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Solo una telefonata

- Bonjour? Bonjour?! – sbraitò, rossa in viso per la rabbia la ragazza, ovviamente pronunciando il saluto francese con un marcato accento polacco. – Ti sembra un buon giorno? – la sua voce era dura, il suo volto teso. Tremava la sua voce, tremava come se la sua gola bruciasse ed i suoi occhi stessero per incominciare a piangere. Ma il suo tono non era triste, non sembrava fosse disperato come il tremolio delle sue labbra lasciava intuire. Aveva un tono profondo, quasi di disprezzo mischiato a rabbia. I suoi occhi umidi erano infuocati, illuminati da quel furore che solo il dolore più forte riesce a scatenare. Il suo viso era contratto in una strana smorfia, le guance erano tinte di un rosso acceso e scarlatto, mentre i denti affondavano nelle sue rosee labbra, per sfogare l'evidente frustrazione che si teneva dentro. – Pensi davvero che qui sia un bel giorno?- ripeté lei, sottolineando, con il tono di voce, la parola "qui", pronunciandola come a voler far sentire in colpa l'interlocutore, magari a fargli ricordare di non essere presente.

- Non dicevo questo, sergente... volevo solo essere cortese.- non avendo la cornetta direttamente attaccata al mio orecchio non riuscivo a sentire bene le parole del francese che rispondeva all'altro capo della radio. Le interferenze, tipiche nelle chiamate effettuate con quelle radio di fortuna, modificavano e nascondevano il tono dell'interlocutore, non riuscivo quindi ad immaginarmi il suo stato d'animo.

- Se vuoi essere cortese impara a mantenere le promesse.- a seguito di questa frase, la giovane si lasciò andare in un'infinita lista d'insulti, buttando fuori tutta la rabbia ed il dolore che aveva nel cuore. Teneva i pungi saldamente stretti in un fallito tentativo di placarsi e di trattenersi.

- Oh, God, sergente, la prego, si potrebbe contenere..?- una seconda voce si fece sentire al di là del filo. Nuovamente non riuscii a decifrare il tono della voce, ma non mi sfuggì un chiarissimo accento inglese. Ovviamente, capii a quel punto chi fossero i due dall'altra parte della trasmissione radio: Francis Bonnefoy e Athur Kirkland, niente meno che le due grandi democrazie europee dell'epoca Francia ed Inghilterra.

A quel punto, lo ammetto, non riuscivo a biasimare la reazione alquanto violenta e maleducata della giovane soldatessa verso i due uomini. Dopo l'invasione della Cecoslovacchia, i cui due rappresentanti erano imparentati con Feliks, cominciai ad informarmi sullo sviluppo dei rapporti con la Germania e l'Europa. Immaginavo già che i Beilschmidt ed il loro capo non si sarebbero fermati lì e, vista la spiacevole condizione del corridoio di Danzica, non potevo che temere un attacco tedesco ai danni del mio Polonia. Il capo di Russia non venne invitato alla conferenza di Monaco e questo complicò non poco la mia assetata ed agitata ricerca di informazioni. Avevo paura che il mio Feliks venisse abbandonato, avevo paura che lasciassero indisturbato Germania con la sua mania di fare la guerra, avevo paura che le potenze d'Europa lasciassero quella piccola fiamma accesa senza curarsi del fatto che sarebbe potuta crescere e trasformarsi in un enorme ed indomabile incendio. Le mie paure però si placarono, almeno in parte, quando mi arrivò voce di un'alleanza tra il mio Polonia e Francia ed Inghilterra. Non riuscii a scoprire molto riguardo a tale alleanza, sapevo solo che, viste le intenzioni non propriamente buone di Germania, in caso di necessità, i due sarebbero intervenuti in aiuto della giovane repubblica polacca. Certo, in un clima come quello non c'era proprio da abbassare la guardia, ma, sapendo che Polonia poteva contare sulla protezione di due potenti nazioni, riuscii a dormire sogni tranquilli... Avevo la sensazione che, sapendo di avere quei due contro, Ludwig non avrebbe alzato mano contro Feliks, speravo si sentisse minacciato, che, come dire, si contenesse e accettasse la sconfitta. Poi arrivò il 23 Agosto del 1939 e questa mia speranza svanì dissolvendosi nel fumo delle fiamme di quella crudele guerra. Germania aveva trovato un altro alleato ancor più forte di Francia ed Inghilterra, aveva dalla sua parte l'URSS e nulla più lo fermò. Ma Polonia era protetto da un'alleanza, giusto? E allora dov'erano in quel momento Francia ed Inghilterra?

- No che non mi contengo...- non feci finire neppure la frase alla povera Zofia che, mosso da una forza interiore che mi bruciava il cuore, le strappai via la cornetta dalle mani, con un movimento involontario ed automatico, portandomela all'orecchio. La giovane rimase immobile qualche attimo appena come a realizzare quanto fosse accaduto. Sbuffò pesantemente voltandosi verso di me, mostrandomi tutte le sfumature rossastre del suo viso infuriato ed irritato. Ma non disse nulla. Rimase lì a fissarmi con gli occhi tanto freddi quanto comprensivi mentre, sospirando, cercava di rilassare i muscoli tesi e di calmarsi, per poi avvicinare l'orecchio al mio viso, cercando comunque di capire come procedeva quella conversazione.

- Inghilterra...- il mio fu quasi un sussurro tanto roco quanto tremante. – Francia...- li chiamai entrambi cercando di arrestare il violento tremolio delle mie labbra mentre, con lo sguardo basso, fisso ad osservare gli strani pulsanti della radio, sentivo i miei occhi riempirsi di lacrime amare. Non capivo il perché di quelle lacrime, non volevo più apparire debole, ma quell'infinità di emozioni che mi confondevano il cervello non mi lasciavano più il controllo del mio corpo, delle mie azioni. Ero arrabbiato si, arrabbiato con loro per aver abbandonato il mio Feliks, anzi ero infuriato, ma allo stesso tempo ero addolorato, mi sentivo solo, solo come lo era Feliks, incredibilmente solo mentre, ancora costretto ad ascoltare in lontananza gli spari del fronte, non potevo fare a meno di aver paura.

Dall'altra parte ci fu un lungo periodo di esitazione quando, a colmare quell'imbarazzante silenzio si udì una voce roca. – Lituania..?- Francis sembrava stupito di sentire la mia voce, ma non fece alcuna domanda sul perché mi trovassi lì. Era risaputo che a livello personale tra me e Feliks ci fosse sempre stato un bel rapporto, ricco di alti e bassi, molto bassi a volte, e che, per quanto le nostre condizioni politiche ci permettessero, eravamo sempre l'uno al fianco dell'altro se c'era bisogno. Sempre... o quasi. – Lituania senti...- continuò il francese con il classico tono di chi sta per farti un discorso iperarticolato e complicato per esporre la propria scusa ed il proprio punto di vista. Ma io non volevo, non avevo bisogno di una ramanzina, né avevo bisogno di star ad ascoltare le sue ragioni. La forza inumana del rancore che provavo verso lui ed Inghilterra quasi mi soffocava e l'unica cosa che mi sentivo di fare era sfogare quella mia rabbia contro di loro, volevo solo liberarmi di quel peso.

- Non mi interessa, non voglio ascoltarti.- non mancavo mai, e dico mai, di rispetto ad una nazione, pazzi nazisti e russi a parte... ma quel giorno non sentivo ragioni volevo solo sfogare quella rabbia inumana, quel sentimento d'odio e solitudine che provavo. – Perché lo avete fatto?- a questo punto la freddezza della mia voce si trovò in contrasto con un primo singhiozzo strozzato che, sfruttando il caos che avevo dentro, decise di uscire accompagnato dalle prime lacrime dolorose che iniziarono a scivolarmi lungo le guance. Non volevo piangere, non volevo che dall'altra parte sentissero i miei singhiozzi, ma non potevo fermarmi, per quanto tentassi di reprimere il dolore e la sofferenza queste erano troppo forti così lasciai che le lacrime sbucassero fuori, sfogandomi in un silenzioso e leggero pianto.

- Lituania, cerca di capire...- la voce dell'inglese sovrastò quella del francese pronunciando quella stupida ed inappropriata frase. Capire? Cosa dovevo capire? Cosa c'era da capire? L'avevano abbandonato, gli avevano teso la mano prima che precipitasse nel precipizio della guerra e, prima che Polonia riuscisse ad afferrare la presa, l'avevano ritirata e l'avevano osservato cadere sempre più in basso, inghiottito dall'oscurità. Cosa c'era da capire in questo gesto? Quale giustificazione potevano mai avere?

- Cosa dovrei capire? – cercavo di apparire fermo e deciso, ma, nel fallito tentativo di fermare il tremolio delle mie labbra, non feci altro che mettere in risalto il doloroso nodo alla gola che m'impediva di apparire sicuro.

Ancora dall'altra parte mi giunse il silenzio. Esitarono a rispondere, avevano capito che da noi la situazione era disperata, che io ero disperato... probabilmente stavano riflettendo su come esprimere le loro ragioni senza ferire ancora di più il cuore mio e di tutta la Polonia che, da loro, si sentivano traditi.
Nel silenzio, in attesa di una risposta, riuscivo solo a sentire il ronzio acuto e fastidioso dei miei pensieri, sentivo battere all'impazzata il cuore per la rabbia che lo riempiva, come se volesse distruggermi le costole ed uscire fuori dalla cassa toracica. Sentivo il mio respiro farsi più rapido ed irregolare man mano che il cuore aumentava la velocità dei battiti, sentivo dei rari singhiozzi animare quel silenzio, bruciandomi la gola e facendomi morire in bocca qualsiasi parola. Sentivo le lacrime inondarmi gli occhi finché le mie povere palpebre non riuscirono più a contenerle e ne lasciarono uscire un paio che, nel loro scendere lungo le guance, portarono via una minuscola parte delle mie angosce. Il pianto è sempre stata per me una magnifica fonte di sfogo, ma allo stesso tempo fu causa di molte umiliazioni davanti ai miei nemici. Non volevo piangere, ma non potevo farne a meno.
Zofia vide immediatamente le lacrime e mi sorrise comprensiva, probabilmente voleva piangere anche lei, sicuramente quella sensazione d'abbandono tormentava anche lei, ma si conteneva. Per quanto avevo capito, lei la frustrazione la sfogava con la rabbia.

- Noi...- ad interrompere il silenzio fu la voce dell'inglese che, comunque, non proseguì la frase e non mi diede una buona giustificazione.

- Noi non possiamo intervenire, Toris.- proseguì Francia, pronunciando queste parole tutte d'un fiato, come se volesse sbrigarsi a liberarsi di un peso atroce. Il fatto che mi avesse chiamato col mio nome di battesimo, e non "Lituania" come sarebbe giusto fare tra nazioni, mi toccò particolarmente. Di solito questo tipo di "informalità" si concede solamente tra amici, se così si può dire (ne siamo l'esempio io e Polonia), oppure se si parla di argomenti strettamente personali e non politici. La questione di cui stavamo parlando, seppur dolorosa e ricca di moralità, rientrava comunque strettamente nella fascia di discorsi politico-militari, il fatto che Francia abbia utilizzato il mio nome di battesimo significava molto. Aveva capito che il motivo centrale del mio dolore era la sofferenza di Feliks, il fatto che dovesse sopportare il male di quella guerra senza l'aiuto di chi glielo aveva promesso, aveva capito che quella questione riguardava la mia sfera emotiva, aveva capito che era una questione personale e mi rispettava. Questo gesto mi calmò, ma le lacrime non smisero di scorrere, facendo diventare le mie parole una supplica disperata, mentre, scoraggiato, non avevo più la forza di trattenere i singhiozzi.

- Perché..?- la mia era più una domanda retorica, non era mirata a sapere perché non potessero intervenire. Questa frase, pronunciata con un lieve e scoraggiato fil di voce, era rivolta al fato, al destino, ovviamente a Dio, era rivolta alle forze superiori che lasciavano che ciò accadesse. Ero addolorato, non riuscivo ed ancora oggi non riesco ad accettare che tutto quello stesse accadendo veramente al mio Polonia e alla sua amata nazione. Tutti, tutti i più brutti mali della terra sembravano essersi accaniti su di lui per una qualche ragione sconosciuta e lui, abbandonato, doveva affrontarli. Mi chiedevo perché, perché proprio a lui? Perché non io, non chiunque altro, perché tutto quello devesse accadere. Mi chiedevo perché, ma non riuscii mai a trovare una risposta.

- Toris, noi non siamo pronti...- di nuovo il francese cercava, quasi disperatamente, di giustificare la loro assenza. Le sue parole erano vuote per me, dovevano salvarlo, non accettavo scuse, ma la sua voce diceva più di tutto. Come la mia tremava, come la mia sembrava triste. Che si sentisse in colpa mi sembrava il minimo, ma quella voce così roca e sofferente mi servì, in quel momento, come un'amara consolazione. Almeno loro di Polonia si ricordavano.

- Perché no..? V... Voi siete potenti, forti... Polonia no...- balbettavo e singhiozzavo cercando disperatamente di lottare contro il nodo che mi stringeva la gola. Le parole sembravano non voler oltrepassare la soglia delle mie labbra tremanti, bloccate da un lancinante dolore all'anima che, ormai sconfitta, stava accettando l'idea che Feliks fosse solo, solo senza nessuno capace di aiutarlo... neanch'io riuscivo, infatti, a proteggerlo.

- Non lo siamo come pensi.- l'inglese, con una certa amarezza, aveva sospirato pesantemente pronunciando questa frase, come se gli facesse male ammettere questa realtà.

- C... cosa?- mi sentivo confuso ma allo stesso tempo a pezzi, demoralizzato, come se quelle parole fossero state dei proiettili di piombo e me le avessero sparate dritte al cuore. Come non lo erano? Loro erano Francia e Inghilterra, erano sempre stati forti, sempre stati potenti. Da quando io e Polonia avevamo perso la nostra forza ed eravamo stati sconfitti, sottomessi da altre nazioni, avevo sempre invidiato la loro grandezza... ed ora? Come sarebbe a dire che non erano abbastanza potenti?

- Toris, abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere...- bisbigliò nuovamente Francia sospirando amaramente. – Io ho attaccato il confine Tedesco, ma sono stato costretto a ritirarmi, Inghilterra ha dichiarato guerra a Germania ma...- non gli feci finire la frase, non avevo voglia di sentire altro e, distrutto ormai e privo di speranza, mi lasciai andare in un violento pianto liberatorio.

- Pensate che basti..? – alzai la voce, sovrastando i fastidiosi singhiozzi che cercavano di soffocare ogni parola che provassi a dire. – Qui non hanno forze per difendersi, non possono continuare da soli...- le lacrime scorrevano rapide lungo le guance, lo stomaco bruciava come l'inferno. Eravamo soli, la Polonia era sola.

- Toris, tutto il mondo ormai è contro Germania!- a sua volta l'inglese alzò la voce, cercando di sovrastare la mia, ma non con tono di rimprovero o arrabbiato, sembrava volesse consolarmi in qualche modo. Ma questa frase, questa maledetta frase, mi uccise più di tutte.

- Allora perché nessuno fa nulla?!- urlai con tutto il fiato che avevo in gola, con tutta la rabbia che avevo nel cuore, lanciando, letteralmente, con estrema non violenza la cornetta contro l'apparecchio radio.

La tirai con forza, la tirai con rabbia, la tirai immaginando di tirarla in testa a quei due. Mi sentii in parte meglio con quest'atto di sfogo. Ora capivo come faceva a sfogarsi Zofia, e devo dire che è molto più efficace di un pianto. Sfogai la mia paura, la mia tristezza, quella sensazione d'abbandono e tutta la rabbia che provavo non solo per Francia ed Inghilterra, ma per l'intero mondo che, davanti alle ingiustizie tedesche e sovietiche facevano altamente finta di nulla. Odiavo tutti, tutti, avevo perso la speranza, volevo solo che tutto finisse, che tutto tornasse tranquillo come ai vecchi tempi, quando non eravamo noi ad implorare aiuto agli altri, ma appunto quando gli altri dovevano implorare il nostro.

Zofia mi guardò stupita, quel gesto violento la turbò, ma non fece domande. Anch'io ho un limite, nonostante sia famoso per la mia grande pazienza, anch'io ogni tanto ho bisogno di tirar fuori la rabbia, la telefonata con Francia ed Inghilterra fu quasi un pretesto. Mi sentivo libero, mi sentivo meglio, volevo solo calmarmi e tornare da Feliks.

- Signore...- un'infermiera, pochi attimi dopo la mia sfuriata, giunse da me. La sua espressione sembrava felice, per quanto lo potesse essere, e, dalla sua euforia, sembrava portare buone notizie. – Il signor Łukasiewicz è sveglio, chiede di lei!- e buona novella migliore di questa non poteva esserci per me.

Sul mio viso rosso e ribollente di rabbia comparve un sorriso raggiante e sollevato, i miei muscoli si rilassavano. Volevo solamente vedere Feliks ed il fatto che lui, appena sveglio, avesse chiesto di me mi fece sentire tanto importante quanto felice e soddisfatto. Volevo dimenticare la rabbia, volevo vedere i suoi occhi, volevo sentire la sua voce, volevo gustare le sue labbra. Stava bene, era sveglio, non dovevo fargli vedere la mia rabbia, non volevo farlo preoccupare, non volevo informarlo di quanto detto dai suoi "alleati". Volevo che lui vedesse solo la parte più dolce di me, la parte piena di quell'amore riservato solo ed unicamente a lui.

- Feliks...- sussurrai dolcemente, sospirando e, senza pensarci due volte, corsi verso la tenda dove l'avevo lasciato a riposare, aspettando di poterlo avere di nuovo tra le mie braccia.



***angolo autrice***

Bhe, avete visto quel disegno bellissimo ad inizio capitolo? Bien, è stato creato da e, davvero non ho resistito, dovevo metterlo. Detto ciò io vi saluto anime belle, al prossimo capitolo! Maremma putrefatta! (L'ho sentito dire da un vecchietto toscano, non fate domande)

PS: Scusate se ho fatto passare Iggy e Frog per degli stronzi, è colpa di Liet (?)



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