Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

10. Tra musica e ritorni

Il lungomare di Lacoute non era tanto diverso da quello di Vanporter, fatta eccezione per il susseguirsi interminabile di locali e discoteche, per i diversi sound che si confondevano e si fondevano, andando a creare una melodia indefinita, e per la presenza incontenibile di giovani ragazzi che popolavano quegli spazi, occupando ogni singolo centimetro di Lacoute. A dire il vero sembrava che lì l'estate fosse appena cominciata. Arrivammo al The Old Inn, una scritta al neon di colore fucsia ne metteva in rilievo l'entrata angusta, una struttura semisferica in pietra nera che era stata riverniciata di recente e sulla quale erano presenti schizzi di colore giallo e viola. Dall'esterno rimbombava il suono caldo del basso e quello più rapido delle percussioni ai quali si aggiungevano, ogni volta che la porta scorrevole in vetro si aprisse, anche altri strumenti che non riuscivo a riconoscere. Iniziai a sentirmi fuori luogo, un delfino approdato per sbaglio su di una affollatissima spiaggia e preso di mira dai bagnanti incuriositi. Mentre aspettavamo in fila per entrare al The Old Inn, presi a mangiucchiarmi le unghie ed a tirarmi le pellicine con i denti, creando piccoli solchi sanguinanti. «Stai tranquilla, Jele.» Mormorò Evan, guardandomi con fare apprensivo. Poi accennò un sorriso compiaciuto. Dietro di noi, Felicia e Joffrey ancora discutevano sul tizio che lei avrebbe portato a letto la scorsa estate.

Il buttafuori era un amico di Evan, si chiamava Michael ed era un essere abnorme tutto muscoli e dall'aria minacciosa, una di quelle persone che non oseresti mai sfidare perché sai di aver perso in partenza. Michael mi permise di entrare in discoteca nonostante fossi minorenne, prima, però, mi scrutò da cima a fondo tenendo le braccia conserte. Evidentemente non era sicuro di quella scelta, di quel permesso straordinario, ma dovette farlo per non tradire un amico, per comprovargli la stima nutrita nei suoi confronti. La discoteca presentava una struttura a T: superata l'entrata, si percorreva un lungo corridoio illuminato a malapena da faretti multicolore, lungo le pareti impregnate di umidità erano stati disposti dei divanetti in pelle neri e qualche tavolino di metallo. Io e Felicia depositammo le nostre borse all'interno del guardaroba messoci a disposizione per qualche euro, poi raggiungemmo i ragazzi che ci aspettavano occupando uno dei divanetti. Li scorgemmo scambiarsi qualche battutina e sguardi complici, segnalando, con una piccola gomitata, la bella ragazza di turno che gli passasse davanti. Alla fine del corridoio si apriva una gigantesca sala dalla forma rettangolare alle cui estremità si trovava da un lato, la sala relax con tanto di tavoli circolari, sgabelli eleganti e lanterne romantiche, delimitata da pannelli isolanti che attenuavano l'altissimo volume della musica e, dall'altro, l'area fumatori. Il centro della sala era dalla pista da ballo illuminata con laser rossi e blu e led accecanti. Il dancefloor si dispiegava attorno ad una piattaforma strutturata su più piani. Il piano inferiore, infatti, era occupato da una workstation bianca dalle forme eleganti e dotata di un sistema a luci policromatiche capace di trasformare quel bianco candido in colori più accesi, come il blu e il fucsia. Alle spalle del bancone si apriva una parete attrezzata dalle forme geometriche disparate, ma con lo stesso impianto a luci policromatiche della workstation, dove erano esposti i liquori e tutto il necessario per preparare i drink. Al piano superiore, invece, era situata la postazione del DJ ed una modesta area vip il cui perimetro era delineato da un cordone rosso.

Continuavo a sentirmi a disagio, e il mio senso di inadeguatezza aumentava quanto più mi avvicinavo alla pista da ballo: non avevo mai ballato prima e il solo pensiero che da lì a poco avrei dovuto sfoggiare le mie pessime doti a riguardo mi faceva sprofondare in un mare di vergogna. Per non parlare di Felicia, poi. Lei sicuramente doveva essere una specie di professionista e, inevitabilmente, avrebbe catturato l'attenzione di chiunque con quel miniabito nero che le enfatizzava le curve prosperose. Ballarle accanto non avrebbe fatto altro che mettermi in ridicolo, la gente avrebbe avuto un buon motivo per cui deridermi. Evan e Joffrey, infine, cosa avrebbero potuto dire? Avrebbero riso di me, della mia goffaggine, mi avrebbero paragonata alle altre ragazze, alle reginette della pista, ed anche in questo caso avrei perso senza neanche provare a combattere. Cercai di calmarmi mentre il suono della musica si faceva sempre più forte, fino ad arrivare a coprire le nostre voci e a renderle indistinguibili, indecifrabili e poi eccola lì, la pista era piena di ragazzi che si strusciavano e danzavano vicini, chi battendo le mani a ritmo di musica, chi stringendo i pugni verso il cielo, chi faceva roteare le braccia sinuosamente. Mi sembrò di aver varcato la soglia dell'inferno, un inferno buono, però; grida, fischi, risate, mormorii, applausi, il tintinnio dei calici che brindano, e poi la musica, le luci psichedeliche, baci rubati, baci scambiati, le lingue calde che si toccano, le mani intrecciate, le dita che si sciolgono, i corpi che si scontrano ed i corpi che si avvolgono. Felicia mi prese per mano e mi trascinò sulla pista da ballo, quel tocco mi scaldò fino a rompere la lastra di ghiaccio che mi si aggrovigliò attorno. Una stretta di mano e niente più servì ad abbattere le mie paranoie, a caricare le mie molecole vuote di pura energia, di scosse fulminee che sentivo agitarsi sotto i miei muscoli. Mi condusse al centro della pista facendosi spazio tra la gente e creando un sottile varco che percorse saltellando prima su un piede e poi sull'altro, agitando la mano vuota verso l'alto. Io la seguivo stringendole la mano più forte, con un sorriso stampato in viso che non mi accorsi di avere se Felicia non me lo avesse fatto notare.

«Allora sorridi anche tu!» Esclamò, dopo aver avvicinato le labbra al mio orecchio. Nonostante quella vicinanza, riuscire a comprendere cosa avesse detto continuava a risultarmi difficile. Il mio udito non era abituato ad un volume così forte, eppure vedere Felicia sorridermi, mostrandomi quella dentatura non così perfetta, con gli incisivi centrali più sporgenti rispetto ai laterali, e vederle gli occhi luccicare, colmi di gioia, mi riempì il cuore di tenerezza. Felicia iniziò a guidarmi e a mostrarmi dei semplici passi che mi chiese di imitare. Si sciolse i capelli lasciandoli cadere tutti su di un lato, alcune ciocche le si incollarono sul collo già sudaticcio, altre le cadevano sul viso ondeggiando sulle labbra, mentre le più ribelli le entravano nella bocca semichiusa, penetrando dall'angolo leggermente screpolato. Evan e Joffrey erano proprio davanti a noi, si muovevano fluttuando sulle gambe e ruotando le spalle ora a desta, ora a sinistra e al tempo stesso allungavano il collo per adocchiare qualche fanciulla da rimorchiare, testavano il territorio. Quella scena mi fece ridere, anche loro non si erano mostrati molto abili nell'arte del ballo eppure non si lasciavano intimorire da chi, viceversa, ostentava una notevole abilità. Semplicemente se ne fregavano, volevano solo divertirsi, e dovevo farlo anche io.

Dovevo lasciarmi andare. Iniziai dunque a muovermi, anche se ero molto rigida nei movimenti. «Sii più rilassata, Jelena! Chiudi gli occhi!» Urlò Felicia. Strinse le labbra pittate di rosso, arricciandole a forme di cuore, poi iniziò a sbandierare il suo corpo con mosse sensuali, ondeggiando il bacino ed i fianchi, se non schioccava le dita o agitava le braccia al cielo, passava le mani lungo il busto per poi piegarsi sulle ginocchia. La carne del suo seno era ricoperta da una leggera patina lucida, delle piccole chiazze rosse le si erano create sul viso. Quando l'aria si fece troppo soffocante, Evan e Joffrey si recarono all'area Bar per prendere da bere. 

«Cosa ti porto?» Mi chiese Evan. Aveva il collo un po' arrossito per il sudore, per cui sbottonò la camicia fino a lasciare le clavicole scoperte. Dal tessuto di lino bordeaux fuoriusciva un cespuglietto di peluria chiara e qualche neo sparso qua e là. 

«Evan, in realtà...» Lui alzò gli occhi al cielo e incrociò le braccia.

«Non sono ammesse obiezioni!» Esclamò Evan, rimproverandomi. «Dunque cosa ti porto?» Tornò a chiedermi, questa volta rivolgendomi un ampio sorriso incorniciato da due piccole fossette. 

«Fai tu. Qualcosa di non troppo forte, però!» Urlai, nella speranza di risultare chiara. Evan e Joffrey si allontanarono verso la workstation, mentre Felicia era stata accerchiata da un gruppo di ragazzi che le danzavano attorno stringendo un bicchiere monouso tra le mani e lanciando qualche grida di approvazione.  Decisi di riprovare. Chiusi gli occhi e lasciai la musica penetrare dentro di me e vibrare all'interno del mio corpo, sentivo la mia cassa toracica fremere. Mi lasciai andare, mi abbandonai a quelle vibrazioni lasciando che mi trasportassero lungo le pagine delle loro note. Ripresi a muovermi, ad oscillare le braccia, a roteare il busto e il bacino flettendomi leggermente sugli arti inferiori. In quel momento esistevo io e basta, la musica arrivò a riempirmi il corpo, mi alleggerì la testa e il cuore nutrendoli di suoni e melodie. Mi sembrava di viaggiare nello spazio, di fluttuare nel tempo oscillando tra una stella e l'altra attraverso violenti risucchi e dolci spinte in avanti. Qualcuno, però, mi riportò, alla realtà: sentii una presenza alle mie spalle, avevo delle braccia tatuate avvinghiate ai miei fianchi, le mani mi stringevano la pelle fino a toccarmi le ossa. Pensai fosse Evan, forse un po' troppo brillo per poter reggersi da solo e mantenere l'equilibrio.

«Evan?» Mormorai, senza voltarmi. Lui grugnì. Deve essere proprio andato, pensai. Dunque chiusi gli occhi e continuai a muovermi, questa volta più lentamente. Sentii lui piegarsi dietro di me, avvicinando le ginocchia al mio popliteo, costringendomi ad abbassarmi con lui. Poi, d'un tratto, sentii due labbra umide posarsi sul mio collo, mentre quella presa forte dalla quale cominciai a svincolarmi spingeva il mio bacino al suo basso ventre. Fu allora che capii che non si trattasse di Evan, perché Evan non si sarebbe mai permesso di toccarmi in quel modo. Mi voltai di scatto, rossa per la rabbia, con il cuore in gola e con le gambe molli. Volevo lanciargli uno schiaffo, ma lo sconosciuto aveva i riflessi pronti. Stoppò il lancio bloccandomi al polso, ritentai d'istinto con l'altra mano ma finì col bloccarmi anche quella, stringendo talmente forte che mi era diventato impossibile muovermi. 

«Lasciami stare!» Gridai, ma lui si ostinava a guardarmi divertito, mentre il resto della sala sembrò non accorgersi di nulla. «Lasciami stare, maiale!» Gridai di nuovo, sentendomi gli occhi bruciare per le lacrime e il viso in fiamme. 

«E dai! Hai fatto la brava finora...» Disse, avvicinandosi sempre di più al mio corpo e poggiando le labbra vicino al mio orecchio. Io non riuscivo a liberarmi da quelle braccia forti, riuscivo a scuotermi a malapena, mentre dal viso iniziavano a gocciolare le mie lacrime. La sua bocca si chiuse attorno al lobo del mio orecchio destro. Io rabbrividii per il terrore e lo sdegno, implorando dentro me che qualcuno mi salvasse, che qualcuno aprisse finalmente gli occhi e realizzasse cosa quel lurido uomo mi stesse facendo. E le mie preghiere furono accolte.

«Ti ha detto di lasciarla in pace, coglione!» Quella voce mi parve familiare, quella voce mi era mancata, quella voce io l'amavo. 

«Andrew?»

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro