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_TheBlackRabbit_ (15 luglio 2018)

Ecco qua _TheBlackRabbit_ e partecipanti che stanno leggendo. Penso che la scrittura comunque non sia esattamente il mio forte ahah. Se riuscite, potete anche leggerla con la canzone sotto :))

La ragazza cenere

Dopo pochi secondi di buio e confusione vidi delle strane figure davanti ai miei occhi che mi coprivano l'intera visuale, ma che dopo un po' sfumarono nuovamente in quell'oblio nero.
Riaprii gli occhi e mi ritrovai in una stanza dall'aspetto un po' ambiguo: non aveva né porte né soffitto, infatti vi si poteva notare un limpido cielo azzurro, i pavimento circolare, le pareti di quest'ultima erano bianche e storte, inclinate verso l'esterno, con una forma simile a un imbuto; la parte più superiore dei muri era simile agli orli di un vestito ottocentesco, formando delle onde un po' bizzarre.
Cercai di spostarmi, ma notai subito che sotto ai miei piedi fino a quasi coprirmi le ginocchia c'era un liquido; il colore era tendente al marroncino e aveva un odore piuttosto strano: un misto tra l'aspro e l'amarognolo. La sostanza era tiepida e mi sembrava che il suo fosse un odore piuttosto familiare.
M

i chiesi immediatamente che cosa ci feci lì: un attimo prima stavo passeggiando con la mia ragazza per ritornare a casa dopo una serata al cinema, avevamo appena sorpassato l'angolo della via principale e passato l'Hotel Velona's Jungle. Che ci fossimo addormentati su una panchina? Avrebbe potuto anche darsi: la notte precedente non ebbi dormito molto, quindi poteva trattarsi solo di un sogno.
Decisi di proseguire in questo sogno bizzarro per capire fin dove saremmo arrivati.
Mi diressi verso le pareti per provare a vedere se fossi riuscito ad uscirne in qualche modo, ma a un certo punto ci fu una scossa di terremoto che durò tantissimo: non si ruppe nulla, ma non riuscivo a stare in piedi. Prima che la scossa si arrestò, vidi il cielo farsi più vicino come se fossi su una trasparente mongolfiera traballante e subito dopo un gigante. In quel momento non vidi la sua faccia, ma quando mi accorsi che aveva gli occhi azzurri, i capelli neri brizzolati, il viso un po' paffuto e i miei stessi lineamenti, capii che ero io in un'altra forma. A un certo punto mi sentii precipitare e dopo la mia visuale diventò quella del gigante. Perché ho lanciato la mia tazza di tè su quel sasso? Questo fu il mio pensiero; in quel momento non ricordavo di essermi rimpicciolito e di essere stato dentro a una tazza da tè.
Ero a un pic-nic con la mia ragazza e notando il posto e i dolcetti, ritornai alla realtà: era il giorno del nostro quarto anniversario di fidanzamento. Il sole stava tramontando e Angelica, la mia fidanzata, stava scomparendo trasformandosi in vapore; nel mentre mi disse una frase che mi lasciò di stucco: "Ti amo e ti amerò per sempre".
Cosa stava succedendo? Da quel momento per qualche minuto non ho più visto situazioni strane, ma soltanto immagini come al caleidoscopio abbastanza inquietanti, tanto che il mio pensiero ad un certo punto fu se non fossi stato sotto effetti di droga. In qualunque caso però sentivo che era rilassante, quindi la mia mente aprì un altro scenario: il prato verde, florido e pieno di margherite. In lontananza una catena montuosa, tirava un vento piuttosto fresco ma comunque accogliente, quel tipo di aria di cui si sente il bisogno di respirarla a pieni polmoni. A un certo punto percepii uno strano calore sulla mano, alzai gli occhi al cielo e vidi che stava cominciando a nevicare. Sentii il suono melodioso della voce di mia madre che diceva di non preoccuparmi, sembrava malinconica o forse triste. Con un sorriso dolce guardai il cielo e la ringraziai.
Mi sentivo le gambe cedere, quindi mi lasciai cadere sul primo strano di neve e aspettai finché essa non mi ricoprì del tutto, quindi chiusi gli occhi e ricominciò l'effetto "caleidoscopio".
In lontananza, dopo qualche minuto sentivo dei singhiozzi. Non riuscivo a interpretare se erano di felicità o di tristezza, ma quando a un certo punto cominciai a intravedere un parco di fronte a me, immaginai fossero soltanto delle risate. Vidi dei bambini correre, chi era sullo scivolo, chi a cercare di arrampicarsi su una rete di corde, chi era nei dondoli a forma di animale e infine chi era sulle altalene. Il bambino sull'altalena di destra stava guardando per terra, ma quando alzò gli occhi capii che si trattava di me stesso quindici anni prima, quando ne avevo appena sette. Mi guardai le mani: ringrinzite, secche, pallide e da vecchio, poi mi sentii sprofondare nella terra e a un certo punto la mia visuale diventò quella del bambino. Perché ho la mano alzata come per salutare qualcuno? Davanti a me non c'è nessuno: i bambini sono tutti nello scivolo ora. Questo fu il mio pensiero; in quel momento non ricordavo di essere stato me stesso e nemmeno dei fatti precedenti.
Alle mie orecchie, però, giunse sempre la voce strozzata del pianto di mia madre che mi diceva che le mancavo tanto e che sarei dovuto ritornare al più presto da lei.
Decisi di uscire dal parco per capire dove mi trovassi e appena vidi la Tomba di Dante, capii di essere a Ravenna. Ero a qualche centinaia di kilometri da casa mia: Firenze. Provai a chiedere se c'era qualcuno disposto ad accompagnarmi, ma la gente ignorava quel piccolo bambino di appena sette anni. Camminai per pochi minuti, seguendo il vociare della gente e mi ritrovai in Piazza del Popolo, difronte alla torre con l'orologio. Stavo cominciando a correre verso l'edificio, seppur mi sembrava che le mie gambe avevano qualche sorta di impedimento. Sempre in corsa, quando ero quasi ai piedi della torre, saltai e fu un balzo talmente alto che finii per entrare nell'orologio. La forza di gravità lì dentro era un po' contorta: avevo i piedi puntati sul numero romano XI, l'undici e la lancetta era qualche minuto più indietro di me, alzando le mani potevo toccare il vetro che ricopriva l'orologio. La visuale era cambiata: non era più la Piazza del Popolo, ma intravedevo a stento una catenina d'oro e tutto il resto nero totale. Decisi di andare più avanti, verso il dodici.
Dopo poco io caddi per colpa di una brutta scossa, sembrava un altro terremoto, ma nel frattempo che si arrestò, cominciai a intravedere la luce: il cielo limpido e azzurro, poi un paio di dita che si sollevavano dal vetro e due occhi che guardavano al suo interno. Mi riconobbi subito: gli occhi azzurri, i capelli neri brizzolati, il viso un po' paffuto e i lineamenti familiari. Non feci in tempo a pormi domande che, dopo un tic, la lacetta dei minuti mi colpì in pieno ventre, squarciandomi in due. A un certo punto mi sentii bruciare e dopo la mia visuale diventò quella del gigante. Perché stavo guardando l'orario? Oh! È mezzogiorno in punto. Questo fu il mio pensiero; in quel momento non ricordavo di essermi rimpicciolito e di essere stato dentro a un orologio.
Alzai gli occhi e un sole caldo copriva l'intero paesaggio, io e Angelica eravamo all'ombra di un albero e stando appoggiati alla corteccia, ci tenevamo per mano a guardare qualche rara nuvola. Ero a un pic-nic con la mia ragazza e notando il posto e i dolcetti, ritornai alla realtà: era il giorno del nostro quarto anniversario di fidanzamento.
Il tempo stava andando al contrario e dopo qualche ora il sole stava sorgendo e Angelica, la mia fidanzata, stava scomparendo trasformandosi in vapore; prima però mi disse una frase di cui subito non capii il significato: "Non fartene una colpa, amore".
Spaesato, cercai di fermare l'avvenuto. Non capivo. Non riuscivo nemmeno a svegliarmi.
Cominciò a piovere e continuai a sentire mia madre che mi ripeteva che ce l'avremmo fatta a superarlo, ma non capivo a cosa fosse riferito...
Non finché dopo altre avventure, ci fu l'ultima: la decisiva.
Avevo le mani sporche di terra ed ero vestito con qualche straccio rovinato, il paesaggio era urbano con una luna impregnata di sangue. Si sentivano urla e grida, io cominciai a correre e solo dopo un po' mi accorsi di essere in Colombia grazie a una bandiera appesa. Nel momento della distrazione, mi avevano colpito vicino al cuore. Caddi a terra tramortito. Ci furono svariati minuti di buio, ma dopo un po' sentii il rumore di una sirena, però stranamente più simile a un radar. Mi era familiare quel suono: pensavo di averlo sentito per molto tempo e infatti era così, mi aveva accompagnato sin dall'episodio della tazza fino ad adesso, all'attacco terroristico. Il suono si intensificava sempre di più e si faceva sempre più nitido, un suono che si sente anche... negli ospedali: un bip prodotto da un macchinario che regolava il battito del mio cuore.
Ero sdraiato su un lettino, nel mio braccio sinistro c'era una flebo che, supposi, era per alimetarmi e sulla mia faccia un aggeggio che mi permetteva di respirare. La stanza era completamente bianca, c'erano un paio di macchinari per monitorarmi, le finestre in alto a destra davano su un cielo scuro pieno di stelle con una luna quasi nella seconda fase. Lì sotto c'era mia madre: seduta su una sedia all'apparenza scomoda, i lisci capelli neri scompigliati e sotto quella chioma ribelle, gli occhi chiusi con il viso ansioso e rovinato, il quale era appoggiato sul palmo della mano che sorreggeva l'intera testa.
Non mi ero nemmeno accorto che un macchinario stava facendo un suono particolare, ma me ne accorsi soltanto quando mia madre si svegliò e nella camera entrarono dei dottori. Da quel momento tutto fu un po' confuso, ma quando stavo meglio, dopo svariati giorni, ritornai a casa. Ancora non sapevo della notizia che mi stava aspettando.
Passati un paio di giorni, cominciai a chiedere a mia madre di invitare Angelica, la volevo rivedere. Ma poi una sera, mia madre piena di tutto il coraggio che aveva in corpo, mi raccontò per filo e per segno cos'era accaduto.
Quella sera, quando stavamo ritornando dal cinema verso casa, scoppiò una bomba nell'Hotel Velona's Jungle nell'istante in cui ci passammo davanti. Il motivo di questo gesto era perché un famoso giornalista avevo scritto articoli troppo "pesanti" sulla mafia e seppur gli avvertimenti lui continuò, fino a quel tragico incidente.
Sta di fatto che Angelica era morta sotto alle macerie e io, invece, finii in coma per sette settimane a causa di gravi lesioni cerebrali.
Non doveva morire lei, non se lo meritava.
Ci fu un periodo in cui vissi con il rancore in corpo: se non fossimo mai usciti quella sera, se avessimo preso un'altra via, se anche soltanto fosse stata lei dalla parte della strada e io dall'edificio. Non era giusto.
Solo quando cercai di ricordare i miei avvenimenti, mi tornò in mente come lei mi avesse detto che mi amasse e che non dovevo farmene una colpa. Il cuore mi si stava stringendo, non ci potevo credere: ancora non riuscivo a realizzare che lei non fosse più in questo mondo. Non posso semplicemente tornare indietro nel tempo? Avrei voluto in qualche modo togliermelo dalla mente, ma al momento il suo corpo era solo cenere e io potevo rivederla solo nel posto più bello: nei miei ricordi.


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Salvee, allora vorrei fare un paio di precisazioni.
Le senzazioni che lui sentiva e vedeva erano tutte indotte dalla realtà: il té nella tazza perché magari gli stavano lavando i piedi, l'estasi e pace che provava con i prati verdi (e anche in successione) era data dai calmanti -tipo morfina- e l'agitazione invece, dallo svanimento del loro effetto, il fatto che tirava un vento freddo era perché magari avevano accesso l'aria condizionata o aperto una finestra, lo sprofondare nella neve perché gli hanno messo del ghiaccio sul corpo per non farlo surriscaldare, l'impedimento a correre dovuto dal fatto che fosse sotto le coperte e quindi non libero di muoversi, i vari terremoti dovuti ai cambiamenti di pozione per evitare le piaghe da decubito fatti da esterni oppure anche i singhiozzi che lui scambia per risate, invece, è il pianto disperato della madre; ovviamente è realmente la madre a dirgli che ce l'avrebbe fatta a superarlo-il coma- e di tornare presto da lei.
Poi ho voluto usare un filo conduttore: la morte. Il fatto che lui per passare da uno scenario all'altro guardasse se stesso e poi morisse. Vedere prima se stesso per mostrarsi, come a dire "Ehi, io sono ancora qui" e poi Angelica che svanisce -sempre con la morte paragonata al tramonto- a dire "ma comunque lei è morta."

Et voilà!!
E la copertina che ho anche messo sopra :))

Scusatemi se nell'andare a capo c'erano alcune parole che si spezzavano, ho cercato di sistemarle, ma wattpad fa l'antipatico (per non dire "EsseTiErreOEnneZetaO")

1881 parole, senza le aggiunte.

ChiusaNellaMiaMente

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