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Concorso di AriThestral: Prima traccia

Chiudo l'acqua del lavandino guardandomi allo specchio, annoiata. Domani avrò la verifica di matematica e poi, uscita da scuola, dovrò studiare per tutto il pomeriggio per le due interrogazioni del giorno dopo... ma è meglio non pensarci adesso, una buona nottata di sonno mi distoglierà dai miei problemi per qualche ora.

Risistemo lo spazzolino nella tazza ed esco dal bagno, spegnendo la luce. Il mio caldo lettuccio è accostato dalla parte proprio sotto alla finestra (in modo che la mattina la luce del sole mi perfori gli occhi costringendomi ad alzarmi), e non ci penso due volte ad infilarmici dentro.

Finalmente sotto le coperte ricapitolo pigramente cosa ho fatto oggi e cosa farò domani. Nulla di troppo diverso, la solita routine di tutti i giorni... accompagnata da questi ultimi pensieri che mi ronzano in testa, piano piano scivolo tra le braccia di Morfeo concedendomi un po' di meritato riposo.

*

BAM!

BAM!

BAM!

Mi rigiro tra le coperte, infastidita da quel continuo martellare. Già, proprio un martellare molto forte. Aspetta, martellare?! Cosa cazzo è preso ai vicini stavolta?! Apro gli occhi di scatto realizzando che qualcosa non va e mi metto subito a sedere sul letto.

La mia stanza è silenziosa e il martellamento sembra essere scomparso, che sia impazzita? Nah, sarà stato un rimasuglio del sogno che magari stavo facendo prima... Scuoto la testa, cercando di calmarmi un po', non mi sono nemmeno accorta che il mio cuore ha incominciato a battere così velocemente. Faccio per rimettermi a letto quando, con la coda dell'occhio, mi rendo conto di una cosa di veramente inquietante: dalle finestre in camera mia non filtra nessuna luce... Nessuna! Eppure abito davanti ad un McDonald's e ad un paio di altri negozi aperti 24 ore su 24, DOVREBBE esserci della luce!

Mi metto velocemente in ginocchio sul letto per riuscire a vedere fuori dalla finestra, e il panorama che mi ritrovo davanti mi lascia senza parole: la via dove abito sembra scomparsa, e al suo posto c'è una piccola stradina buia. Dal lato opposto alla mia casa riesco vedere solamente il profilo di una serie di grattaceli più o meno alti che formano una specie di New York buia, silenziosa e decisamente inquietante.

Il primo pensiero che mi passa per la mente è di tornarmene immediatamente a dormire nella speranza che tutto questo sia solo un sogno. Eppure, dentro di me, non posso fare a meno che provare una scintilla di curiosità verso quello strano e inquietante paesaggio... La sola idea di uscire ad esplorare mi terrorizza e attira in ugual modo, ma, d'altra parte, se questo è veramente solo un sogno cosa potrà mai capitarmi?
Nulla, insomma so quante cose strane la mia mente può partorire, ma di certo non mi uccideranno!

Velocemente mi alzo dal letto, accendo la luce della mia stanza (che, fortunatamente, è rimasta come nella realtà), mi dirigo verso l'armadio semi aperto e lo spalanco senza troppi complimenti. Una volta davanti ai miei vestiti noto con la coda dell'occhio un piccolo lampo rosso e per riflesso sobbalzo leggermente spaventata, per poi darmi dell'idiota e incolpare qualche strano gioco di luci della mia allucinazione.

Rivolgo di nuovo la mia attenzione all'armadio e, senza pensarci troppo, prendo un paio di jeans scuri, una felpa, una giacca pesante e degli scarponcini un po' trasandati trovati in fondo all'armadio. Dopodiché mi volto verso il mio letto ancora sfatto e velocemente prendo il mio zaino di scuola, lo svuoto e lo riempio con quello che trovo: il mio telefono carico, una bottiglietta d'acqua, dei fazzoletti e una vecchia torcia.

Faccio per chiudere lo zaino quando lo sguardo mi cade su un oggetto appeso alla parete: un vecchio coltello tribale. Me l'ha lasciato in eredità mio nonno poco prima di morire e l'ho sempre tenuto appeso nella mia stanza fin da piccolissima. Mia madre mi raccontava che il nonno, durante uno dei suoi viaggi in giro per il mondo, lo aveva rubato ad un malvagio capotribù africano ed era scappato con quella che era mia nonna da piccola. Amavo quelle storie, ma non ho mai capito se siano vere o no. Mamma non ha mai voluto dirmelo e mia nonna è morta ormai da molto tempo... Quasi soprappensiero stacco l'arma dalla parete e me la rigiro tra le mani osservandola bene. Poi, con un gesto secco, la infilo nella cintura dei jeans senza pensarci due volte, mentre l'inquietante presentimento che ne avrò presto bisogno mi invade.

Attraverso il mio appartamento, scendo le scale ed esco dal mio palazzo quasi correndo con il cuore in gola. È come se qualcosa dentro di me fosse scattato poco prima, urlandomi di uscire di casa e di proseguire senza nemmeno fermarmi davanti alla porta della stanza dei miei genitori, mentre, dentro di me, pensavo " È solo un sogno! Ovviamente non ci saranno i tuoi dentro quella stanza! Corri piuttosto ed esci di qui!" liquidando così qualsiasi dubbio.

Ora mi trovo al centro della strada davanti al mio palazzo. Quest'ultimo è uguale a come lo conosco, ma tutto il resto è semplicemente... diverso, come se qualcuno avesse sradicato l'edificio e l'avesse posizionato da tutt'altra parte. Invece l'atmosfera non può che essere più cupa, c'è una specie di sensazione dentro di me che mi opprime il petto schiacciando gli organi nella cassa toracica, facendo battere disperatamente il mio cuore, tendendo al massimo tutti i muscoli del mio corpo, accelerando il mio respiro all'inverosimile e amplificando i miei cinque sensi pronti a percepire qualsiasi pericolo. È come se tutto il mio corpo sapesse già che qualcosa sta per succedere e che deve essere pronto a scattare al minimo segnale per rimanere vivo, ma cosa? Cosa, cosa, cosa, cosa mette così in allerta il mio corpo?!

BAM!

BAM!

BAM!

Mi volto di scatto verso sinistra spalancando gli occhi. Ancora quel dannatissimo martellare! Cosa diavolo significa?! Cosa sta venendo martellato e perché?! Mille domande mi riempirono la testa come impazzite, mentre una brutta, bruttissima, sensazione si impadronisce di me.

BAM!

BAM!

BAM!

Il suono assordante si fa inspiegabilmente vicino mentre tra me e me finalmente realizzo che quel momento, quell'orribile e terribile momento, che sto aspettando da quando mi sono svegliata è arrivato inesorabilmente ed io, povera idiota troppo curiosa che non sono altro, devo affrontarlo senza se e senza ma. Prendo un respiro profondo, serro le dita sul manico del coltello e con uno scatto, mi volto dall'altra parte.

"La curiosità uccise il gatto"

Penso che mai una frase sia stata così perfetta per una situazione come quella in cui sono ora, perché ormai mi sono voltata e non posso fare a meno che guardare in faccia quella... quella cosa che mi ritrovo davanti. Non ha semplicemente un aspetto morto e tumefatto, no. È come se qualcuno lo avesse tirato fuori dai più oscuri meandri della mente umana, il famoso "mostro sotto il letto" (o anche nell'armadio), e lo avesse schiacciato più e più volte in una pressa gigantesca spaccandogli tutte le ossa, riducendolo a nient'altro che un cadavere dal pelo rosso come il sangue con la maggior parte delle interiora disgustosamente in bella vista , e lo avesse poi riportato in vita così com'era scatenandolo contro chiunque.

E quel chiunque sono io.

Corro. Mi volto dall'altra parte e mi metto a correre come se non ci fosse un domani (ed effettivamente se quella cosa mi prende non vedrò di certo un domani), mentre, dietro di me, sento un ruggito gruttale provenire dal mostro. Accelero ancora, risalendo tutta la strada deserta, oltrepassando i vari grattaceli e diversi semafori pensando che, più mi addentro in questa strana città più continua a ricordarmi una New York uscita da una apocalisse zombie. Intanto corro all'impazzata senza fermarmi, lo sento, è lì dietro di me, mi sta inseguendo e io sarò presto morta.

Ma non sono ancora morta e quindi la mia folle corsa non si decide finire (da quanto sto correndo? cinque, dieci, venti, trenta minuti? Non saprei dirlo). Mentre tengo stretto in mano il coltello attraversando a rotta di collo incroci su incroci senza prestare attenzione a nient'altro che alla strada davanti a me, spero di non inciampare in nessuna crepa di cemento perché anche se so che non sopravvivrò ancora al lungo voglio almeno provare a vivere, a rimanere strenuamente attaccata alla mia vita, a non lasciare che quel mostro mi prenda, a uscire da questo incubo.

Svolto un angolo, un altro ancora e poi un terzo procedendo alla ceca. L'istinto di sopravvivenza ha ormai preso il controllo del mio corpo e non importa quanto bruciore sto sentendo, perché una disperata forza mai sentita prima dentro di me mi sta tenendo testardamente in piedi per miracolo, portandomi sempre di più verso il limite ed è del tutto intenzionata a farmelo oltrepassare pur di tenermi in vita.

Dietro di me sento un altro terribile ruggito gutturale e presa dal panico inizio praticamente a correre a balzi con il cuore a mille, talmente velocemente che non mi rendo nemmeno conto di dove sto andando, mentre davanti a me tutto è solo un grigiore sfumato. Una specie di radar mi dice solamente dov'è un muro e dove no, finché arrivo al capolinea. Appena svoltato un angolo davanti a me trovo un grande ed imponente muro insormontabile e una consapevolezza schiacciante ed esasperante mi attorciglia lo stomaco, pulsandomi nella testa e nel corpo come una malattia mortale: la consapevolezza di stare per morire.

Non ho mai realmente pensato fin ora alla morte. Ho appena iniziato il liceo, ho effettivamente tutta la vita davanti, eppure eccomi qui, con la dura verità schiaffata in faccia, prossima ad una morte orribile in un luogo sconosciuto e spaventoso per mano di una bestia-zombie che probabilmente mi squarterà in due.

Ti prego, fa che non sia troppo orribile, ti prego, ti prego, ti prego.

Sento la paura paralizzarmi il corpo bloccandomi il cuore nel petto mentre cerco febbrilmente una via d'uscita, ma il vicolo è chiuso e quel mostro è troppo vicino, lo sento, se esco morirei subito... poi lo noto, un tombino aperto, posizionato in un angolo buio del vicolo alla mia sinistra e corro subito a controllare: non ha scale per scendere di sotto e non si riesce a vedere il fondo, se saltassi sarebbe un salto alla cieca eppure in questo momento mi sembra una prospettiva migliore che essere mangiata da un mostro.

Chiudo bene gli occhi mentre tutti i muscoli del mio corpo si tendono. Sento che il mio inseguitore è proprio alle mie spalle bloccando ogni possibile via di fuga e aspettando che io mi volti terrorizzata verso di lui, con gli occhi pieni di lacrime, osservandolo negli occhi iniettati di sangue mentre mi salta alla gola... Prendo una decisione in questo preciso istante: non gli darò questa soddisfazione mai e poi mai.

Riapro gli occhi e guardo giù nel buio del tombino senza più paura, ma solo una grande decisione.

- Se mi vuoi vieni a prendermi bastardo -

Sento uno schianto, il mostro è appena balzato verso di me. Sento i suoi artigli conficcarsi sulle mie spalle e mentre un dolore acuto mi brucia il corpo lo trascino con me nel buio infinito del tombino.

*

BAM!

BAM!

BAM!

Sollevo lentamente le palpebre stordita e per un attimo, solo per un attimo, ho l'illusione di trovarmi in camera mia, nel mio letto, al sicuro... ma subito dopo la realtà mi viene schiaffata in faccia. Sento tutto il corpo bruciarmi di un dolore acutissimo mentre realizzo di essere fradicia dalla testa ai piedi e di avere un freddo cane. Lentamente mi metto seduta guardandomi intorno: sono in un piccolo isolotto di cemento in mezzo ad una fogna puzzolente, ho perso lo zaino, probabilmente nella corrente, mentre il coltello africano è stretto nella mano destra che brucia da impazzire.
È ricoperta di sangue, lentamente la avvicino al viso notando che dovevo aver stretto la lama del oggetto talmente forte da quasi tagliarmi le dita.
Con l'aiuto dell'altra mano lentamente stacco una alla volta le dita insanguinate dalla lama lasciandomi sfuggire più di un gemito di dolore e un imprecazione.

A lavoro finito la mia mano ha un aspetto orribile, ma il coltello è ancora perfettamente utilizzabile.
Lo stringo nella mano sinistra e, con non poca difficoltà, riesco a mettermi in piedi. Sento parecchie ferite sul mio corpo bruciare, in primis sulla mia schiena. Rimango lì per qualche minuto paralizzata dalla realizzazione di quanto dolore sto provando e travolta dalla voglia di scoppiare in lacrime e di urlare, ma dentro di me so benissimo che non ne ho la forza.

Poi noto una lunga striscia rossa nell'acqua fetida, una striscia di sangue, che lentamente seguo con gli occhi finché non trovo a pochi metri da me galleggiare nell'acqua il cadavere del mostro rosso riverso su un fianco con gli occhietti vitrei e morti dritti verso di me.
Sento qualcosa di simile alla gioia più pura nascermi dentro mentre osservo la carcassa di quell'essere che piano piano galleggia via trasportato dalla corrente, eppure qualcosa dentro di me continua a non riuscire ad essere felice come se non fosse tutto finito.

Istintivamente mi porto la mano destra sul viso ritirandola subito dopo con orrore: al posto di trovare la mia pelle o un graffio, su di essa avevo sentito qualcosa di morbido come... come del pelo; febbrilmente mi trascinò verso il bordo del isolotto di cemento buttandomi in ginocchio sul bordo in modo da potermi specchiare nell'acqua e, appena fatto questo, sento una fortissima voglia di vomitare invadermi: metà del mio viso ha assunto una forma animalesca, una lunga peluria nera (sporca di sangue dove l'ho appena toccata) la ricopre mentre il mio occhio sembra essersi rimodellato assumendo una forma rotonda e piccola, perfettamente bianca e senza iride come quella del mostro.

La bile mi risale in gola scuotendomi tutto il corpo ed io non faccio niente per ricacciarla indietro. Vomito tutto quello che mi è possibile vomitare nell'acqua, allontanandomi poi velocemente da quest'ultima.
Diventerò un mostro come quello che è appena morto, forse funziona così, chi uccide il mostro poi si tramuta in esso aspettando che qualcun'altro lo uccida a sua volta e intanto uccide chi si trova davanti per sfamarsi. Già, probabilmente funziona così, e tra qualche ora anche l'altra metà del mio viso si tramuterà, tutte le mie ferite si allargheranno all'inverosimile, la peluria si diffonderà su tutto il corpo e mi cresceranno artigli e zanne.

Sento come un grande vuoto dentro di me, la speranza che sparisce, la prospettiva totale e definitiva di non avere più un futuro, il punto alla fine di una frase che non ho mai voluto finisse... ma forse c'è un modo.
Sposto lo sguardo sul coltello abbandonato vicino a me pensando bene alla mia idea.

Non può che venirmi in mente una vecchia favola africana di mio nonno mentre raccolgo il coltello da terra: narra la storia di due tribù in guerra i cui nomi sono stati persi nel tempo. Lottavano per impadronirsi l'uno del territorio dell'altro e alla fine la battaglia fu così sanguinosa che rimase in vita un solo membro della tribù perdente che si ritrovò circondato da nemici che certamente l'avrebbero ucciso. Il sopravvissuto però decise, cogliendo tutti di sorpresa, di buttarsi lui stesso dal burrone, impedendo così alla tribù avversaria di avere il potere di segnare la fine della sua vita, riuscendo non solo a concludere quella guerra che aveva portato via molte vite, ma in un certo senso ad avere lui l'ultima parola, la vittoria finale.

Ed è quello che sto per fare io.

Sorrido chiudendo gli occhi e appoggiando la lama alla giugulare, immaginandomi al posto di quel guerriero sul bordo di quel precipizio con abiti da guerra e la faccia pitturata, e dopo un lungo sguardo allo strapiombo sotto di me salto come a rallentatore, mentre con tutta la forza e la decisione che trovo in corpo, squarcio la pelle sotto la lama sentendomi immensamente libera.

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