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CAPITOLO 10.

«Rebecca, muoviti!», urla Jacopo dal salotto.

«Sì, un attimo!», rispondo urlando a mia volta.

Oggi è il mio primo giorno di scuola e sono agitata.

Non conosco nessuno, oltre a Jacopo.

Ho deciso di indossare un maglione granata, una gonna nera a vita alta e le Dottor Martens nere.

Metto poco mascara e mi arriccio le punte dei capelli.

Sono pronta.

Esco dalla camera con un sorriso a trentadue denti e vado verso Jacopo.

«Allora, come sto?», domando.

Jacopo si volta, mi vede e lo sento deglutire.

«Ti prenderei qui sul bancone della cucina», risponde mordendosi il labbro inferiore.

Noto che si è rimesso il piercing.

«Ti ho chiesto come sto, non cosa mi faresti. E comunque amo quel piercing», dico mentre prendo lo zaino.

«Grazie, piccola. Ora però andiamo che è tardi», replica mettendo una mano sul mio braccio.

"Piccola": mi basta sentire quella parola e il mio cuore perde un battito.

Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso la scuola.

«Che lezione hai alla prima ora?», chiede mantenendo lo sguardo fisso sulla strada.

«Filosofia», rispondo leggendo il foglio degli orari che mi hanno dato in segreteria. «Tu?».

«Biologia».

Il suo sorriso.

Le sue labbra.

I suoi occhi.

È perfetto. Troppo, per me.

Io che sono un disastro. Io che porto sulle spalle un bruttissimo passato.

«Siamo arrivati», dice Jacopo scendendo dalla macchina.

Scendo anche io e cammino accanto a lui.

«Amore! Mi sei mancato!», urla una voce stridula.

Ma chi è 'sta ragazza?!

"Amore"?!

Ma "amore" chiamaci qualcun altro.

Lui è mio.

Un attimo... Jacopo è mio? Non lo so.

Una ragazza bionda – finta bionda – si avvicina a Jacopo.

Indossa una gonna e una maglietta scollatissima, entrambe rosa.

Ai piedi ha due scarpe che sembrano dei trampoli. Trampoli fucsia con le paillettes.

Mi chiedo come faccia a non cadere.

Si è truccata troppo, per i miei gusti.

Ma... ho già visto questa ragazza.

Ma certo! È quella che si stava scopando Jacopo a casa nostra!

«Ehi, ciao, Elisa», risponde Jacopo abbracciandola.

Elisa gli dà un bacio a stampo, e io mi sento mancare.

Jacopo non prova neanche a rifiutare; anzi, ci sta eccome!

L'afferra per i fianchi e la bacia con foga.

Che schifo.

Mi viene da vomitare, mi sento male. Mi ha fatto una scenata madornale perché Lorenzo mi ha offerto un passaggio, e ora lui mette la lingua in bocca a quell'oca.

Che rabbia.

Decido di andarmene e mi avvio verso la mia aula.

Entro e trovo tutti seduti ai propri banchi.

«Buongiorno. Lei deve essere la signorina Rebecca Gaetani», dice sorridendo la professoressa.

«Sì, professoressa», rispondo imbarazzata.

«Bene, Gaetani, si vada a sedere vicino alla signorina Boni».

Non so chi sia questa Boni.

Poi scovo una mano alzata e mi dirigo verso quella ragazza.

Mi siede a fianco e lei, è davvero molto bella.

Ha i capelli rossi e gli occhi color verde chiaro. Ha un sorriso splendido e le lentiggini.

«Piacere, io sono Alessia», dice porgendomi la mano.

«Piacere, Rebecca».

La professoressa inizia la lezione, ma io e Alessia non ascoltiamo neanche mezza parola.

«Gaetani e Boni volete pure un caffè?».

«Se ce lo offre lei, professoressa, va benissimo», risponde Alessia.

I nostri compagni di classe scoppiano a ridere, mentre la prof, piuttosto arrabbiata, riprende la sua lezione.

Alessia mi racconta tutto degli studenti di questa scuola.

Le due ore dopo passano velocemente e suona la campanella dell'intervallo.

Quando usciamo in corridoio, vedo Elisa addosso a Jacopo.

La rabbia mi assale.

«Quella che vedi lì è Elisa Frampton, la puttana della scuola», mi dice Alessia. «E quello è Jacopo Venturi, il puttaniere della scuola», continua. «Si è fatto praticamente tutte le studentesse!», esclama ridendo.

«E tu sei stata a letto con lui?», chiedo imbarazzata.

«No! Ma ti pare! È molto bello, certo, ma io sono felicemente fidanzata», mi risponde fissando ammaliata un ragazzo.

«Ma c'è qualcosa tra Jacopo ed Elisa?». Le parole mi escono dalla bocca contro la mia volontà.

«Una volta stavano insieme, ma ora sono solo "scopamici"», risponde facendo spallucce. «Perché me lo chiedi?», mi domanda guardandomi con sospetto.

«Ehm... no, nulla. È solo che Jacopo è il mio coinquilino e vorrei sapere di più sul suo conto. Tutto qui».

«Il tuo coinquilino?! Wow!», esclama stupita Alessia.

Io mi limito ad accennare un "sì" con la testa e intanto guardo ancora Elisa e Jacopo.

I nostri occhi s'incontrano, ma distolgo lo sguardo.

La campanella suona e rientriamo tutti in classe, sembriamo delle pecore al pascolo.

Mi siedo al mio banco, quando un professore entra in aula e urla: «Gaetani è qui?».

«Sì, sono qui», rispondo timidamente.

«Perfetto. Il preside la vuole nel suo ufficio», dice tenendomi la porta aperta.

Cosa avrò fatto?

Frequento questa scuola da appena due ore e devo già andare dal preside?

Mentre percorro il corridoio, una mano mi afferra il polso e mi conduce in una stanza buia.

Provo a urlare, ma mi ritrovo con la bocca tappata.

La luce si accende e vedo due occhi azzurri a pochi centimetri da me.

È Jacopo.

«Ma sei scemo?! Perché l'hai fatto?! Lasciami, devo andare dal preside», dico tutto d'un fiato.

«Calmati. Non devi andare da nessuna parte. Il preside non ti ha chiamata». Sorride e mi lascia il polso.

«Ma il professore ha detto...».

Non mi lascia finire la frase: «Il professore è mio zio. Gli ho detto io di farti uscire».

«Perché l'hai fatto?».

«Volevo vederti». Fa spallucce e si siede su una sedia.

«Io non voglio vederti, quindi ora me ne torno in classe. Ciao».

Cerco di aprire la porta, ma è chiusa a chiave.

«Jacopo, apri subito», gli ordino dandogli le spalle.

Lo sento avvicinarsi. Posa le sue mani su i miei fianchi e mi fa girare. Siamo faccia a faccia.

Vorrei dargli uno schiaffo, mi sto trattenendo a fatica. Non mi piace questa situazione. Non so che fare e sto andando nel panico totale. E soffro di attacchi di panico, tra l'altro...

«Senti, Jacopo...». Il mio respiro inizia ad accelerare.

«Cos'hai?!», chiede lui allarmato.

«Ho bisogno d'aria. O di un po' d'acqua».

Non sono brava a gestire questi attacchi. È da mesi che non ne ho uno. Inizio a tremare, e il respiro è irregolare. Perfetto.

Jacopo mi porta un bicchiere d'acqua e lo bevo a sorsi. Faccio dei respiri lunghi, mi sto calmando.

Per fortuna che non era un attacco violento.

«Puoi dirmi che cos'era?», chiede spaventato Jacopo.

«Un attacco di panico. Non è nulla», rispondo secca.

«Perché mi stai evitando, Rebecca?»

«Perché sì».

«Non è una risposta».

Inizia a passare le mani tra i capelli, in continuazione. È segno che si sta arrabbiando.

«Vatti a scopare di nuovo quella troia di Elisa, oppure valle a mettere la lingua in bocca come hai fatto stamattina», dico in un impeto d'ira.

«Senti, se è...».

Non lo faccio finire e continuo a parlare: «Senti bene, Jacopo. Ti sei completamente scordato di me quando è arrivata Elisa. Ti ha baciato e tu le hai messo la lingua in bocca senza pensare che io ero lì davanti a voi. Ti ricordi quando sei tornato a casa ubriaco e hai fatto una scenata madornale perché Lorenzo mi aveva offerto un passaggio? Bene, quel giorno ho dovuto sopportare tutto quel casino. Ma sai una cosa? Ora basta. Se penso a tutti quei baci o alle notti passate insieme, provo un dolore lancinante. Mi fai male, Jacopo. Troppo male». Le lacrime iniziano a rigarmi le guance.

Il silenzio cala tra noi, si sentono solo i miei singhiozzi.

«E per la cronaca, stasera vado a cena fuori con Lorenzo», dico asciugandomi le lacrime.

Jacopo mi fulmina con lo sguardo. Brava, Rebecca, hai centrato in pieno l'obiettivo.

«Tu stasera non esci con nessuno», sbraita Jacopo.

«Invece sì», lo sfido.

Mi sbatte contro muro, sento il suo respiro in faccia.

«No, Rebecca. Mi dispiace per quello che ho fatto», dice con tono quasi dolce.

«Le scuse non servono».

Cerco di liberarmi dalla sua presa, ma senza successo.

Mi prende il viso fra le mani e mi bacia.

Sento il piercing freddo sulle mie labbra.

Dio, che sensazione bella.

«No, Jacopo. Ora apri questa porta».

Mi libero da quel bacio e fisso il pavimento.

Non voglio assolutamente guardare i suoi occhi azzurri.

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