Prologo
Il silenzio della notte venne spezzato dal delicato suono dello spruzzo di una bomboletta di metallo, e del colore azzurro che si stendeva sulla superficie del muro di quella piazza illuminata dai lampioni sparsi lungo il marciapiede. Più in là c'erano dei ragazzi seduti sul prato che facevano sentire la loro presenza grazie alle continue risate emesse tra uno spinello e l'altro, come tutte le notti del resto, aspettando che i loro polmoni si distruggano gradualmente godendosi tutti i momenti di questa falsa spensieratezza. Erano tutti uniti da dolori comuni, li condividevano e si lasciavano andare a se stessi senza nemmeno chiedersi il perché lo stessero facendo, o almeno domandarsi perché non stessero facendo nulla per cambiare le cose.
Se da una parte c'erano dei ragazzi che sfidavano la legge per ribellarsi ad essa ed esprimere la loro arte, e dall'altra parte c'era chi restava a guardare la propria vita distruggersi in modo passivo, proprio al centro c'ero io, con un foglio bianco in mano incapace di riprodurre anche un solo punto su di esso e con così tanta rabbia da poter spaccare il mondo.
Il silenzio, il frastuono, la luce, il buio, era tutto incasinato dentro di me, ma su quel pezzo di carta non riuscivo a vedere nient'altro che il bianco.
I ragazzi alle mie spalle vivevano la propria vita rischiando di essere presi dalla polizia, io rischiavo di perdere me stessa, e anche quella volta le cose erano andate come dovevano andare.
Uno di loro, un ragazzo più o meno alto con il capo coperto da un giubbotto verde, improvvisamente iniziò a gridare nel tentativo di avvertire tutti dell'arrivo delle guardie, e in un attimo, fummo tutti presi da quell'adrenalina che ci portò a scappare uno più veloce dell'altro fino a disperderci completamente.
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