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Insieme

Premevo forte sulle mie orecchie sperando che questo bastasse a rendermi estraneo alla sofferenza di Feliks. Eppure, anche se al momento non sentivo le sue urla, quelle che avevano già raggiunto il mio timpano, rimbombavano nella mia mente e non volevano lasciarmi.
Mi mordevo il labbro inferiore, affondando i denti nella carne, incurante del dolore e del sangue che mi si riversava in gola.

- Basta... - Un sussurro impercettibile. - Basta...- detto più chiaramente, più forte. -Basta!- questo fu un mio urlo disperato.

Mi tremavano le mani. Mi tremavano le labbra. Gli occhi, serrati, non riuscivano a fermare le lacrime.

Cosa stava facendo quel pazzo, eretico, al mio Polonia? Come osava danneggiare la cosa più perfetta della terra?
Ma soprattutto, come mi permettevo io di non intervenire?
Perché non mi alzai in piedi, entrando nella tenda a testa alta, sicuro di essere invulnerabile?
Sforzai le gambe per alzarmi, sforzavo le mie labbra affinché non tremassero e la mie mani affinché mi lasciassero le orecchie. Nulla. Non ce la facevo. Era come se vedere, o stavolta solo sentire, che Polonia stesse soffrendo mi uccidesse. Mi uccidesse dentro.

- Divertente, eh? - sentii una voce divertita alle mie spalle.

Una mano si allungò sulla mia testa, accarezzandomi i capelli, come a volermi consolare. Una mano, coperta da un guanto di pelle nero, stava giocherellando con qualche mia ciocca di capelli. La sua voce irritante era inconfondibile, sapevo, quindi chi era senza aver visto il suo volto.
Non sollevai lo sguardo. Non volevo incontare gli occhi rossi del prussiano che mi stava accanto, divertendosi accarezzandomi la testa. Non dissi nulla. Che potevo dire? Volevo alzarmi, mettergli le mani attorno al collo, strangolandolo a mani nude sul posto. Ma non potevo. Non potevo vendicarmi. Non lì ed in quel momento almeno. C'erano soldati ovunque ed io non sarei stato capace di convincere il mio corpo a reagire.

- Lo vuoi vedere?- strinse la presa, stringendo nella mano qualche ciocca dei miei lunghi capelli marroni, costringendomi ad inclinare la testa e, qundi, sollevare lo sguardo.

Aveva un sorriso a trentadue denti, un sorriso cattivo, crudele, di chi ha appena trovato un modo di far soffrire qualcuno che odia e non vede l'ora di mettere in atto il suo piano.

I miei occhi, gonfi, stanchi e pieni di lacrime, s'incrociarono coi suoi. Quegli occhi rossi, profondi, ricevettero da me uno sguardo disperato e d'odio.

Trovai la forza di sollevare il braccio destro, afferrando la mano dell'altro con forza.

- Smettetela...- non era un ordine il mio, non ero nella posizione di chi da gli ordini. Era una supplica, una supplica disperata.

Rise. Rise per l'ennesima volta. Mi chiedevo che cosa ci fosse di divertente.

Stattonò i miei capelli, tirandoli con forza in dietro, costringendomi a piegare il collo. Mi strappò, in questo modo, qualche ciocca, mentre io, trattenendo un gemito di dolore, continuavo ad implorarlo con lo sguardo.

- Ma come... già vuoi smettere?- avvicinò lentamente il suo viso al mio, mostrandomi di più i suoi denti bianchissimi. - Il divertimento è appena cominciato! - lasciò, finalmente, la presa sui miei capelli, dandomi la possibilità di riabbassare la testa, stanco ormai della vicinanza con il suo viso.

Lasciai cadere le braccia a penzoloni lungo il corpo. Le mani sfioravamo il terreno. Il terreno della Polonia. Il terreno che questi uomini avevano violentemente strappato via al mio amore. Strinsi i pugni, intrappolando nella stretta alcuni ciuffi d'erba e qualche sassolino.

- Basta, vi prego...- sembravo un 33 giri rotto che, finché sarebbe rimasto sul grammofono, abrebbe ripetuto perennemente la stessa parte della registrazione. - Basta...- Strinsi con le mani la stoffa dei suoi pantaloni blu, come la notte che era appena calata.

Quel Settembre non poteva iniziare peggio.

Ero, letteralmente, inginocchiato ai suoi piedi. Le lacrime bagnarono la stoffa che stringevo. Lo imploravo, lo supplicavo, lo pregavo. Ma lui non cedeva.

Mi passò la mano guantata sulla guancia destra, asciugando, durante il suo percorso, un'ennesima lacrima.

- Ripeto, ti concedo di vederlo.- Da dentro la tenda ci giunse un ultimo urlo strozzato. - anche se, da come lo sta trattando Germania, non penso sarà una bella visione.- nel dire l'ultima frase si materializzò sul suo volto un ghigno crudele.

Ritirò la mano per poi darmi due colpetti sulla guancia.

Lo volevo vedere si, ma come avrebbe reagito al vedermi? Mi odiava di sicuro. Se soffre è perché non sono riuscito a proteggerlo. Io l'ho riconsegnato a loro. Magari avrebbe preferito perfino morire subito, con un colpo dalla pistola dell'albino, ma io non potevo, non riuscivo a sopportare l'idea di vederlo morire davanti a me. Come non riuscivo a sopportare l'idea che quella vocina che urlava fosse la sua.

Prussia allungò la mano verso il drappo del tessuto della tenda. Lo strinse mentre io, con lo stomaco in fiamme, attendendevo che lo tirasse verso di se, mostrandomi la sofferenza che vi era all'interno.

Chiusi gli occhi in attesa. Con il palmo della mano sinistra mi sfregavo gli occhi. Quando avrebbe aperto, se avesse aperto, non volevo che Polonia mi rivedesse in lacrime. Aveva davvero bisogno di aiuto, un aiuto che lì, in quell'accampamento, in quel momento, potevo dargli solo io.

Prussia mi concesse uno sguardo eccitato, come se non vedesse l'ora di vedere come l'altro aveva ridotto il corpicino del mio polacco. Forse sperava fosse completamente martoriato, dilaniato, distrutto, mentre io, ansioso a mia volta di vederlo, speravo tutto il contario.

Ad un certo punto il braccio del prussiano si ritirò, trascinando con se il drappo. La scena al suo interno mi distrusse.

Germania era in piedi, di spalle, intento a sistemare qualche strano arnese su un tavolo posto infondo alla tenda.
Polonia era buttato sul pavimento, al centro della tenda, ragnicchiato e tremante, stringendo a se la stoffa della sua divisa, ricoperta da grandi macchie di sangue che rendevano, quasi, invisibile il colore originale verde dell'indumento.
Intorno a lui c'era sangue. Troppo sangue.

Rimasi qualche secondo immobile, con le labbra tremanti, incredulo del vederlo in quello stato, poi, preso da rabbia e disperazione, constrinsi ogni singolo muscolo del mio corpo a tornare attivo, alzandomi in piedi e catapultandomi all'interno della tenda.

- Polonia!- in pochi secondi ero di nuovo in ginocchio, accanto al suo corpicino.

Come quella mattina gli sollevai il busto, facendogli poggiare la testa sulla mia spalla. Aveva gli occhi socchiusi, ma nessuna lacrima. Una cosa di lui mi fece seriamente preoccupare quella volta, facendomi capire che stava davvero male, peggio di quanto immaginassi. Le sue labbra, sulle quali spiccava una spaccatura sull'angolo destro, non erano contratte nel solito sorriso. Erano rilassate, come quando dormiva.

- Polonia...- lo chiamai, sfiorando delicatamente la sua guancia con le dita della mano.

Al sentire quel tocco le palpebre di Polonia si contrassero, dapprima chiudendosi completamente, ma, poi, cominciando ad aprirsi lentamente, mostrando gli smeraldi splendenti che tenevano nascosti. Polonia mi vide e subito cercò di recuperare il sorriso. Non voleva mostrarmi la sua sofferenza.

- Liet...- un sussurro dolce, seguito da un colpo di tosse, che il ragazzo aveva cercato di trattenere. Faceva fatica a parlare... que maledetto l'aveva ridotto male.

- Sono qua... sono qua... - annuii, dandogli in bacio sulla fronte.

Ero lì, stavolta non lo avrei lasciato.

Gli presi la mano, insanguinata, con qualche taglietto sulle dita, stingendola, non troppo forte, sul suo petto. Era fredda e fragile, come un sottile strato di ghiaccio. Ne accarezzavo il palmo con il pollice, cercando di mostrargli un sorriso. Le lacrime si stavano accumulando nei miei occhi, ma mi rifiutavo di farle uscire.

- Sono qua e non ti lascio.- dissi stringendolo di più a me. Sentire di averlo tra le braccia mi tranquillizzava. Finché era con me non gli sarebbe successo nulla.

- Liet... d-devo... devo dirti u-una cosa...- Mi disse Polonia stringendmi a sua volta la mano.

Lo guardai curioso, spostandogli una ciocca di quei meravigliosi capelli di seta d'orata dietro l'orecchio.

- Dimmi Po...- sentire la sua stetta, anche se debole, e rivedere quel sorriso, chiaramente forzato, mi rendeva felice. Aveva la forza di resistere.

- K-Kocham cię*... Li-Liet...- Feliks socchiuse gli occhi, sospirando ed appoggiandosi meglio sul mio petto, come se si fosse appena liberato da un peso che lo tormentava da anni.

Quelle parole dolci, pronunciate poi con quella vocina tenera e debole mi portarono per un attimo in paradiso, mentre in quel momento mi trovavo all'inferno. Gli accarezzai dolcemente la guancia, per poi prendergli delicatamente il mento tra l'indice ed il pollice, riuscendo, in quel momento di tranquillità, a cedergli un sorriso felice.

- Anch'io, Po... - Detto ciò una lacrima si decise a scendere. Solo una. E non era triste, ma felice, per quanto lo poteva essere in un momento così.

Dentro di me ero invaso da due sentimenti contrastanti. La disperazione di chi ha perso la speranza e la gioia di chi sa di essere ricambiato. In quel momento, però, mi ero come dimenticato della presenza nella tenda degli altri due. Non facevo caso a loro. Avevo Polonia tra le braccia, lo accarezzavo e ci amavamo, il resto, per quei momenti, perdeva automaticamente importanza.

- L-lo so... - sul suo visetto era comparso un sorrisino, come quelli di un bambino che ha appena fatto una marachella. - T-ti... ti ho s-sentito, sai...- molla la presa sulla mia mano, allungandola verso la mia guancia. Era debole, non riuscì a raggiungerla, così lo aiutai. Presi la sua mano, esaudendo il suo volere, portandomela sulla guancia.

Mi accarezzava lentamente, guardandomi dolcemente con gli occhi leggermente socchiusi. Quanto poteva essere bello...

- T-Ti ho sentito...- sentii i suoi muscoli tendersi in un fallito tentativo di avvicinare le sue labbra alle mie.

Troppo faticoso per lui. Lo aiutai, avvicinando le mie labbra, anche se timidamente, alle sue. Quando si toccarono potrei giurare di aver toccato il cielo con un dito. Le sue labbra avevano un sapore metallico, sapore di sangue. Eppure quel bacio mi fece tanto, tanto piacere. Un tocco dolce, tenero, mentre una seconda lacrima mi scendeva giù sulla guancia. Avevo gli occhi socchiusi, riuscivo quindi a vedere il polacco che stavo baciando. Aveva le goti arrossate, probabilmente lo erano anche le mie. Era tanto carino così, nonostante i lividi e le ferite che portava sul viso. Un momento quasi, quasi, perfetto.

Eppure qualcuno pensò bene di rovinarlo. Quel qualcuno che per tutto quel tempo era rimasto ad osservarci con un ghigno soddisfatto sulle labbra.

Nelle mie orecchie risuonò il suono di un battito di mani e di una risata divertita.

Tristemente mi separai da quel contatto, senza che mi sfuggisse il disappunto dello stesso Polonia.
Ero arrabbiato, incavolato, indiavolato, infuriato e fortemente incazzato.
Accarezzai di nuovo il viso di Polonia mentre, con la coda dell'occhio, guardavo, pieno d'odio l'uomo che ci aveva interrotto.

- Molto bello, molto bello...- disse Prussia che, dopo aver introdotto il battito di mani, si avvicinò a noi con un ghigno. - Non sapete quanto mi piacciono le scenette romantiche e deprimenti. - quando arrivò davanti a noi si inginocchiò arrivando ad incrociare gli occhi con i miei, che lo squadravano con odio.

Stavo avendo paura, stringendo così di più il corpo del polacco, nascondendogli il viso poggiandomelo sul petto. Gli occhi del prussiano ci squadravano con aria crudele, non volevo che incrociasse il suo sguardo con quello di Polonia, non ne sarebbe stato degno.

- Già già, molto carini. Ma ora arriva la domanda cruciale...- Prussia aveva spostato lo sguardo da me al corpo ferito di Polonia.

Mi limitai a stringerlo di più a me, giusto per fargli capire che con lui oggi avevano finito. Polonia aveva cercato di allontanare il viso dal petto, ma la mia stretta glielo impedì.

- Polonia, caro...- Prussia allungò una mano verso il viso di Polonia, mentre io, con uno scatto fulminio del braccio, gli impedii di continuare.

Per tutta risposta al mio comportamento arriva il secondo fratello, il più crudele, che, come fatto in mattinata, mi puntò alla testa una pistola.
Faccesse pure. Basta divertirsi sul mio Polonia. Lo accarezzavo, con l'intento di tranquillizzarlo, anche se, sinceramente, quell'azione servì più per tranquillizzare me, che al solo sfiorare la sua pelle mi sentivo più tranquillo.

- Carissimo, dicci... Ti vuoi arrendere, o vuoi che continuiamo?- il prussiano si alzò in piedi, osservandoci dall'alto in attesa di una risposta, anche se, dalla sua espressione, si capiva che si aspettava una risposta ben precisa.

Sentii i muscoli di Polonia irrigidirsi, mentre, con le poche forze cercava di mettersi seduto ed alzarsi. Lo tenni stretto, contrario al farlo alzare da solo, non poteva, non ce la faceva. Era come una fogliolina appena nata, debole e fragile.

Polonia si voltò verso di me. Il suo sguardo servì più di mille parole. Era deciso, sicuro, ma allo stesso tempo era triste, mi implorava di lasciarlo. Mi accarezzò la mano, con un sorriso forzato. Gliela baciai, tremante, mentre un'ennesima lacrima mi rigava il viso. Cosa voleva fare?

Mi lasciò, sforzandosi di alzarsi, rifiutando ogni aiuto che cercavo di offrirgli. Riuscì a mettersi in ginocchio, mentre sentivo il suo respiro farsi affannoso ed irregolare.
Mi stavo preoccupando. Non potevo lasciare che, nelle sue condizioni, si affaticasse. Mi avvicinai a lui, poggiandogli delicatamente le mani sulle spalle.

- Po... bas...- cominciai la frase quando il polacco, sollevando il braccio, posandomi un dito sulle labbra, mi zittì e ricominciò nella sua impresa.

Si alzò barcollando, mentre io lo guardavo in lacrime, senza che lui mi permettesse di intervenire. Che idiota. Uno stupido idiota. Dolce e tenero, ma comunque idiota. Il mio idiota.

Una volta acquistato l'equilibrio necessario per tenersi in piedi, cominciò ad avvicinarsi con passo lento e tremante verso l'albino che lo osservava incuriosito. Avevo paura che, da un momento all'altro, potesse cadere e farsi male, rimasi quindi in allerta, sempre pronto a corrergli in contro ed afferrarlo in caso le sue gambe cedessero.

Nel giro di pochi passi instabili, Polonia si ritrovo a pochi centimetri di distanza dal prussiano. Avevo il cuore in gola, con l'ansia a mille. Polonia che volevi fare?

Prussia lo guardava in attesa di ricevere una risposta, mentre Polonia, ancora barcollante, lo sguardava con sguardo sicuro.

Mi scappò quasi una risata quando vidi Polonia piegarsi in due sputando saliva e sangue sugli anfibi del prussiano.

- Fottetevi...- disse solamente ritornando in posizione eretta, con un sorriso soddisfatto stampato sulle labbra.

Pochi secondi dopo, però, quel momento quasi divertente si tramutò in paura.

Prussia con uno scatto fulminio del braccio aveva lasciato sulla guancia di Polonia il segno rosso della sua mano, mentre il polacco cadeva a terra.

Scattai in piedi, slanciandomi verso di lui. Sempre insieme, perché insieme ce la faremo, da soli non si sarebbe risolto nulla.

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