Seconda prova
PAROLE: 1775
IL SEGRETO DELL'ABBAZIA
Stava per arrivare.
Il vescovo Adalwolf sarebbe presto giunto nell'abbazia cui era stato destinato, dopo che la sua sede era stata brutalmente saccheggiata e data alle fiamme da orde di barbari provenienti da est.
Vescovo in commendam come si soleva dire in quei casi: per non rinunciare ai suoi agi, abituato sin dalla fanciullezza, era stato costretto a spostarsi nella parte più settentrionale delle terre germaniche.
Le grandi e ricche città di certo non mancavano ma egli avrebbe dovuto, tuttavia, passare qualche tempo nel monastero cui era stato momentaneamente assegnato. Monastero che confinava con i territori dei pagani.
In un tempo che sembrava distante e remoto, avrebbe voluto sposare la nobile dama Clothildis, credendo di essere destinano ad ella. Tuttavia, come figlio cadetto di quella gloriosa e antica famiglia, venne costretto a prendere i voti: lui mai avrebbe scelto quella misera vita fatta di preghiera e umiltà, ma sua padre era stato inflessibile.
Ora guardava quell'abbazia malridotta: aveva un cinta di mura ma esse non sembravano in grado di reggere ad un attacco nemico; un portale in legno, che conduceva all'interno, aveva visto sicuramente tempi migliori.
Adesso era aperto, per permettere il passaggio del nuovo vescovo e dei cavalieri al suo seguito.
Adalwolf si strinse nel suo mantello cremisi foderato di bianca pelliccia. Era abituato al freddo, vivendo comunque a nord, ma il gelo di quelle terre era sicuramente maggiore, nonostante non fosse arrivato nemmeno l'autunno.
Solo un giovane ragazzo dai capelli rossicci stava sulla soglia per accogliere il vescovo. Lui scese dal suo destriero, aiutato da alcuni dei soldati che lo circondavano.
- Sono Yngvarr. - Disse lui dando un caloroso benvenuto all'alto prelato.
- Il vostro non è un nome cristiano. - Rispose sospettoso Adalwolf.
- Sono nato in terra pagana ma cresciuto tra queste mura. - Parlò mentre i due s'incamminavano, lasciandosi alle spalle i cavalieri.
Essi andarono via, in quel posto remoto non vi erano effettivi pericoli per il vescovo. Il loro ordine era di ritornare a prenderlo dopo alcuni giorni, mentre pigramente si affaccendavano a vivere nell'ultima grande città.
Le porte dell'abbazia furono rinchiuse pesantemente.
Adalwolf, fermatosi all'improvviso, iniziò a scrutare quel che sembrava un cortile interno, inesorabilmente spoglio: non vi era nessun altro, tranne loro due ed un unico albero che si stagliava, malinconico, al suo centro.
- Un semplice melograno. - Affermò Yngvarr notando l'espressione sul viso di Adalwolf. - L'unico albero che in qualche modo è riuscito a piantare le proprie radici in questo luogo, nonostante la pioggia incessante e la neve che ci tormentano, non siano ideali per far fiorire i suoi frutti. Venne portato tempo fa da uno dei nostri, recatosi in viaggio nel Vicino Oriente. - Si avvicinarono ad esso, fermandosi a pochi passi da un cerchio di pietre irregolari che fungeva da recinzione. - Nelle terre oltre la nebbia prende il nome di albero dell'immortalità ed i suoi frutti sono i frutti di cui si cibano gli dei... - Disse abbozzando un lieve sorriso. - Reminiscenze di storie udite in gioventù. -
- Storie pagane, padre Yngvarr. - Si fermò guardandosi intorno. - Tuttavia sembra che non vi sia nessun'altro in questo monastero. -
- È quasi ora di consumare il nostro pasto giornaliero. - Rispose il giovane. - Aspettano voi, riuniti nella mensa. -
Si avviarono svelti verso il lato ovest dell'edificio, attraversarono un breve colonnato finché il ragazzo non aprì un ulteriore porta in legno. Quando entrarono molti visi si voltarono contemporaneamente nella loro direzione e, capendo chi fosse appena giunto, si alzarono in piedi.
Adalwolf, mentre attraversava il corridoio al centro delle tavolate, notò che tutti quegli uomini indossavano, legato al collo, un ciondolo vagamente rassomigliante ad una delle lettere che venivano utilizzare nei territori dei Romei.
Il vescovo, avendo avuto modo di studiare la lingua dei dotti, riconobbe in esso un tau. Solamente che quella dei religiosi aveva la parte superiore incuneata lievemente verso l'alto, a guisa di punta di freccia.
Si sedette nel posto a lui riservato, al centro di quella sala. Mangiarono insieme e quando ebbero finito, venne condotto nella sua stanza, nel piano superiore.
Non era sicuramente paragonabile alle camere che possedeva nel precedente monastero, ma fortunatamente non avrebbe dovuto risiedere in quell'angolo abbandonato da Dio per molto.
Aveva un letto che sembrava essere comodo, una finestra che faceva entrare una notevole quantità di luce e sotto di essa qualcuno aveva posto una tavola di legno ed una sedia. Una porticina laterale conduceva addirittura ad una latrina privata che non avrebbe dovuto condividere con gli altri frati.
Probabilmente era molto più di quello che si aspettava...
****
La notte giunse rapida in quella terra, spessa nebbia biancastra avvolse tra le sue spire gelide il monastero e tutto ciò che lo circondava. E quando il buio fu calato completamente, giunse anche un dilagante tormento che sembrava non voler lasciare il sonno di Adalwolf, una crescente inquietudine che voleva soltanto tormentare le sue stanche membra desiderose di riposo.
Più volte si rigirò, insofferente, nel suo giaciglio, senza trovare pace. Sentiva aleggiare sul suo corpo e nella sua anima un enorme e opprimente peso.
Ma non sapeva spiegarsi il motivo di tale sensazione.
E nel silenzio udì un canto. Un canto arcano, un canto dolce e lontano, appena udibile, di cui tuttavia non comprendeva le parole.
Sól tér sortna,
sígr fold í mar,
hverfa af himni
heiðar stjörnur.
S'alzò all'improvviso, come se fosse stato punto da un rovo di spini. Si mise in piedi udendo ancora una volta quel suono. Ripeteva sempre gli stessi versi, si rese conto il vescovo.
Uscì dalla sua stanza, percorse numerosi e stretti corridoi, scese rampe di scale ripide. Non incontrò mai nessuno lungo il suo cammino e la solitudine non fece che rendere tutto più spettrale.
Quel canto era divenuto una sorta di litania ipnotica che manovrava i suoi passi e lo trascinava ove egli voleva.
Giunse, infine, davanti ad una massiccia porta di ferro. Egli la spalancò, cigolando sui vecchi cardini, in modo sinistro. Un'altra rampa di scale lo condusse al piano inferiore.
Si ritrovò immerso nelle tenebre.
Ed il canto, di sorpresa, cambiò le sue parole.
Geisar eimi
ok aldrnari,
leikr hár hiti
við himin sjálfan.
Ma questa volta la voce non arrivava ovattata e distante, questa volta Adalwolf sentì la voce esattamente dinanzi a lui.
Rimase immobile, pietrificato dal terrore. In un attimo fulmineo delle candele si accesero tutt'intorno, rivelando una figura ammantata di nero, seduta sulla fredda pietra del pavimento.
Dava all'uomo le spalle, tuttavia il vescovo poteva notare i polsi della giovane legati a delle pesanti e lunghe catene conficcate, dall'altro lato, nel muro a cui lei rivolgeva lo sguardo.
- Avete udito il mio lamento? - Parlò la ragazza, prendendo di sorpresa Adalwolf.
- Per quale motivo vi trovate rinchiusa in questo monastero? - Chiese dubbioso, avvicinandosi lentamente di qualche passo.
- Monastero? - La giovane donna rise. - Questa è la mia prigione terrena. -
Si voltò di scatto, facendo tintinnare le catene. Si alzò, lunghi capelli neri coprivano la sua figura. Alla luce flebile delle candele vide il suo corpo e il suo viso orrendamente marchiato di nero, sul solo lato sinistro, da simboli oscuri. Nell'altra metà la sua pelle era pallida, di una bianchezza innaturale.
Sulla fronte notò, inciso nella carne, lo stesso simbolo che i religiosi dell'abbazia portavano appeso al collo.
- Il sole si oscura, la terra sprofonda nel mare, cadono dal cielo le stelle lucenti. - Parlò velocemente la donna mentre, passo dopo passo, si avvicinava all'uomo. - Erompe il vapore e chi nutre la vita; gioca alta la vampa con il cielo stesso! - Si fermò, sorridendo. - Quando il Frassino gemerà, i tre fratelli si riuniranno. Voi non capite le mie parole, ma esse sono parole di speranza: voi non siete come me, come noi, Adalwolf. -
- Come sapete il mio nome? - Chiese impaurito, indietreggiando.
- Non spaventatevi. Io so molte cose, come conosco il motivo per il quale siete giunto nel mio Regno. - L'ultima parola venne marcata con un tono spregiativo. - Li chiamate barbari, coloro che vi hanno tolto tutto ciò che possedevate e, qualcun altro superiore a voi, vi ha inviato in questi luoghi remoti. In fondo, non siamo poi così diversi. -
- Chi siete? - Urlò terrorizzato.
- Il mio nome rende inquieti gli animi degli uomini che definite pagani, ma a voi esso sembrerà una parola come un'altra. Hel è il nome che mi diede mio padre prima che, una malsana e atroce congiura compiuta dagli dei, mi strappasse ancora bambina dalle sue mani. Guardate l'orrido segno che deturpa il mio volto, gridai quando mi venne brutalmente inciso, provai per la prima volta il dolore: mio fratello strappò il braccio dell'uomo che mi fece questo e per tale motivò subì una pena peggiore della mia. Non un abbozzo della misera croce in cui credete ma il marchio del dio della guerra Tyr. -
- Siete pagana ed anche un'eretica! Questo monastero è la casa dell'unico vero Dio! - Urlò il vescovo mentre cercava disperatamente la sua collana, d'oro e gemme, con il simbolo cristiano.
- Che uomo sciocco. Nemmeno vi siete accorto che non è presente nessun ornamento sacro della vostra stupida religione in questo luogo. -
Lui sgranò improvvisamente gli occhi: quando si era presentato Yngvarr non aveva mai detto di essere un frate e prima che mangiassero non avevano pregato, com'era consuetudine, in ogni abbazia. Ma soprattutto, si rese conto soltanto adesso, nella sua stanza non era stato posto nemmeno un crocifisso.
- Questo è il luogo della mia caduta, quando Óðinn mi scaraventò fuori dall'Ásaheimr. Questo è il Regno di Hel, il regno degli spiriti e dei morti. Assassini e codardi i miei sudditi. -
Sentì gracchiare in maniera insistente ed Adalwolf alzò lo sguardo verso una piccola finestrella, poco più di un'apertura per far passare l'aria. Vide un uccello nero alzarsi in volo e giungere sulla mano della giovane. Accarezzò lievemente il suo piumaggio scuro.
- Una gazza ladra, cupo messaggero che annuncia l'imminente arrivo degli spiriti. - Ancora una volta fermò le sue parole, un lungo interminabile silenzio avvolse quella prigione.
La gazza posò sul palmo di Hel un chicco di melagrana cremisi, riluceva sinistramente, sanguinolento e vivo, pulsava nel bagliore flebile delle candele.
- Yngvarr vi disse che esso è il frutto dell'immortalità e voi avete mangiato molti di questi durante il vostro pasto. - Disse tenendo tra pollice e indice il chicco vermiglio. - Rende immortali gli dei, ma negli uomini provoca un torpore irreversibile. - Sorrise maligna. - Solamente i morti possono udire il mio canto, Adalwolf. -
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