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"Quindi hai incontrato di nuovo Andrea davanti all'asilo?" Squittì estasiata Nadia.
Eravamo sedute intorno a uno dei tanti tavoli fuori dal bar.
Nonostante sia ottobre le temperature sono ancora alte e si sta bene, non oso immaginare in Piemonte com'è la situazione.
Da ciò che mi riferisce mia madre indossano già le giacche per difendersi dal freddo autunnale.
"Sì." Annuisco e bevo la spremuta che ho ordinato.
"Giacca e cravatta?" Chiede sognante Anna.
"Giacca e cravatta." Ripeto con uno sguardo complice.
Entrambe iniziano a fantasticare immaginando Andrea con quell'abbigliamento.
Ho conosciuto Nadia e Anna casualmente; io e Christian, dopo mesi che ci concentravamo sul lavoro, siamo riusciti a svagarci un po'. Niente di eccessivo, ovviamente. Abbiamo passato la serata in un locale non lontano da casa nostra, grazie a mia madre che è rimasta a casa con Chiara.
Fortunatamente i miei genitori vengono a trovarmi e quando lo fanno, oltre a farmi sentire completamente a casa, mi aiutano in qualsiasi cosa.
Durante il corso della serata ci siamo uniti a Nadia e Anna e da lì siamo diventate inseparabili.
Frequentano entrambe l'Università di Giurisprudenza a Cagliari. A volte le invidio per questo; hanno avuto la possibilità di scegliere il loro futuro mentre io no, ma la vita che ho ora è più che soddisfacente.
"Perchè non ti decidi a fare quel passo con lui?" Anna è schietta, non rispiarma nessuno.
"Non sono ancora pronta e soprattutto decisa." Rispondo diventando subito seria.
"Ciò che è successo con il padre di tua figlia è passato. Non permettere a questo avvenimento di influenzare negativamente il tuo futuro."
Ecco un'altra verità tagliente.
La mia testa vaga tra i ricordi di cinque anni fa e il mio cuore si stringe, facendosi piccolo all'interno del mio petto.
Loro non sanno la realtà dei fatti. Sanno solo che ho deciso di andarmene il più lontano possibile da lui, perchè non era un tipo affidabile.
Non sanno di tutto ciò che abbiamo passato, dei sentimenti che sono riuscita a provare solo grazie a lui.
Conoscono Jacopo come il padre di mia figlia, non sanno neanche il suo vero nome, la sua identità.
Ho lasciato che qualche spiraglio del mio passato entrasse nel mio presente, ma lui è un ricordo che a volte ritiro fuori dal mio cassetto della memoria e deve rimanere tale.
Quando sto per aprire bocca per rispondere, mi squilla il telefono.
Ringrazio mentalmente chiunque sia, ma quando leggo il nome sullo schermo sbuffo sonoramente.
"Michele, ciao." Dico con tono visibilmente scocciato.
"Ciao, Rebecca. Avrei un favore da chiederti."
"Dimmi." So già di cosa si tratta, ma continuo a sperare che non sia quello.
"Una cameriera si è sentita male e questa sera abbiamo tante prenotazioni, più del solito. Puoi venire tu? So che è il tuo giorno libero, ma ne ho bisogno."
Rimango in silenzio vedendo già sfumare la serata che avrei dovuto passare con Chiara.
Non sentendo nessuna risposta, Michele tenta di convincermi nel modo che usano i capi con i propri dipendenti.
"Ti aumento lo stipendio di questo mese."
"Non lavoro gratis. Attacco alle otto."
"Grazie, a sta sera." Chiude la chiamata e io poso bruscamente il telefono sul tavolo.
Per quanto io abbia la lingua tagliente, Michele se lo fa andare bene perchè svolgo bene il mio lavoro.
Nessun capriccio, nessuna esigenza in particolare, lavoro continuamente. Lo faccio per me e la mia famiglia e per famiglia intendo anche Christian.
"Ti ha chiesto di nuovo di andare?" Nadia mangia l'ultima patatina dal piatto in cui le è stato servito l'aperitivo.
Annuisco ancora infastidita dalla chiamata appena ricevuta.
Mi guardano entrambe con occhi sospetti.
"Dovevo passare la sera con Chiara." Dico soltanto.
"Capirà." Anna mi stringe una mano "È una bambina sveglia."
In effetti è così. Mi dispiace soltanto trascurarla in questo modo. Voglio essere il più presente possibile.
Mi alzo recuperando il telefono e le chiavi della macchina dal tavolo. Saluto velocemente le mie amiche e con disinvoltura mi avvicino alla mia macchina.
Cerco il contanno di Christian in rubrica e lo chiamo non appena allaccio la cintura.
"Dimmi tutto, raggio di sole." Mi risponde con tono sarcastico.
"Ordina due pizze per pranzo." Dico soltanto collegando il telefono al bluetooth dell'auto.
"Che succede?"
"Tra dieci minuti sono a casa."
Stacco la chiamata e mi metto alla guida.
È una nostra tradizione, ormai, ordinare delle pizze quando uno dei due è giù di morale o è di cattivo umore.
Fortunatamente ci capiamo al volo; perfetti migliori amici, perfetti compagni di vita.



"Doveva essere il nostro lunedì libero!"
Christian addenta una fetta di pizza troppo bollente e agita le mani in direzione della bocca aperta nel vano tentivo di trovare un po' di sollievo.
"Lo so, ma quei soldi ci servono. Michele, poi, mi ha anche detto che sta sera le prenotazioni sono tante."
Faccio spallucce sperando di nascondere il mio umore nero.
"Lunedì prossimo stai a casa."
Annuisco continuando a mangiare guardando la Tv.
Sarebbe una perfetta scena d'amore: io e lui, seduti su un divano a mangiare cibo spazzatura e a scambiarci continue battute.
Peccato che non sia così.
La verità è un'altra e in questa realtà i castelli che costruisco non esistono, sono solo nella mia testa.
Mi deludo da sola per i miei stessi pensieri.
Io, Rebecca Gaetani, sono una donna indipendente. Non ho bisogno di nessuna figura maschile al mio fianco per stare bene.
"Ti accompagno e ti vengo a prendere io." Christian interrompe i miei pensieri.
"Domani lavori. Non puoi venirmi a prendere."
"Non ti lascio guidare con questo buio, non se ne parla."
Sorrido e poso la testa sul suo petto, mettendomi comoda.
Lo guardo attentamente.
Alcuni ricci biondi gli ricadono sulla fronte corrucciata. La spensieratezza traspare dal suo sguardo concentrato a guardare la Tv.
"Smettila di fissarmi. Non riesco a mangiare." Incastra i suoi occhi nei miei e mi guarda severo.
Lo scimmiotto e scoppia a ridere rischiando di soffocarsi con una patatina.
Appena finisce di togliersi dalle labbra dei residui di pomodoro, mi lascia un bacio tenero sul naso.
"Vai a riposare. Penso io a tutte le faccende e a prendere Chiara."
Ringrazio il mio migliore amico e senza farmelo ripetere due volte sgattaiolo nella mia stanza.
Mi cambio velocemente indossando un paio di leggins neri e una maglia del medesimo colore, per stare comoda.
Mi fiondo sotto le coperte e non appena tocco il letto, mi addormento.


"Cosa guardiamo sta sera? Il Calice di Fuoco o L'ordine della Fenice?"
Apro gli occhi lentamente sentendo la voce di Christian.
"Il Calice di Fuoco. Mi piace di più."
Sento anche la presenza di Chiara e realizzo che ho dormito troppo.
Afferro il telefono e guardo l'ora: 19:00.
"Merda!" Dico a voce alta.
"Si è svegliata tua madre." Dice Christian schernendomi.
Mi trattengo dal rispondergli male e mi passo una mano sul viso.
Sento la porta aprirsi e subito dopo il materasso si abbassa sotto il peso di qualcuno.
Due piccole  braccia mi circondano il collo e l'odore di bagnoschiuma alla fragola mi invade le narici.
"Perchè non stai con noi, mamma?" La voce di Chiara sembra spezzarsi mentre pronuncia l'ultima parola.
Mi sento letteralmente morire dentro.
Mentre le accarezzo i capelli la tiro più vicino a me.
"Devo lavorare, ma ti prometto che il prossimo lunedì starò con voi."
Annuisce in silenzio e continua a tenermi stretta.
"Com'è andata all'asilo?"
"Una mia compagna continua a prendermi in giro, perchè non mi piace giocare con le bambole." Mette il broncio e nasconde il viso nell'incavo del mio collo.
"E tu prendila in giro perchè le piace giocare con le bambole."
"Ma tutte lo fanno!"
"È solo comune; comune non è sinonimo di normale." Le accarezzo la schiena nuda sotto la maglia.
"Cosa significa sinonimo?" Chiede guardandomi stranita.
Rido leggermente "Te lo spiegherò un'altra volta."
Mi alzo dal letto e la prendo in braccio.
"Ora, però, devo prepararmi."
La metto a terra e non appena i suoi piccoli piedi entrano a contatto con il pavimento, corre subito in cucina da Christian.
Guardo l'ora e mi costringo ad andare in bagno a vestirmi, pensando alla serata stancante che dovrò affrontare.


"Niente cibo spazzatura e a letto alle dieci." Dico severa guardando Christian, come se fosse lui il bambino della situazione.
"Certo, sergente."
Chiara, sentendo Christian, scoppia in una buffa risata.
"Mi raccomando." Lascio un bacio sulla fronte a mia figlia e uno sulla guancia al mio migliore amico.
Apro la portiera della macchina e scendo, ma nel momento in cui sto per chiuderla sento Riccioli d'Oro pronunciare patatine fritte.
Lascio perdere, rinunciando a discutere con quelle due teste dure.
Mi stringo nella mia misera giacca e fisso il ristorante di lusso che ho davanti. Sbuffo, ma le mie gambe stanno già andando in direzione dell'entrata.
Appena entro il cameriere addetto a stare all'entrata ad accogliere i clienti, mi riserva un caloroso sorriso.
Ricambio svogliatamente; non è serata.
Mi rifiuto di guardare la sala per non peggiorare il mio umore. Sarà dura oggi.
Entro nell'area riservata ai dipendenti e lascio la borsa e la giacca nel mio armadietto, afferando il grembiule per poi allacciarmelo in vita.
Mi guardo allo specchio: ho i capelli raccolti in una coda alta e il viso senza nemmeno un filo di trucco.
"C'è da spararsi."
Martina, una mia collega, sbatte la porta alle sue spalle visibilmente arrabbiata.
"Quante persone Snob ci sono?" Chiedo temendo la sua risposta.
"La sala ne è piena. Le donne sono micidiali." Si passa nervosamente una mano tra i capelli corvini.
"Una signora ha mandato indietro la sua insalata ben due volte, perchè sosteneva che non avesse abbastanza pomodori e olive. Sono stanca di assecondare i capricci di queste persone che ci trattano come se fossimo inferiori, solo perchè non abbiamo qualche milione in banca come loro." Continua sconfitta.
Vorrei confortarla dicendole che condivido a pieno il suo pensiero, ma le parole mi muoiono in gola non appena Michele fa irruzione nella stanza.
"C'è molto da fare." Con un gesto brusco indica la porta e Martina, con le lacrime agli occhi, esce senza dire nemmeno una parola.
Verme. Sei proprio un verme.
Lo guardo con aria glaciale e lo costringo a distogliere lo sguardo. Mi piace fare questo effetto alle persone.
Seguo a ruota la mia collega e mi fiondo davanti alla cucina.
"Giorgio." Richiamo l'attenzione dell'aiutante dello Chef..
"Rebecca!" Si illumina non appena mi vede.
È molto giovane, ha diciassette anni, ma la voglia di aiutare la sua famiglia economicamente supera di gran lunga i suoi anni.
"Chi mi tocca questa sera? La coppia di anziani con più auto di un concessionario o la coppia di giovani là in fondo? Probabilmente il ragazzo sarà il capo di un'azienda, mentre la ragazza è una delle tante ragazze che vizia in cambio di..." Giorgio non mi fa finire la frase che fa dei gesti confusi con la mano non impegnata.
"Ho capito, tranquilla." Ride scuotendo la testa.
Se non ci fossi io questo posto sarebbe un mortuorio, diamine.
"Tieni questo tavolo, non mi piace. Quella ragazza mi intimorisce." Martina compare e poi scompare nuovamente, facendo lo slalom tra i vari tavoli.
Guardo il numero del tavolo: 13.
Lo individuo con lo sguardo ed è posto vicino a quello degli anziani a cui facevo riferimento.
Osservo quella donna da lontano.
Indossa un abito nero di pizzo a mezze maniche. Due diamanti brillano sulle sue orecchie e un rossetto rosso valorizza le sue labbra carnose.
I capelli biondi ricadono sulle sue spalle, arricciati sulle punte.
Rimango incantata per un momento davanti a così tanta bellezza, ma mi riprendo.
Afferro il mio block notes e la mia penna e mi dirigo decisa verso di loro.
Mentre cammino sento pezzi di conversazioni di persone a me sconosciute. Soldi, macchine e affari sono gli argomenti principali; non potrebbe essere mai il mio mondo.
"Buonasera, volete già ordinare?" Chiedo gentilmente
La mia attenzione ricade sulle mani del ragazzo. Sono grandi e le dita sottili sono tempestate di anelli.
Risalgo con lo sguardo lungo il braccio per poi finire a guardare la sua figura.
Indossa uno Smoking nero di chissà quale marca. Le sue spalle grandi vengono fasciate perfettamente dal tessuto e i suoi capelli neri come la pece rende il tutto più armonioso.
"Vuoi continuare a fare una radiografia al mio ragazzo o vuoi prendere le nostre ordinazioni?" La voce puntigliosa della bionda mi costringe a distogliere lo sguardo da lui.
"Certo." Cerco di mantenere la calma.
"Per me Rigatone integrale, pomodoro abbrustolito e ragù alla bolognese. Per te, amore?"
Segno tutto velocemente, aspettando anche il piatto del ragazzo, ma iprovvisamente è calato il silenzio.
Cerco di non distogliere lo sguardo dal block notes e mi concentro sulla mia scrittura.
"Rebecca?"
Traccio una linea lungo tutto il foglio.
Un brivido mi percorre tutta la schiena e le mani mi iniziano a tremare.
Non è possibile. Non è fottutamente possibile.
Cinque anni passati a costruirmi una corazza, una nuova vita intorno a me, vengono distrutti da una sola parola.
Il destino si è ancora una volta beffato di me.
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AAAAAAAAHHH!
Mi sono divertita a scrivere l'ultima parte, non adiatemi tantissimo.
Chi indovina com'è diventata la vita di Jacopo in questi cinque anni, riceverà tanto abbracci dalla sottoscritta.




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