della torre civica di piazza Garibaldi non mentivano: il ponte sarebbe esploso a breve.
Proseguimmo rasenti ai portici tra i passanti che ci schivavano in piazza Libertà, poi entrammo in piazzotto Montevecchio respirando il profumo del pane. In tante altre occasioni mi sarei fermato davanti alla vetrina del panificio, ma quella volta non mi salì nemmeno l'acquolina. Le mie dita aumentarono la stretta sul manubrio.
Alla salita Ferracina, mi bloccai dubbioso sul da farsi perché il vicolo era una scalinata in discesa e, con un niente, sarei scivolato. Bill e altri due mi diedero una mano: con i gradoni lisci come l'olio non si potevano fare miracoli, inutile protestare. Lo stesso fecero con Berto. Posato che fu anche il suo rimorchio, ci guardammo negli occhi. Neanche sessanta metri e c'era il ponte...
Lo attraversammo in silenzio, un ultimo muto addio.

Quando giungemmo dall'altra parte del Brenta, prendemmo via Macello e costeggiammo la sponda del fiume, accendendo le micce riparati dagli alti muri delle case. Da quel momento rimanevano 9 minuti prima dell'esplosione.

Con calma simulata ritornammo al ponte, Bill in testa e Masaccio in coda.
Ebbi un tuffo al cuore quando sentii uno scampanellare accompagnato da un rumore di zoccoli battuti sulle piastrelle. Lanciai un'occhiata a Bill, che mi fece cenno di continuare senza farci caso. Il carro trainato dai buoi arrivò con la lentezza tipica di quei docili animali. Avrei volentieri mollato tutto e spinto io quel carro, se ci avesse impiegato anche solo un secondo di più.

Aveva oltrepassato circa metà ponte, quando giunse un camion dalla parte di Angarano (da dove ci eravamo appena incamminati). Mi voltai a guardare storto il conducente che voleva passare a tutti i costi, intimando al carro di fare marcia indietro. Mancavano neanche sei minuti e avevamo le cariche ancora sui carretti...

Volevo dire a Bill che l'odore di bruciato si faceva sempre più forte, tuttavia lui aveva già fatto dietro-front, pistola alla mano. Il camion indietreggiò sotto le minacce e fece passare il carro, poi fu il suo turno e non diede più problemi. Non c'era più nessuno, a parte noi.

Il professore, vista la scarsità di tempo, disse che era meglio piazzare tutto a metà ponte e farla finita, senza altri intoppi. Mandò due a fare da sentinella a un capo, lui si portò su quello opposto. Bill ci raggiunse di corsa e ci aiutò a deporre gli esplosivi. Il carico di Berto però non voleva staccarsi dal carretto per via di un laccio che non era stato tagliato. A quel punto, Masaccio ci fece segno di sveltire l'azione perché stava arrivando gente, però non riuscimmo a fare granché. Impaziente, si precipitò verso il carico, lo strappò e...

Dio, è fatta...

"Via di qui! Sta per esplodere!" urlò, correndo verso nord, nella direzione del convento dei Cappuccini. E noi dietro.

Alle nostre spalle si udì un boato.

Quel 17 febbraio 1945 morì una donna col suo bambino.

Il piano non distrusse completamente il Ponte Vecchio, che fu comunque danneggiato a tal punto da essere inutilizzabile.


"Nino, Nino, cossa gheto?"

Bepi tentava di smuovere in tutti i modi il cavallo recalcitrante. Non capiva il perché si comportasse in quel modo strano. L'aveva in casa da un mese e ne andava proprio fiero: con Nino faceva così tanta strada ed era così veloce! Altro che la vecchia cavalla a cui aveva dovuto dire addio una volta per tutte. Nino era una benedizione.
Lo straccivendolo ne lodava in continuazione l'intelligenza e si vantava con i famigliari dicendo che il lavoro poteva benissimo farlo l'animale al posto suo: bastava solo legarlo al carretto e la strada se la faceva da solo, andata e ritorno con tutte le tappe.

"Ma varda ti se a ze so mare bona..."
Non c'era nulla da fare, il cavallo era diventato un somaro. Bepi, perplesso, fu costretto a chiamare la moglie e le figlie per farsi dare una mano, le quali, divertite dalla scena, lo presero in giro bonariamente.
Dopo infiniti tentativi, finalmente riuscì a partire. Era una bella giornata di fine febbraio e faceva decisamente caldo. La primavera sembrava essere dietro l'angolo.

Nonostante gli ottimi auspici e la strada nota, i due avanzarono a fatica. Arrivarono infine a Carturo, dove li aspettava per la consegna del carico di stracci della parrocchia, come al solito, il prete.

"Bepi! Come steto?"
"Reverendo," l'altro chinò il capo e scese dal carro "el me fa un piazere? Sta bestia no a me scolta pì. A ghe voria una de quee benedissioni..."
"Cossa ze che te me conti, Bepi! Cossa gaeo fato de mae Nino?"
"El varde! Posso spinzerlo finché vojo e no'l se move. 'Na fadiga pa' rivare..."
"Va' eà, che no te credo. El ze cossita bono..."

Bepi non si spiegava il comportamento dell'animale e cercava di farne partecipe anche il parroco, non si poteva mai sapere che il Signore compisse il miracolo per sua intercessione.
Il prete aiutò il cenciaiolo a disporre bene il carico sul carretto e, dopo le raccomandazioni di routine, gli auguri e qualche battuta, lo congedò.

L'uomo era già stanco. Al solo pensare che gli ci volevano altre quattro ore per arrivare a Bassano e lasciare gli stracci in magazzino, sospirò. E poi doveva anche tornare a casa prima del coprifuoco... Non ce l'avrebbe mai fatta con quell'andatura.
Giunse al ponte di Carturo mettendoci il doppio del necessario.
Lì, trovò due mendicanti a chiedergli un passaggio. Glielo offrì di buon cuore, facendoli salire sul carretto e scambiando quattro parole.
"Sentìo de Bassan?"
"Cossa?"
"Del ponte".
"Qualche paroa me ze rivà".
"Parché qua te sì pì lontan".

Un rombo conosciuto fece alzare loro lo sguardo. Pippo sorvolava la zona.
"A sta ora l'è massa presto. A ghe ze chalcossa".
"Gh'in soi mi..."
"Fazimo presto, mori".
Bepi incitò il cavallo irrequieto.
Una scarica di proiettili volò sulle loro teste.
I due mendicanti furono veloci e si dileguarono, Bepi rimase sul ponte, immobile.
Era da poco passato mezzogiorno.
Era il 21 febbraio e ad aprile sarebbe finita la guerra...

"Antonia, 'Ntonia! To marìo! Vien darce 'na man, ghe ze bizogno de omani!" urlava un vecchio del paese che, per la foga, aveva lasciato bicchiere e cappello al tavolo del bar.
Sulla strada si affacciarono allarmate le donne, guardandosi perplesse.
In fondo alla via si vedevano un cavallo e un carro, scortato da un uomo vestito di nero, un prete. Non era della loro parrocchia, però.
"Cossa ze sucesso?" esclamò la Rossa, osservando le figure che avanzavano e il vecchio che cercava aiuto. Gli andò incontro con le tre figlie, bloccandosi inorridita a metà strada e poi ricominciando a camminare a passo sostenuto. Quando raggiunse il carro e si accorse che non era trainato da Nino, il prete le si parò davanti con una faccia che voleva dire tutto.

Alla vista del marito, Antonia...
C'era davvero bisogno di uomini per spostare il morente in casa. Da sole, lei e le figlie, non ce l'avrebbero mai fatta.

Fu per puro caso che, in quei giorni, un giovanotto fosse tornato in paese in congedo militare. Non l'avevano quasi mai visto, sebbene abitasse proprio dietro di loro e fosse alto quasi due metri.
Accorso alle urla, senza dire una parola, il giovane sollevò Bepi dal carretto e lo trasportò in casa facendosi indicare la strada per metterlo a letto. Per l'uomo non c'era molto da fare: aveva l'intestino fuori e non rispondeva più; fu una lunga e dolorosa agonia...

Il parroco di Carturo a quel punto estrasse da una tasca un portafoglio bucato da un proiettile. La Rossa lo riconobbe: era di Bepi. La pallottola aveva trapassato il cuoio, arrivando al petto e, da lì, era giunta al cuore.

"Che altri do che i zera co lu i se ga salvà, pa' fortuna. I ze scampai e no i go pì visti... So rivà in tempo, appena che go sentìo che i colpi e go tolto suito el portafojo, prima che o fazesse do omani che i zera za drio vardare in tee tasche. Bepi no'l me sentìa za pì".
Dal momento che lo straccivendolo era stato dato subito per spacciato, il prete aveva deciso di riportarne il corpo dai famigliari, confortandoli per la perdita.
Il giovane che aveva prestato le sue braccia senza pensarci due volte, aiutò la famiglia di Bepi a superare quei momenti e ne divenne infine parte, sposando mia nonna pochi anni dopo.

Chi vede tutto positivo può pensare che l'amore nasca anche tra le spine. Io credo solamente che la guerra non faccia che sottrarre anni alla felicità. E mia nonna si ricorda ancora di quel ragazzo dalla splendida voce che, durante le feste, cantava l'Ave Maria facendo commuovere tutto il pubblico. Si ricorda di come, prima di partire per la guerra, le avesse lasciato dei soldi con una promessa: o se li sarebbe venuti a riprendere, chiedendola in sposa, o lei avrebbe dovuto "dir messa" per lui. Non si ricorda più quante ne abbia dette. Ma quella è un'altra storia e sempre la stessa.


https://youtu.be/0RICqEQviLs


Traduzione delle parti in dialetto:
- Nino, Nino, cos'hai?
- Ma guarda te se è possibile una cosa così...

- Bepi! Come stai?
- Reverendo, mi fa un piacere? Questa bestia non mi ascolta più. Ci vorrebbe una di quelle benedizioni...

- Cosa mi racconti, Bepi! Che cos'ha fatto di male Nino?
- Guardi! Posso spingerlo finché voglio e non si muove. Una fatica per arrivare...
-Va' là, che non ti credo. È così buono...

-Sentito di Bassano?
- Cosa?
- Del ponte.

- Qualche cosa l'ho sentita.

- Perché qua stai più lontano.

- A quest'ora è troppo presto. Dev'esserci qualcosa.
- E che ne so io...
- Facciamo presto, ragazzi.

- Antonia, Antonia! Tuo marito! Vieni a darci una mano, c'è bisogno di uomini!
- Cos'è successo?

- Quegli altri due che erano con lui si sono salvati, per fortuna. Sono scappati e non li ho più visti... Sono arrivato in tempo, appena ho sentito i colpi e ho tolto subito il portafoglio, prima che lo facessero due uomini che stavano già guardando nelle tasche. Bepi non mi sentiva già più.


Mi scuso per le imprecisioni, una di cui sono certissima è il profumo del pane, ma abbiate pazienza: per me è il più buono del mondo. A parte Enrico e Berto - i cui nomi sono inventati - tutti gli altri personaggi sono realmente esistiti/esistenti e riportano il nome per cui sono conosciuti.

Mi scuso soprattutto per impressioni, giudizi sommari e scorretti che il testo può aver fatto trapelare. Non era mia intenzione, benché abbia deciso di lasciare così un po' per influenza delle fonti (per mia nonna gli Alleati sono gli americani in generale e i cattivi sono sempre tedeschi), un po' per esprimere il loro dolore, rammarico, ignoranza e rabbia a lungo trattenuti e incompresi.
Mi è sembrato giusto dar voce ai loro ricordi in questo modo.

Il Ponte Vecchio oggi, visto dal Ponte Nuovo.

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