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La rabbia di Feliks

- Feliks!- una volta entrato nella tenda urlai il suo nome, tentando di sovrastare il brusio di tutte quelle voci che s'ammassavano nella tenda. Lo cercavo con lo sguardo, cercavo a tutti i costi d'intravederlo in mezzo a tutta quella povera gente.

Non che non sapessi dove fosse e avessi la necessità di cercarlo, volevo solamente vedere il suo viso, era l'unica cosa che poteva tirarmi su dopo la discussione appena conclusa con Francia ed Inghilterra. Lo cercavo ed intanto procedevo a passo lento, per essere sicuro di non scontrarmi con nessun medico o infermiera, ansioso di riaverlo tra le braccia. Poi, in fondo alla tenda, vidi brillare due smeraldi lucenti, li vidi illuminati da una luce così forte che, per un istante, dimenticai cosa quegli occhietti avevano dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il sorriso di Feliks era ancora debole, ma comunque radioso e sincero e, appena i nostri sguardi s'incontrarono, si mostrò a me in tutta la sua candida bellezza. I suoi capelli erano in ordine, come se li avesse appena spazzolati, perfetti con quelle chiare tonalità d'oro che variavano a causa della fioca luce del sole che penetrava nella tenda. Avevo una voglia irrefrenabile di accarezzarli, di far passare le dita tra quei morbidi fili di seta, desideravo stare con lui come mai fino ad ora. Era sciupato Feliks, magrissimo e coperto dalle candide bende che dovevano curare le sue piaghe, ma era sempre e costantemente bellissimo. Era l'unica fonte di luce che riusciva ad illuminare il buio della mia rabbia, del mio risentimento, l'unica persona che potesse darmi conforto nella disperazione. Volevo stare accanto a lui, non desideravo altro.

- Feliks!- cercai a tutti i costi di ricambiare il suo sorriso, sforzando con difficoltà i miei occhi per trattenere le lacrime e contraendo in maniera impacciata gli angoli delle mie labbra. Ero felice che fosse sveglio, felice di vedere il suo sorriso, ma, sapendolo in quella situazione, il mio cuore non poteva far altro che piangere, piangere per lui.

Accelerai il passo, rischiando, come temevo, di urtare una giovane infermiera e di farle cadere i bendaggi che maneggiava con cura ed attenzione, ritrovandomi subito dopo ai lati del letto del mio amato, cercando di trattenere un urlo di gioia quando sentii la sua vocina acuta e dolce chiamare il mio nome con tono felice.

- Liet..!- il suo sorriso s'era fatto più ampio e, appena arrivai al suo fianco, si sforzò cercando di mettersi a sedere, riuscendo appena a staccare la schiena dal materasso prima di ricadervi dolorante, trattenendo un gemito.

- Po, no...- gli accarezzai dolcemente le spalle, cercando di nascondere con un sorriso la mia preoccupazione, assicurandomi che non facesse sciocchezze e che restasse sdraiato, senza fare il minimo inutile sforzo. – Devi riposarti..!- non volevo sembrare autoritario, ma cercavo di far apparire quella frase come un ordine categorico che non doveva violare. Ma, dopotutto, mi è impossibile dargli ordini e, ovviamente, quella frase apparve come un consiglio o forse addirittura come una dolce supplica.

Feliks si lasciò sfuggire una risatina mentre, coperto da qualche cerotto candido, il suo viso si modellò prendendo una forma più allegra, quasi spensierata, con i suoi lineamenti delicati e perfetti. Vedere quell'apparente allegria sul suo viso mi rendeva felice, soddisfatto. Voleva andare avanti, dimenticare il dolore e battersi con valore senza lasciare che la sofferenza delle torture lo frenassero, si mostrava forte a me e al resto del mondo, voleva apparire coraggioso. Ma dietro quella sua forza d'animo sapevo che c'era altro, sapevo che non aveva dimenticato neppure un dettaglio di quanto gli avessero fatto nell'accampamento nazista e sapevo che ne soffriva. I suoi occhi sono spesso bugiardi, o meglio, sembra che siano ricoperti da una fitta membrana invisibile che impedisce al resto del mondo di penetrarli e di leggere le verità che nascondono. Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, allora Feliks era stato davvero bravo ad appannare i suoi. Ma io lo conoscevo bene, lo conoscevo più di quanto mi aspettassi, e avevo scovato il modo per oltrepassare quello scudo che proteggeva i suoi pensieri. Intravedevo nel suo sguardo quello che molti non riuscivano a percepire, vedevo una tristezza infinita, un dolore acuto e lancinante e una timida rabbia che lo scuoteva nel profondo. Sapevo che soffriva e che il suo dolore non proveniva solo dalle cicatrici esterne, quelle curate con delle cuciture perfette e con delle bende, ma da altre cicatrici più profonde e dolorose, cicatrici molto più difficili da curare e che probabilmente non si sarebbero mai richiuse completamente. Quello che avevano fatto a lui, quello che stavano facendo al suo popolo e ai suoi territori lo segnavano nelle zone più sensibili del cuore, alimentando un dolore atroce e lancinante e una rabbia accesa. Trovavo difficile immaginarmi Feliks davvero arrabbiato. Certo, quando vivevamo insieme s'irritava spesso per cose minuscole imprecando in latino, dato che gli sembrava maleducato imprecare davanti a me in polacco, lingua che proprio grazie a lui conosco alla perfezione. Si, a volte mi era capitato di vederlo imprecare in battaglia, come ogni soldato di rispetto farebbe in un momento critico, oppure quando mi riprendeva infuriato se dicevo qualcosa di assurdo per lui, ma quella rabbia era diversa. Quella rabbia ribolliva lenta, agonizzante e bollente, direttamente dal centro del suo debole cuore. Quella rabbia era scatenata dal dolore più grande, dalla tristezza e dal rancore. Quella rabbia non sarebbe esplosa attraverso imprecazioni, quella rabbia lo avrebbe tormentato, spronandolo, forse, ad andare avanti, spronandolo a lottare per vincere, lottare per avere vendetta lottare anche fino alla morte.

- Sto bene!- illudendosi forse di potermi ingannare, cercava ancora di apparire forte e allegro. Con la mano cercò disperatamente la mia e ci stringemmo forte in un perfetto incastro di dita. I suoi occhi brillavano di quella falsa gioia mista a quella scintillante rabbia e forse ad... amore? Un sorriso candido, dolce e più tranquillo gli illuminò il viso, un sorriso sincero, più serio forse, ma davvero sincero. – Grazie...- la sua voce era divenuta per un attimo meno squillante e delicata, riducendosi quasi ad un sussurro che mi cullò con la dolcezza che quella sola parola riusciva ad emanare.

- Mh?- inclinai la testa di lato, confuso, accarezzandogli la mano con il pollice. – perché mi ringrazi?- mi lasciai scappare una risatina, mettendo da parte la preoccupazione per qualche attimo, beandomi di quella sua tenera ed innocente bellezza, una bellezza così delicata da scaldare il mio cuore.

- Perché sei con me... sempre...- sembrò quasi arrossire a dire quelle parole e, per non far notare l'imbarazzo, abbassò lo sguardo, cercando di guardare altrove. Per un momento sembrava che fossimo tornati giovani, se così si può dire se contiamo che siamo immortali e dimostravamo 19 anni da secoli. Sembrava fossimo tornati dei ragazzini innocenti, per un momento la realtà della guerra sembrava così lontana mentre quelle sue guance rosse d'imbarazzo e la mia risatina divertita coloravano l'ambiente accanto a noi. Quanto desideravo rimare lì con lui a guardarci in silenzio in eterno, mano nella mano e dimenticarmi di tutto e di tutti, immerso nelle sfumature dei suoi occhioni. Ma, ahimè, la tranquillità di quel momento sapevo che non sarebbe durata.

- Feliks...- lo guardai con sguardo malinconico, triste, mentre l'eco degli spari e delle lotte sembravano farsi più vicini ogni attimo che passava. Io li sentivo e mi spaventavano più di ogni altra cosa, ma Feliks sembrava non farci caso. Mi guardava in silenzio, con le guance ancora leggermente arrossate, senza mostrare il minimo interesse per i suoni della guerra. Sembrava che non li sentisse oppure, se li sentiva, non li stava realmente ascoltando. Mi chinai su di lui, cercando di evitare di pensare alla guerra, stampandogli un breve e dolce bacio sulla fronte.

Feliks sobbalzò al contatto delle mie labbra, come se quel bacio lo avesse svegliato da un sonno profondo. Sembrava spaesato, drizzò le orecchie e spalancò gli occhi, come se fosse confuso o inquieto, ma allo stesso tempo quel bacio sembrò fargli piacere, sembrava che l'avermi accanto gli facesse piacere. Come se fosse spaventato da qualcosa, serrò immediatamente gli occhi, stringendo forte la mia mano e sforzandosi di mettersi a sedere, irrigidendo il busto e soffocando in gola qualche gemito.

- Feliks!- appena cercò di tirarsi su feci di tutto per farlo stendere di nuovo ma lui, molto turbato, riaprì gli occhi, nei quali non mi fu difficile leggere della paura, molta paura, tanta paura. Il suo corpicino fragile tremava come una foglia, con le braccia deboli cercò disperatamente di stringersi a me, come se cercasse conforto in un mio abbraccio, come se volesse che la mia presenza scacciasse via i suoi timori. Non capivo, però, cosa lo turbasse tanto così all'improvviso.

Cercai di farlo stendere, ma, con le braccia delicatamente strette attorno al mio collo, non si decideva a lasciarmi andare così, per far stare più comodi entrambi, lo aiutai a tirarsi a sedere lentamente, sperando di non fargli del male. Appena fu seduto si decise ad allentare la presa e, abbassando la testa, poggiò la fronte sulla mia spalla. Giurai di averlo sentito singhiozzare in quel momento mentre, mollando definitivamente la presa, si portava le mani al viso, coprendosi gli occhi, come a volerli proteggere dalla vista di un mostro orribile. Il suo corpo tremava e lo strinsi forte tra le mie braccia accarezzandogli dolcemente la schiena pensando stesse tremando dal freddo. Ma a quanto pareva c'era altro dietro quell'inarrestabile tremore.

- Feliks, che succede?- la mia voce era ferma ma non riuscii a nascondere un certo stupore per quella reazione improvvisa. – Cos'hai..?- ero maledettamente preoccupato per lui, pensavo che le ferite gli bruciassero ancora, che si stesse sentendo male, avevo paura e non riuscivo a nasconderlo. Presi tra le mani il viso di Polonia, cercando di allontanare le mani dai suoi occhi, accarezzandogli i capelli più dolcemente possibile, cercando di farlo calmare. Ma lui non si tranquillizzava, continuava a singhiozzare, a tremare e, se non si fosse coperto il viso, avrei giurato che stesse perfino piangendo.

- Non è vero... - sussurrò, premendo di più i palmi delle mani sui suoi poveri occhi, scuotendo la testa in maniera quasi meccanica, facendosi piccolo piccolo tra le mie braccia, come se, stretto a me, si sentisse al sicuro. – Non l'hanno fatto... non possono averlo fatto...- la sua voce tremava, i singhiozzi soffocavano le sue parole, un grosso nodo sembrava bloccargli la gola. C'era qualcosa di grave, non avevo mai visto Feliks così provato, così sofferente, psicologicamente parlando, e la cosa mi preoccupava parecchio. – vero..?- allontanò appena le mani dal suo viso, sollevando lo sguardo ed incrociandolo con il mio. I suoi occhi erano un lago di lacrime, non le faceva uscire, come al solito, ma il dolore si vedeva perfettamente oltre quella membrana che proteggeva i suoi occhi da sguardi indiscreti.

- Cosa Feliks?- lo strinsi di più a me, senza interrompere il contatto visivo che si era creato tra i nostri sguardi. – Cos'hai..?- proseguii la frase, accarezzandogli la guancia con il dorso della mano.

Feliks esitò, riabbassò la testa e si trovò quasi sul punto di piangere. Stringeva i pugni, serrò gli occhi e rimase immobile, a singhiozzare, per qualche secondo. Poi le sue labbra, le sue braccia ripresero a tremare e, quasi come se facesse fatica, sollevò lentamente lo sguardo, guardando apparentemente il vuoto.

- Questo...- rispose con un fil di voce, con lo sguardo fisso in un punto indefinito della tenda. I suoi occhi sembravano vuoti, non erano spaventati, non lo erano più, ma erano pieni di quanta più tristezza il suo cuore potesse contenere, una tristezza profonda e dolorosa.

Confuso fissai, assieme a lui, il punto dove Feliks aveva gettato lo sguardo. Ma, inizialmente, non vidi nulla che mi scosse immediatamente. Davanti a noi c'erano solamente dei... feriti. Ecco. Avevo capito tutto. Non ero rimasto eccessivamente sorpreso quando avevo visto tutti quei poveretti, uomini, ma in particolare donne e bambini, bendati e feriti, dopotutto lì c'era la guerra, una guerra violenta che non faceva alcuna distinzione tra civili e soldati. Non mi stupivo perché ormai, nella mia mente, erano diventati normalità. Ma cosa poteva provare Feliks alla vista di quella gente? Alla vista del suo popolo ridotto in quello stato? Cosa significava per lui veder soffrire la sua gente? Come potevano i suoi occhi sopportare quella visione? Come poteva mai quel suo debole e fragile cuore reggere quel colpo?

- Po... mi dispiace...- riuscii a dire solamente quello. Cosa potevo aggiungere dopotutto? Come potevo anche solo sforzarmi di comprendere quello che stava provando? Come potevo tentare di dargli conforto?

- Basta...- sussurrò il mio amato, serrando nuovamente le palpebre, non reggendo più quella vista, affondando il viso nell'incavo tra il mio collo e la spalla, cercando di soffocare i singhiozzi. –Basta...- scuoteva la testa, stringendosi a me, mentre io cercavo di farlo sentire meglio, cercavo di aiutarlo con il mio abbraccio, con i miei gesti.

- Finirà... finirà...- gli accarezzavo la testa, attento a non infierire sulle ferite protette dalle bende, facendo passare le dita tra i suoi capelli morbidi. Accarezzare quei fili d'oro mi rilassava, mi tranquillizzava e speravo che Feliks non avesse colto il mio pessimismo nel pronunciare quelle parole. Sapevo che non sarebbe finita, lo sapevo esattamente come lo sapeva Polonia. L'eco degli spari si faceva più forte e, consapevole della mia palese bugia, lo sentivo sempre più vicino a me. Volevo scappare, scappare via con Feliks tra le braccia, lontano dove quei suoni infernali non mi disturbassero, dove potessi davvero tenerlo al sicuro, lontano dal passato e da quel duro presente.

- Devo... devo fare qualcosa...- singhiozzò il mio polacco, allontanandosi appena dal mio petto, senza comunque rinunciare al mio abbraccio. – Aiutami...- i suoi occhi chiedevano aiuto, ma non davano l'impressione che Polonia volesse arrendersi, che volesse tirarsi indietro. Quella fiamma che brillava nel verde delle sue iridi non era più alimentato dalla speranza, ormai talmente debole da non poter più essere d'alcun aiuto al mio adorato, ma da un sentimento meno puro che ardeva nel suo cuore, un sentimento tanto forte da eguagliare quasi il suo dolore. Rabbia. Semplice e pura rabbia. Una rabbia così forte da spingerlo ad andare avanti a testa alta, una tale voglia di riscatto che non si sarebbe fermata davanti a nessun ostacolo, neppure di fronte alle sue condizioni fisiche pessime, nonostante le cure e i tempi rapidi di guarigione l'avessero già fatte migliorare in maniera netta rispetto alla notte precedente.

Polonia mi fissò con quegli occhi disperati quasi in attesa di una mia reazione. Ma io non feci nulla. Rimasi lì immobile, senza proferir parola, perso in quegli occhi colorati di un verde più scuro rispetto a prima. La luce della speranza era quasi totalmente spenta ora era l'oscurità della rabbia a dominare quello sguardo. Chiedeva aiuto, ma non sapevo cosa fare, non sapevo cosa dire. Non potevo immaginare quanto male sentisse nel cuore, non potevo quindi trovare le parole giuste per dargli quel minimo di conforto che chiedeva.

- Liet...- non ottenendo da me, unica persona di cui penso si fidasse in quel momento, unica persona che avrebbe dovuto aiutarlo, colui che gli aveva promesso fedeltà eterna, seppur in maniera strettamente simbolica, secoli addietro, alcuna reazione Polonia abbassò la testa. Lo sentii sospirare scoraggiato, forse il fatto che non gli avessi detto nulla di concreto lo aveva ferito ancora di più, mentre un paio di timide lacrime gli scivolavano lentamente lungo le magre guance arrossate.
Feliks attese pochi secondi, poi, vedendo che non avevo intenzione di proferir parola per lui, tese i muscoli indolenziti e cercò di alzarsi dal letto.
Stranamente le sue gambe deboli non cedettero, come m'aspettavo, sotto il peso del suo corpo ma, seppur tremanti, riuscirono a sforzarsi di rimanere in piedi. Ovvio, però, non potevo permettermi di farlo sforzare senza motivo.

- Po...- sussultai, cingendogli di scatto i fianchi con le braccia e impedendogli d'incamminarsi verso l'uscita della tenda. – Scusa...- poggiai la testa sulle sue spalle, baciandogli il collo e stringendolo a me. Non sapevo dove stesse andando ma non volevo che mi lasciasse da solo, volevo che stesse sul suo letto in tranquillità, volevo che si riprendesse e che guarisse, senza che la guerra lo angosciasse ancor di più.

- Combatterò...- mi disse con voce tremante, facendosi piccolo tra le mie braccia godendosi il mio calore, la mia presenza. Una parte di lui sembrava quasi implorarmi di tenerlo stretto di non lasciarlo andare, ma, i suoi occhi, desideravano vendetta, i suoi occhi bruciavano di rabbia, voleva salvare il suo popolo e punire chi aveva osato fargli del male. – Ti prego...- sussurrò poi, trattenendo i singhiozzi, cercando di distogliere lo sguardo con fare colpevole ogni volta che incontrava gli occhi di uno dei suoi adorati connazionali feriti. – Lasciami andare...- a questo punto gli fu difficile trattenersi e, silenziosamente, liberò qualche lacrima, abbassando la testa come fosse un criminale che si vergognava d'aver compiuto un atroce reato.

Io rimasi sbigottito dalle sue parole. Voleva fare cosa? Combattere? Nelle sue condizioni? Voleva combattere con le sue ferite contro ben due eserciti potentissimi senza aiuto, con le sue sole e misere forze? Come poteva anche solo immaginare che gli permettessi di farlo? Come potevo lasciare che si gettasse volontariamente sotto quel veloce ed inarrestabile treno quale era la guerra lampo? Come poteva pensare che lui solo, steso sulle rotaie, avrebbe potuto fermare quel mezzo potente e veloce? Come poteva sperare di fermarlo se i due capotreno, Germania e Russia, non avevano la minima pietà di lui? Come potevo lasciarlo morire in un'impresa così folle? Ma allo stesso tempo... come potevo io combattere il suo amore per la libertà?

- Come posso permettertelo, eh..? Come posso mandarti a morire..?- la mia voce tremava, mentre io lo stringevo sempre di più a me, impedendo al mio angelo di spiccare il volo e compiere quello che era il suo volere. – Cosa farei io... se tu mi lasciassi..?-

Feliks sospirò, esitando parecchio prima di rispondere. – Cos'altro posso fare..?- mi chiese con una vocina dilaniata dal dolore, singhiozzando addolorato e distrutto, distruggendomi il cuore in un attimo.

Pensai, cercai a tutti i costi di trovare un'altra soluzione, una qualsiasi altra soluzione. Ma non esisteva. Basti pensare alla matematica, 2 + 2 farà sempre 4, non esiste alternativa, e allo stesso modo funziona la guerra. O lotti o perdi, non esiste una via di mezzo. La via diplomatica? Con i nazisti e i sovietici? No, non c'era alcuna speranza, alcuno spiraglio di luce ad illuminarci la strada.

- Verrò con te.- riuscii infine a dire. Non potevo fermare Feliks se avevo a cuore la sua libertà, non potevo evitare che si gettasse in quell'impresa suicida. Ma non l'avrei comunque lasciato, nella buona o nella cattiva sorte, l'avrei seguito fino in capo al mondo, fino nella morte.

- N... no..!- cercò di ribellarsi il mio polacco, dimenandosi tra le mie braccia, cercando di liberarsi dalla mia presa.

- Verrò con te.- ripetei con voce più ferma e decisa, serrando i pugni e tenendolo saldamente stretto a me. La mia decisione era presa.

Feliks capì che non c'era nulla da fare per convincermi a cambiare idea. Sospirò, voltandosi verso di me ed abbracciandomi, sussurrandomi all'orecchio un debole ma sincero "grazie".
Come sempre avremmo affrontato la battaglia insieme e, indipendentemente da quello che sarebbe stato l'esito della guerra, saremo rimasti accanto sempre come nazioni, come alleati, come amici... come amanti.


***Angolo dell'autrice***
BASTA, io non so dare i titoli.



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