La resa
E i giorni presero a scorrere sempre più lenti, sempre più pesanti, angoscianti. Non permisi a Feliks di uscire dal bunker, non quanto lui desiderasse. Avevo paura, troppa paura, e questo mi pare più che lecito. Avevo visto troppa slealtà, troppa crudeltà, e il mio Polonia amato doveva essere protetto quanto più possibile. Avevo appreso che, in quella guerra, non esisteva e non sarebbe mai esistita la morale, che quei maledetti criminali non avevano una coscienza, un cuore. In quell'inferno di fuoco che lentamente stava avvolgendo il mondo intero non esisteva l'umanità, solo pura violenza sconfinata, una violenza che aveva imparato a non guardare in faccia nessuno, né donne, né uomini, né bambini, né colpevoli, né innocenti. E appresi che nessuno sarebbe stato più al sicuro, che la violenza aveva ormai trovato rifugio in ogni angolo, nei cieli, in terra, che solo tra le mie braccia avrei potuto sperare di dare rifugio al mio amato. E lo imprigionai, gli strappai le sue candide ali e gli tolsi la libertà di poter combattere e difendere il suo popolo. Il bunker era un rifugio sicuro, di certo non inespugnabile, ma comunque protetto. Lì sotto, dove l'aria era pesante e i mormorii molesti struggevano le orecchie, il male della guerra sembrava più lontano. Tremavano le pareti quando una bomba cadeva per le vie, risuonavano tra i corridoi le urla di chi all'esterno doveva lottare contro la violenza, ma quel male non riusciva mai a varcare la soglia del bunker. Ricordo che coprivo Feliks con una coperta di lana rossa, calda e morbida, ogni volta che incombeva su di noi un bombardamento. La mettevo sulle nostre teste e ce ne stavamo lì sotto come se fosse un ulteriore rifugio, un castello, una casa confortevole e calda. Polonia tremava, piangeva, si lamentava di un dolore insopportabile all'altezza del petto, dove risiedeva il suo cuore, la sua vita, la bella Varsavia ferita. E quanto soffriva, quanto gli faceva male, e quante lacrime mi fece versare con il suo dolore. Io lo tenevo abbracciato, quanti baci lasciai sulla sua pelle, ma il suo dolore, la sua angoscia, la sua paura non potei alleviarli. Dormiva poco, mangiava ancora meno, tentava di fuggire dalle mie braccia, di uscire, di esporsi a quel male esattamente come facevano i suoi fratelli connazionali. Era arrabbiato con me, oh quanto lo era, perché lui non era un codardo come me, non voleva rimanere lì sotto, dove era inutile. E in quei giorni la tensione si tastava nell'aria, faceva quasi più paura della guerra, e rese lo scorrere del tempo tremendamente più angosciante. Sembrava che le ore non passassero mai, che quella prigionia sarebbe durata in eterno. Ma, e questo prima o poi doveva accadere, arrivò il giorno. Il giorno in cui il nostro destino venne deciso ed il futuro del mondo intero forgiato.
Il 28 Settembre il cielo era nero di nuvole, l'aria era umida, come se il mondo fosse giunto sul punto di piangere. Non si era mai veramente parlato di una possibile resa nei giorni precedenti, nonostante l'arrivo di un'imminente sconfitta fosse ormai tristemente chiara, e, anche per questo, quel giorno fu per noi particolarmente scioccante. Era parecchio tempo che né io né Feliks mettevamo piede fuori dal bunker, la situazione all'esterno era per noi quasi un mistero, non sapevamo, noi, in quali condizioni la capitale versava. Quella mattina ci svegliarono tremendi rumori dall'esterno, forti e vicini, troppo vicini. Capii subito che stava avvenendo qualcosa di spiacevolmente inatteso. Feliks aprì gli occhi di scatto, quella mattina, quando di solito era abituato a svegliarsi con malinconica calma, e mi strinse il braccio.
- Sto morendo.- mi disse, ed io capii. Si strinse un pugno sul petto, gemette ed i suoi occhi si fecero lucidi di dolore e sofferenza. Gli tenni la mano, fredda, bianca, e lo presi in braccio, cautamente.
Polonia gemeva ad ogni movimento, ogni suo muscolo era teso in preda a spasmi dolorosi e agonizzanti, i suoi capelli persero il loro splendore. Non indossai neppure la divisa, rimasi in camicia e pantaloni, a malapena mi misi le scarpe. Avvolsi Feliks in una coperta, gelido e pallido com'era, e corsi fuori dalla stanza, fiondandomi in corridoio, tenendo stretto il mio sofferente amato. Decine di generali e ufficiali s'erano fiondati fuori dalle loro camere, la maggior parte di loro sfoggiava amaramente un'espressione di resa, come se già nelle loro menti fosse evidente ciò che di lì a poco sarebbe successo. Per i corridoi sembrava essersi creata una lenta e triste processione, nessuno aveva veramente intenzione di uscire allo scoperto, troppo spaventati all'idea di doversi arrendere sotto le armi del nemico ormai vincitore. Feliks respirava piano, debolmente, gli occhi lucidi di lacrime e le guance arrossate. Quando fui finalmente sulla soglia d'entrata esitai, gettando uno sguardo all'esterno, stringendo spaventato Polonia tra le braccia. Davanti a noi s'innalzava alta e fiera quella che era stata la barricata più insormontabile innalzata per proteggere il quartiere. Quella mattina era ormai ridotta ad un misero cumulo di macerie e detriti, fragile, distrutta, corrosa dalla violenza del nemico, simbolo di come, priva di forze, la nazione fosse ormai crollata. Dall'altra parte si poteva facilmente assistere all'avvicinarsi di carri armati, mortai e soldati a piedi, vigliacchi, che usavano come scudo una processione di civili innocenti raccattati nelle vicine campagne. Famiglie intere polacche, donne con in braccio fagotti piangenti, ragazzini dalle gambe magre e tremanti erano costretti a marciare davanti al nemico ed aprire loro la strada, ostaggi, vittime sacrificali. Sulla barricata cadente cecchini e soldati puntavano le armi contro lo scudo innocente, le loro dita tremavano sui grilletti, nessuno osava sparare. E così il nemico si faceva sempre più vicino e rubava indisturbato le loro terre, marciava ereticamente per le strade della città sfruttando le vite degli indifesi. I generali, nascosti come me dalla debole barricata, s'interrogavano disperati sul da farsi. La massa di prigionieri marciava a testa bassa, le madri stringevano i figli, sembravano ormai rassegnati al loro destino. Molti non sembravano neppure temere i fucili polacchi, che li puntavano dall'alto della barricata. Molti, anziani e giovani rampolli della fiera Polonia, avevano il viso calmo, sembravano quasi attendere il loro eroico sacrificio. I bambini tremavano e le madri li proteggevano con il proprio corpo, in attesa della raffica di proiettili, in attesa che giustizia venisse fatta. Fieri, nobili, i polacchi erano pronti al sacrificio estremo pur di annientare il nemico, il violento straniero. Non una voce si levava dall'altra parte della barricata, non una supplica, non un lamento. Camminavano lenti, molto, come a voler rallentare l'avanzata dell'armata nazista, e fissavano noi, i loro connazionali. Alle loro spalle i soldati marciavano in silenzio, con gli sguardi seri, sicuri, non sentivano il bisogno di lanciare ultimatum o minacce, lo scudo umano che avevano creato parlava da solo.
Io rimasi orribilmente a bocca aperta, non potei fare altro. Con quali parole dovrei commentare uno spettacolo simile? Non esistono parole giuste, aggettivi abbastanza duri da essere realistici. Orrendo, atroce, crudele è poco, troppo poco. Vedere come le mamme si avvinghiassero sui figli, piccoli fiori fragili, troppo innocenti, fanciulli la cui vita sacra era offerta in sacrificio ai desideri macabri dell'esercito esercito di un pazzo... Vedere la fierezza con la quale quella povera gente, privata della dignità, della libertà, andava incontro alla morte, come posso descrivere tutto questo? La calma, la freddezza dei soldati nazisti che calpestavano quelle vite, le piegavano, la naturalezza con la quale avanzavano tra quelle vie distrutte dalle loro stesse armi, quali parole potrei trovare? Le gambe presero a tremarmi, volevo correre, mischiarmi tra la folla, salvarli, affrontare da me quei vigliacchi, approfittatori, bastardi, ma non potevo. Strinsi Feliks a me, coprii il suo viso con la coperta, feci un passo indietro e urla di terrore e rabbia mi morirono in gola. Feliks, che aveva gli occhi socchiusi, sentì i miei muscoli irrigidirsi e capì che qualcosa di grave stava avvenendo attorno a lui, qualcosa di indescrivibilmente spaventoso e doloroso. E si voltò, scansò la coperta e vide. Vide e rimase sconvolto, com'è normale che sia, urlando, piangendo, sbraitando e divincolandosi tra le mie braccia. Lo strinsi, lo tenni, ma fuggì. Si gettò a terra, giù dalle mie braccia e, prima che io riuscissi a riacchiapparlo, era già in piedi, scalzo, la coperta caduta ormai a terra. Corse e io gli corsi dietro, urlava il nome di Germania, il suo nome umano, lo chiamava, gli intimava di venir fuori.
- Vigliacco!- urlò, con voce distrutta. – Vieni qua, stronzo!- superò la barricata, poi riuscii a riprenderlo, lo strinsi, cercai di portarlo a riparo, gli tenni il viso stretto sul mio petto, gli implorai di stare calmo.
Lui mi abbracciò, strinse i pugni ed obbedì. La marcia nemica s'interruppe, nell'aria calò un silenzio irreale e cupo. L'attesa sembrò eterna, angoscia e ansia riempivano le nostre anime, poi un rumore metallico spezzò la quiete. Sollevai lo sguardo e, attento, fissai il Panzer davanti a me. Un carrarmato grande, imponente, un gigante spaventoso e rabbioso che s'innalzava proprio davanti ai miei occhi, dietro alla massa di prigionieri che, sconvolti, erano costretti a rimanere immobili davanti alla sofferenza della loro stessa nazione stretta a me. Il portello del Panzer si aprì cautamente e, ancor più imponente, ne uscirono fuori due occhi gelidi e cristallini. Una chioma bionda, troppo morta, troppo fredda per poter competere con l'oro dei capelli di Feliks, spiccava ad incorniciare un viso squadrato e duro, labbra sottili inespressive. Germania, in alta uniforme, a testa di un esercito immenso e alla guida di un Panzer faceva ancor più paura del solito.
Feliks trattenne un respiro, mi strinse la mano e, con sguardo terrorizzato ma comunque fiero e nobile, scrutò con odio e rabbia il maledetto che, per giorni, l'aveva massacrato senza pietà. Ludwig sollevò il viso, sicuro di sé, della sua superiorità, in un atto sprezzante e fastidioso.
- Eccomi, feccia.- la sua voce ruvida mi graffiò le orecchie, l'insulto crudele mi ferì il cuore. Polonia digrignò i denti, mi scacciò pervaso dalla rabbia e si alzò in piedi, senza paura, senza esitazioni, avanzando a piedi nudi verso il carro armato, a petto alto come il principe quale era.
I due si scambiarono sguardi di disprezzo, di odio, e per qualche attimo sembrò che i loro soli occhi potessero combattere una guerra. Germania ghigno fastidiosamente, Polonia digrignò i denti come un lupo intento a proteggere il branco.
- È finita.- disse Germania, Feliks tenne lo sguardo alto. – Arrenditi.- brusii e voci addolorate si levarono alle sue spalle, disperate suppliche, la rabbia di chi stava perdendo la propria libertà.
Polonia esitò e deglutii. Germania lo fissò, in silenzio, e attese. Polonia mosse un passo indietro, le sue gambe tremavano, gli occhi presero a vagare dapprima sui soldati nemici, poi sulla sua gente, sui poveri civili usati come scudo, su di me, sulla sua terra. Non si mosse, si irrigidì e stette in silenzio, testa bassa, mani tremanti. Germania sospirò, si era stancato di aspettare. Dall'abitacolo del carrarmato venne fuori il braccio del tedesco, in mano stringeva una pistola. Feliks sussultò, avanzò un passo, ma la paura lo gelò. La pistola era puntata su di lui, sul suo corpo esile, fragile, indifeso. Io scattai in piedi, corsi verso di lui, poi Ludwig mirò lontano e sparò. Feliks cadde tra le mie braccia, tremava spaventato, poi ci voltammo verso la vittima dello sparo di Germania. Una donna cadde a terra, rivoli di sangue a rigarle il volto, un buco in fronte. Il pianto di un bambino squarciò il silenzio. "MAMMA! MAMMA!" urlava il piccolo, s'inginocchiò vicino alla donna e iniziò a scuoterla. In quelle urla sentii l'innocenza di quel fanciullo indifeso distruggersi, un piccolo che era cresciuto troppo in fretta. In quel momento si scatenò letteralmente l'inferno. Feliks scivolò a terra, stretto a me, gli occhi spalancati, troppo sconvolto per avere una qualche reazione. Io misi spontaneamente la mano davanti agli occhi del mio adorato, cercai di trascinarlo via, perché quello che stavo vedendo era troppo, veramente troppo. Polonia prese a divincolarsi, tratteneva urla atroci, stringeva le mia mani, voleva fare qualcosa ma non aveva il coraggio, non aveva la forza di assistere a quella scena. Un anziano alle nostre spalle, che stava in testa al corteo dei poveri civili usati come scudo, si gettò contro la schiera di soldati nazisti, mentre una giovane si avvinghiò sul piccolo orfano, stringendolo a sé. Un tedesco aprì il fuoco contro l'anziano e così, sotto ordine di Germania, fecero anche gli altri nazisti. In pochi secondi una piogga di fuoco si scagliò sulla folla innocente e, senza alcuna pietà, l'esercito nemico prese a massacrare il suo stesso scudo. I soldati polacchi aprirono il fuoco a loro volta contro i bastardi assassini, un ultimo disperato tentativo di proteggersi, di vendicare i propri compatrioti civili trucidati senza pietà. Vidi crollare a terra, colpito a morte dai disperati proiettili polacchi, un bastardo tedesco, la sua pistola cadde accanto a me. Feliks la vide, la afferrò e mirò verso Germania, che assisteva allo spettacolo dall'alto del suo carro armato. Le sue mani tremavano, gli occhi gli si offuscarono di lacrime, il suo indice esitava sul grilletto. Gli strinsi le mani, mirai con lui, ribollente di rabbia, e quando le nostre mani smisero di tremare, confortandosi l'una nell' altre, Polonia sparò un colpo. Il colpo fu secco, violento, in mezzo a quell'atroce scontro risuonò potente e fiero. Germania ebbe uno spasmo, sul portellone del carro armato di stampò una striscia di sangue fresco. Polonia premette di nuovo sul grilletto, ma non ci venne concesso un secondo colpo, la pistola era ormai già vuota. Il viso di Ludwig si contrasse in una smorfia di dolore, poi si portò una mano sulla spalla e vidi la manica della sua divisa macchiarsi del suo sangue. Ci guardò, dall'alto della sua posizione, concedendoci il suo più orrendo sguardo d'odio e disprezzo. Rientrò nel Panzer ed il portellone si richiuse. La pistola, poi, cadde dalle mani di Feliks, urlò, si mise le mani in testa, cerco di strapparsi i capelli in preda alla rabbia, straziato dal dolore e dalla paura. Attorno a noi la strage di innocenti continuava, soldati e civili polacchi continuavano a morire accanto a noi in un lago di sangue, mentre i nazisti cominciavano ormai a buttare giù le ultime rovine della barricata. Strinsi Polonia, tentai di portalo al riparo, ma la battaglia continuava, proiettili e fuoco si mischiavano all'aria a pochi metri da noi, non avevamo modo di allontanarci, di fare qualcosa. Era finito, capii, tutto finito ed io non potevo far altro che assistere alla caduta del mio stesso amato. Alle nostre spalle si levò un terrificante odore metallico, poi qualcosa si mosse, imponente e rumoroso, schiacciando sotto di sé cadaveri e macerie. Il carrarmato avanzava senza pietà verso la città, verso la barricata, verso di noi. Voleva schiacciarci, Germania, noi bastardi che l'avevamo ferito, voleva renderci poltiglia esattamente come stava facendo con il resto della nazione. Feliks mi strinse la mano, mentre il Panzer si faceva sempre più vicino e il suono delle ossa dei cadaveri spezzarsi al suo passaggio si faceva sempre più orrendo. Lo presi, lui si alzò debolmente, e cercai una via di fuga, una qualunque. I soldati continuavano a sparare, i civili a morire, e l'intera strada si era ormai tinta di rosso. Sentivo il macchinoso avanzare del carro armato, afferrai il polso di Feliks, mi feci coraggio e mi feci strada tra i civili sopravvissuti e i soldati senza pietà. Corsi più veloce che potevo mentre Polonia, con il polso stretto nella mia mano, cercava di starmi dietro con le sue gambe smagrite e deboli e i piedi scalzi. Continuava ad urlare disperato, mentre pestava a piedi nudi il sangue innocente del suo popolo, in fuga come un codardo. Dovevo solo proteggerlo, salvarlo, ma non ci riuscii. Un corpo imponente s'innalzo davanti ai miei occhi durante la fuga, un corpo grande e insormontabile, spaventosamente gelido e forte. Due occhi color ametista, scuri e profondi, mi scrutavano con fare deluso, uno spaventoso e bianco sorriso ampio e freddo si stagliava sul viso calmo, troppo calmo per tale situazione. Il mio cuore perse un battito, i muscoli mi si irrigidirono, la paura mi pervase. Mi voltai, tentai di tornare indietro, ma non feci neppure in tempo a muovere un passo che vidi due grandi mani poggiarsi sulle spalle di Feliks, strappandolo via dalle mie braccia.
- Dove vai, Toris?- sentii sussurrare alle mie spalle. La voce cruda ed inconfondibile di Russia, gigante crudele dagli occhi viola e indecifrabili, mi pervase e mi gelò il sangue nelle vene. Sentii le sue dita grandi e violente avvinghiarsi attorno al mio collo, la sua mano ruvida premere sulla mia bocca a placare le mie urla e le mie suppliche.
Vidi una schiera di uniformi sovietiche circondarmi, una decina di soldati russi presero a massacrare i civili polacchi rimasti, spari e tonfi, neppure loro avevano una coscienza. Davanti a me Feliks si dimenava tra le braccia di un ragazzo, un soldato dalla divisa diversa sia da quelle naziste che sovietiche. Polonia si agitava, mentre l'uomo dall'espressione vuota lo teneva stretto e gli strappava le vesti nel vano tentativo di tenerlo fermo.
- Liet!- mi chiamava, piangeva, mentre io venivo trascinato via da quel maledetto russo senza pietà. Ivan canticchiava una filastrocca, ricordo, tipica delle regioni nord della Russia. Sembrava tranquillo, come se quella strage, quella violenza, fossero per lui la cosa più normale e quotidiana del mondo.
Riuscii ad intravedere lo sguardo dell'uomo che teneva stretto il mio Feliks, che lo feriva e gli faceva del male. Due occhi chiari, grigi, quasi argentei, fissavano il corpo esile del mio Polonia con aria incomprensibilmente dispiaciuta, come se non volesse davvero fargli questo. Sembrava chiedere perdono quello sguardo, ma le sue mani continuavano imperterrite e compiere violenza. Sfumature verdi ornavano le iridi metalliche del ragazzo, un verde inconfondibile, gene prezioso del sangue puro ed innocente del mio Feliks. Era Slovacchia, capii, il cugino più stretto del mio amato Polonia, a tenerlo stretto con tanta violenza, senza pietà. La mano di Russia era forte, maledettamente soffocante, mi stringeva il collo, mi straziava, mi faceva male. Mi trascinava, mi portava via e mi teneva saldamente. Continuavo a divincolarmi, volevo urlare, cercavo di liberarmi dalla sua dolorosa stretta, mentre la sua leggera ed impercettibile risatina mi umiliava. Davanti a me l'oro dei capelli del mio amato veniva profanato, il suo corpo maltrattato dal suo stesso cugino, sangue del suo sangue. Germania, con delle bende impacciatamente avvolte attorno alla ferita del braccio, sfortunatamente non grave, era ormai sceso dal carrarmato e aveva afferrato Feliks per il collo, mentre Slovacchia lo teneva ancora fermo. Il tedesco strinse dei lacci metallici attorno ai polsi magri del mio polacco, tanto forte da farlo gemere, straziato, privato della sua fanciullezza, vittima di una violenza che le parole non possono descrivere. I suoi occhi erano confusi, spaesati, tutto quel dolore a cui non era e non doveva essere abituato, bambino fragile. Le ginocchia di Feliks parvero spezzarsi, deboli, e non riuscì più a tenersi in piedi. Germania lo stava trascinando via, soffocandolo, ed una rabbia cieca ed incontrollabile si accese in me. Presi ad agitarmi, a divincolarmi, così Russia mi lasciò il viso e presi ad urlare, urlare con tutta la forza che avevo in gola. Riuscii a tirare un calcio sugli stinchi di Ivan, col tacco degli stivali, e riuscii a liberarmi dalla sua presa insopportabile, lasciandolo ad imprecare per il dolore. Corsi verso il mio Feliks, lo chiamavo, piangevo, pregavo Dio affinché mi aiutasse, mi permettesse di salvarlo. Promisi che non l'avrei abbandonato. Poi un urlo si levò un urlo nero e spaventoso, la voce di Russia, imponente, sovrastò la mia in un eco inquietante.
- Spara!- il grido tenebroso del sovietico mi giunse come un canto infernale e maledetto, quasi mi assordò con la sua potenza e rabbia.
Ne seguì poi uno sparo secco, atrocemente intenso, freddo, un suono sordo che si disperse nell'aria angosciata. Poi, per me, fu il vuoto. Un dolore improvviso, vivo, profondo e tremendo mi pervase e mi tolse il fiato. Non ci misi molto a capire. Caddi a terra, con la faccia nel fango, mentre il profondo squarcio sulla mia schiena prese a bruciarmi come l'inferno. Il proiettile dentro le mie carni mi pareva incandescente, un fuoco doloroso prese a divorarmi corpo e anima. Tentai di rialzarmi, ma il dolore era troppo, insopportabile, mi costrinse a terra, come schiacciato da un peso enorme. Tutto attorno a me si fece confuso, soffocante, come in un incubo. Udii la disperata voce spezzata di Feliks, il suo pianto angosciante. Mi chiamava, urlava il mio nome, mi implorava di rialzarmi, di assicurargli di star bene, ma io non potevo, non riuscivo, non avevo più forze per lottare. Socchiusi gli occhi, debolmente, dando sfogo alle mie lacrime. Vidi Feliks rimettersi in piedi, le sue gambe tremare, lo vidi divincolarsi con lo sguardo carico di dolore, quasi anche superiore al mio. Poi una mano s'innalzò alle sue spalle, grande e oscura, spaventosa. L'ombra dietro di lui levò il braccio, brandendo una pistola. Feliks, ignaro, continuava a soffrire per me. Poi, senza che la mia ferita mi permettesse di intervenire, vidi Germania colpire la piccola e fragile testa di Feliks con il manico metallico della pistola, senza pietà alcuna. Polonia cadde rovinosamente nel fango, un rivolo di sangue a rigargli il bel viso. E così, pervaso da rabbia, sensi di colpa e dolore, persi i sensi. L'ultima cosa che ricordo sono le mani di Russia sulla mia ferita, poi calò il buio.
E così finì il nostro Settembre, peggio ancora di come era cominciato.
***Angolo del ciao***
Poi boh, mia madre che piange e mi minaccia di togliermi l'eredità. Dite che ho esagerato? Ti vi bi mà.
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