Imprevisti
I miei occhi scattarono aperti. Le tende benché tirate, lasciavano comunque un paio di raggi solari filtrati nella mia camera.
Passai una mano sui miei folti capelli neri, tenuti sempre corti e ordinati.
Feci il letto. Le coperte che ogni mattina con cura piegavo e ripiegavo, le avevo da una vita ormai. Insieme a cinque cambi identici. Nemmeno i vestiti nell'armadio erano cambiati da quando avevo finito le medie. Forse solo la taglia era variata.
Precipitandomi nel bagno, compii i miei soliti riti mattutini nello stesso ordine di sempre: Mi lavai con cura i denti, uno ad uno, partendo sempre dalla fila di denti superiori a sinistra, per poi passare a quella di sotto e andare avanti. I miei capelli poi, li tenevo sempre fissi con lo gel, all'indietro, per evitare che la frangia mi finisse nei occhi.
Ho sempre avuto quella frangia lunga, e non mi andava di tagliarla. Mi faceva stare bene sapere che quella frangia era sempre lì, invariata da quando mia mamma esasperata, non me la tagliò malamente in terza media. Ricordo di averla lasciata lì, non volendola né toccare né cambiare. Per me, andava bene così.
Quando mi vestivo, partivo sempre dalla camicia, poi la cravatta e poi tutto il resto dell'uniforme.
Quando finivo il tutto, guardavo l'orologio.
Spendevo mediamente dieci minuti per sistemarmi ed ero sempre puntuale; il mio orologio interno seguiva pure questo ritmo, svegliandomi sempre in un'ora ben precisa. Ero così abituato a quel ritmo invariato nei anni, che era diventato automatico eseguirlo, un po' come respirare.
Sospirai guadando la sveglia posta vicino al mio comodino. Non la usavo nemmeno, ma c'era sempre stata lì da quando mio fratello decise di darmi la sua camera; aveva detto ridendo che al college non gli sarebbe servita di certo.
Sorrisi debolmente. Presi lo zaino e mi diressi verso la cucina, pronto per farmi la colazione.
Due uova e uno speck erano tutto; mangiavo abbastanza velocemente e finito il tutto mi dirigevo verso la porta principale. Una volta indossati i miei vecchi mocassini neri, ero pronto per iniziare una nuova giornata di scuola.
Frequentavo la Rose Blue Highschool; un liceo dove frequentavo il corso di lettere. Per arrivarci ci mettevo mezz'ora, ma nonostante la distanza, dopo due anni che la frequentavo, mi ero ormai abituato al tutto.
Con la metropolitana era facile arrivarci, bastava solo sapere come passare quei trenta minuti. Di solito, portavo un libro da leggere e quei attimi di riposo e pace passavano in fretta.
Una volta arrivato alla Gold Station, la scuola distava solo cinque minuti di camminata.
Controllai l'orologio che avevo fissato sul polso: anche oggi ero in perfetto anticipo, proprio come piaceva a me.
Guardai ragazzi e ragazze ridere e chiacchierare. Chiusi gli occhi per un secondo, cercando di immaginarmi come sarebbe avere amici. Scacciai via il pensiero in un istante.
Avere amici significava guai nella maggior parte dei casi. Individui che potevano pericolosamente influenzare il mio ritmo di vita e questo non potevo di certo permetterlo; il controllo sulle mie azioni e di quello che mi capitava era tutto per me. Prevedevo la maggior parte dei eventi e questo andava bene. I cambiamenti erano invece, ciò che temevo di più. Non mi piaceva quando qualcosa o qualcuno alterasse il mio confortante ritmo con cui vivevo la vita; senza sorprese o guai, tutto era in perfetto ordine, e una vita ordinata e una vita felice.
O almeno questo è quello che pensavo, prima di incontrare Lui.
Era una mattina fredda di novembre. La scuola si era conclusa, e con essa anche le ore più interessanti della mia tipica e ordinaria giornata.
Ma da quel preciso momento, tutto iniziò a cambiare.
Diretto verso la Gold Station, scivolai su una buccia e caddi sul sedere. Una bici quasi mi investì e prima di arrivare alla stazione, un intero branco di cani feroci mi avevano inseguito.
Col fiato sospeso e le mani tremanti, mi guardai intorno, sperando di non essere più inseguito da quei animali.
Tra i capelli scompigliati e la cravatta sparita, guardai l'orologio.
Quasi non caddi dallo spavento quando notai che mancavano solo due minuti all'arrivo della metropolitana.
Iniziai a correre spedito, infilandomi attraverso la gente, un senso di panico enorme si fece strada nel mio stomaco, finché non vidi che il solito mezzo bianco era arrivato e le porte si spalancavano pigramente.
Mi lanciai verso di esse, disperato di entrarvi dentro e non rimanere ad aspettare per un'intera ora. La giornata stava andando per il verso sbagliato. Un verso molto sbagliato.
Ero vicinissimo alle porte. Stavo a pochi passi da esse, quando quest'ultime si stavano già richiudendo.
Per un istante pensai: - Ah, si stanno chiudendo. Allora che senso avrebbe provare ad entrarvi dentro? -
Non tenni conto delle forti mani che si chiusero sulle mie e che mi tirarono dentro la metrò.
La forza con cui venni sospinto dentro, mi tolse il fiato. Le porte si chiusero definitivamente e io mi ritrovai con la testa appoggiata al freddo vetro.
I miei occhi si spalancarono alla vista del mio aiutante, il quale mi fissava con un sorrisetto compiaciuto.
-Wow, dovevi vedere la tua faccia mentre cercavi di entrare-
Smisi di fissarlo nei suoi occhi verdi e imbarazzato posai lo sguardo sul pavimento, non osando alzarli.
Dovevo ringraziarlo, mica potevo semplicemente andare a sedermi da qualche parte e ignorarlo. E a quanto pareva, non era uno di quei tipi che ti lasciavano in pace facilmente.
-Scusa, Oi, mi stai ascoltando corvino? -
Sbattei le ciglia un paio di volte e pian piano trovai la forza di avere un contatto visivo con lui.
-Ermh. Dicevi? -
-Il tuo nome, qual è il tuo nome? -
Perché vuole sapere il mio nome? Non ci vedremo mai più dopo oggi, ma se non gli rispondessi, continuerebbe a voler parlare con me.
Di nuovo sospirai, questa volta più profondamente e ritornai a fissare i miei mocassini.
-Douglas-
-Douglas? -
-Mi chiamo Douglas Claire-
Prima che cercassi di scansarlo e andare a trovarmi un posto, lui mi prese per le mani e mi sorrise, i suoi denti bianchi in bella vista.
-Io sono Gilbert, Gilbert Sherwood-
Quando mi scosse le mani, mi sentì così preso alla sprovvista che mi venne voglia di svenire.
Cosa diamine stava succedendo?
-Lo sai che hai la faccia pallidissima? Stai bene? -
-No, non credo di stare bene-
Dissi flebilmente, cercando di scostare le sue mani dalle mie. Ma ero così debole, che ogni mio movimento era debole.
La presa di Gilbert invece, si fece più forte. Mi lasciò andare una mano, ma l'altra rimase comunque intrappolata nella sua stretta.
Mi fece un occhiolino e appena vide due posti liberi, mi spinse leggermente sul sedile più vicino alla finestra, mentre lui si sedeva su quello opposto al mio.
Il mio stomaco iniziò a fare capriole di paura, finché non posai lo sguardo sui suoi capelli. Trattenni una risata a stento.
-C'è qualcosa che non va? -
Chiese Gilbert con la testa leggermente piegata di lato. I suoi occhi interrogativi.
-Ecco, sono arancioni. Non avevo mai visto qualcuno con i capelli arancioni prima-
Gilbert rise divertito. Le fossette che aveva già quando sorrideva, si fecero più marcate quando dissi imbarazzato che mi ricordava una carota.
Appena realizzai quello che stavo dicendo, l'urgente bisogno di darmi un pugno in faccia si fece forte e nascosi il viso tra le mani.
Non avendo avuto molte conversazioni con miei coetanei non sapevo nemmeno come iniziare a parlare o formare una semplice chiacchierata. Sembrava invece, che a Gilbert non dispiaceva.
-Certo mi avevano detto che eri uno messo male di testa, ma in realtà sei semplicemente timido-
-No, credo che tu non abbia capito un accidente, ragazzo. Io diventerò uno messo male di testa per colpa tua-
Mi limitai a ridacchiare nervosamente, cercando di dimenticare il panico che si era formato nel mio stomaco. La metropolitana intanto andava spedita e per l'ennesima volta, i miei occhi divennero due biglie azzurre.
-Tu sai chi sono? -
Gilbert mi guardò confuso.
-Siamo in classe insieme-
La voglia di sprofondare nella terra si fece sempre più forte. Gettarmi dal finestrino sembrava pure un'ottima opzione.
-Ecco. Io non-
Avevo davvero qualche scusa da dirgli? Scusa non mi ricordo di te e di tutti quelli della mia classe perché sono persone pericolose per la mia comfort zone.
-Hey, tranquillo amico. Non pretendo di certo che ti ricordi di persone che non ti interessano. Ma in giro per la scuola non ti ho mai visto parlare con nessuno, hai qualche amico vero? Anche il bidello Sammy conta-
La mia faccia imbarazzata e gli occhi che si spostarono di lato dovevano essere una risposta sufficiente per lui.
-Ora mi lascerà in pace, si troverà un altro posto e finirà qui questa storia- pensai sospirando.
-Come si dice c'è una prima volta per tutto, quindi siamo amici ora? -
-Scusa, puoi ripetere? -
-Diventiamo amici? -
Mai, in un milione di anni avrei pensato che un tipo strampalato potesse chiedermi di diventare il suo amico.
-Di solito non prendo nemmeno la metropolitana per andare a casa, ma visto che non ti vedo mai in giro fuori da scuola, ho pensato che sarebbe stato divertente parlare con te e quindi eccomi qui. Ti farà bene avere qualcuno, non trovi? -
Mi farà malissimo invece, la mia pace dove finirà?
-Allora? -
-Credimi, sono una delle persone più noiose di questo mondo, e credo che io e te non abbiamo niente in comune-
Risposi nella speranza che mi lasciasse in pace.
-Tanto meglio, non trovi? Io ti accompagnerò in posti superfantasgherrimi e tu mi dirai tutto della tua vita noiosa che non sarà più noiosa con me-
Bandiera rossa, bandiera rossa. Cosa sta blaterando? Vuole ancora essere mio amico?
Guardai fuori dalla finestra terrorizzato, cercando di orientarmi e capire dov'ero.
Notai il supermercato della cittadina vicina alla mia e calcolai mentalmente quanti minuti mancavano all'arrivo in stazione. Rabbrividì: sette minuti era tutto ciò che mi separava dalla mia libertà.
-Ecco, beh, non credo tu voglia sprecare tempo con uno come m-
-Io lo voglio. Voglio conoscerti meglio-
La sua risposta decisa mi prese di sprovvista. Il lieve panico di prima iniziò a farsi sempre più forte. Non avevo via di scampo. Avrei potuto semplicemente rispondergli con un no, ma l'ansia che mi aveva preso e il delirio che mi stava assalendo mi fecero muovere la bocca automaticamente:
-Va bene-
E in quel istante, realizzai che la mia vita pacifica, calma, tranquilla, stava per finire.
-DAVVERO? -
Gilbert urlò felice, saltando sul sedile e lanciandosi su di me, abbracciandomi in una morsa che non lasciava spazio all'ossigeno di passare.
-Mi-mi stai sof-soffocando-
Il ragazzo si tirò via, sempre con il suo sorriso, mentre io completavo con terrore cosa significava avere un amico. Ero finito.
Dopo quell'incontro, ricordo di essermi trascinato a casa, stanco morto da quello che mi era successo.
Fu la prima volta che non feci i miei compiti. La prima volta che buttai i miei vestiti sulla sedia. Come un corpo morto, mi buttai sul letto e ci rimasi lì, finché non mi svegliai la mattina seguente.
Con la sveglia bella, nuova e soprattutto mai usata, mi svegliai in ritardo, dimenticai di mettermi il gel e mangiai un semplice toast.
Presi la metrò che ovviamente era arrivata in ritardo quella giornata e mi buttai su un sedile libero, prendendo dal mio zaino i compiti non svolti e facendoli in fretta.
Con la frangia che mi copriva gli occhi, la cravatta messa male e la camicia fuori dai pantaloni, mi sembrava di impazzire. L'equilibrio che mi ero costruito in tutti questi anni sembrava andarsene in pezzi, ed era tutto dovuto ad un singolo individuo.
Provavo fastidio per Gilbert. Enorme fastidio. Non avevo assolutamente intenzione di rivederlo mai più, ma ovviamente la sorte aveva deciso diversamente per me.
Alla fine della giornata, ero distrutto. Non solo non ero riuscito ad evitare il ragazzo che quel giorno si era fatto i capelli blu, ma ero stato addirittura sgridato dall'arpia di biologia, che mi aveva buttato fuori dalla classe.
-Sei stato fantastico, Douglas-
-Quale parte di quello che ho fatto è stato fantastico? -
-L'hai praticamente mandata a quel paese! Non ho mai visto Miss Ray così rossa in faccia. Chiamarla zitella che sbava dietro ai giovani palestrati è stata una cosa e-pi-ca-
Mi passai le mani fra i capelli, realizzando il danno che avevo fatto: sarei stato espulso, lo sapevo.
-Addio Blu Rose. È stato bello frequentarti-
-Hey, non fare così. Ci sono io con te-
-Come se la cosa dovesse farmi stare meglio-
-Daaai. Sono sicuro che ti faranno restare almeno come bidello. Sammy sarà felice-
Quel giorno, andai per la prima volta dal preside e per grazia di Dio non mi espulse dalla scuola. Anzi, mi batté un pugno sulla spalla e ci diede due biscotti, congratulandosi con noi.
-Quella donna mi spaventa così tanto, che dirle che le sue cotte palesi per i docenti, letteralmente mi terrorizzava. Forse ora si calmerà un poco. Tu, Douglas, però, eri l'ultimo che pensavo l'avrebbe provocata. Auguri figliolo, ora sei sulla sua lista nera-
Quando uscimmo fuori, iniziai a battere la fronte sul muro più vicino. Gilbert era vicino a me, dandomi dei colpetti sulla spalla per consolarmi.
-Su andiamo, il pranzo sta per iniziare-
Lo lasciai trascinarmi fino alla caffetteria e per la prima volta dall'inizio delle superiori, mangiai con qualcuno.
Così passarono i miei giorni. Pian piano cominciai a tollerare la presenza del ragazzo che cambiava colore di capelli come si cambiavano i calzini.
Un giorno ce li aveva rossi fuoco. Un giorno ce li aveva viola, ma onestamente, io preferivo quando c'è li aveva verdi. Il colore elettrico si intonava perfettamente con i suoi occhi. La cosa divertente però, e che mi ricordavano erba fosforescente e questo mi faceva piegare in due dalle risate ogni volta che si faceva i capelli verdi.
Quando glielo dissi, si offese terribilmente e non lo vidi con quei capelli per un mese. Diceva che si sentiva come se avesse un prato in testa per colpa mia e io come potevo biasimarlo? gli avevo anche morso una ciocca dei suoi capelli, imitando il verso di una capra; mi diede un pugno nello stomaco che rimase memorabile (il dolore durò un'intera settimana).
Iniziai a non guardare più il pavimento, mocassini o terreno ogni volta che qualcuno parlava con me.
Mi sentivo meglio e più libero di prima in un certo senso. L'acqua calma della mia vita, con una goccia alla volta, iniziò dapprima a zampillare un poco per volta, finché poi non divenne un fiume alla riscossa.
Gil aprì i miei occhi e mi fece capire una cosa importante che era sempre stata davanti a me e che ho testardamente ignorato; una vita in perfetto equilibrio non esiste, ogni cosa è destinata a cambiare e forse per paura di non riuscire ad affrontare problemi ignoti e strade estranee a quelle conosciute, mi ero rinchiuso in un guscio confortante che tremava ogni qualvolta qualcosa non andava secondo i miei calcoli.
Le giornate passarono in fretta con Gilbert e la mia vita cambiò del tutto; gradualmente adottai dei piccoli cambiamenti nella mia routine quotidiana.
Mi svegliavo più tardi di solito (per la gioia di mia madre), passavo i trenta minuti in corriera a chiacchierare con ragazzi e ragazze che avevo conosciuto e a rendermi conto quanto vuota la mia vita fosse stata fino ad adesso.
A scuola venivo considerato un eroe: dopo tutte le volte che avevo fatto perdere le staffe a Miss Ray, essa decise di andarsene via dalla scuola e una tiranna venne scacciata. Anche il preside- con le lacrime ai occhi- mi ringraziò, imbarazzandomi davanti a tutta la scuola.
La mia vita aveva cominciato ad andare spedita verso ad un futuro incerto, e stranamente, questo non mi spaventava più. Sapevo che tutto sarebbe andato bene, ma nuovi problemi iniziarono a sorgere. Grossi problemi.
-Allora, Dou, cosa faccio oggi? -
-Hanno aperto una nuova pasticceria, andiamo a farci un giro? -
-Sai che non posso resistere ai dolci-
Stavamo andando a zonzo come al solito, ma un nervosismo sconosciuto si formava nel mio stomaco ogni qualvolta osservavo Gilbert, ma nuovi guai erano in arrivo.
-Oh, mi ero dimenticato di dirti, Douglas-
-Cosa? -
-Mi sono trovato la ragazza-
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