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17 Settembre 1939

Riuscii a prenderlo giusto in tempo, prima che cadesse sul pavimento. Gli feci poggiare la testa sulla mia spalla, sfiorandogli la guancia, sulla quale spiccava il segno rosso della mano di Prussia. Le sue labbra erano inclinate in un sorrisetto soddisfatto, non badava alle conseguenze che avrebbe portato con se tale comportamento. Non si sarebbe arreso, per nulla al mondo. Non aveva paura di nulla, qualsiasi cosa gli avrebbe serbato lo avrebbe affrontato a testa alta.

Di certo io non la pensavo come lui. Avevo paura di ciò che gli avrebbero fatto. Era già ridotto male così, cos'altro avrebbero potuto fargli? Quanto ancora averei dovuto vederlo soffrire?

- Po...- gli dissi io singhiozzante mentre sentivo le sue braccia avvolgersi attorno al mio collo stringendosi a me.

Ricambiai l'abbraccio, senza aggiungere altro. Gli sarei stato accanto sempre, condividendo con lui le sue sofferenze.

Il suo viso sfiorava il mio, i miei occhi si riflettevano nei suoi, tanto puri e dolci. Mi accarezzò la guancia, asciugando così nuove, fastidiose lacrime.

- Po... - sussurrai di nuovo, singhiozzando ed accarezzandogli la nuca, facendo passare le dita della mano tra i suoi capelli setosi.

Polonia posò la testa sul mio petto, con una nota di tristezza, mentre mi accarezzava la schiena, facendomi tornare alla mente i ricordi legati alle cicatrici di cui lui stesso conosceva l'esistenza. Le avrebbe avute anche lui se la questione fosse durata a lungo. La sua pelle perfetta non poteva essere rovinata. Non avrei sopportato tale scempio.

- A-andrà tutto bene... lo... lo hai detti tu... L-Liet...- Vero, gli dissi che sarebbe andato tutto bene, ma sapevamo entrambi che non era così. Il mio palese tentativo di consolarlo non aveva convinto neanche me!

Annuii leggermente, baciandogli la guancia segnata, ancora, di rosso. Non sarebbe andato tutto bene. Non finché lui era nelle loro mani. Lo strinsi a me, tremando. Non per il freddo, l'aria afosa d'agosto si sentiva ancora, nonostante ormai fosse tarda sera, ma per la paura. Polonia è molto orgoglioso, ma quanto avrebbe resistito in mano ai due fratelli?

I due tedeschi, che, intanto, erano, di nuovo, come spariti dalla mia mente, tanto ero attratto dalla presenza accanto a me di Polonia. Ecco che proprio a quel punto Germania, marciando come un soldato disciplinato, quale indubbiamente era, si posizionò davanti a noi, di spalle, senza che io potessi intravedere il suo sguardo freddo.

- Molto bene. - disse solamente dando una pacca sulla spalle del fratello maggiore che, nonostante l'età, restava sempre al di sotto del metro e ottanta del minore. - Vorrà dire che ci divertiremo domani.- detto ciò uscì lentamente dalla tenda, lasciando dietro di se una "scia" di crudeltà. Quella frase mi fece rabbrividire, mentre ricominciai ad accarezzare i capelli del polacco, stringendogli la mano per fargli coraggio.

Anche se a coraggio stava messo certamente meglio di me...

Prussia si guardò schifato lo stivale sporco, per poi posare lo sguardo, sempre disgustato, verso il corpicino di Polonia. Diavolo, cosa aveva da guardarsi così il mio Polonia? Non gli piaceva, si guardasse prima lui allo specchio, sempre ammesso che, alla sua vista, questo non si frantumi in mille pezzi, eh.

- Tu, hai diritto ad un pasto.- disse in tono sprezzante, con il suo solito atteggiamento altezzoso ed egocentrico, rivolgendosi a me. - Tu, invece, me la devi pagare per questo. Capisci? - disse rivolto a Feliks, mostrandogli, irritato, lo stivale, ancora sporco.

Polonia quasi si mise a ridere, venendo però interrotto da violenti colpi di tosse, con i quali sputò anche del sangue. Posò dapprima i suoi smeraldi verdi nei miei occhi, guardandomi con fare divertito, per poi guardare l'albino concendendogli un ghignetto, come quelli di un bambino che ha rubato i biscotti dalla dispensa.

- T-Tanto non... non ho fame.- disse il polacco, mentre il prussiano, ancor più irritato, ci diede le spalle, sollevando il drappo della tenda per uscire.

Prussia si voltò, squadrandomi con i suoi occhi rosso sangue che sembravano penetrare nei meandri della tua mente, fino a leggerti i segreti più oscuri dell'inconscio.

- Ripeto che hai diritto alla cena.- Era spazientito e batteva il piede a terra in attesa che io lo seguissi fuori.

Io, al contrario di Feliks, non avevo fame davvero. Mi era completamente passata quando, quella mattina, avevo visto il suo corpo a terra ferito. E poi non potevo lasciare Feliks da solo, incustodito, in quell'accampamento di mostri.

Non mi mossi dalla mia posizione, continuando ad accarezzare i capelli morbidi di Polonia in silenzio. I nostri sguardi s' incontrarono. Il mio doveva apparire dolce, tenero, mentre il suo era quasi stupito, preoccupato.

- Liet... vai...- interuppi la sua frase con un bacio, breve ma dolce. Le sue labbra potevano sfamare per secoli la mia gola e guardarlo avrebbe risanato la mia tristezza.

- No.- pronunciai una parola secca, con un tono che non accettava obiezioni di alcun tipo. Polonia però, testardo com'è continuò ad insistere.

- V-vai!- mi strinse con forza, per quanta ne poteva avere, la stoffa della camicia, bagnata dalle troppe lacrime versate quel lungo giorno.

- No!- il mio tono si fece quasi aggressivo nei suoi confronti, tanto che sembrò rimanerci male.

Mi mise il broncio e voltò lo sguardo dall'altra parte, senza aggiungere altro. Bhe... almeno aveva capito. E poi quant'era bello quando faceva l'offeso e metteva il broncio.

Prussia in tutto ciò era rimasto in attesa all'uscita della tenda, ma quando, come Polonia, capì che la mia intenzione era quella di rimanere là si rassegnò anche lui.

- Come vuoi.- aggiunse mentre usciva fuori, lasciandosi chiudere alle spalle il drappo della tenda.

Finalmente eravamo da soli. Soli con le nostre paure e preoccupazioni. Soli con la nostra sofferenza. Soli con il nostro amore.

Avvicinai le mie labbra alle sue quando lui, ancora imbronciato, serrò le labbra, voltando il viso da un'altra parte. Proprio ora che eravamo soli doveva fare così?

- Che ho fatto ora?- inclinai un sopracciglio confuso, mentre lui, gonfiando le guance, incrociava le braccia, di cui la sinistra sanguinava, al petto.

- I-Idiota.- mi disse sbuffando, facendomi scappare un sorrisino, mentre gli accarezzavo la guancia.

- Quasi quanto te.- Sbuffai nel dire questa frase mentre Polonia, con aria offesa, posava il suo sguardo sul mio.

- I-io n...- approfittai di questo momento per posargli un dolce bacio sulle labbra, azzittendolo con amore.
Non sembrava contrario al bacio, tutt'altro. Mi passò una mano tra i capelli, accarezzandoli con dolcezza, mentre con le sue labbra morbide, sulle quali persisteva il sapore metallico, premeva sulle mie.
Ci staccammo dopo una decina di secondi. Forse i secondi più belli della mia vita. Mi ero dimenticato di tutto quanto. Mi sentivo come se fossi ritornato grande come una volta, quando io e Polonia dominavamo l'Europa. Mi sentivo come se fosse tornato sulle colline vicino Cracovia, mentre il vento ci soffiava tra i capelli e sognavamo un futuro felice nel castello dell'ex capitale della nostra Confederazione.

- R-Rimani sempre i-idio-idiota...- colpi di tosse interrompevano a scatti la frase del polacco, mentre io lo stringevo a me, delicatamente.

- Lo so...- ammisi annuendo leggermente. - Lo so...- ripetei nuovamente sorridendogli dolcemente.

Polonia ricambiò il sorriso, poggiando la testa sul mio petto. Aveva gli occhi stanchi. Mi sembrava ovvio. Quella non fu certo la miglior giornata della sua vita. Gli accarezzai il viso dolcemente, mentre gli lasciavo un tenero e discreto bacio sulla guancia.

- Dormi, dormi tranquillo... - gli dissi sottovoce, mentre gli occhi del mio amato si socchiudevano sempre di più.

Lui strusciò il viso contro il mio petto, per poi guardare la mia camicia. Nell'osservarla aveva uno sguardo triste, anche mortificato, cosa che mi fece preoccupare. Presi il suo mento tra le dita, incrociando il mio sguardo con il suo, debole e stanco.

- S-scusa...- disse abbassando lo sguardo, abbattuto e triste.

Spalancai gli occhi sorpreso. Scusa? E di che? Di tutto quello che gli ho fatto io, era lui che si scusava?

- Eh? - inclinai la testa confuso, godendomi ciò che stava rimanendo, in quegli occhi stanchi e tristi, della luce abbagliante che emanano le sue iridi verde smeraldo.

Lui con la mano, debole ed insanguinata, mi indicò la camica che indossavo e sulla quale lo avevo fatto appoggiare per farlo stare più comodo e tranquillo. Una camicia ormai macchiata a grandi chiazze di un rosso acceso, lo stesso rosso che copriva il corpo, i capelli, ed i vestiti di Polonia. Si scusava per aver sporcato di sangue la mia divisa. Mi scappò un'ennesima lacrima mentre, dandogli un bacio sulla fronte, lo facevo sistemare meglio sul mio petto.

- Sh... dormi e smettila di dire stupidaggini...- mi concesse un ultimo sorriso a questa frase, per poi chiudere gli occhi, godendosi dei meritati momenti di tranquillità.

- Dobranoc...- aveva sussurrato appena, prima che i suoi muscoli si rilassassero, addormentandosi.

- Buonanotte, Po...- distesi il suo corpo da "Bello addormentato" sul pavimento, poggiando la sua testa sul mio braccio che gli cingeva le spalle.

Mi distesi poi accanto a lui, beandomi per qualche momento della sua bellezza, che quei due si erano permessi di rovinare. Cominciai a stringerlo a me, con dolcezza, come fa un bambino con il peluche preferito, senza il quale non potrebbe dormire. Lo volevo sentire accanto a me. Quella mattina poi, se lo avessero trovato stretto tra le mie braccia, non lo avrebbero preso, almeno non senza fare nulla a me.

E così, dopo una decina di minuti mi addormentai, con lui tra le braccia e una lacrima lungo la guancia. Quella prima giornata era finita. Ma quante ancora ne sarebbero seguite come questa?

A quel 1 Settembre seguirono circa due settimane d'inferno. Non che fosse frequente che Germania torturasse Feliks sul posto. Ci lasciò soli, più o meno, per quelle due settimane. Feliks però soffriva. Lo sentivo urlare, contorcersi per il dolore, ogni metro che le truppe tedesche avanzavano verso il suo cuore: Varsavia.

Urlava, mi diceva che non ce la faceva, che non avrebbe resistito ancora a lungo, ma ancora non accennava a piangere, nonostante le sue labbra avessero smesso di sorridere. Non sapevo cosa fare in quei giorni. Lo stringevo, lo baciavo, gli sussurravo frasi dolci, assicurandogli che presto tutto sarebbe finito. Ma non era così. Si stringeva a me, supplicandomi di non lasciarlo e stargli accanto. Io piangevo e piangevo, come se la sua sofferenza si riversasse sulle mie spalle.

Ogni sera, dopo una giornata passata ad ascoltare inerme le urla di Polonia, ritornava Germania che gli porgeva sempre la stessa domanda.

- Ti arrendi?- detto ciò lo trascinava fuori, strattonandolo per il braccio, mentre un ufficiale mi teneva fermo per non farmi intervenire.

Ci portavano al centro dell'accampamento. Dov'erano soliti fare le esecuzioni. Ogni sera ci portavano davanti ad una ventina di ufficiali d'alto grado dell'esercito polacco sconfitto. Soldati catturati in battaglia. Erano tutti bendati, vestiti con le loro divise militari sulle quali sfoggiavano medaglie conferitegli dal governo polacco. Erano schierati in fila, con le mani legate dietro la schiena. Polonia veniva buttato a terra davanti a loro, mentre Germania gli tirava i capelli, costringendolo a tenere la testa alta, con gli occhi rivolti verso i soldati. Quando Feliks sentiva alle sue spalle la raffica di colpi da mitragliatrice sparare ed uccidere gli ufficiali serrava gli occhi, mentre una lacrima, una sola ogni volta, si decidava a rompere la sua maschera d'orgoglio, rigandogli il viso. La prima volta che vidi quella gocchia scendere giù sulla sua guancia mi sorpresi, mentre capivo di quanto stesse soffrendo in quei momenti, ma poi, col passare dei giorni, ci feci quasi l'abitudine, abituandomi alla vista del vero Polonia. Il Polonia che soffriva.

Passarono il 2, il 3, il 4, fino ad arrivare al triste 17 Settembre 1939, quando questa serie di giornate, passate nella sofferenza, venne interrotta.

Quella mattina Feliks si svegliò tranquillo, senza urlare o stringersi a me con forza per sfogare il suo dolore. Aprì i suoi occhioni lentamente, facendomi risvegliare con dolcezza, mostrandomi subito la lucentezza delle sue iridi verdi.
Mi sorrise, quella mattina. Mi sorrise per la prima volta dopo due settimane. Mi sorrise, quel sorriso che mi era mancato tanto e che in pochi attimi riuscì a strapparne uno anche a me.

Gli spostai una ciocca di capelli, che gli copriva l'occhietto sinistro, dietro l'orecchio, lasciandogli un bacino sulla fronte, come per dargli il buon giorno di quella giornata che sembrava essere iniziata bene. Sottolineo, sembrava.

Poggiò la testa sulla mia spalla, sospirando sollevato, sperando che stavolta fosse davvero tutto finito. Lo speravo anch'io, con tutto il cuore, eppure ancora non sapevamo che ciò che sarebbe successo quel giorno segnava l'inizio della fine delle nostre speranze.

- V-Vedi... è... è andato tutto... bene... nnno?- Mi disse, cercando la mia mano per poi, una volta trovata, intrecciare le sue dita con le mie, in un incastro perfetto. Il suo respiro era debole, ma la sua stretta era più decisa e forte, inteso per le sue condizioni.

Annuì, quasi felice, cercando le sue labbra al fine di farle incontrare in un nuovo, dolce bacio. Perché ora stava "bene", ma quale fu il prezzo di questa tranquillità? Sedici giornate vissute nella sofferenza e nel dolore. E quale sarebbe stato il prezzo che ancora dovevamo scontare? All'epoca non ne potevo avere idea ed ancora oggi faccio fatica a credere che quella sofferenza l'abbiamo sopportata per ben cinque lunghi anni.

- Te lo avevo detto... Po.- ennesima carezza sulla sua guancia ad accompagnare questa frase.

Tossì, il mio Polonia. Tossì sputando ancora sangue, come fece tutti i giorni di quelle due settimane durissime.

Lo stringevo, lo accarezzavo, lo baciavo. Questa volta rendevo suo il mio "star bene" fisicamente, invece di render mia la sua sofferenza.

Con le sue braccia mi cingeva il collo, cercando di stringermi in un tenero, quanto debole, abbraccio. Io tenevo sollevato il suo busto, tenendo stretta la sua schiena, con el braccia. Gli baciai il collo, segnato dal lato destro, nel punto in cui s'incontrava con i muscoli della spalla, da un taglio, non eccessivamente profondo ma che avrebbe bisogno di essere medicato, anche se era un prigioniero. Non era certo la ferita più grave che aveva. Anzi, alcune, per lo più sperse sul petto, erano seriamente preoccupanti.

- Po...- volevo ribadirgli che era finalmente tutto finito quando una voce, tanto acuta quanto inquietante, m'interruppe.

Quella voce, quella maledetta voce che tormentava i miei incubi. Quella voce che avevo sentito tante, troppe volte in vita mia. Quella voce che mi fece rabbrividire in un attimo. Quella voce era di Russia. Russia era là. Perché? Che ci faceva lì? Voleva portarmi via? Voleva separarci? Oppure... oppure voleva continuare ciò che aveva iniziato Germania?

Spalancai gli occhi quando vidi il drappo della tenda ritirarsi, mentre l'imponente figura di Russia faceva irruzione nella stanza. Quella divisa scura, ricoperta di medaglie stellate sovietiche, mi spaventò quasi quanto il suo sorriso.

- Ops... l'uccellino mi ha detto che qualcuno non vuole arrendersi!- il russo rivolse questa frase a Polonia, iniziando ad avvicinarsi a noi sfoggiando il suo "amato" tubo dell'acqua.

Un brivido mi percorse la schiena, mentre stringevo il corpo di Polonia tra le braccia. No. Non poteva essere vero...

~ 17 Settembre 1939~


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