Prova eliminatoria
Parole: 1000
So che è corto, ma non avevo idee. Ho pensato tutta la settimana a qualcosa, e poi mi è venuta in mente l'idea più semplice: la mia propria esperienza. L'ho scritto tutto quanto ieri notte alle quattro.
È tutto vero. Spero vi piaccia.
Pubblicato alle 22,30 del giorno 10 giugno.
Ripeto che la cover è fatta da me, utilizzando il mio logo personale.
A dream, many difficulties
Esco dalla doccia, passo il phone nei capelli per una decina di minuti. Mi guardo allo specchio.
Sono fiera di me stessa. Mi piaccio, e non voglio cambiarmi. Non voglio cambiare niente della mia vita, a parte una cosa. Una cosa non molto semplice.
Mi pettino i capelli lisci, mi vesto, prendo le mie cose e varco le porte degli spogliatoi.
Contemplo il campo, con la rete ancora appesa.
Mi tornano in mente i momenti della partita. Eravamo in otto, facevamo i giri per entrare, e quando io stavo fuori, sembrava un'eternità. Volevo rientrare. Lì era il mio posto, lì in mezzo al campo a schiacciare, e a prendere palloni sugli avambracci uniti. Il dolore che sentivo, non era nulla in confronto alla passione.
Una passione che nutro fin dall'età di dodici anni. Allora ero una bambina, non conoscevo nemmeno le regole, poi un giorno..
"Camilla, vieni, guarda qui! C'è un nuovo cartone!" mi chiama mio fratello dalla cucina.
La nostra casa è piccola, formata da un bagno, la cucina, e la camera da letto. Non mi lamento, mi sta bene. Siamo poveri, ma continuiamo a vivere. A sopravvivere.
Nostro padre ci ha lasciati 4 anni fa. Litigava molto spesso con la mamma. Mi rendeva triste. Piangevo quando sentivo le grida di mia madre. Allora, abitavamo in una casa molto più grande. Purtroppo, per le continue molestie, ci siamo trasferiti qui. Ora stiamo bene. Ora la mamma sta bene, e anch'io. Anche Daniele. Non ha accettato volentieri la cosa, ha ancora 6 anni, è ovvio che abbia bisogno di una figura paterna. E anch'io ne ho bisogno. Ne ho bisogno più che mai.
"Guarda, guarda!" ripete, quando mi siedo sulla sedia, vicino al piccolo tavolo.
"Mila e Shiro, due cuori della pallavolo. Shiro e Mila, amore a prima vista è.." comincio a canticchiare la sigla.
Non vedevo l'ora che lo mandassero in onda, era da settimane che facevano la pubblicità di questo cartone.
Vedevo Mila, la protagonista, come si era fatta strada in questo mondo. Come cercava di andare contro suo padre frequentando le lezioni, diventando brava come sua madre, defunta. Come saltava in alto, e riusciva sempre a fare punto, ogni volta che toccava la palla.
Volevo diventare anch'io come lei.
Avrei dovuto iniziare dal basso, proprio come lei. Cominciai a correre intorno all'isolato, per un'ora al giorno. Dopo comprammo un pallone, ma siccome mio fratello è un appassionato, come tutti i maschi, di calcio, lo prendemmo duro e di cuoio.
Cominciai a palleggiare contro il muro della camera, dando molto fastidio ai vicini. Palleggiavo dalle sei del pomeriggio, fino alle dieci di sera, con adeguate pause, e alternando palleggi a bagher, procurandomi dei lividi che nessuno vedeva, perché puntualmente li nascondevo. Nostra madre tornava alle undici da lavoro, e se ne andava alle quattro del mattino. Non la vedevamo mai, a parte i giorni di riposo, ma anche allora aveva un lavoretto da qualche parte.
In casa ero diventata io la mamma, che faceva le commissioni, e lei il padre che portava a casa i soldi. In questo modo sono cresciuta più in fretta dei miei coetanei, ma solo in certi ambiti. In altri, come l'amore, il sesso, e cose da ragazzi non li comprendevo appieno.
Nel paesino dove abitavamo allora, mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse la posta, tant'è vero che pagavo io le bollette, e persino l'affitto.
Un bel giorno crebbi, senza rendermene conto. Divenni mediocre a giocare, ma non mi arresi mai. Quando avevo il pallone in mano, un'energia cresceva dentro di me. Mi sentivo forte. Nessuno poteva mettermi al tappeto in quel momento. Cominciai a schiacciare contro quel muro vicino al letto matrimoniale, che aveva perso anche parte del colore della vernice. Ci lasciavo i segni.
Ma quando era ora di giocare a scuola, in un campo vero.. beh, lì avevo i nervi a fior di pelle, non riuscivo a concentrarmi. Sbagliavo tutto, e ogni giornata finiva con un pianto liberatorio negli spogliatoi.
Finirono le medie, senza essere riuscita a dimostrare la mia bravura. Non tolleravo il fatto di nascondere questo "dono" agli altri. Volevo che lo vedessero tutti. Volevo che tutti sapessero quant'ero forte.
Al liceo iniziarono le ore di ginnastica insieme a quelli più grandi. Notavo in diverse classi, persone che stavano peggio di me, e persone che stimavo, perché degni avversari da cui apprendere. Mi impegnavo al massimo. Davo il meglio di me, e ci riuscii.
Una ragazza della squadra avversaria fece la battuta dall'alto, era forte, ad effetto, ma alla giusta altezza. Mi trovavo nel posto centrale, e saltai. Non saltai di molti centimetri, non sono mai stata brava a saltare, ma la cosa più importante che feci era la schiacciata.
Alzai il braccio destro in alto, facendogli fare una leggera curva, lo mandai all'indietro, e al momento giusto, lo mandai avanti come una molla. Al contatto con la palla, sentii la mia mano tremare, una scossa mi percorse il corpo. Mandai il pallone dall'altra parte del campo, e atterrai in piedi, prendendo una storta, ma ero felice. Ero comunque felice di aver fatto punto, di aver sentito quel brivido, di aver sentito per tutto il resto della giornata il formicolio nella mano.
Volevo risentirlo. Ancora una volta. Di nuovo. Ancora e ancora. Non avrei mai detto "questa è l'ultima volta". Non l'avrei mai promesso. Era una droga a cui non volevo sottrarmi. Lo è ancora.
È la mia passione, a 18 anni, è il sogno divenuto realtà nella scuola. Solo qui, perché non abbiamo mai potuto permetterci dei corsi privati, con una squadra vera, con un allenatore vero.
Ah, magari la partita di oggi fosse stata una di quelle che si vedono in tv ai campionati. Era un semplice torneo tra scuole. Ma io sono felice lo stesso. Ho seguito il mio sogno, e continuerò a farlo.
So di non poter fare di questa mia passione un lavoro, ma so anche che ce l'ho messa tutta in questi anni per diventare la più brava. E ne sono fiera.
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