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8. Ciak, si gira

Felicia si presentò a casa puntuale, alle sei del pomeriggio. Bussò il campanello due volte prima che io giungessi ad aprirle la porta.

«Chi è?» Chiese mia madre dall'altro capo della stanza, era distesa sul divano a guardare un quiz show e aveva le gambe su quelle di mio padre, talmente concentrato a completare il suo cruciverba che sembrò non rendersi neanche conto che ci fosse qualcuno alla porta.

«Non lo so, mamma. Però datti una sistemata...» Dissi, prima di accogliere Felicia. Mia madre sobbalzò lasciando cadere il libro delle parole incrociate di mio padre, al che lui reagì mandando tutto al diavolo. Quando aprii la porta i miei genitori stavano ancora bisticciando nella sala da pranzo, dunque ne approfittai per dire a Felicia di non farci caso perché non li avevo avvertiti della sua visita. Poi mi preparai ad accoglierla come da copione, fingendo stupore e meraviglia dinanzi quell'insolita sorpresa. 

«Jelena!» Esclamò lei, forse con un tono un po' troppo entusiasta. Io curvai la bocca in una o e sbarrai gli occhi, feci esattamente ciò che Evan mi disse di fare, anche se in quel momento mio padre e mia madre non potevano assistere alla sceneggiata, perché ancora impegnati nella loro inutile discussione.

«Felicia?» Mormorai sconcertata. La fissai dalla testa ai piedi per assicurarmi che il suo abbigliamento fosse consone all'occasione e non desse troppo nell'occhio. Fece davvero un ottimo lavoro, sembrava una ragazza della mia età nonostante fosse tre anni più grande. Raccolse i capelli in una coda alta lasciando il ciuffo caderle sul lato destro per coprire la fronte alta. Truccò il viso con appena un velo di lucidalabbra rosa e indossò un abito a salopette che le arrivava fin poco sopra alle ginocchia accompagnato da una t-shirt bianca a righe orizzontali blu e delle sneakers bianche. Portava con sé una borsa a secchiello bianca con i laccetti blu, era tutto perfettamente abbinato. «Felicia! Ma che sorpresa, da quanto tempo non ci si rivede!» Ci scambiammo un forte abbraccio, proprio come due care amiche che non si vedevano da tempo, poi le feci cenno di entrare e la condussi in sala da pranzo per presentarla ai miei genitori i quali, al solo vederla, finirono di polemizzare. Mia madre si passò velocemente le mani tra i capelli assumendo subito una figura più presentabile, mio padre si limitò a schiarirsi la voce e a sistemarsi gli occhiali sulla punta del naso.

«Mamma, papà, vi presento Felicia.» Dissi. Gli occhi di mia madre si riempirono di gioia e sorpresa, oltrepassò prima il divano, poi il banco da lavoro in marmo e si diresse verso noi, accogliendo Felicia con un caldo e dolce sorriso. Quello, per mia madre e mio padre, doveva essere un evento assolutamente inaspettato, qualcosa da immortalare per sempre: io che, dopo tanti anni dall'ultima volta, mi apprestavo a trascorrere le prossime ore con un'amica.

«Piacere, signora. Io sono Felicia.» Felicia tese una mano verso mia madre. «Oh, tesoro! Chiamami pure Sloanne...» Prese la mano di Felicia e la strinse forte tra le sue. Si voltò verso mio padre rimasto esattamente dove e come lo aveva lasciato, leggermente arrossito in volto per la visita inaspettata. «Philip, cosa fai lì? Vieni a conoscere l'amica di tua figlia!» Esclamò, un po' infastidita per la poca ospitalità che mio padre aveva dimostrato nei confronti della ragazza.

«Non si preoccupi, Sloanne. Le sono piombata in casa all'improvviso...» Tentò di spiegare Felicia, poi però mio padre si convinse a raggiungerci e la salutò con una stretta di mano. Io intanto finsi di essere talmente felice di quella sorpresa da fremere, nascondendo una reale tristezza interiore, avrei tanto desiderato provare quelle emozioni per davvero, senza dover essere costretta a recitare.

«Su, accomodati pure.» Pronunciò mia madre, indicando il tavolo di quercia bianca circondato da quattro sedie dello stesso materiale. «Io torno subito.» Io e Felicia prendemmo posto l'una accanto all'altra, mio padre, invece, tornò a sedersi sul divano e si concentrò nuovamente sul cruciverba. Fu lei a rompere il silenzio dopo aver trascorso qualche istante a guardare un punto indefinito sul tavolo, entrambe effettivamente imbarazzate per quell'inusuale situazione. Ci conoscevamo a malapena e in quel momento avremmo dovuto fingere di essere amiche di vecchia data.

«Beh, Jelena. Come te la stai passando in questi mesi?» Chiese lei ad alta voce per farsi sentire.

«Bene... direi.» Non sapevo cosa dire, iniziai a muovere le mani sotto al tavolo per l'agitazione. «Ho lavorato e, uhm...» Felicia aggrottò la fronte, preoccupata per l'eventuale fallimento della messinscena. Allungò un braccio sotto al tavolo e mi diede un leggero schiaffo sulla mano destra, mi chiedeva di restare calma. «Non è accaduto nulla di particolarmente straordinario.» Terminai. Mia madre tornò portando con sé una bottiglia di succo al mirtillo, dei bicchieri ed una scatola di latta contenente biscotti assortiti. Posizionò tutto al centro del tavolo, sollevò il coperchio della scatola e ne fuoriuscì un profumo delizioso. Addentai un biscotto al limone. «Dunque, Felicia, come vi siete conosciute?» Chiese mia madre dopo essersi accomodata proprio di fronte a noi. Io cominciai a tossire, dovevo aspettarmi una domanda del genere. «Jelena non mi ha mai parlato di te. Ma del resto lei non mi ha mai parlato dei suoi amici in generale.» Continuò, mettendomi seriamente in imbarazzo. Felicia, però, seppe tenerle testa perfettamente. Lei, a differenza mia, calcolò l'eventualità della domanda e preparò la sua risposta. Opera di Evan?

«Ci siamo conosciute al laboratorio di scienze della scuola di Hankens, la scorsa primavera. Sono stata il suo tutor per tutto il trimestre, ci siamo divertite un mondo... volevo dire, abbiamo appreso parecchio.» Si affrettò a dire. «Prima di salutarci ho chiesto a Jelena dove avrebbe trascorso le vacanze estive. Non immagina la felicità non appena appresi che avrebbe villeggiato qui!» Sospirò. «Io sono arrivata questa mattina con la mia famiglia e resterò per le prossime due settimane, crediamo che il sole di fine estate sia sempre il migliore. Qualche giorno, poi, fa mi sono fatta dire da Jelena l'indirizzo di casa con la scusa di verificare se è stata costruita dalla famiglia McGregor... sa', una di quelle inutili ricerche che ti affidano i professori frustrati.» Terminò, accompagnando lo sproloquio con un tenero sorriso in cerca di approvazione. Io non feci altro che annuire per tutto il tempo, assecondando la versione di Felicia con qualche già e proprio così di troppo, ma mia madre sembrò non farci caso e si bevve tutto, dall'inizio alla fine. Fui nuovamente assalita dai sensi di colpa, non amavo mentire così spudoratamente, eppure era l'unica alternativa rimastami. Se volevo andare a quella festa, allora avrei dovuto continuare quel teatrino, e avrei dovuto farlo al meglio.

«Ed ora eccoti qui.» Concluse mia madre. «Dev'essere stata una bella sorpresa per Jelena, vero tesoro?» Mi chiese, io arrossii per l'imbarazzo.

«Sì, proprio così.» Guardai Felicia, il suo visino angelico costellato di lentiggini era riuscito a conquistare il cuore tenero ed ingenuo di mia madre. «Andiamo di sopra?» Mormorai. Felicia rispose con un cenno del capo.

«Di già? Falle almeno mangiare qualcosa!»

«Sloanne, lasciale stare...» Intervenne mio padre, dunque aveva solo finto di non importarsi di nulla, in realtà aveva seguito tutto dall'inizio. Mi addolcii un po'. Salimmo le scale che portavano al piano di sopra dove erano situate le nostre camere ed un enorme bagno con tanto di vasca idromassaggio, erano disposte in maniera tale da formare un triangolo: la mia stanza alla destra delle scale, la camera dei miei genitori alla sua sinistra e il bagno al centro. Non appena fummo dentro la mia camera, mi lasciai andare ad un grosso sospiro per scaricare tutta la tensione che avevo appena accumulato, Felicia, invece, andò a sedersi sul mio letto e iniziò a guardarsi attorno, esplorava la stanza con gli occhi.

«Te la sei cavata alla grande.» Cominciai a dire. Mi andai a sedere di fianco a Felicia e sentii il letto scricchiolare, il materasso si curvò sotto il nostro peso.

«Davvero?» Rispose con tono esitante, accennando un sorriso sul viso e un fievole luccichio negli occhi.

«Puoi dirlo forte!» Esclamai. «Sei stata davvero brava.» Pensai che, in fondo, Felicia non era così male. Chissà, forse se l'avessi frequentata di più le avrei voluto bene veramente.

«Grazie, Jele.» Mormorò. «Vorrei diventare un'attrice, prima o poi.» Assunse improvvisamente un tono più languido ed una espressione più fredda. Io la guardai, aspettando che continuasse. «Ho frequentato un corso di recitazione per diversi anni, in una delle scuole più importanti della mia città, ma sono stata costretta ad abbandonarlo quando i miei genitori non hanno più avuto fondi abbastanza per pagarmelo.»

«Mi dispiace...» Sussurrai. Non sapevo esattamente cosa dirle, dunque feci la cosa più semplice. Chiedere. «Non ci sono altre scuole, magari meno costose, che puoi frequentare?» Lei, però, sembrò aspettarsi quella reazione, infatti aveva già la risposta pronta, non aspettava altro che glielo chiedessi.

«Jelena, ti accontenteresti mai di guidare una vecchia auto dopo aver provato una Ferrari?»

Pensai che era carina come metafora, anche se ci impiegai un po' di tempo per comprenderla. Io scossi la testa, sapevo che quella era la risposta che Felicia voleva ricevere, ma non era la risposta che apparteneva al mio essere, all'essere di una persona che si è sempre accontentata di quel che si ritrovava a possedere. Probabilmente perché non ho mai avuto nulla per cui lottare, nulla per cui stringere i denti e continuare a combattere. E quando non si stringe nulla tra le mani, quando non s'incastra nulla tra le costole, allora ci si ritrova ad accontentarsi. Si impara ad accettare l'assenza di ciò che non si ha, semplicemente si impara a convivere con quel sentimento di mancanza.

«Ecco. Ho sempre voluto il meglio per la mia vita. Però non mi abbatto. Ogni mese conservo buona parte del mio stipendio e non appena avrò tutto il necessario, riprenderò la scuola di recitazione a mie spese.» Apprezzai quel tentativo di rivincita nei confronti della vita, ma più di qualsiasi altra cosa apprezzai il fatto che Felicia fosse una ragazza con le idee chiare, una di quelle ragazze che ha saputo sin dall'inizio cosa fare del proprio futuro. Poi cambiò nuovamente umore, scattò dal letto e si avvicinò all'armadio ad ante scorrevoli, lo stava fissando già da un bel po' di tempo. «Sai già cosa mettere questa sera?»

«In realtà... pensavo di venirci così.» Feci spallucce. Felicia mi guardò sbalordita, con aria di disgusto: aggrottò le ciglia, spinse le labbra sottili in avanti e arricciò il naso.

«No. No, no Jelena. Non ci siamo proprio!» Continuò a scuotere la testa a destra e a sinistra per poi passare in rassegna tutto il mio corpo. Indossavo dei jeans chiari con un taglio più largo sulle gambe che terminavano poco sopra alla caviglia, delle Vans classiche ed una camicetta a pois neri che lasciava le spalle scoperte. «Cosa hai qui dentro?» Mi indicò l'armadio. A quel punto mi alzai e la raggiunsi, lei indietreggiò di qualche passo e si posizionò dietro di me, esattamente al centro della stanza per poter avere una veduta perfetta del mio guardaroba. Dopo aver aperto le ante mi voltai verso Felicia, cogliendo la delusione che le segnava il viso. Si avvicinò all'armadio e cominciò a frugare tra le mie cose, prendeva un vestito, lo girava e lo rigirava, piegava le labbra di lato e lo riponeva al suo posto. «Ok, Jelena.» Iniziò a dire. «Adesso facciamo una cosa. Scendiamo di sotto, diciamo ai tuoi genitori che, essendo il compleanno di mio fratello e non avendogli ancora procurato alcun regalo, saremmo andate al negozio giù all'angolo.» Chiuse le ante dell'armadio dopo avergli rivolto una ultima lunga occhiata. Cercava il salvabile in quei cassonetti spogli, ma non lo trovò. «Poi prendi un po' dei tuoi soldi e andiamo a comprare qualcosa da mettere questa sera. Ah, ovviamente scelgo io.» Mi lanciò un occhiolino.  

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