1. Il mio porto sicuro
Maledetto il giorno in cui ti ho incontrato. Ero di turno al San Pablo's Pub, mio padre era riuscito a procurarmi un posto all'interno del locale più in di tutta Vanporter. Non che Vanporter fosse grande, anzi, era un piccolo borgo a sud della Francia, una località balneare molto tranquilla, amata soprattutto dalle famiglie che non potevano permettersi una soluzione migliore. A poche centinaia di metri dalla spiaggia era situato il centro cittadino: le abitazioni, villette disposte su due piani con tanto di giardino, venivano intervallate talvolta da un supermercato, talvolta da un punto ristoro, da un giornalaio, da un ufficio postale o da una farmacia. A dividere il centro cittadino dalla spiaggia di Vanporter era un parco con tanto di area picnic e una piccola chiesa in cui ogni domenica veniva celebrata la Santa Messa. Un borgo che, nonostante gli anni e le ondate di turisti, è riuscito comunque a conservare la sua intimità senza dover rispondere al bisogno di espandersi, ma con nulla da offrire ai ragazzi che, come me, venivano trascinati lì dalla propria famiglia e che non potevano ancora permettersi di trascorrere l'estate in qualche isola spagnola. Tuttavia ero molto affezionata a Vanporter: questo posto mi ha vista crescere sotto la sua luna, mi ha vista percorrere la strada che porta alla spiaggia ogni giorno, per sessanta giorni l'anno, per dieci anni della mia vita. In un certo senso Vanporter custodiva la mia infanzia e la mia prima adolescenza e probabilmente la mia famiglia continuava a ritornarci proprio per rivivere quegli anni felici, per non dire addio alla bambina silenziosa e tranquilla che sono stata, senza troppe pretese né capricci. Il San Pablo's Pub non solo mi offriva la possibilità di iniziare a guadagnare quel poco di cui una ragazza di sedici anni ha bisogno, ma mi permetteva anche di spezzare la routine asfissiante in cui la vita a Vanporter si era trasformata: sveglia alle nove in punto, colazione da Molly con croissant e cappuccino e poi dritti al mare risalendo solo per il pranzo e per la cena.
Quella sera il pub era completamente vuoto. Era stato quell'improvviso temporale a fermare la vita del borgo, tutto era immobile, la pioggia ticchettava sull'ampia vetrata che affacciava sulla strada principale. Me ne stavo con le mani in mano, aspettando l'arrivo di qualche coraggioso cliente che, nonostante il forte temporale, non rinunciava al roast beef più buono dell'intera Vanporter. Verso le undici, persa ogni speranza, Adam mi chiese di iniziare a ripulire la sala perchè a breve avrebbero chiuso il locale, « è inutile restare aperti, è solo uno spreco di energia e denaro », disse, con un tono piuttosto irritato. Stavo riponendo i grossi boccali da birra nell'apposita credenza quando la mia attenzione venne richiamata da un leggero picchiettio. Mi voltai verso la grande vetrata, dall'altro lato c'era un ragazzo incappucciato che cercava di comunicarmi qualcosa che non riuscivo a capire. Iniziammo a comunicare attraverso dei semplici gesti, lui si portava una mano all'altezza della bocca, la apriva, fingeva di imboccare qualcosa e masticava lasciandosi andare in terribili smorfie che mi strapparono una risata. Gli dissi che eravamo chiusi ma il ragazzo insisteva, mi convinsi ad aprirlo. Lanciò un grosso sospiro. Una volta alla porta si scapucciò il capo, il timore di aver lasciato entrare nel locale un malintenzionato svanì nell'esatto momento in cui i nostri sguardi si incrociarono. I capelli scuri gli si erano incollati sul volto a causa della forte pioggia, dalle punte di quella chioma color corvino colavano gocce che, delicatamente, gli scivolavano sul collo come gocce di rugiada che pendono dai petali di rose, aveva il volto lucido ed inumidito dalle lacrime del cielo e gli occhi dello stesso colore delle nuvole di quella sera di Luglio.
« Ce n'è voluto di tempo per convincerti ad aprire quella porta. » Disse.
« Ti ho detto che siamo chiusi, e poi chi mi assicurava che non si trattasse di cattive intenzioni? D'altronde, sei l'unica persona in giro in tutta Vanporter. » Replicai.
« Mi hai davvero creduto un malintenzionato? Sai, adesso dovrei essere molto offeso. » Strinse le labbra in una espressione triste. « Come si può giudicare tale un visino tanto dolce come il mio? » Continuò, strappandomi un'altra risata.
« Non si sa mai, anche qui a Vanporter possono giungere persone del genere. Del resto, siamo comunque sul pianeta Terra... » cercai di giustificarmi e notai il suo viso coprirsi di un leggero sorriso. Arrossii dinanzi quegli occhi che non smettevano di scrutarmi, mi sentivo incapace di qualsiasi cosa sotto quello sguardo indagatore, intrappolata in una morsa dalla quale non riuscivo a trovare alcuna via di scampo. In sedici anni della mia vita, nessuno mai si degnò di guardarmi in quel modo. I ragazzi che conoscevo, i miei compagni di classe, ancora cercavano di capire come funzionasse una ragazza, ne osservavano e giudicavano i comportamenti da lontano conservando quello sguardo cospiratore, misto di divertimento e disprezzo. Ancora oggi, in ventidue anni della mia vita, nessuno più è riuscito a guardarmi così come Andrew fece quella sera.
Ci pensò Adam ad interrompere quel lungo momento di imbarazzo fiondandosi nell'atrio del pub e sorprendendoci entrambi.
« Cosa sta succedendo qui? » Adam guardò prima Andrew, poi me. « Jelena, chi è questo ragazzo? »
« Non lo conosco, signore. Il ragazzo mi chiedeva se eravamo aperti. Vorrebbe mangiare qualc... »
« Non se ne parla, ragazzo! » Adam mi interruppe bruscamente. « Abbiamo ripulito tutto, la cucina è chiusa, i cuochi stanno per andar via e presto saremmo andati via anche noi, se non fosse stato per la tua inutile intrusione! » Continuò il vecchio, avvicinandosi sempre più ad Andrew il quale prima indietreggiò di un passo, poi mi lanciò un'occhiata veloce in richiesta d'aiuto.
« Adam, mi permetta... il ragazzo ha solo chiesto se...»
« Non ti permetto nulla, Jelena! » Fui nuovamente interrotta. « Ti avevo chiesto di pulire la sala, di farlo in fretta, e tu hai perso tempo con questo bamboccio! » La situazione cominciava a non piacermi per nulla, Adam era palesemente infastidito e probabilmente avrei perso il lavoro se non fosse stato per Andrew, per il suo carisma e per la sua arte oratoria.
« Signore, mi dispiace averla turbata tanto, non era assolutamente nelle mie intenzioni. Ma la prego di non prendersela con la ragazza, sono stato io ad insistere a farmi entrare. Sono nuovo in città e qui non si fa altro che parlare del suo delizioso roast beef. Ero molto curioso di assaggiare il piatto più discusso dell'intero borgo, anzi, le dico che addirittura a Taryl, a cinquecento chilometri da Vanporter, sono giunte voci sul suo Pub e sulla sua specialità. Mi scuso nuovamente. Se non le dispiace, aiuterò la ragazza a terminare le pulizie. Tutta questa perdita di tempo è stata solo colpa mia. » Quella di Andrew era stata la più grande farsa alla quale avessi preso parte negli ultimi anni della mia vita, cercavo di trattenere le risate soffocandole in leggeri gorgoglii. Tuttavia, quel teatrino delizioso aveva funzionato e Adam lasciò latrio con una dose di vanità in più. Prima di allontanarsi, però, disse al ragazzo di non preoccuparsi e che avrei terminato da sola il mio lavoro, promettendogli un roast beef gratuito non appena sarebbe stato di ritorno. Sapevo che Andrew sarebbe ritornato al San Pablo's Pub, non lo avrebbe tanto fatto per mangiare quel roast beef che gli è stato promesso, piuttosto lo avrebbe fatto per il solo piacere di riscuotere la sua ricompensa, per ritornare a casa con il suo bottino, perchè lui è quel tipo di persona che riesce ad ottenere sempre ciò che vuole, talvolta lottando, talvolta con un semplice schiocco di dita, come ebbe me da quella sera, per tutta la vita. Maledetto il giorno in cui ti ho incontrato.
A mezzanotte finii di ripulire la sala e mi apprestai ad uscire per poter fare finalmente ritorno a casa, presi tutte le mie cose, infilai la giacca di jeans, lanciai un saluto ad Adam e ai cuochi e chiusi la porta dietro di me.
« Ehi! » Sobbalzai. Quella voce mi parve familiare. Forse per timore, forse per vergogna, o forse per entrambi, ci impiegai un po di tempo a voltarmi verso Andrew.
« Scusa, non volevo spaventarti. » Disse.
« Mi sembra che tu lo abbia già fatto diverse volte, questa sera. »
« Hai ragione, sono stato uno stupido... » Andrew fece qualche passo verso di me, tremavo ad ogni passo, temevo quella forza che ancora una volta riusciva ad impadronirsi di me, a sovrastarmi. « Dovrei chiederti scusa per un bel po' di cose. »
« Oh, non preoccuparti. » Lo interruppi subito. « Adam fa sempre così, non gli va mai bene nulla. Non è stata colpa tua. » Cercai di cestinare il discorso, non volevo passare per la buona a nulla della situazione, quella che si fa mettere i piedi in testa. « Adesso, se non ti dispiace dovrei andare... » scavai tra le mille cianfrusaglie della mia borsa alla ricerca del mio ombrellino, ma anche per distogliere lo sguardo da lui. Non riuscivo più a sostenerlo.
« Quindi mi stai dicendo che avrei aspettato qui fuori, sotto la pioggia e al gelo per nulla? » Chiese. All'epoca avrei davvero creduto a quelle parole, di fatti lo feci. Come una stupida credetti a tutte le parole che uscivano dalla sua bocca, cascai ad ogni promessa, era un'arte che gli riusciva molto bene. Solo oggi mi rendo conto che quelle non erano altro che piccole provocazioni: Andrew amava stuzzicarmi, amava vedermi gestire quelle strane situazioni, andare in difficoltà, vedermi barcollare in bilico. Amava iniziare il gioco per poi rimandarlo alla prossima volta, senza portarlo a termine. Forse voleva che fossi io a terminarlo, a lui piaceva solamente condurne le regole, muovere le sue pedine, compiere i suoi passi. Dovevo essere io a decidere le sorti di quel gioco banale, dovevo scegliere bene. Io, invece, feci la mossa sbagliata.
« Non l'ho mai detto. » Andrew parve sollevato, accennò un sorriso compiaciuto. Mi guardava con gli occhi quasi socchiusi, inclinò la testa, si morse il labbro inferiore. Il cacciatore aveva catturato la sua preda. Quell'espressione non gliela vidi mai più, se non l'attimo prima di fare l'amore, qualche anno dopo.
« Scusami, davvero. » Ritornò serio, « hai rischiato grosso questa sera, per me. Per uno sconosciuto. » Mi tese la mano, « io sono Andrew. »
Gli strinsi la mano. In quel momento credetti che non esistesse nulla di più perfetto di quella stretta di mano, dei vuoti che si riempivano, delle carni che si toccavano. « Jelena. » A sedici anni è difficile riuscire ad esplorare lo strano mondo dei sentimenti o riuscire a decifrarne le emozioni perchè quando quel mondo trova la sua luna, tutte le stelle tendono a comparire insieme, a danzare nella notte. Ricordo che quella sera tutte le mie stelle danzarono, felici di aver finalmente incontrato la Luna, la Luce di quell'universo buio fatto solo di deserti e terre aride, isole nascoste e tesori ancora da scoprire. Le stelle, però, non sapevano che prima o poi la Luna si sarebbe spenta. L'oscurità fece ritorno più forte di prima, si riprese tutto ciò che le fu dovuto, si nutrì della polvere di stelle e dei castelli di sabbia che avevo costruito. L'oscurità divorò tutto. Adesso non ho altro che ceneri.
« Scusami, Andrew, ma adesso devo andare. I miei genitori mi staranno aspettando. » Dissi, dopo aver dato un'occhiata veloce all'orologio.
« Lascia che ti accompagni, non vorrei che ti succedesse qualcosa. » Raggelai al sentirgli pronunciare quelle parole. D'un tratto Andrew divenne il mio cavaliere, il mio protettore. Mi sentii al sicuro con lui al mio fianco, ma anche molto più vulnerabile. Adesso la sua protezione e il suo controllo era un qualcosa di cui io necessitavo, ma di cui non avevo un reale bisogno. Era la sua forza, la sua sicurezza, le sue spalle larghe con quelle braccia robuste e il viso squadrato, dai lineamenti molto ben definiti, a fare in modo che io invocassi inconsapevolmente il suo aiuto. Probabilmente non avevo davvero bisogno della sua protezione, ma Andrew fu il mio faro in uno dei momenti più bui della mia vita, fatta di interminabili silenzi e attese infinite, di speranze spezzate e sogni infranti, mentre ancora cercavo di restare a galla, a fingere che andasse tutto bene, che quella esistenza misera e vuota era soltanto uno scherzo del destino, poi sarebbe passato tutto quanto. In quell'oceano popolato da squali e altre feroci bestie marine, Andrew fu la mia ancora di salvezza, il mio porto sicuro. Benedetto il giorno in cui ti ho incontrato.
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