terzo atto。
porgo le mie più sincere scuse per l'eccessivo ritardo di questo terzo, e penultimo, atto. la scuola non è andata come avrei voluto andasse, non ho avuto il tempo di scrivere seriamente, ed il massimo che sono riuscita a fare sono state trecento parole ogni quattro settimane. abitando, inoltre, a meno di un'ora da codogno (primo focolaio del coronavirus) ed essendo di per me una persona molto ansiosa, è stato difficile per me riuscire a concentrarmi e a realizzare un capitolo del quale potessi essere pienamente fiera. ho dovuto sfruttare gran parte del mio tempo libero per riuscire finalmente a concludere, ma ora posso finalmente ritenermi almeno un minino soddisfatta.
sperando profondamente che quest'atto riesca a coinvolgervi e a darvi le stesse emozioni che io avevo intenzione di comunicarvi, non posso che ringraziarvi tutti per il continuo supporto.
+ non molti lo sanno, ma ho una forma di sinestesia che mi permette di sentire l'odore della musica (oltre che di un paio di altre cose), quindi vi ho allegato qui sopra una canzone che penso si adatti per una certa parte del capitolo, che mi rilassa molto ed ha per me un profumo buonissimo :)
buona lettura!
- mara
Non festeggiammo Natale, visto che nessuno di noi era cristiano, ed il giorno del mio compleanno arrivò più in fretta del previsto. Come promesso, Jimin organizzò una piccola festicciola per me, decorando casa nostra nel miglior modo possibile. Non invitò più di una dozzina di persone, tra cui anche Yoongi. E Jeongguk.
Non avevo la più pallida idea del fatto che Jimin avesse invitato anche lui e, quando aprii la porta per farlo entrare in casa, rimasi letteralmente paralizzato a fissarlo. Sentii tutto il sangue che avevo in corpo defluirmi via dal viso, e per un brevissimo attimo non riuscii a vedere più nulla. Ero scioccato, ed in parte anche furioso con Jimin per non avermi avvisato di tutto ciò. Non gli avevo ancora confermato effettivamente i miei sentimenti ma, essendo il mio compleanno, avrei sicuramente gradito molto di più essere avvisato della presenza di qualcuno come lui.
Jeongguk mi salutò, sorridendo in quella maniera che riusciva sempre a farmi crollare le articolazioni delle ginocchia, ma io non gli risposi, limitandomi a farmi da parte per lasciarlo passare, evitando il suo sguardo e chiudendogli la porta alle spalle. Non volli assolutamente rivolgergli la parola e feci per allontanarmi da lui il più rapidamente possibile.
Purtroppo, non riuscii ad allontanarmi più di tanto, dato che lui non perse l'occasione per afferrarmi il polso e avvicinarmi a sé, in modo da stringermi contro il suo petto in un abbraccio che, per i miei gusti, era sin troppo intimo. Mi diede fastidio, in un certo senso, soprattutto tenendo conto del fatto che l'ultima volta che ci eravamo visti era stato parecchio scostante e restio dal toccarmi. Inoltre, stava apparentemente uscendo con qualcuno, e non credevo fosse corretto nei confronti di tale persona che lui si lasciasse andare a certi atteggiamenti con me, per quanto questi potessero sembrare innocenti.
Lo spinsi via con delicatezza senza rivolgergli la minima parola, mostrandogli un sorriso forzato per poi allontanarmi e dirigermi verso il soggiorno. Era il mio compleanno, dopotutto, e non volevo che fosse Jeongguk a rovinarmelo. Tuttavia, rimasi sorpreso dal fatto che non avesse detto nulla. Sospettai fosse perché lo avevo colto di sorpresa e non aveva saputo come rispondere, ma non volli girarmi per constatare se la mia ipotesi fosse corretta o meno.
Quando arrivai in soggiorno, mi sedetti sul divano lanciando un'occhiataccia a Jimin e sospirando, notando che, con Namjoon e Jeongguk, eravamo ormai al completo.
Bevemmo qualche alcolico scadente acquistato dal negozietto scrauso sotto casa, e mangiammo una torta senza alcun tipo di sapore, che aveva portato Yoongi.
La presenza di quest'ultimo, mi mise quasi più a disagio che quella di Jeongguk; non per Yoongi in sé, ma per il modo in cui aveva improvvisamente preso a comportarsi nei confronti di Jimin. Lo sfiorava in maniera strana, sin troppo intima per me, e Jimin rispondeva altrettanto lascivamente, ridendo ad ogni sua singola parola e gettandoglisi addosso per qualsiasi cosa.
Non sembrava neanche il mio compleanno, ma un appuntamento a cui stavamo tutti facendo i terzi incomodo. Parlai brevemente con Namjoon, che mi diede tuttavia l'impressione di non essere particolarmente a suo agio e mi costrinse a tagliare corto relativamente in fretta, e con Hyungsik, un mio vecchio amico dai tempi in cui ancora lavoravo come cassiere di un Lidl. L'unico che feci del mio meglio per ignorare fu Jeongguk, che, proprio mentre parlavo con qualche altro ragazzo lì presente, si alzò e mi si avvicinò, per poi sedersi accanto a me, avvolgendomi le spalle con un braccio ed affondando il viso nell'incavo del mio collo.
"Hai sempre un così buon profumo, hyung," disse ad alta voce, facendo sì che il ragazzo di fronte a me -Seojoon, un tipo con cui avevo flirtato per un certo periodo di tempo prima che conoscessi Jeongguk- lo sentisse per bene. Il problema fu che tutti, assolutamente tutti, nella stanza lo sentirono, e si girarono per guardarci.
"Grazie, Jeongguk," mi limitai a mormorare, scrollandomi il suo braccio di dosso e facendo per alzarmi.
"Jimin non mi aveva detto che ti stessi frequentando con qualcuno," sentii la voce di Yoongi rimbombarmi alle spalle.
Il sangue mi si gelò nelle vene, e nella stanza crollò improvvisamente un silenzio umido e pesante. Non mi girai neanche per guardare in che stato fossero rimasti gli altri.
"Non mi sto frequentando con nessuno, infatti, hyung," mormorai, girandomi nella sua direzione, sentendo i palmi delle mani che iniziavano a sudare. Vidi Jimin sgranare gli occhi, avvicinandoglisi per sussurrargli qualcosa nell'orecchio, poggiandogli una mano sul petto, accarezzandolo. Vidi, con la coda dell'occhio, Namjoon che si irrigidiva e spostava lo sguardo sullo schermo del suo telefono, quasi a voler evitare di osservare quella scena. Tuttavia, fui costretto a prestargli meno attenzione di quanto avrei voluto. Sentivo i piedi e le gambe pesanti, ma dovevo andarmene da quel posto il prima possibile: il peso di tutti quegli sguardi aveva cominciato a farsi sentire.
"Oh, scusami Taehyung, non volevo metterti a disagio," lo sentii dire poco dopo che fui riuscito a muovere il primo passo in direzione della terrazza, "e scusami anche tu Jeongguk, non sapevo avessi la ragazza."
E fu come se un secondo macigno mi fosse appena piombato sulle spalle.
Sentii tutti i presenti nella stanza trattenere il fiato, quasi in attesa di cosa sarebbe accaduto, ma io non volli assolutamente che capissero quanto quella frase mi avesse colpito in profondità, per motivi che ancora mi erano difficili da comprendere.
"Io vado fuori un attimo a fumare," dissi, sperando che la mia voce non traballasse, che tutto quel dannato tripudio di emozioni che mi stavano vorticando lungo le pareti della gola non trapelasse attraverso le mie parole.
Nessuno rispose, ed io uscii, dato che l'aria all'interno della stanza si era fatta davvero sin troppo tesa. Mi limitai ad uscire sulla terrazza del soggiorno, afferrando un pacchetto di sigarette ed il mio accendino da un ripiano appena fuori la porta-finestra.
Mi sporsi contro la ringhiera per ammirare la Seoul notturna ed accesi la sigaretta, infilandomela tra le labbra. Sospirai irritato nel sentire dei passi alle mie spalle, praticamente convinto che si trattasse di Yoongi.
"Va' via, hyung. Non ho voglia di parlare con te, ora come ora," sbuffai, prendendo una buona boccata di fumo. Realizzai in quel momento, che era quasi tutto il giorno che non fumavo, e per un attimo permisi che il suo odore acre mi inebriasse la mente, riempiendomi le narici ed i polmoni.
"Non sono lo hyung," sentii alle mie spalle, e fui così colto di sorpresa che per un attimo non mi cadde la sigaretta. Mi girai rapidamente per vedere Jeongguk, a pochi passi da me, con il labbro inferiore catturato tra i denti ed i capelli, che notai solo in quell'attimo fossero vagamente più lunghi rispetto all'ultima volta che l'avevo visto, gli coprivano un po' gli occhi. Sembrava a disagio.
"A cosa devo questa tua visita?" Domandai, serrando le labbra attorno alla sigaretta e voltando un'altra volta il viso in direzione del condominio di fronte, avvicinando lentamente l'accendino alla bocca per accendere quel dannato strumento di tortura che non faceva altro che procurarmi un malsano piacere.
"Mi dispiace che lo hyung ti abbia fatto sentire a disagio," disse. Non risposi e presi solo una boccata di fumo, lasciando che il sapore acre prendesse possesso del mio palato e dei miei polmoni, macchiandoli ed appesantendoli di nera pece.
"Ti è successo qualcosa, hyung? E' il tuo compleanno, ma ti vedo strano," trattenne il fiato, quasi come se non fosse stato sicuro di cos'altro avrebbe dovuto dire, "sembri quasi triste."
Neanche questa volta risposi, sentendomi la punta del naso e delle dita diventarmi improvvisamente fredde. Erano le undici e mezza di sera del trenta dicembre, ed io ero fuori senza giacca. Mi sorprese il fatto che non mi fossi neanche reso conto che stessi tremando, e mi limitai a sospirare un'ultima volta, sputando fuori tutto il fumo che avevo inspirato poco prima.
"Hyung," ripeté Jeongguk, insistente. Sentii i suoi passi farmisi più vicini, ma non tentai di scostarmi. Ero troppo stanco per pensare, volevo solo concedermi qualche minuto di puro oblio durante la quale non mi dovessi preoccupare per tutte le cose che stavano andando storte nella mia vita, a partire da Jeongguk per finire con il mio vizio del fumo, che negli ultimi tempi stava addirittura andando a peggiorare.
Le sue braccia mi avvolsero lentamente i fianchi, con una tenerezza che non pensavo possedesse, ma non mi mossi minimamente, né mostrai alcuna reazione nei suoi confronti. Ero immerso in un profondo stato di quiete nella mia mente e, in quel momento, neanche la presenza del ragazzo che mi stava facendo impazzire il petto riusciva a smuovermi. Tuttavia, il tessuto del suo maglione contro la nuda pelle delle mia braccia mi diede una sensazione di sollievo, probabilmente grazie al piacevole tepore che il suo corpo emanava.
"Avresti potuto portarti dietro la ragazza," interruppi il silenzio, lasciando che la cenere della mia sigaretta cadesse nel posacenere posto vicino a me, sentendo le braccia di Jeongguk improvvisamente stringermi i fianchi un po' più forte rispetto a pochi attimi prima. Non ci pagai tanto caso, e mi limitai a respirare la gelida e frizzante aria dicembrina, lasciando che questa mi riempisse i polmoni, rilassandoli e espandendoli. Non avevo più voglia di fumare, quindi spensi la cicca, quasi integra, e poggiai le braccia contro la ringhiera, poggiando il viso contro il palmo della mia mano.
"Non ce l'ho," deglutì, al che io sollevai un sopracciglio, senza però voltarmi nella sua direzione.
"La ragazza, intendo," continuò, la voce che gli si era improvvisamente fatta piccola piccola, flebile poco più di un respiro.
"Ah, pensavo," mi limitai a mormorare io, abbassando lo sguardo per osservare la schiera di persone allegre che passeggiavano sul marciapiede sottostante il condominio.
"Jimin mi aveva menzionato qualcosa riguardo al fatto che ti stessi vedendo con qualcuno, ma presumo si fosse sbagliato," sbadigliai, stupendomi un'ulteriore volta nel sentire il suo corpo irrigidirsi contro al mio.
Ero tremendamente stanco, al punto da non essermi neanche reso conto della facilità con cui avevo preso a parlare con Jeongguk, nonostante fino a pochi minuti prima ero restio alla sola idea di vederlo.
"Inoltre, le ultime volte che ci siamo visti non sei stato così affettuoso con me," continuai, passandomi una mano sulla fronte, sentendo un improvviso prurito pervadermi improvvisamente la tempia, "pensavo fosse perché avessi iniziato a vederti con qualcuno e, giustamente, non ti andava di starmi così vicino."
Questa volta, fu lui a non rispondere.
"Non è per quello," rispose, dopo qualche teso minuto di silenzio. Mi divincolai dalla sua presa, sentendo i sensi che tornavano alla loro piena capacità, portandomi a venire infastidito dalla sua sola vicinanza.
"Mi sentivo a disagio," proruppe poco dopo, senza però darmi l'impressione di voler continuare a parlare. Lasciai perdere, ormai non più interessato a sentire ciò che aveva intenzione di dirmi.
Mi girai, in direzione della porta-finestra, per rientrare in casa dato che stavo iniziando seriamente ad avere freddo.
"Ed è vero," mi fermai, giusto per non sembrare maleducato ed andarmene via mentre parlava, "è vero che mi sono visto con una ragazza. Però," si leccò le labbra, alzando un braccio come a voler gesticolare qualcosa, per poi però lasciarlo ricadere lungo il suo fianco.
"Però, con lei era tutto fisico. Non eravamo nulla se non due conoscenti che ogni tanto andavano a letto assieme," sembrava stesse ansimando, ed ogni parola che sputava fuori sembrava più debole e dolorosa della precedente.
"Io non mi sono mai innamorato prima d'ora, devi credermi, e non è la prima volta che provo a fare cose del genere, e-" sentii una fitta al cuore nel sentire quelle parole, ma feci finta di nulla, rimanendo immobile e cercando di ignorare il più possibile il dolore che aveva preso a propagarmisi nel petto.
"Non abbiamo mai pensato di andare oltre, e abbiamo smesso solo perché lei si è trovata un ragazzo, ma ti giuro che tra me e lei-" sollevai una mano.
Solo in quel momento, realizzai quanto effettivamente fossi fottuto.
Sentir parlare di Jeongguk che andava a letto con qualcun altro, che si trovava in una tale intimità con qualcun altro, mi fece venire la nausea. Lo capii subito, che i sentimenti che stavo provando per lui stessero lentamente e spaventosamente crescendo, e la cosa mi terrorizzò più di quanto non mi aspettassi. Non pensavo avrebbe fatto così male, eppure per un attimo avrei potuto giurare di aver sentito come se una botta potentissima mi avesse centrato in pieno lo sterno, spaccandomelo in due e togliendomi momentaneamente il respiro. La testa mi girava e la bile mi inaspriva le labbra e la lingua.
"Non ti devi giustificare, Jeongguk," dissi tuttavia, pregando tutte le divinità esistenti al mondo che non capisse come mi stessi sentendo.
"Hai il diritto di fare ciò che vuoi, con chi vuoi. Non mi devi certo alcuna spiegazione," continuai, mostrandogli il più falso dei sorrisi più falsi.
E con ciò, mi voltai ed entrai in casa, dirigendomi immediatamente nel bagno, ignorando il fatto che i miei amici - ubriachi - stessero festeggiando il mio compleanno senza di me, e cercando di trattenere le lacrime nel pensare a Jeongguk, ancora in piedi sul mio balcone, che mi diceva indirettamente che lui, per me, non avrebbe mai potuto provare nulla.
. . .
Dopo quell'avvenimento, ci furono sei mesi di pura ed assoluta quiete.
Il mio rapporto, se così si poteva ancora chiamare, con Jeongguk non subì alcun tipo di cambiamento. Ci vedemmo qualche volta, due o tre al mese, giusto per parlare un po', ma i nostri incontri non duravano mai più di un'ora. Sapevo da Jimin che aveva ripreso ad andare a letto con gente a caso dell'università a cui si era iscritto o con ragazze che incontrava in discoteca, quando usciva il sabato sera e, per quanto disapprovassi questo suo atteggiamento, lo sopportai e non gli dissi mai nulla. Non lo interrompevo mai quando mi parlava delle sue avventure notturne, nonostante sentissi il cuore farmi sempre più male.
Giorno dopo giorno, realizzavo che i miei sentimenti per lui non facevano altro che crescere e diventare sempre più forti, al punto che non riuscivo a pensare a lui senza che mi venisse una stretta al petto. La piccola cotta che avevo avuto all'inizio della nostra conoscenza stava diventando qualcosa di troppo grande e doloroso perché io riuscissi a contenerla.
Per me, tutto scoppiò una dannata sera di metà giugno. Jeongguk mi aveva proposto di andarlo a trovare al suo appartamento, dato che era da poco andato a vivere da solo e comunque, di solito, era sempre lui a venire a trovare me e Jimin, a casa nostra. Era la prima volta dal mio compleanno che decidevamo di passare più tempo assieme, e la cosa mi rendeva felice e mi preoccupava allo stesso tempo.
Nei precedenti sei mesi, avevo ormai fatto abitudine di vederlo raramente, e non sapevo come mi sarei sentito stando nei suoi paraggi per così tanto tempo.
Temevo una mia reazione che lo portasse a realizzare cosa provassi per lui, e sentii i freddi artigli del panico attanagliarmi la gola al solo pensiero.
Capii subito che quella serata non sarebbe andata nel migliore dei modi quando sentii il fiato bloccarmisi in gola, vedendo Jeongguk aprirmi la porta; indossava solo dei pantaloni grigi da tuta ed una banale maglietta bianca, a maniche corte, che lasciava completamente scoperte le braccia. Sentii la bocca prosciugarmisi completamente, mentre tutto il calore che avevo in corpo mi si dirigeva alle guance e, in parte, al ventre. Sentivo una sensazione strana, che mai mi aveva preso sino a quel momento: non era la classica attrazione, bensì qualcosa di più forte e sinistro.
Lo volevo.
"Hyung, va tutto bene?"
Sentii la mia testa scattare in alto, per guardarlo dritto in viso, quasi come se stesse cercando di scappare dal mio controllo, e mi sforzai di annuire lentamente, serrando le labbra.
"Certo, Jeongguk, sono solo un po' stanco. Non ti preoccupare," gli dissi, sorridendo il più genuinamente possibile. Lo vidi ricambiare il sorriso, facendomi segno di entrare in casa e di seguirlo, mostrandomi nel frattempo le varie stanze. In tutto l'appartamento aleggiava l'odore della vernice fresca, tipico.
Mi piaceva casa sua, aveva un'atmosfera decisamente più accogliente e calorosa di quanto mi potessi aspettare da un appartamento semivuoto, e mi ritrovai a pensare che fosse proprio la presenza di Jeongguk stesso ad animare quelle quattro pareti.
"Vado a fare del tè, tu accomodati in soggiorno," sorrise, ed io annuii lentamente, faticando a registrare le sue parole, "fa come se fossi a casa tua!"
Sorrisi inebetito, facendogli cenno di sì con la testa, girandomi per osservare alcune delle foto che teneva appese in corridoio. Per la maggior parte, erano di lui e della sua famiglia. In un paio, c'erano solo lui ed un altro ragazzo - suo fratello - che gli assomigliava in maniera paurosa. Sia sua madre che suo padre erano bellissimi, e riuscivo perfettamente a vedere Jeongguk nei loro tratti.
Tuttavia, fu una singola foto a colpirmi. Era quella più vicina alla porta della cucina, e raffigurava lui alla sua cerimonia di diploma, poco più di due anni prima. C'erano più visi conosciuti di quanto non mi aspettassi, e mi sorpresi nel vedere persino Jimin.
'Com'è che io non l'ho conosciuto prima?'
Jeongguk sorrideva, mostrando i fiori che teneva in una mano ed il diploma nell'altra.
Mi faceva tenerezza. Sentii il cuore battermi in modo vagamente più rapido, mentre una forte sensazione di calore mi avvolgeva il viso, il collo ed il petto.
Vederlo sorridere in quel modo aveva azionato in me qualcosa che non pensavo neanche di essere in grado di conoscere. Vederlo felice, circondato dalle persone che più amava, mi faceva sentire leggero più di qualsiasi altra cosa, pur sapendo di non essere compreso in quella cerchia.
Rimasi a fissare quella foto più di quanto non immaginassi, sentendo l'animo riempirmisi di una sensazione sempre più pura e leggera, al punto che neanche mi accorsi di Jeongguk, quando varcò la soglia della cucina con due tazze strette in mano, un'espressione tra il confuso ed il divertito che gli decorava il viso.
Mi girai di scatto nel sentirlo schiarirsi la voce, e sentii l'imbarazzo prendere il possesso della mia psiche, portandomi a balbettare un'incomprensibile scusa, che non fece altro che farlo ridere mentre, insieme, ci dirigevamo verso il divano in soggiorno.
Ci sedemmo, e lui mi porse la mia tazza di tè, ripetendomi più e più volte che non era un problema. Dopotutto, stavo solo guardando delle foto, nulla di male.
Annuii piano, poggiandomi la tazza sulle ginocchia, aspettando che il suo contenuto si raffreddasse un po'.
"Hai visto Endgame?" Mi chiese, dopo qualche attimo di puro e tesissimo silenzio. Sollevai un sopracciglio, girandomi in sua direzione e facendogli cenno di no, notando immediatamente il modo in cui aveva preso a sorridere. Sentii un ennesimo tuffo al cuore, ma cercai di fare del mio meglio per non darlo a vedere.
"Perfetto," lo sentii mormorare. Si avvicinò ancor di più a me, premendo un tasto del computer, che aveva prontamente poggiato sul tavolino davanti al divano prima che io arrivassi, e sollevando una coperta in modo che coprisse entrambi.
"Vedrai che ti piacerà."
.
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"Taehyung?"
Jeongguk mi chiamò improvvisamente quando mancavano meno di venti minuti alla fine del film. Distolsi l'attenzione dal suo pc girandomi verso di lui, sollevando un sopracciglio e, assentamente, premendo la barra spaziatrice del computer per mettere in pausa il film.
"Che c'è, Jeongguk? Va tutto bene?" Domandai, per poi poggiare il viso sul palmo della mano e girandomi verso di lui, attendendo che continuasse: rimasi sorpreso nel trovarlo tremendamente in difficoltà. Non avevamo avuto alcun tipo di discussione dopo che ci eravamo messi a guardare il film, quindi non capivo per quale motivo si trovasse in quello stato.
"Taehyung, tu ritieni che io per te sia importante?" Mi chiese, dopo parecchi attimi di silenzio in cui aveva più volte boccheggiato, come se non sapesse bene come dovesse parlarmi. Aveva le gote tremendamente arrossate, e sembrava star facendo il possibile per non guardarmi negli occhi. Sembrava a disagio e, conoscendo il suo tipico atteggiamento nei miei confronti, non riuscii a non trovarlo strano.
"Jeongguk, che razza di domanda è?" Mormorai io prima ancora di riuscire a registrare i miei stessi pensieri. Lo vidi sgranare lievemente gli occhi, irrigidendo le spalle e le braccia e serrando le labbra tra loro.
"So che può sembrare una domanda strana, ma è una cosa che ho necessità di sapere," rispose lui pochi attimi dopo, avvicinandosi ancor di più a me e, senza battere ciglio, poggiando una mano sulla mia gamba, avendo apparentemente perso tutta l'ansia ed il disagio che stava dimostrando appena pochi attimi prima. Ero completamente allibito.
"Sono importante per te? Sì o no?" Domandò ancora una volta, avvicinandosi ancor di più a me, al punto che riuscivo a sentire il suo respiro infrangersi contro la mia pelle. Aveva gli occhi puntati nei miei, ed il suo sguardo era colmo di un'intensità assurda, che non avevo mai avuto occasione di sentire prima di allora. Non capivo quali fossero i reali motivi della sua domanda, apparentemente innocente, né tantomeno ero in grado di comprendere perché avesse improvvisamente sentito il bisogno di chiedermi una cosa simile, in un momento del genere, tra l'altro, in cui il mio affetto nei suoi confronti non c'entrava proprio niente.
"Guk, perché me lo stai chiedendo? Non riesco a capirti," fu tutto quello che riuscii a mormorare, poggiando le mani contro le sue spalle, tentando di allontanarlo almeno un minimo da me.
"Ho bisogno di saperlo," ripeté, aumentando la presa della sua mano sulla mia gamba, che si stava lentamente sollevando per raggiungere la mia coscia. Deglutii, notando di quanto si fosse effettivamente avvicinato, accorgendomi solo in quel momento dell'altro braccio disteso sullo schienale del divano. Stava, lentamente, tentando di farmi sdraiare per potermi, forse, salire sopra, e per quanto il contatto fisico mi piacesse, non era in quella situazione che desideravo trovarmi finalmente vicino a lui.
"Ovvio che sei importante per me, Jeongguk, che domanda è?" Risi, piano, cercando di tornare in posizione eretta, ma lui non demorse, anzi. Lo sentii rilasciare un sospiro di sollievo, per poi poggiare la fronte contro la mia clavicola, avvicinandosi ancor di più a me e soffiando languidamente sulla pelle esposta del mio collo.
Deglutii, sentendo un brivido freddo percorrermi la schiena.
"Ed io?" mormorai, sentendomi la gola improvvisamente secca, mentre una sensazione spaventosa si impadroniva delle mie ossa, "io sono importante, per te?"
Avevo paura della sua risposta, proprio a causa di tutto ciò che era già precedentemente accaduto tra noi. Avevo paura di rimanere deluso, ferito un'altra volta, ed avevo paura che, se tutto quanto fosse continuato in quel modo, non sarei più riuscito neanche a guardarlo in faccia.
Dentro di me una piccola, insignificante parte della mia anima sperava ancora che tutto ciò che era successo tra me e lui cominciasse a perdere di significato, ma un'altra parte, decisamente più fredda e razionale, mi ricordava continuamente che quello che c'era tra noi stava iniziando a diventare tossico, e non andava bene. In quei mesi, in cui avevo cercato il più possibile di fare a meno della presenza di Jeongguk, mi ero reso conto di quanto quella situazione fosse sbagliata e di come, se nulla fosse cambiato, tutto sarebbe solo andato a peggiorare. Avendoci ragionato su molto più attentamente, mi resi facilmente conto del fatto che, qualora io e lui avessimo avuto un'altra discussione, avrei dovuto rispondergli a tono, impedendogli di trattarmi come aveva fatto fino ad allora, facendomi finalmente valere.
Era più facile a dirsi che a farsi, perché per quanto mi sforzassi di ammettere il contrario, ogni volta che vedevo Jeongguk, il mio cuore e la mia mente smettevano di comportarsi normalmente, quasi come se la sua presenza fosse un virus, infiltratosi nelle mie emozioni che si divertiva a fare casino ogni singola volta che gli pareva. Ammettere di essere attratto da Jeongguk non era stato facile, né tantomeno l'ammettere di avere una cotta per lui. Temevo profondamente il giorno in cui mi sarei innamorato di lui, e speravo con tutto il cuore che non accadesse, perché sapevo che altrimenti sarei stato rovinato, più di quanto non fossi già, e allora sì che il mio cuore si sarebbe spezzato una volta per tutte.
Faceva male. E avrebbe continuato a farlo.
Mi avrebbe fatto sempre più male, fino al punto che non sarei più riuscito a sopportarlo.
Gli attimi che precedettero la sua risposta, per quanto questa fosse ormai già scontata, furono tra i più pesanti che avevo mai vissuto a causa di Jeongguk, fino ad allora.
Ero semisdraiato sotto di lui, una delle sue mani che mi stringeva con forza una coscia e l'altra che tentava di cingermi le spalle. Avevo il suo viso a pochi centimetri dalla punta del mio naso - dopo che gli avevo porto quella domanda, aveva sollevato il capo per fissarmi dritto negli occhi. Sapevo bene cosa stava per succedere e, per un momento, ebbi la tentazione di chiudere gli occhi per non vederlo pronunciare quelle parole perché forse, in quel caso, avrei avuto l'impressione che non lo avesse veramente detto lui, ma li tenni aperti e lo guardai dritto in viso, la lingua che mi pizzicava in bocca, tra le labbra.
"Sai bene cosa penso io di te," mormorò, al che io mi sentì quasi svenire. Anche gli occhi e la gola avevano preso a bruciare, e l'ultima cosa che avrei mai voluto era che lui mi vedesse nel mio momento più fragile. Sentivo la punta delle dita pungere, quasi come se milioni di aghi avessero preso a premermi dall'interno contro la pelle, e la mia bocca si prosciugò completamente, rendendomi difficile persino respirare a pieni polmoni.
"Lo so, Jeongguk," mi sforzai di mormorare, mordendomi il labbro inferiore e distogliendo lo sguardo dai suoi lineamenti. Il cuore stava continuando a battermi ad un'estrema velocità, ma non tanto per la nostra vicinanza, quanto per l'ansia che stava controllando ogni singolo millimetro del mio corpo. Lo sentii quasi irrigidirsi contro di me, ma poi il suo respiro si fece ancor più vicino ed il suo profumo prese ad inondarmi le narici, come un fiume in piena.
Sollevai lo sguardo, stupidamente, giusto per guardarlo un'altra volta, aprendo la bocca per cercare di cambiare discorso, fallendo miseramente.
I suoi occhi.
Penso che fossero stati proprio loro a farmelo capire.
Perché in quel momento sentii il cuore farmisi pesante con una sensazione sconosciuta, che stavo provando per la prima volta. Trattenni inconsciamente il fiato, e sentii il petto gonfiarmisi fino a quasi sul punto di esplodere. I polmoni mi bruciavano, la gola mi si era chiusa, ed un fremito incontrollabile aveva preso a far tremare i miei muscoli al punto che questi sembravano addirittura vibrare.
I suoi occhi erano la cosa più bella che avessi mai visto. Grandi e luminosi, pieni di qualcosa di talmente profondo ed intenso che nessuna parola mai inventata potrebbe mai essere capace di descriverlo. Sembravano contenere in loro tutte le galassie appartenenti a questo universo, assieme a tutti i grandi segreti del mondo e dell'umanità, e quando essi incontrarono i miei, sentii l'anima riempirmisi di qualcosa di talmente dolce, caldo e profondo che per un breve attimo tutte le mie preoccupazioni e le mie ansie svanirono nel nulla.
Sollevai, tremolante, una mano per accarezzargli una guancia, finendo per poggiarla esattamente sulla cicatrice che portava poco sotto allo zigomo sinistro. Mossi di poco il pollice, e vidi il suo sguardo guizzare sul mio viso, ammirandolo completamente.
Rimasi senza parole nel vederlo chiudere gli occhi, lasciandosi sfiorare delicatamente dai miei polpastrelli, avvicinandosi ancor di più e spingendomi ulteriormente sul divano, in modo che fossimo entrambi sdraiati e lui si trovasse su di me.
Affondò il viso nell'incavo del mio collo, soffiando lentamente, ed io lasciai che la mia mano mi ricadesse lungo un fianco, cercando di non spingerlo erroneamente via. Chiusi gli occhi, lasciando che quella dolce sensazione di torpore che stavo provando assieme a Jeongguk mi calmasse e mi rilassasse completamente, facendomi completamente dimenticare tutto ciò che era successo, non facendomi pensare a tutto ciò che sarebbe potuto accadere.
"Detesto le persone come te," lo sentii mormorare contro la mia pelle, la sua voce quasi tremolante, per qualche motivo; per una volta, tuttavia, non gli diedi peso. Non sentii nulla, troppo preso dalla situazione in cui ci trovavamo per pensarci sin troppo su, e non realizzai subito quanto tutto ciò sarebbe potuto essere negativo per me, in futuro.
"Questo non vuol dire che tu detesti proprio me," esalai, non meditando troppo sulle mie parole, una certa sonnolenza che prendeva ad incatenarmi le membra, ma non avevo intenzione di addormentarmi: non quando io e Jeongguk avevamo ancora così tante cose da dirci. Lui sollevò subito la testa da dove l'aveva poggiata, quasi come se avesse preso una scossa.
"E se anche fosse, questo non vuol dire che tu debba dirmelo ogni singola volta che ci vediamo," continuai, abbassando la voce ad ogni singola parola che pronunciavo, ignaro di ciò che avevo appena causato nel nostro rapporto.
Passarono dei lunghi, apparentemente infiniti attimi in cui mi ritrovai a tenere il fiato sospeso, non sapendo cosa mi sarei dovuto aspettare. Sentivo il cuore martellarmi furiosamente contro il petto e, a pensarci bene, a momenti riuscivo persino a sentirmelo vibrare in gola, pulsarmi nelle tempie e sulla punta delle dita. Riuscii a rilassarmi solo quando, inaspettatamente, vidi le sue labbra schiudersi in un sorriso, largo e luminoso come pochi altri sorrisi che avevo mai visto prima in vita mia. Arricciò il naso, sollevando curiosamente un sopracciglio, ed in quell'attimo non riuscii a nascondere a me stesso un sentimento profondo e bruciante, che mi nasceva nel petto, proprio al centro dello sterno, e prendeva a scorrermi nelle vene, espandendosi rapidamente in ogni singolo millimetro del mio corpo: dalla punta dei piedi a quella dei capelli.
Inspirai, lasciando che i miei occhi si perdessero nei suoi permettendomi, per una volta, di non rimuginare troppo sulla situazione. Lasciai che la sua mano mi carezzasse lentamente e languidamente il braccio fino a quando le sue dita non sfiorarono le mie, intrecciandole e stringendole con un'intimità che non pensavo potesse esistere tra noi.
"Hai ragione, Taehyung," si sporse ulteriormente verso il mio viso, socchiudendo gli occhi e sfiorando il lobo del mio orecchio sinistro con le labbra, lasciando che i suoi capelli - ancor più lunghi rispetto all'ultima volta che ci eravamo visti, ed ora anche vagamente mossi - mi solleticassero le guance e le palpebre, facendomi rabbrividire fin nel profondo dell'anima.
"Hai perfettamente ragione."
Per un attimo, stupidamente, pensai che sarebbe andato tutto bene.
"Ciò non toglie che io odi con tutto me stesso le persone come te, e mi pare giusti che tu lo sappia," ed il suo tono di voce era stato così gentile, così dolce, così inebriante, che per un attimo non fui neanche in grado di realizzare cosa avesse appena detto. E per tutti i momenti successivi, avrei tanto voluto non ricordarmene affatto, perché nell'esatto istante in cui la mia mente riuscii a registrare quelle parole, sentii un macigno pesante quanto - probabilmente - la Luna crollarmi direttamente sulla gola. Mi irrigidii, come una statua di sale, ed il tocco di Jeongguk, che fino a poco prima mi era parsa la cosa migliore che mi potesse capitare, iniziò improvvisamente a scottare, a farmi male. La sua acqua di colonia iniziò a farmi venire mal di testa, e tutto di lui, in quel preciso attimo, iniziò semplicemente a disgustarmi.
Abbassai il capo e, senza aprire più bocca, poggiai le mani sul suo petto per spingerlo via, allontanandomi dalla sua pelle e scivolando con successo giù dal divano. L'unica cosa che riuscii a vedere, mentre mi ripetevo insistentemente di non piangere per nessuna ragione al mondo e, in contemporanea, mi infilavo le scarpe, fu il suo sguardo confuso e spaesato. E mai, mai come quella volta, avrei voluto urlargli contro, sbraitargli addosso insulti su insulti, farlo sentire una merda totale, proprio tale e quale a come mi aveva fatto sentire lui. Eppure, qualcosa mi trattenne e, senza alcun se né ma, girai sui tacchi ed uscii dal suo appartamento, con una miriade di parole celate ancora bloccate in gola, ed il gelo più desolato ormai scolpito nel fondo della mia anima.
Camminai lentamente fino al mio appartamento, cosciente del fatto che Jimin non sarebbe stato lì ad aspettarmi - aveva ricominciato ad uscire con Yoongi hyung, ed avevano preso ad uscire assieme quasi tutti i giorni. Fuori era buio, dato che dopotutto era quasi mezzanotte, ma a metà strada circa iniziò persino a piovere ed io, giustamente, fui costretto a procedere senza un ombrello. Non c'era quasi nessuno in strada, e la pioggia che mi scorreva liberamente sul viso fu probabilmente ciò che mi fece scoppiare. Chinai il capo, tirandomi su il cappuccio della scrausa felpa beige che avevo comprato due giorni prima con i saldi di H&M, lasciando che questa si inumidisse per prima, giusto per cercare di evitare un po' che mi si bagnassero anche i capelli - cosa assolutamente stupida, dato che la pioggia era forte, ed il tessuto della felpa non proteggeva assolutamente da nulla. Lasciai che qualche lacrima mi rotolasse lungo le guance, ma cercai di ripetermi il più possibile che non avrei dovuto piangere. Non per chissà quale motivo, ma giusto perché mi sentivo ridicolo a soffrire per una persona che, prima d'allora, non mi aveva mai effettivamente dato un buon motivo per pensare fosse in buona fede o, comunque, provasse sentimenti nei miei confronti.
E fu solo quando arrivai davanti alla porta di casa, la chiave per metà inserita nella serratura, che me ne accorsi, desiderando con tutte le mie forze di starmi sbagliando.
Mi guardai le mani, tremanti, e, non appena varcata la porta di casa, mi lasciai scivolare contro di essa, avvolgendomi le braccia attorno al torso, sperando che tutto quanto fosse solo un lungo, orribile incubo, perché ormai lo sapevo con certezza, ma non volevo assolutamente accettarlo.
E fu così, rifiutandomi di guardare in faccia la verità, che finii col ferirmi ancor di più.
. . .
Mi sentivo uno schifo.
Non ero cresciuto minimamente dalla prima volta che avevo incontrato Jeongguk, e non avevo fatto mai nulla per impedire che mi ferisse sempre di più, lasciandogli campo libero per calpestare me ed i miei sentimenti. Gli avevo dato la possibilità, senza mai farmi valere veramente, di fare quel che gli pareva con me, senza mai dirgli di smetterla, che era troppo, che stava esagerando; gli avevo sempre dato un'altra possibilità, sospinto dai sospiri del mio animo e da quella dannatissima cotta che mi ero preso per lui. E la cosa che mi faceva ancora più male, fu il realizzare come io stesso avessi permesso al mio cuore di fare sempre più spazio per lui, lasciando che i miei sentimenti nei suoi confronti crescessero a dismisura, portandomi a provare qualcosa per una persona che non aveva fatto mai nulla per meritarselo.
Era tutto terribilmente tossico.
Jeongguk, per quanto mi facesse male ammetterlo, era una persona tossica. Non si rendeva conto di ciò che causava negli altri e raramente si curava delle conseguenze delle sue azioni. Ero sicuro non lo facesse apposta, probabilmente non ne era veramente consapevole, ma non capivo assolutamente per quale motivo si fosse accanito in quella maniera nei miei confronti.
Continuare a pensare a lui, però, non faceva altro che stringermi il cuore ancor più forte, bruciandomi il petto, la gola e la testa. Volevo che tutto si fermasse. Volevo parlare seriamente con Jeongguk, senza sentirmi in colpa nel vederlo triste, senza cercare di scusarlo ingiustamente per le sue azioni. Dovevo imparare a farmi valere, a comprendere che, al mondo, anche io valessi qualcosa. Dovevo imparare a parlare, a non avere più paura di dire ciò che pensavo.
Sentii un sentimento più profondo, bruciante, nascermi alla base del petto, che mi incoraggiò a smetterla di piangere, portandomi ad alzare lo sguardo giusto per vedere Jimin che mi osservava, con gli occhi gonfi di lacrime e le gote rosse.
Fino a quel momento, avevo avuto la mente quasi completamente annebbiata, e solo allora fui in grado di realizzare ciò che era accaduto attorno a me durante i pochi minuti in cui erano entrato in casa.
L'emozione nata in me appena pochi attimi prima, morì immediatamente.
. . .
La prima stranezza che registrai, fu il fatto che Jimin fosse a casa, nonostante mi avesse detto che sarebbe stato via fino al giorno dopo.
Avevo ancora mal di testa, dato che avevo pianto come un bambino fino a pochi attimi prima, quindi feci fatica a fare due più due. Ci riuscii solo quando vidi Yoongi sbucare dal corridoio; aveva i capelli tutti scompigliati ed indossava una maglietta di Jimin, che aveva messo al contrario. Sgranai gli occhi, sorpreso, ma non ebbi la forza per proferire parola, e non penso che a Jimin avrebbe fatto piacere sentirmi chiedere qualcosa in merito. Il mio migliore amico, mi stava infatti fissando dritto negli occhi, e sembrava quasi implorarmi con lo sguardo di non parlarne. Mi afferrò le guance prima ancora che io potessi avere la possibilità di farlo, e si mise ad ispezionarmi attentamente il viso, quasi scoppiando a sua volta in lacrime nel carezzarmi con le dita le guance rosse e gonfie di pianto.
"Oh, Taehyungie che ti è successo," mormorò contro la mia pelle, lasciandomi un leggero bacio sullo zigomo per poi stringermi forte a sé, avvolgendomi le braccia attorno alle spalle e lasciando che le sue dita s'intrecciassero dolcemente con i miei capelli, carezzandomeli lentamente. Non riuscii a rispondere, dato che stavo ancora cercando di riprendermi, e mi limitai ad aggrapparmi a lui, abbracciandolo a mia volta, sospirando nell'incavo del suo collo e lasciando che le ultime lacrime che ero riuscito a nascondere fuoriuscissero. Sentii la sua presa sulle mie spalle aumentare, finché non realizzai che anche lui aveva preso a singhiozzare.
Era una cosa che succedeva sempre, ogni volta che uno di noi due stava male. Il nostro legame era cresciuto e maturato sempre di più, in tutti gli anni che avevamo trascorso da amici, ed eravamo arrivati ormai ad un punto in cui era impossibile per noi vederci piangere, e finivamo sempre per scoppiare in lacrime assieme, a volte senza neanche sapere per quale motivo. Jimin era la mia ancora, ed io ero la sua, e vederlo crollare mi causava sempre un dolore atroce alla base del cuore, peggiore di quello che avevo provato quando ero stato preso di mira dai bulli a scuola, e credo che anche per lui fosse lo stesso.
Vedermi piangere, a differenza di quanto potrebbe sembrare da ciò che ho raccontato qui, era una cosa più unica che rara. Ero il tipo di persona che tendeva a tenersi tutto dentro, senza mai parlare dei miei problemi a nessuno perché, ogni volta che ci provavo, venivo assalito dal pensiero di essere un fastidio enorme per tutte le persone che mi stavano accanto e, nonostante sia Jimin che tutti gli altri miei amici mi avessero ripetuto più e più volte che non fosse vero, io non riuscivo ad evitarlo, e continuavo a tacere. Jimin aveva ormai imparato a convivere con questa cosa ma aveva ormai raggiunto un punto in cui era in grado di capire cosa provassi anche solo guardandomi in viso. Non faceva mai troppe domande, limitandosi a donarmi l'affetto di cui avevo bisogno, sapendo perfettamente che io lo avrei fatto a mia volta per lui qualora ce ne fosse stata l'evenienza. Era per questo che le poche e rare volte in cui mi vedeva piangere, scoppiava anche lui in lacrime finendo per stare quasi peggio di me.
"Non è nulla, Jiminie," avevo una sensazione graffiante in gola, quasi come se avessi ingerito del vetro, che faceva bruciare ogni singola parola che abbandonava le mie labbra. Sentii le manine di Jimin accarezzarmi ancora le guance, cercando di asciugare le ultime lacrime che mi stavano rotolando sulle guance, cercando a sua volta di trattenere le proprie.
"Taehyungie," mormorò di nuovo il mio nome, ma questa volta c'era più fermezza dietro. Lo guardai dritto negli occhi, ormai gonfi ed arrossati, e capii subito che non mi credeva.
"Con me ti puoi sfogare, non devi preoccuparti di nulla," serrai le labbra nel sentire le sue parole, tentando di mandare giù il pesante groppo che mi si era formato in gola. Allontanai ancora una volta gli occhi dai suoi, cercando di focalizzarmi su qualsiasi altra cosa oltre che al suo viso. Scorsi Yoongi dietro di lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, che guardava in giro, non sapendo bene cosa fare; sembrava terribilmente a disagio e, onestamente, non potevo biasimarlo: al suo posto sarei probabilmente evaporato dall'imbarazzo dopo due secondi.
"Jiminie, lascia perdere," cercai di risultare il più convincente possibile, tentando persino di abbozzare un sorriso e fallendo miseramente. Lo sguardo severo del mio amico, mi fece capire che non me l'avrebbe fatta passare e che, per una volta, sarei dovuto andare contro a ciò che ero solito fare, permettendomi per una volta di lasciar libero sfogo ai miei pensieri e alle mie emozioni. Mi prese di nuovo le guance tra le mani, stringendole e costringendomi a guardarlo direttamente in viso.
"Tae, non mi piace vederti così," sussurrò cercando di continuare a mostrarsi calmo, ma non riuscendo ad impedire che la sua voce si spezzasse sul così, "per una volta, ti prego, lasciati aiutare." Boccheggiai, nel sentirgli dire quelle parole; nonostante ciò, però, continuavo a fare fatica a pensare che non gli avrei dato fastidio, ed ero davvero più che restio ad accettare. Ma Jimin era così dolce, mi voleva così tanto bene, teneva a me quasi come se fossi stato parte della sua famiglia; negargli un favore tanto semplice quanto quello per poi vedere il suo viso incupirsi e rattristirsi, era proprio l'unica cosa che avrei voluto fare. Nascosi il viso, in modo che non vedesse la mia espressione e, quasi impercettibilmente, annuii.
E fu così, che mi ritrovai a svuotare tutto ciò che avevo gelosamente custodito nel mio animo sin da quando avevo incontrato Jeongguk, lasciando che il caldo abbraccio di Jimin e - inaspettatamente - le parole confortanti di Yoongi mi calmassero permettendomi, per la prima volta dopo troppo tempo, di sentirmi finalmente leggero.
. . .
Incontrare Jeongguk dopo appena una settimana dal suo ultimo misfatto, non era proprio quello che mi ero prefissato. Avrei tanto voluto non vederlo più per un bel po' di tempo, - tipo uno o due mesi, in modo da dimenticarmi lentamente di ciò che stavo provando per lui - ma a quanto pare, il destino non voleva lavorare secondo i miei schemi e, probabilmente, c'era qualcuno lassù che si divertiva a vedermi soffrire. La mia vita è una barzelletta.
Io lo vidi.
Lui mi vide.
I nostri sguardi si incontrarono.
Mollai il latte nel settore del pane e corsi velocemente dalla parte opposta dello squallido negozietto, cercando qualsiasi altra cosa che potessi prendere che non indicasse il dover andare nel settore in cui si trovava Jeongguk. Afferrai delle patatine, delle caramelle colorate in maniera atroce a forma di morte e due pacchi di sottilette, cercando di nascondermi il più possibile dalla sua vista, sperando che non avesse notato la mia disperata fuga.
"Dove corri?"
E invece.
Mi girai, sobbalzando nel vedere Jeongguk direttamente dietro di me. Sorrideva, come se nulla al mondo potesse turbarlo, e non sembrava tanto afflitto da ciò che aveva fatto l'ultima volta che ci eravamo visti. Almeno, tutte le altre volte che era successa una cosa del genere, aveva avuto la decenza di sembrare dispiaciuto, mentre quel giorno sembrava persino felice.
Aveva un sorriso sornione, gli occhi che brillavano di pura gioia e, per qualche motivo, tutto ciò mi fece sentire particolarmente a disagio. Non pretendevo si fingesse triste, giù di morale o cose così, ma per lo meno avrei voluto si mostrasse un minimo dispiaciuto, e non che si comportasse come se non fosse successo nulla.
"Da nessuna parte," dissi, applaudendomi mentalmente da solo per non aver lasciato che la mia voce tremasse, "però, se permetti, sono di fretta." Chinai di poco il capo, sorpassandolo velocemente e prendendo un profondo respiro, contento di essere riuscito calmarmi, giusto per poi venir tirato nuovamente contro di lui. Aveva afferrato saldamente il mio polso e mi aveva tirato contro il suo petto, in modo che questo si scontrasse con la mia schiena. Mi diede fastidio che non stesse rispettando i limiti che io stesso stavo cercando di imporre, ma mi limitai a serrare le labbra e a divincolarmi dalla sua presa, cercando di prendere respiri sempre più profondi in modo da mantenere la calma. Non volevo litigare con lui perché, per quanto mi avesse ferito, detestavo discutere con gli altri e farli stare male, anche solo in minima parte. Era per questo che, ogni singola volta che rischiavo di scontrarmi con qualcuno, tendevo a prendere il ruolo della persona più matura e, tranne che in rari casi in cui persino la mia pazienza si esauriva, finivo per concludere la discussione il più in fretta possibile.
Volevo che andasse così anche con Jeongguk.
"Perdonami davvero, se vuoi possiamo parlare un'altra volta, ma ora sono davvero di fretta," ripetei, cercando di nuovo di allontanarmi da lui. C'era poca gente in quel negozio, - io, lui, una signora anziana, due adolescenti ed il commesso - quindi avevamo entrambi tutto lo spazio del mondo per muoverci senza dover stare attaccati l'un l'altro, tuttavia ciò non lo fermò dall'afferrarmi più saldamente il braccio, stringendomi ancor di più contro di sé e facendo in modo che mi ritrovassi appoggiato al suo petto.
"Com'è che ogni volta che ci incontriamo, siamo in questo negozio?" Sollevò gli angoli della bocca, in un sorriso che, per una volta, non mi diede nessun tipo di sensazione piacevole. Sembrava più un ghigno, o una smorfia, ma per quanto non riuscissi a comprenderne il motivo, preferii lasciar perdere. Sembrava non voler accettare il fatto che in quel momento non volessi trovarmi in sua vicinanza e, per qualche strano motivo, la cosa mi faceva piacere. Mi sentivo un tale stupido, e cercai immediatamente di ignorare quei dannati, stupidi pensieri che avevano preso a viaggiarmi per la mente, ripetendomi più volte che Jeongguk non era sicuramente una persona che meritasse i miei sentimenti, o anche solo di venir perdonato. Provavo solo vergogna, sia nei miei confronti, che nei suoi.
Il punto in cui la sua pelle toccava la mia prese a scottare, e fui costretto a strattonare via il mio braccio, cercando di stargli il più possibile alla larga, sollevando il mento e facendo del mio meglio per tirar fuori tutto il coraggio che possedevo per poter, finalmente, rifiutare le sue stupide avances.
"Come ti ho già detto, Jeongguk, ho da fare," sentivo il sangue pomparmi nelle orecchie e, per quanto stessi cercando di mantenermi serio e freddo, sentivo un'ansia ed un nervoso incredibili scorrermi nelle vene. Temevo che, se non fossi uscito da quel minimarket il più in fretta possibile, avrei finito per avere un crollo emotivo davanti a tutti, e non era sicuramente qualcosa che volevo mettere in scena.
Abbassai lo sguardo, ma feci in tempo per vedere la mortificazione sul suo viso, completamente opposta alla sicurezza di pochi attimi prima. Gli feci un cenno con il capo, per salutarlo, e mi girai, dirigendomi verso la cassa. Lo sentii venirmi dietro, ma questa volta non cercò di trattenermi, né tantomeno di parlarmi. Finalmente, aveva recepito il messaggio e mi ritrovai più che soddisfatto nel realizzare che, per una volta, ero riuscito a farmi valere ed imporre i miei limiti. Non sopportavo che le mie barriere venissero buttate giù contro la mia volontà, per quanto permettessi sempre agli altri di farlo - a causa, principalmente, del fatto che non ero una persona che si faceva valere, dato che ero sin troppo spaventato dal giudizio degli altri, o dal fatto che potessi rimanere solo.
In quel momento, tuttavia mi sentii sollevato nel realizzare che Jeongguk avesse finalmente capito che, almeno per un po' di tempo, avrebbe fatto meglio a lasciarmi da solo e mi recai alla cassa per pagare, dopo essere passato a prendere il latte che avevo precedentemente gettato via, tirando fuori il portafogli ed accingendomi a prendere i soldi di cui avevo bisogno.
Porsi qualche banconota al cassiere, ma questo non fece neanche in tempo a sfiorarle.
Jeongguk spinse via la mia mano, porgendo invece la sua carta e rivolgendo un sorriso smielato al cassiere.
"Pago io, sia la sua roba che la mia. Faccia un conto unico," disse, senza però girarsi verso di me neanche una volta. Aveva le gote completamente arrossate, e a giudicare dai movimenti esagitati delle mani e delle braccia, dedussi facilmente che fosse agitato. Gli lanciai un'occhiata di sottecchi, mettendo la mia roba in una busta per poi allontanarmi dalla cassa, giusto per lasciare spazio; tuttavia, nel vederlo così improvvisamente impacciato, non riuscii a trattenermi: mi costrinsi a fare un passo avanti, afferrando la sua busta ed aiutandolo a riempirla.
Le nostre dita si sfiorarono, solo per un attimo, e solo allora mi accorsi di quanto stesse tremando e, nonostante tutto ciò che mi ero ripromesso, non riuscii a nascondere la pura tenerezza che tutto ciò stava facendo nascere in me. Mi sforzai di trattenere un sorriso, mordendomi il labbro inferiore ed abbassando, per l'ennesima volta, lo sguardo.
Aspettai che finisse di pagare, dondolando da una gamba all'altra, cercando di non rendere troppo ovvio il fatto che fossi rimasto lì per lui.
"Non avevi mica altro da fare," sobbalzai, nel sentire la sua voce, ma non alzai gli occhi; avevo paura di cosa avrei potuto dire o fare se i nostri sguardi si fossero incrociati. Eppure, anche quella volta non fui in grado di mantenere ciò che mi ero promesso, dato che appena pochi attimi dopo sentii le dita fredde di Jeongguk afferrarmi il mento, sollevandomi il capo e costringendomi a guardarlo dritto in viso. Aveva una luce strana, negli occhi, qualcosa che non ero assolutamente in grado di interpretare; non volevo, però, lasciarmi ammaliare e, per questo motivo, non tentai di spostare la testa e mi limitai a distogliere lo sguardo del suo viso, puntandolo oltre la sua spalla.
"Ho altro da fare, ma pensavo sarebbe stato educato aspettarti," mormorai, continuando a fissare l'interessante piastrella alle sue spalle, "volevo solo ringraziarti per aver pagato anche la mia spesa, tutto qui," esalai, afferrando il suo polso e strattonandolo in modo che non mi toccasse più. Notai un certo tremore amplificarsi nelle sue dita, ma continuai a fare del mio meglio per non guardarlo in faccia; presi un profondo respiro, per poi fare un paio di passi indietro, inchinandomi educatamente davanti a lui. Mi alzai subito, con una fretta tale che, per qualche istante, sentii la testa girarmi e la vista offuscarsi. Cercai di girarmi il più in fretta possibile ma qualcosa mi disse che, forse, avrei fatto meglio ad aspettare qualche attimo. Jeongguk sembrava avere ancora qualcosa da dire, a giudicare dal modo con cui giocherellava con le dita e da come aveva serrato le labbra, esponendo completamente il neo che aveva sotto a quello inferiore.
"Consideralo una scusa da parte mia," prese un profondo respiro, "so di non essermi comportato bene con te."
Trattenni il fiato. Non era la prima volta che si scusava con me, figuriamoci, ma era in assoluto la prima volta che lo sentivo riconoscere i suoi errori, il fatto che mi stesse trattando come una pezza da piedi. Sentii una certa sensazione, ormai tutt'altro che ignota ma che mi rifiutavo ancora di accettare, che mi portò a provare il subbuglio più totale nello stomaco. Annuii senza dire una parola per timore che la mia voce potesse spezzarsi, mostrandogli quanto effettivamente tutto ciò mi stesse intaccando.
"E so che le mie scuse non sono abbastanza. Non lo saranno mai."
Mi sforzai, finalmente, di sollevare lo sguardo, puntandoglielo dritto in viso. Aveva gli occhi lucidi, le gote e la punta del naso completamente arrossate e, per quanto il tutto mi facesse tenerezza, mi ripetei per l'ennesima volta che non avrei dovuto permettere che il tutto mi toccasse; almeno finché lui stesso non avesse raggiunto una propria pace, in cui entrambi avremmo avuto sia la capacità che la possibilità di discutere da adulti, senza rischiare di ferirci l'un l'altro.
"Vorrei solo che tu sapessi che- che io-" deglutì, e lo vidi mordersi il labbro con fare nervoso. Questa volta, fu lui a sentirsi costretto a distogliere lo sguardo, puntandolo verso il basso.
"Voglio che tu sappia che io ci tengo davvero tanto a te, più di quanto tu possa immaginare," disse, tutto d'un fiato, talmente veloce che riuscii a registrare le sue parole solo qualche attimo dopo. Sgranai gli occhi ma non riuscii a proferire parola, più che altro perché non avevo la più pallida idea di che cosa avrei dovuto dire.
"Non sono bravo ad esprimere ciò che provo, vado spesso d'istinto e non mi rendo conto di ciò che le mie azioni provocano. Quindi credimi, davvero, quando ti dico che-" la voce gli si spezzò, e lo vidi agitare una mano in aria mentre il viso gli diventava ancora più rosso.
"Credimi quando ti dico che ti voglio bene."
Mi faceva male tutto.
Riuscii a metabolizzare le sue parole dopo lunghi, interminabili secondi. Rimasi lì, fermo, a guardarlo in viso con, probabilmente, l'espressione più ebete mai esistita su questo pianeta. Sentirgli dire quelle parole, vedere le sue labbra muoversi per formarle, mi avevano colpito nel mio punto più profondo, al punto che potei sentire l'aria uscirmi dai polmoni in un solo, unico soffio.
"Non puoi," fu l'unica cosa che riuscii a mormorare, le labbra tremanti. Mi veniva da piangere, per qualche motivo, e la sensazione non mi piaceva affatto. Era quasi come se avessi avuto un palloncino sul punto di scoppiare infilato nella cassa toracica, e sentivo che il mio limite stava per venire raggiunto.
"Non puoi dirmi certe cose," gli occhi avevano preso a pizzicarmi, ed il cuore mi stava battendo sempre più velocemente, "non quando io ho fatto tutta questa fatica per-"
Sentii un singhiozzo abbandonarmi le labbra, seppur contro la mia volontà, e non riuscii a non sentirmi ridicolo: sentivo di star facendo troppo la vittima ma, per quanto la cosa non mi piacesse, non riuscivo ad evitarlo; tutto il dolore che avevo provato in passato, sin da adolescente, aveva causato tutto ciò, ed era ormai troppo tardi per poter sistemarlo. Lo guardai in viso, osservando la sua espressione sgomenta, perfettamente cosciente del fatto che per lui quella reazione non avesse il minimo senso.
"Per te magari non vale nulla ma-" un altro singhiozzo, "ma a me fa male. Sapere che mi detesti quando io- mi fa male," mi maledissi lentamente nel sentire una lacrima rotolarmi giù per il viso, ma me l'asciugai prontamente con la manica della camicia di flanella che stavo indossando. Jeongguk, ora, sembrava non avere più parole. Mi fissava, gli occhi vagamente spalancati, un'espressione tra il confuso e lo sgomento che gli dipingeva il viso. Non mi piaceva dove quella discussione stava andando, e non mi piacevano neanche le reazioni che stavo avendo. Rimpiansi di non aver comprato del gelato, poco prima, perché sapevo che una volta arrivato a casa mi sarebbe sicuramente servito, e l'unico gusto che avevo in frigo era quello al caffè.
"Io- io ora devo andare, Jeongguk," sussurrai dopo qualche attimo, in cui entrambi non avevamo proferito neanche una parola. Abbassai lentamente il capo, in cenno di saluto, che lui ricambiò, e girai i tacchi per andarmene verso casa, fingendo di non aver sentito il fioco mi dispiace alle mie spalle.
Camminai e camminai, cercando di non pensare a ciò che era appena successo con Jeongguk, sentendo che le mie ferite erano ancora troppo giovani perché smettessero così rapidamente di farmi male.
Quando arrivai a casa, non più di sei minuti dopo, Jimin dormiva sul divano in soggiorno, con il telefono - quasi completamente scarico - appoggiato sul tavolino. Sorrisi nel vederlo, ripensando a come, qualche sera prima, aveva finalmente avuto il coraggio di parlarmi della natura della sua relazione con Yoongi, confidandomi tutto quello che si era tenuto dentro per i precedenti cinque mesi.
Afferrai il suo cellulare per metterlo in carica, lasciando al suo posto un sacchetto di caramelle che sapevo adorasse, facendo del mio meglio per andare in camera mia il più silenziosamente possibile, dopo aver lasciato il sacchetto della spesa in cucina, chiudendomi cautamente la porta alle spalle. Scivolai subito contro di essa, tirando fuori il telefono dalla tasca posteriore dei jeans e lanciandolo sul letto, portandomi le ginocchia al petto e affondandoci in mezzo la testa. Sospirai, sentendo il solito macigno alla base del petto farsi ancora più pesante, impedendomi di respirare normalmente.
Avrei voluto scrivere a Jeongguk, parlargli normalmente della mia giornata, facendo finta che tra di noi nulla fosse mai andato storto. Avrei voluto scrivergli, dirgli che anch'io gli volevo bene senza dover aver timore di ricevere una risposta indesiderata - odio le persone come te - e di dover, quindi, sentire il mio cuore spezzarsi ancora e ancora e ancora.
Pensai alle volte in cui avevamo avuto occasione di uscire assieme, di conoscerci senza che nulla andasse storto, rendendomi conto per la prima volta di quanto queste fossero poche. Desiderai, dentro di me, di poterlo vedere ancora, di avere un'altra possibilità per far sì che lui non mi odiasse. Volevo avere un'opportunità per noi due.
Volevo abbracciarlo, stringerlo forte a me, dirgli che anche io gli volevo bene, baciarlo, avere la possibilità di vederlo come prima cosa alla mattina, poter essere l'unico in grado di odorare il suo profumo e farcisi impregnare. Volevo che lui fosse la persona giusta per me, ed io volevo essere la sua, ma sapevo bene che nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile finché entrambi non fossimo maturati. Prima anche solo di poter sognare un qualcosa tra noi due, era necessario che ciascuno lavorasse sulla propria persona ed imparasse ad accettarne pregi e difetti, perché altrimenti saremmo per sempre rimasti nello stesso limbo in cui ci trovavamo in quel momento: una relazione tossica, per quanto si trattasse di amicizia, che nessuno avrebbe mai potuto trasformare in qualcosa di migliore.
Fu in quel momento, mentre tutta quella marea di pensieri prendeva a fluttuarmi per la mente, che lo realizzai.
Volevo stare con Jeongguk. Volevo essere una persona speciale per lui. Volevo baciarlo, farlo mio in tutti i sensi.
Sentii il sangue gelarmisi nelle vene, nel capirlo e, per quanto quella sarebbe dovuta essere una situazione piacevole, non riuscii ad impedire alle lacrime di dolore e frustrazione di rotolarmi copiosamente lungo le guance. Serrai le labbra, mordendomi il labbro inferiore per non fare rumore, non volendo svegliare Jimin anche solo per errore, e lasciai che quel piccolo, ma allo stesso tempo enorme, sentimento che avevo appena iniziato a nutrire mi riscaldasse e raggelasse il cuore allo stesso tempo.
Perché sì, non era questo quello che volevo accadesse tra me e lui. Avevo inizialmente cercato di negare persino la mia attrazione nei suoi confronti, arrivando solo ad accettare di avere una cotta per lui, che però avevo pensato fosse solo passeggera.
Eppure, ero ormai arrivato ad un punto in cui anche solo pensare il suo nome mi faceva palpitare il cuore come mai era successo prima d'allora.
Sentire il suo profumo, ovunque, mi faceva sentire le farfalle alla base dello stomaco.
Ed era ormai innegabile, per quanto cercassi di negarlo, che io
mi ero innamorato di Jeongguk.
fine terzo atto。
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