Domenica, 15 marzo 2020
solitudine
/so·li·tù·di·ne/
sostantivo femminile
Esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui (vivere in s.) desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità (cercare la s.), oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza d'affetti, di sostegno e di conforto (sentire il peso della s.).
Non sono mai stato il tipo di persona che la gente potesse chiamare "animale da festa", ho sempre scelto le mie amicizie, ed i miei amici veri sono sempre stati pochi. Ho passato gran parte delle mie giornate in solitudine; la casa è sempre silenziosa quando torno da scuola, mia madre e mia sorella sono a lavoro e a scuola a quell'ora, ed io ho la libertà di esprimermi. Posso vestirmi come voglio, ascoltare la musica che più mi piace senza preoccuparmi del volume delle casse, ridere o piangere in tutta tranquillità.
Ma detesto questo tipo di solitudine incompleta: sono tutti a casa ed io non posso fare nulla senza la consapevolezza che ogni mia azione debba, per forza, venir giustificata e giudicata. È peggio piangere in una casa piena di gente e vedere come non se ne accorgano minimamente.
Ho sempre odiato di più il sentimento di solitudine in mezzo alla gente che la solitudine in sé perché, mentre la seconda viene "capita" dalla gente, la prima, ai loro occhi, è incomprensibile. La gente non capisce come una persona possa sentirsi sola ad un pranzo con i parenti o ad un'uscita con gli amici. A nessuno viene mai in mente che l'affetto di quei parenti è superficiale, quanto basta per mantenere il rapporto in apparenza o che gli amici tendano ad escludere, "te lo dico dopo", "non capiresti", "non conosci tutta la storia", voi l'avete mai sentito quello che avrebbero dovuto dirvi dopo? Io no.
Ed il bello, in tutto questo, è che non puoi dare la colpa a loro. Come posso prendermela con mio zio per le sue azioni? Come posso dare la colpa ai miei amici quando devo già ringraziare il fatto che mi sopportino? Siamo sinceri, il problema sono io.
Sono io che sono egoista, che non mi accontento dell'affetto che le persone mi danno, sono io che pretendo che mi capiscano, sono io che quando parlo ho il desiderio che la gente provi ad ascoltarmi, a comprendere, è colpa mia.
Sono io che dovrei prodigarmi di più per i miei "amici", vero? Non è la mia migliore amica ad invalidare la mia persona ogni giorno fregandosene della mia identità di genere dopo due coming out ed un pomeriggio intero passato a spiegargli come ciò funzionasse: "ma come fai a sapere che non sia un disturbo della personalità? No, perché io ho visto una serie tv, Split, dove il protagonista ha 28 personalità di cui una è una donna e quando c'è lei lui si veste da donna e vuole che gli si dia il femminile..." ...io sono genderfluid.
Fa. Male.
Ma immagino sia un problema mio, no? Sono io che sto piantando una scenata inutile, vero? Sono io, non il mio giro di compagne di classe, comodamente definite amiche, che hanno il loro giro di amici ed è estremamente palese che io stia con loro solo per evitare di stare in solitudine. "Ma va, non è vero", "non dai fastidio" ... però, sistematicamente, ogni volta che discutono di qualcosa "ragazze non ho capito, me lo spieghereste?" oppure "mi raccontereste un attimo la storia, non posso dare un parere se non la conosco tutta" diventa tutto un "te lo dico dopo". Io questo dopo non l'ho ancora visto arrivare.
L'altra mia "migliore amica", o almeno questo è ciò che dovrebbe essere, ha trovato carino darmi per scontato per un anno intero, perché lei non sapeva se cambiare scuola o no, e chiaramente dovevo andarci di mezzo perché era una mia compagna di classe: un anno intero di "sì, passami a prendere che oggi vengo a scuola", e poi non c'era mai. Un anno intero di messaggi miei e risposte sue arrivate dopo giorni. Due litigate in cui sottolineavo tutto questo (tre se consideriamo quel messaggio che le inviai e che non ricevette mai perché cambiava numero ogni due per tre... io il suo numero nuovo l'ho ricevuto da un'amica in comune) e nulla cambiava mai. Eppure, nonostante tutto fu la seconda persona cui feci coming out. Ad oggi non ha ancora capito cosa sia, non ha mai fatto domande. Detto tra noi, non penso nemmeno gli importi.
In giorni normali tutto questo mi pesa relativamente, ho padroneggiato abbastanza bene l'arte di analizzare ogni cosa fino a renderla disumana: un ragionamento logico non può ferirti. Però, in giorni come questo, proprio non ci riesci a fare questo giochino, il fatto di stare sempre in casa ed avere a che fare con loro tutto il giorno, tutti i giorni, non mi fa trovare requie, non ho uno sfogo che mi permetta di affrontarli meglio. Non ho niente, e questo è sinceramente diventato troppo.
In giorni come questo ripenso ad ogni cosa, a come avrebbe potuto avere un finale diverso se solo mi fossi degnato di giocare meglio le mie carte.
La mia amica non mi avrebbe mai detto che noi due siamo conoscenti se io le avessi risposto con più solerzia ai suoi messaggi, se avessi fatto di più.
Avrei un rapporto migliore con le mie migliori amiche se non avessi creduto di poter affidare a loro questo segreto, avrei vissuto meglio se non gliel'avessi detto, se avessi finto che il maschile mi scivolasse di tanto in tanto dalla bocca per errore, per distrazione. Invece no.
Egoista. Vuoi solo attenzione.
Dev'essere così, per forza, altrimenti mio padre non mi avrebbe detto che "io non ho problemi" quando, dopo l'ennesima lite tra lui e la sua compagna ho fatto notare, piangendo, che forse sarebbe il caso che io vedessi un fottutissimo psicologo perché, evidentemente, non sto bene.
Dev'essere così, altrimenti mia madre non mi avrebbe detto, dopo un'ora di chiamata dove gli spiegavo, in lacrime, come la cena con la famiglia di mio padre sia andata a puttane perché la sua tipa non capisce l'italiano ed è permalosa come pochi (quindi ogni cosa va misurata con il millimetro) e mia zia avesse deciso che, sinceramente, lei non ci sarebbe stata a misurare i suoi passi come se camminasse in un campo minato solo perché l'altra non ci prova neanche a capirlo l'italiano, che non è un problema, che io non ho problemi, che lo psicologo non è necessario. Il fatto che io abbia cominciato a piangere davanti ai miei tre zii, mio padre e la sua compagna, asserendo che questo è, testuali parole, "un clima di merda" è sicuramente dovuto al mio bisogno di attenzioni, non al fatto che siano 6 anni che la storia si ripete e, ormai, ha lasciato dei fottuti solchi e che, forse, non è più emotivamente gestibile.
No, ho sicuramente voglia di mettermi in mostra.
Mi sembra di impazzire ogni volta che li sento litigare, perché in quella casa non si può parlare, se si scherza non va bene, se si parla non va bene, se si prova a comunicare che certi comportamenti non vanno bene, si finisce sempre con l'alzare la voce. Con lui che urla perché è un "maschio alfa" e lei che starnazza come una gallina. Sono sei anni che il problema è sempre lo stesso, io non ho ancora visto una soluzione messa in atto.
Ed io? All'inizio piangevo, poi c'è stato un periodo in cui ho provato a mettermi in mezzo, dopodiché ho sviluppato un problema con gli scatti d'ira: il fatto che io riesca a vedere i segni sbiaditi sulle mani, mani che regolarmente sbattevo contro un muro perché sia mai che interrompa il loro litigio, me lo ricordano ogni giorno (il fatto che mia madre li abbia intravisti in un paio di occasioni e si sia accontentata del "sono caduta e ho messo male le mani"... certo, cadiamo tutti e ci raschiamo il dorso, vero? Chi non lo fa?), è lo stesso periodo in cui ho tenuto un diario, che si è un po' interrotto perché ho raggiunto questo livello di reazione: il sarcasmo. La lingua si è fatta più affilata, dove prima piangevo, urlavo, imprecavo, ora ci sono battute taglienti, insinuazioni. Se la mia mente si diverte a distruggermi non vedo perché non possa divenire un'arma con cui difendermi.
Mi dà ancora fastidio quando non mi fanno parlare e mi impediscono di andarmene, mi lasciano lì ad ascoltarli mentre si gridano addosso e si mandano al diavolo. In situazioni come quelle ho ancora il vizio di rovinarmi, conficcare le unghie tenute lunghe nella pelle e tirare, lasciare segni, di modo che la sensazione pungente mi faccia dimenticare il dolore emotivo che dovrei provare. Il fatto che mia madre mi abbia visto in una di queste situazioni, mentre mio padre stava urlando al telefono contro di lei perché aveva litigato con me, non disse nulla. Non fece niente. Il gesto fu dimenticato da lei esattamente come disse a me di dimenticare ogni cosa che mio padre mi aveva detto perché per lui la lite era finita.
C'è stato un periodo, una settimana piuttosto cupa verso settembre, dove mi chiedevo come sarebbe stata una lametta al posto delle unghie. Cosa mi ha fermato? Il pensiero di dover dare spiegazioni alla gente, il dover affrontare ogni giudizio superficiale, il dovermi sentir dire, di nuovo, che non ho problemi.
In giornate come queste ripenso ad ogni cosa, oggi le ho scritte tutte, perché a volte diventa semplicemente troppo e mi sono rotto i santissimi di sentirmi dire che "non ti alzi mai dal letto"... passo giornate intere nel letto, a fissare il vuoto, a litigare con me stesso perché potrei fare un sacco di cose e invece lascio che il tempo mi scivoli dalle dita. Sai qual è il segreto? Che io non ci riesco ad alzarmi, non ce la faccio. Quindi, caldamente, se mi trovi nel letto, con il cellulare in mano (o forse no) a guardare qualsiasi cosa con l'attenzione di un passerotto investito e senza espressione non sottolineare come io non faccia un cazzo, come abbia l'armadio ed i cassetti da riordinare o come non dovrei stare in pigiama tutto il giorno. Grazie.
Ora, in condizioni normali la finirei qui, però scrivere mi ha aiutato a mandar via un po' di tristezza e la mia parte bastarda, quella che vive solo per dar fastidio agli altri, mi ha ricordato che, se desidero aggiungere questa cosa al Diario probabilmente dovrei finirlo diversamente. Sai perché?
Perché, se in giornate come questa penso che ogni cosa sia colpa mia, che la soluzione migliore sarebbe la mia scomparsa perché, diciamocelo, parecchia gente starebbe meglio senza di me, io so che non è colpa mia. Non è possibile sia solo colpa mia.
Ed è per questo che lo scrivo, se qualcuno dovesse leggere tutto questo e riconoscersi in tutto questo, anche solo in parte, deve sapere che non è colpa sua.
Non è sbagliato chiedere a qualcuno di rispettare la tua identità una volta che gliel'hai comunicata. Nessuno ha diritto di invalidare ciò che sei, ciò a cui credi o definirti "malato" o "indeciso" o "stupido". A queste persone vi sorridete e mandateli a fanculo.
Nessuno ha diritto di togliervi il sorriso, di mettere in dubbio i vostri pensieri o le vostre decisioni. Non siete sbagliati se reagite in un modo a qualcosa. Non è egoismo voler venire coinvolti se i vostri amici parlano tra loro senza coinvolgervi, non è sbagliato combattere per un'ideale o per un pensiero e, soprattutto, non è sbagliato chiedere aiuto.
Non posso garantire che la gente vi rispetterà, perché non lo farà, o che i vostri ideali siano sempre giusti o che ci sarà sempre un dialogo sano ed un ambiente amorevole dove potrete crescere, vivere, cambiare idee e confrontarle, parlare e amare, perché non sarà sempre così.
Ma posso garantire che non siete sbagliati. E, soprattutto, non siete soli.
Non so se qualcuno dovesse mai leggere tutto questo fino alla fine o se gli sarà persino utile; personalmente ho trovato liberatorio poterne parlare, per questo motivo, sono qui se mai qualcuno dovesse riconoscessi e avesse bisogno di un orecchio che ascolti. Non farò promesse, non è detto che io possieda le soluzioni ai problemi che potrebbero venirmi posti, posso offrire solo ascolto e un punto di vista esterno a tutto.
Detto questo, spero che voi, ovunque voi siate e chiunque voi siate, non siate soli. Spero che abbiate dei genitori, un amico, un conoscente, chiunque, purché sia qualcuno che vi possa mettere una mano sulla spalla e aiutarvi in qualsiasi cosa voi abbiate bisogno.
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