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7. A piccoli passi

Evan organizzò una serata in discoteca a Lacoute, una località balneare di cui avevo sentito parlare spesso, frequentatissima dai ragazzi per il suo lungomare ricco di discoteche all'aperto e locali dalle luci psichedeliche dove far baldoria fino al mattino. Quando Evan me lo chiese per la prima volta, al molo, esitai. Pensai a quanto la mia vita fosse cambiata in quei due mesi, a come si passa velocemente dal bianco al nero e dal nero al bianco, o a come ci si possa improvvisamente ritrovare a vivere situazioni inaspettate ed ambienti o circostanze mai esplorati prima, o, ancora, a quanto si possa desiderare di tornare indietro, tornare in quel grembo caldo ed accogliente, fuggire al caos della vita. E così mi ritrovai a vivere una vita che non avrei mai neanche immaginato potesse appartenermi, perché ci sono cose che si rifiutano a priori, forse perché ne si temono le conseguenze, come la discoteca, le sigarette, la birra, l'amore. Poi, però, arriva quel momento in cui ti rendi conto di averne necessariamente bisogno, e a quel punto non potrai più farne a meno. Evan mi convinse al secondo tentativo. «Dai, Jelena. Non puoi dirmi di no!» Si lagnò. Sbuffò, teneva che io andassi a quella serata, i suoi occhi mi imploravano e fu allora che cedetti. Del resto quelle erano anche le ultime sere che avremmo trascorso insieme, sentivo che gli dovevo quella serata, dovevo concedergli quella piccola vittoria, lo avrei fatto per ringraziarlo per tutto ciò che ha fatto per me, per essermi stata vicino quando Andrew decise di non farlo. Andrew. Il suo nome continuava a pungermi la lingua, era qualcosa che non riuscivo ad ingerire e che, in un modo o nell'altro, continuava a restare attaccato al mio palato. Mi costringeva a gustarne il sapore, a succhiarne l'essenza viscida, ma non si lasciava inghiottire. Quelli erano i miei ultimi giorni a Vanporter, i nostri ultimi giorni, e iniziavo a capire che se Andrew non si fosse fatto vivo, allora avrei dovuto dirgli addio per davvero. Rinunciare a lui una volta per tutte. Forse, sarebbe stato meglio così. In tal caso Andrew sarebbe stato la bonaccia che mi avrebbe permesso di aprire gli occhi e le braccia alla vita, e non il ciclone che l'ha distrutta. «E va bene, Evan. Va bene.» Scandii quelle ultime parole. Lo guardai seria, avvicinando le labbra al suo orecchio. «Ma il piano dovrà essere impeccabile, Evan. O i miei genitori scopriranno tutto.» Dissi sottovoce, quasi come se i miei genitori potessero spuntare tra un momento e l'altro e sabotare il nostro programma. «Ho tutto sotto controllo, Jelena. So già cosa fare.» Mi lanciò un occhiolino che accolsi con un sorriso stanco. Poi sbadigliai, coprendomi la bocca con una mano e stiracchiandomi con l'altra. Restai a guardare le stelle, c'era qualcosa del cielo che mi ricordava Andrew. Il suo colore, la sua oscurità, come quella dei suoi occhi, quella della sua anima. Avrei voluto essere la sua luna e le sue stelle, gli avrei pulito l'anima con la mia saliva, sarei stata il raggio di luce che lo avrebbe guidato in quel percorso di tenebre. Mi chiesi quale fosse il peso che portava in silenzio, quale fosse il motivo della corazza che si convinse ad indossare. «E lui, Evan...» cominciai a dire, balbettai un poco. Avevo paura di chiedere, e al tempo stesso temevo di sapere. «Lui come sta?» Evan mi fissò per qualche istante, poi spostò lo sguardo sull'orizzonte stellato. «Non lo so, Jelena. Davvero.» Sospirò. «Si è chiuso in se stesso, ora più di prima. Esce al mattino presto, prende le sue cose e se ne va a dipingere chissà dove, io sento tutti quei rumori dalla mia stanza. Mi alzo, riesco sempre a raggiungerlo prima che esca, gli dico andiamo insieme, ma lui non ne vuole sapere niente, non risponde e se ne va così, lasciandomi solo ancora una volta. Allora io lo maledico e lo mando a fanculo. Quando ritorna mangia qualcosa, poi va a chiudersi nella sua stanza e ci resta per tutto il giorno. Ma io lo so per certo, Jelena, che tu qui c'entri qualcosa. Che hai fatto scattare la molla di un meccanismo lasciato spento per troppo tempo e che ora cerca di capire.» Io rimasi senza parole, se non avessi guardato l'espressione che Evan aveva stampato sul volto, quel sorriso malinconico, tipico di chi è stato sconfitto, avrei creduto che fossero tutte assurdità. Lui si schiarì la voce e continuò. «Ma ti prego, Jelena. Non chiedermi altro.» Disse, tornando a guardarmi negli occhi. «Ci sono cose che non sai e che io non posso dirti. Cose più grandi di noi.» Prese dalla tasca dei jeans il suo pacchetto di sigarette semivuoto e ne accese una. Aspirò a lungo, poi cacciò il fumo dalle narici. «Te l'ho detto, con Andrew devi avere pazienza. Se vorrà, sarà stesso lui a parlartene.» Provai il vuoto. Il vuoto che ti assale quando non sai cosa fare, quando non sai cosa dire. Il vuoto che ti assale quando scopri di star camminando sopra al filo di un rasoio e di non avere alcuna via di scampo. Provai il vuoto e basta. E quel vuoto si riempì di suoni assordanti, di striduli e ronzii. Evan finì la sua sigaretta per poi gettarne il mozzicone in mare con un gesto netto. Si alzò dalla prua e salì sulla piattaforma di legno. «Vieni, ti do una mano ad uscire.» Mi tese la sua mano ed io l'afferrai con forza. «Piano, Jelena. Piano. Ce la farai.» Mi allungò anche l'altra mano. Salii prima con un piede, inciampai. Provai di nuovo. Avanzai prima un piede, poi l'altro. Piccoli passi. «Vedi? Ce l'hai fatta.» Disse, quando riuscii finalmente a salire sulla piattaforma. Io non sapevo a cosa si fosse esattamente riferito, ma oggi sì, oggi l'ho capito. 


No, Evan, non ce l'ho fatta. Non ce l'ho mai fatta.

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