33. Una giornata troppo lunga
Mi sento completamente stonata, intontita, fuori dal mondo. Non dal mio mondo da cui cerco di fuggire senza però aver via di scampo. Perché il mio mondo è più veloce e più furbo di me, ovunque io vada è sempre lì, sempre un passo davanti a me. Non posso nascondermi dal mio mondo, lui mi trova sempre ed ogni volta mi ricorda chi sono e quali sono i binari da seguire.
Anche questa volta, ho provato a restare nascosta quanto più a lungo possibile, ma ho miseramente fallito ancora.
Non c'è via di scampo, non per me. Per quanto io mi illuda di poter essere normale, so perfettamente di non esserlo! La mia vita è anormale, lo è sempre stata, lo sarà sempre e non c'è niente che io possa fare per evitarlo.
"Che tieni piccerè?" Il mio capo mi scruta da dietro al bancone con un sopracciglio mezzo tirato. Non mi sembra nervoso per la mia assenza di attività motoria e celebrale momentanea, piuttosto mi sembra preoccupato.
"Niente, scusami!"
Mi sgrido mentalmente e mi impongo di non pensare. Mi do una svegliata e mi avvio a pulire l'ultimo tavolo prima di mettere tutto dentro e andare a casa.
Questa giornata è durata molto più di ventiquattro ore, è come se avessi vissuto una settimana di drammi concentrati in un unico giorno. Ho il cervello carico di mille pensieri ed il cuore scarico. Un controsenso vivente, insomma!
"Mia! Ti sta squillando il telefono." Mi ero persa di nuovo.
Prendo l'iPhone dalla borsa e visualizzo il nome sullo schermo: Vale.
"Pronto?"
"Hey, che bello sentire la tua voce! Mi sembra di non vederti da una vita."
"Già, anche a me! Scusami se sono stata poco presente negli ultimi giorni..."
"Ma no, stai tranquilla. Sei ancora al bar o hai già finito?"
"Sto per uscire, dieci minuti al massimo. Perché?"
Ho paura di sentire la sua risposta, conoscendola mi starà già organizzando un'alta uscita a quattro senza preoccuparsi di avvertirmi!
"Fantastico! Sono al bar, quello piccolo nel centro storico. Perché non mi raggiungi?"
"Vale, bar piccolo nel centro storico non è granché come indizio. Ce ne saranno decine di bar del genere!"
"Hai ragione, ahahahahah! Comunque, è il bar dove andammo quel sabato dopo aver mangiato la pizza più buona della tua vita."
"È un altro appuntamento al buio di cui non vuoi dirmi nulla?"
"Ma no, cretina! Nessun agguato e nessun appuntamento al buio questa volta. Allora che fai? Vieni?"
Ci penso su qualche minuto, non ho una gran voglia di uscire e, soprattutto, di stare tra la gente, ma se andassi a casa ora finirei per passare la notte in bianco perché il mio stramaledettissimo cervello non ne vuole proprio sapere di andare in modalità off.
"Si, vengo. Ci vediamo tra poco."
Dopo circa dieci minuti arrivo davanti a quello che credo sia il bar indicatomi da Vale. Non ne sono molto sicura, deve aver dimenticato che ero completamente andata quel sabato.
Le invio un whatsapp per avvertirla di raggiungermi all'ingresso. Se non esce entro cinque minuti vorrà dire che non ricordo veramente un cazzo di quel sabato notte.
Dopo neanche un minuto mi compare davanti una Valentina tutta brio che quasi saltella dalla felicità. Ok che non ci vediamo da un po', ma tutta questa contentezza mi sembra esagerata. O, forse, sono io che ho la luna storta e, di conseguenza, vedo tutto storto.
"Eccoti finalmente! Come stai?"
"Un po' stanca, ma tutto bene." Mento spudoratamente perché proprio non ho voglia di mettermi qui a spiegarle cosa è successo negli ultimi giorni.
"Entriamo dai, ci stanno aspettando per ordinare."
"Ci stanno aspettando chi esattamente?" Possibile che mi debba sempre nascondere qualcosa? Giuro che se è un altro tentativo di farmi accasare con un amico di uno con cui si vede la pianto in asso senza dire neanche mezza parola!
"Samuele, Andrea...insomma tutti!" Oh mio dio! Era meglio un incontro al buio, decisamente meglio. Qui c'è qualcosa che non mi quadra. Da quando lei, il mio coinquilino e "tutti" escono senza che io ne sappia qualcosa?
Mi piazzo sul posto come inebetita e lei mi tira per un braccio costringendomi di malavoglia ad entrare in quel fottutissimo bar. Ho il respiro corto e sento salire l'ansia. Spero che lui non ci sia.
Ho un macigno nello stomaco, spero che Diego non sia qui, eppure ho anche voglia di vederlo, di guardarlo negli occhi e di scorgerci dentro qualcosa di diverso dal disprezzo che vi ho letto stamattina.
Raggiungiamo l'ultimo tavolo in fondo alla piccola sala interna e si, ci sono tutti. Lui compreso.
Il macigno nel mio stomaco si frantuma in centinaia di piccoli pezzi quando posando gli occhi nella sua direzione realizzo che Ilaria è seduta su di lui e lui, lo stronzo che stamattina mi guardava con odio e disprezzo, le sta ficcando la lingua nello esofago.
Il sorriso finto e tirato che mi sono autoimposta entrando nel bar va a farsi fottere esattamente come tutto il resto della mia vita.
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