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14. Confessioni di fine estate - parte due

«Dove sei stata ieri sera, Jelena?» Ripeté, facendosi ancora più serio. Strinse i pugni sul tavolo, serrò la mascella e aspettò. Allora capii, capii a cosa si stesse riferendo e cominciai a pormi sulle difensive, infastidita. Non avevo nulla da spiegare, nulla da confessare. A farlo, semmai, doveva essere lui.
«E a te cosa importa?» Chiesi stizzita. Dovevo cacciare quella rabbia all'esterno del mio corpo, svuotarmi di quel rancore. Andrew sbuffò, alzò gli occhi al cielo.
«Ieri sono venuto a casa tua, a cercarti, ero venuto per te. Ma tu non eri lì.» Mormorò. Io trasalii, aggrottai la fronte, incredula. Non poteva essere vero, non poteva averlo fatto davvero.
«Stav...» Andrew si piegò sulla botte vuota, poggiando i gomiti sulla testa di legno.
«No, non stavi lavorando, Jelena.» Si ricompose, addentò un pezzetto di formaggio accompagnandolo con un'oliva. Iniziò a picchiettare lo stuzzicadenti imbrattato d'olio sul tagliere: era agitato. «Ti ho cercata al Pub, ma Adam mi ha detto di averti vista andare via con un ragazzo. Evan, suppongo...»
Venimmo interrotti dall'arrivo del cameriere, tornato al nostro tavolo con l'ordinazione. «Perdonate l'interruzione,» disse il ragazzo, palesemente imbarazzato, «ecco il Branchetto D'Acqui per la signora...» con molta cautela posizionò il calice di vino proprio davanti a me, «...e il Kolbenhof dell'Alto Adige per il signore.» Arrossii a tutta quella formalità. Dopo averci servito anche il tagliere di salumi e formaggi, il cameriere presentò il conto. Andrew si affrettò a ritirare il porta-conto in cuoio senza neppure concedermi l'opportunità di sapere il totale. «Quant'è?» Chiesi. Mi voltai per recuperare il portafogli dalla borsa, ma Andrew saldò il conto liquidando il cameriere con un sorriso piuttosto tirato. «Non dovevi, grazie comunque.» Mormorai. Lui non rispose, piuttosto preferì ritornare al suo discorso.
«Credevo che ti avesse riaccompagnata a casa, e invece...» spostò lo sguardo in un angolo della stanza, lontano da me, «mi sono arrampicato alla tua finestra, ma tu non c'eri.»
«Cosa vuoi sapere, Andrew?» Stavo perdendo la pazienza davanti quella sceneggiata inutile. «Se ero con Evan? sì, ero con lui! E allora? qual è il tuo cazzo di problema, eh? Vuoi sapere se è successo qualcosa, vero?!» Stavo perdendo il controllo, ma dovevo farlo, dovevo liberarmi. «Non è successo niente, Andrew, niente! E' tutta la vita che non succede niente!» Le poche persone presenti in sala si voltarono verso noi, guardandoci con aria interrogativa. Feci dei respiri profondi, dovevo prendere fiato, tremavo per la rabbia. Andrew mi fissava in silenzio, con le braccia piegate sul tavolo e le mani incrociate dinanzi a sé. «Sei sparito per tutti questi giorni...» cominciai a dire, cercando di trattenere le lacrime. «Per tutti questi giorni non ho saputo nulla di te, né dove fossi, né con chi fossi o cosa stessi facendo. Sei sparito e te ne sei fregato di me, come se io non fossi niente, come se non avessi un cuore.» Gli occhi mi bruciavano, e una lacrima mi rigò il viso. Andrew parve sconvolto, stava assaporando il mio dolore. Buttai giù un sorso di vino, non riuscii neppure ad assaporarne il gusto.
«Scusami...» La sua voce era poco più di un sussurro, puntò lo sguardo sul tagliere, sollevò gli angoli interni delle sopracciglia, corrugò la fronte e pensai che stesse per piangere. «E' solo che... sai, ti ho conosciuta in uno dei periodi più strani della mia vita. Avrei voluto conoscerti in tempi migliori, sarei stato migliore anch'io.» Disse, dopo una lunga pausa.
Io non capivo, e quella situazione era arrivata al limite dell'assurdo. «Quand'è che arrivano tempi migliori, Andrew?»
«Non lo so, Jelena, davvero. Non lo so più, ormai.» Allungò una mano verso la mia, prima sfiorandola delicatamente, poi stringendola nella sua. «Tutto questo... tutto questo sentire, tutto questo provare, io non riesco a spiegarmelo. Ed io ho paura, Jelena, capisci? Ho paura eppure non faccio altro che pensare a te, ogni secondo del mio giorno lo spendo pensando a te, e mi fa male, Jelena, ma non posso fare a meno di questo dolore. E' un dolore che mi fa stare bene, ma che non riesco a comprendere.» Ricordo ancora quella sensazione, sentii il cuore esplodermi nel petto e delle catene stritolarmi le ossa fragili. Quella fu la sua dichiarazione d'amore, perché sì, Andrew, a modo suo, mi ha amata. Lui mi ha amato come amerebbe un fantasma, senza farsi sentire, senza farsi notare, lasciandomi gelida la pelle. Abbiamo sempre cercato di nascondere i nostri sentimenti, scordandoci, però, di quanto gli occhi e i silenzi fossero in grado di parlare. Non ci siamo mai detti di amarci, ma erano i nostri occhi a farlo, le nostre mani intrecciate, i nostri baci rubati, i nostri respiri pesanti sulla pelle nuda. Forse è stato questo il nostro più grande errore: amarci in silenzio. Sì, è stato questo il nostro errore, perché quando si ama, quando si è davvero innamorati di qualcuno, allora bisogna dirselo, allora bisogna ricordarselo, allora bisogna gridarlo al mondo intero. Andrew lanciò un lungo sospiro, stava per confessare. Lasciò la mia mano, distese la schiena su quello schienale scomodo e sorseggiò un po' del suo vino.
«Tutto è iniziato quella sera, al falò.» Bevvi anch'io, dovevo dissetare quella bocca secca, fare spazio nella mia testa. «Quando ti ho vista piangere, quando sei andata via correndo, scappando lontano da me, allora ho capito di essere stato un coglione, di avere sbagliato tutto quanto. Di avere tenuto gli occhi chiusi per troppo tempo, non perché non fossi in grado di guardare, ma perché avevo paura di farlo...» Strinse forte i pugni, come se si stesse rimproverando.
«Andrew...» sussurrai, fu l'unica cosa che riuscii a dire. Cercavo di mettere insieme i pezzi di quel puzzle, ricordai le parole di Evan e compresi che dietro tutto quel dolore, dietro la paura nel lasciarsi andare, doveva esserci qualcosa di più grande che non mi era concesso sapere, qualcosa che impediva ad Andrew di andare fino in fondo. Non impiegai molto a capire che se avessi continuato a volere Andrew nella mia vita, allora avrei dovuto accettare quel suo modo di fare, gli avrei dovuto insegnare ad amare.
«Volevo capirci qualcosa, Jelena, perché non mi sono mai sentito così in vita mia. E per capire cosa volessi, per di cosa avessi bisogno, dovevo stare lontano da te. Dovevo stare un po' da solo.» Buttò giù l'ultimo sorso di vino.
«E cosa hai capito?» Chiesi con voce tremante. Sentivo le tempie martellare, un fischio tra le orecchie. Lui sollevò di scatto lo sguardo e puntò gli occhi nei miei, fulminandomi.
«Ho capito che ho bisogno di te.» La sua voce era calma, leggera. «Che stare lontano da te fa male al cuore.»


Andrew mi portò al mare, ci sedemmo sugli scogli umidi e freddi. Ricordo che restammo a lungo in silenzio a guardare il mare, con le mani intrecciate e la mia testa sulla sua spalla. In quel silenzio c'erano tutte le nostre paure, la consapevolezza della scelta che avevamo appena compiuto e le conseguenze che essa avrebbe comportato. Ci scegliemmo nonostante la lontananza, nonostante i segreti e le ferite. Morivo dalla voglia di baciarlo, di carezzare la sua schiena e sprofondare tra le sue braccia; volevo imbrattarmi del suo profumo, annusare la sua pelle al sole, contarne i nei e vederci le costellazioni. E farlo per tutta la vita. Dentro me imploravo Andrew di baciarmi, e il cuore doveva battermi troppo forte, e il cuore doveva batterci troppo forte perché in quel momento ci voltammo entrambi, Incastrammo i nostri sguardi, incastrammo i nostri pezzi, le nostre labbra così vicine.

Andrew esita, poi si scosta di qualche centimetro. Mi tiene il viso tra le mani e poggia la fronte contro la mia. Adesso respira veloce, ha gli occhi chiusi. Sento il suo alito sulla morbida carne delle mie labbra schiuse. Preme il mio viso contro il suo, le nostre bocche si esplorano e il mio cuore trova pace. Non ricordo esattamente cosa provai in quel momento, però ricordo quanto male mi fece distaccare le mie labbra dalle sue. Restammo così, con le fronti vicine e gli sguardi rivolti verso il basso.

«Andrew, cosa ne sarà di noi?»

«Non lo so, Jelena. Ma prometto di fare del mio meglio. Tu promettimi che mi aspetterai.»

«Te lo prometto.»








Nota dell'autore:

Cari lettori, ho introdotto lo spazio autore per spiegare il motivo per il quale ho scelto di adottare il tempo presente in uno dei periodi finali, ovvero la scena del bacio tra Jelena e Andrew. Infatti, in questo caso, Jelena non racconta il ricordo di quel bacio, ma lo rivive dinanzi i suoi occhi. Dunque, paradossalmente, è come se l'azione si fosse svolta nel presente, ma altro non è che una proiezione di quel che è stato.

Raffaella Danae

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