7. My mind will never let me forget you.
"Cosa ti ho appena detto?" Dilatò le narici e contrasse i denti guardandomi con gli stessi occhi severi di mia madre. "Se la caveranno, è loro padre, sono sopravvissuti fin ora. Se la caveranno, Will." Kayla era tesa e mi stringeva il braccio fino a farmi male. Feci un respiro profondo cercando di calmarmi e ascoltai le parole di mia sorella. Mi arresi, un po' per stanchezza, un po' per non deluderla. Quella situazione mi stava distruggendo dentro.
Continuammo a camminare e provai in tutti i modi a non dare peso a ciò che udivo in lontananza e ciò che sentivo dentro. Passo dopo passo, con le mani strette in pugni che mi sbiancavano le nocche, tiravo dritto. Kayla non disse una parola per tutto il tragitto e anche se l'avesse fatto probabilmente non l'avrei ascoltata. Mi conosceva e sapeva quanto fosse difficile per me ignorare ciò che avevo sentito. Arrivati di corsa a casa fortunatamente trovammo i bambini tranquilli, o comunque tranquilli per essere dei figli di Apollo. Cloe e Josh avevano costruito un fortino spostando i mobili dell salotto e spargendo i cuscini del divano sul pavimento. Quelle piccole bestioline riuscirono a strapparmi un sorriso. Guardai Kayla, anche lei visibilmente intenerita dalla scena.
"Fermi!" Gridò Cloe vedendoci entrare con un enorme sorriso sul volto. "Non potete toccare il pavimento, è di lava!"
"Oh no, come facciamo ad arrivare in cucina ora?" Le chiesi fingendo un tono drammatico.
"Dovete camminare sulle rocce magiche! Che sciocco che sei!" Cloe rideva in piedi sullo scrittoio in una posa regale, mentre Josh saltava energicamente sul divano. Eseguimmo gli ordini, togliendoci le scarpe e camminando solo sulle "rocce magiche" che ci venivano indicate dai nostri fratellini. Dopo aver quasi attraversato tutto il salotto stando al gioco poggiai il piede su qualcosa che non sembrava un cuscino, persi l'equilibrio e barcollai fino a cadere goffamente sul pavimento. Accanto a me, sotto due grossi cuscini, c'era la causa della mia caduta, ovvero Apollo svenuto. Vedere il suo volto incosciente spiaccicato sul pavimento accanto al mio mi fece saltare dallo spavento.
"Hai perso! Hai perso!" Urlarono Cloe e Josh all'unisono ridendo di cuore e lanciandomi contro oggetti di ogni genere.
"Che ci fa Apollo qui? Mi ha fatto prendere un colpo." Chiesi scrutando interdetto le facce allegre dei bambini.
"Non è Apollo, è il nostro ponte per la cucina!" Gridò Cloe in preda ad una chiassosa risata. Almeno loro si divertivano.
"Da quanto tempo sta così?" Chiese Kayla leggermente preoccupata.
"È entrato poco dopo che sei andata via, io e Cloe l'abbiamo colpito con questo qui!" Josh scavò tra i pochi cuscini rimasti ancora sul divano finchè non afferrò un affare nero rettangolare. Mio fratello di sette anni stava sventolando un teaser sopra la sua testa cliccando di tanto in tanto il tasto che provocava scintille e un agghiacciante suono elettrico. Io e Kayla trasalimmo.
"Ok piccolo psicopatico e quello dove cazzo l'hai preso?" Sbottò mia sorella strabuzzando gli occhi, gli corse incontro per toglierlo dalle sue manine, ma il più piccolo sfuggì nascondendolo dietro la schiena.
"Ehm..." Il sorriso sul suo viso scomparve. "Nella stanza di Austin..." Josh cominciò a correre e nascondersi mentre Kayla lo inseguiva.
"Oh cazzo se lo ammazzo." Mugugnò tra i denti riferendosi probabilmente ad Austin. Tornai in piedi, era ora di mettere fine a quel casino.
"Ma perchè ti arrabbi con noi?" Chiese Cloe imbronciata. "I poliziotti lo usano al supermercato sulle persone che rubano! Apollo ci stava rubando i biscotti!" Cloe piantò un piede sullo scrittoio facendolo barcollare e incrociò le braccia al petto mettendo il broncio.
"Wow." Controllai i battiti di Apollo, stava bene, aveva solo perso conoscenza. "Bravissimi, siete degli eroi, però quello ora lo dai a me, ok?" Chiesi dolcemente cercando di convincere quella piccola peste a posare le armi. Dopo i miei complimenti la sua espressione dispettosa si addolcì fissandomi con i suoi occhioni nocciola ancora dubbiosi.
"Ok..." Sussurrò lui e dopo qualche attimo di tentennamento me lo passò contro voglia.
[•••]
Stavo lavando e disinfettando distrattamente gli strumenti utilizzati prima di rimetterli a posto in una valigetta quando la porta sul retro in cucina venne percossa da ripetuti pugni nervosi. "Will ci sei? Apri ti prego." La voce agitata di Lou mi interruppe. Cazzo. Jake, Nico, la sparatoria. Per un attimo ero stato così preso dal caos di casa da aver lasciato che tutto il casino di poco prima passasse in secondo piano. Lasciai la valigetta sul tavolo e corsi ad aprire la porta.
"Non mi rispondi al telefono, cazzo, nessuno mi risponde cazzo!" Recuperai il cellulare dalla tasca e scoprii che era spento, probabilmente scarico, la batteria era vecchia e consumata e io dimenticavo sempre di metterlo in carica. Quando ripresi contatto con la realtà notai che la mia amica mi stava fissando insistentemente scrutando ogni particolare, compreso il telefono ancora insanguinato. "Quello è sangue? Will cosa sta succedendo?" Lou, già agitata da prima, perse completamente il controllo, mi afferrò per le spalle e mi scosse disperata.
Feci un profondo respiro, volevo restare da solo, non avevo voglia di rivivere tutto da capo parlandone. Mi voltai di spalle cercando di calmarmi.
"Mi devi promettere che ti calmi però, non è successo nulla di irreparabile." Sospirai esausto camminando nervosamente per la stanza ma mantenendo comunque un certo grado di compostezza. "Sono andato da Jake oggi per parlare e mentre eravamo al cantiere c'è stato un furto, o meglio, un tentativo di furto." Lei mi ascoltava con gli occhi sgranati e le mani tremanti, ma quando nominai il nome di Jake sembrò tranquillizzarsi per un attimo. "Jake ha sparato al ladro, ovvero Nico Di Angelo. Sono tornato da pochissimo, ho avuto giusto il tempo di ricucirlo."
"Cosa cazzo gli è passato per la mente!" Lou continuava a girare nervosa e gesticolante quasi seguendomi.
"Non lo so Lou, non lo so! Un attimo prima ridevamo un attimo dopo caccia la pistola e fa fuoco su un ragazzo che gli ha preso la pala!" Mi feci prendere anche io ripensando all'accaduto. Ora c'erano due pazzi che imprecavano con le mani tra i capelli in giro per la cucina.
"L'ho cercato ovunque! Da quando sono uscita da lavoro, dovevamo vederci da me per pranzo come ogni volta, ma non è mai venuto. Sono stata al supermercato, al parco, all'Alibi, a casa sua, dai suoi fratelli, ovunque!"
"Ora lo chiamo!" Urlai improvvisamente, il fuoco folle di prima si riaccese in me. "Cazzo se lo trovo..." Se lo trovo cosa? Cosa faccio? Di certo picchiarlo non sarebbe servito a nulla. Ma ah, quanto l'avrei fatto una merda. "Dammi il telefono." Ordinai alla mia migliore amica e lei me lo passò senza esitazione. Composi in fretta il numero del ragazzo che sulla sua rubrica era salvato come Scemo Mio❤️💜💚.
"Lou dimmi." Dopo qualche squillo una voce femminile rispose circondata da rumori di metallo e saldatori. Ero sorpreso di avere risposta e soprattutto da una donna.
"Jake?" Chiesi stupidamente dato che la voce palesemente non apparteneva a Jake.
"Will?" Chiese la persona dall'altra parte che riconobbi come la sorella di Jake.
"Nyssa?" Chiesi inutilmente, la telefonata diventava sempre più imbarazzante. "Sono Will Solace amic-"
"So chi sei Will, ci conosciamo da anni, amico di Lou e scopamico di mio fratello." Mi interruppe con tono freddo e annoiato. "Non so perchè il suo telefono sia in officina." Continuò di fretta.
Wow. Diretta. Pensai. Quella risposta mi aveva destabilizzato quasi al punto di dimenticare perchè fossi a telefono con lei. "Beh non ci siamo mai frequentati e pensavo non ricordassi... lascia stare, scusami."
"Cosa volevi? Ti ascolto." Incalzò spazientita.
"Si tratta di Jake, non riesco a trovarlo, neanche Lou, siamo davvero preoccupati per lui. Oggi è successa una cosa, non voglio raccontarla per telefono... Ma... Senti mi serve una mano."
"Ok." Ok? Quindi? In che senso ok?
"Come ci muoviamo?" Chiesi impaziente.
"Hai già provato all'Alibi?"
"C'è stata Lou prima ma niente da fare." Lou annuì allargando le braccia, presa dalla conversazione.
"Fidati, riprova all'Alibi. Se non lo trovi lì richiamami."
"Ok grazie Nyssa, grazie davvero. Fammi sapere se lo vedi, Lou è molto in pensiero per lui."
"Ok." Disse prima di attaccare. Ero davvero stranito da quella donna.
"Allora?" Mi chiese impaziente Lou mentre le restituivo il cellulare.
"Mi ha detto che non sa perchè il telefono di Jake è da loro, ma crede che Jake sia all'Alibi, ci vado subito."
"Cazzo devo tornare a lavoro, cazzo cazzo cazzo!" Esclamò Lou guardando per un attimo lo schermo e leggendo l'orario.
"Ehi tranquilla ti ho detto che ci penso io, ti tengo aggiornata ok?" Lei annuì controvoglia.
Salutai la mia amica e andai a caricare il cellulare e avvisare Kayla che sarei uscito per cercare Jake.
"Kay, io dev-" Trovai mia sorella in piedi con le braccia conserte fuori la porta della mia camera, dal suo sguardo capii che aveva ascoltato la conversazione e che la cosa non le era piaciuta neanche un po'.
"Sono adulti Will, cazzo quando la finirai di voler fare da genitore a tutti?" Sbottò avvicinandosi a me quasi in segno di sfida.
"È una questione personale Kay, non capiresti." La spinsi via di lato per cercare di entrare nella mia stanza ma lei oppose resistenza.
"E invece capisco, anche se non ho una relazione con qualcuno e sono super intelligente sono umana anche io, sai? Ma capisco anche che tu sei esausto, stremato, distrutto da tutto questo e continui a lanciarti verso le cause della tua distruzione." Mi fissava infuriata finchè un sorriso sarcastico e giudicatore le apparve in viso. "Sei proprio come Apollo a volte, la versione benefattrice però." Quest'ultima frase mi fece davvero incazzare, come si permetteva di paragonarmi a quel rifiuto umano di nostro padre.
"Vaffanculo, ok? Non mi pare che io ti abbia mai detto cosa fare della tua vita. Proprio perché sta andando tutto a puttane vorrei un po' di sostegno, cazzo Kayla!" La spinsi via, questa volta più forte. Sentivo la rabbia montarmi dentro. Entrai in camera mia, misi in carica il telefono e feci per tornare di sotto e uscire da quella maledetta casa.
"Io non ho intenzione di sostenere le manie da crocerossina e l'autodistruzione di mio fratello." Si mise ancora una volta davanti alla porta, questa volta bloccadondola con il braccio in modo che io non potessi uscire.
"Veramente gentile. Gentile e matura." Mi fermai davanti a lei guardandola torvo, con un'espressione palesemente stanca e delusa. Volevo solo che mi lasciasse in pace.
"Sei assurdo." Sbottò lei portando le mani al cielo e lasciandomi passare. "Ah e se proprio vuoi aiutare qualcuno, aiuta me a portare il culo rancido di Apollo fuori da casa nostra."
"Vaffanculo." Urlai scendendo le scale con il dito medio alzato nella sua direzione.
[•••]
Arrivai all'Alibi di corsa, il clima stava cominciando a peggiorare, l'autunno sarebbe arrivato presto a Chicago, così come le mie sofferenze per la mancanza di sole. Stupido Will meteoropatico. Entrai tutto d'un colpo, spingendo la pesante porta rossa rumorosa che fece girare tutti i clienti a guardarmi, non che ce ne fossero molti alle 4 del pomeriggio. Il gestore del locale, il signor D., smise per un attimo di asciugare svogliatamente un boccale appena lavato per puntare accigliato i suoi piccoli occhi su di me.
"Apollo non è qui, Willy." Sbuffò annoiato dopo aver messo a fuoco il mio viso, probabilmente sperando fosse un nuovo cliente. Avevo sempre provato un senso di ammirazione nei suoi confronti. Un tempo era un semid-, ehm volevo dire reietto della società, come me, come noi nati in una famiglia di merda in un quartiere di merda, orfani, figli di criminali, tossici o alcolisti, talvolta senza tetto. Eppure lui ce l'aveva fatta, era il gestore dell'Alibi, viveva onestamente ed era sempre pronto ad aiutare altri disagiati alle prese con la loro vita di merda, nonostante il più delle volte non sopportasse quelle teste di cazzo incasinate. Chiusi la porta delicatamente, cercando di ridimensionarmi dopo quell'entrata in scena così spavalda.
"Salve Signor D." Sorrisi sinceramente contento di vederlo. "So dov'è Apollo, mio fratello l'ha da poco steso con il teaser." Un sorriso soddisfatto apparve su entrambi i nostri volti. "In realtà cerco un'altra persona, Jake, Jake Mason, alto poco più di me, grosso, lavora al cant-" Il signor D. alzò una mano per fermare la mia descrizione annuendo.
"Sì, era qui poco fa." Mi rispose facendo spallucce e fingendo indifferenza, ma la sua voce sembrava intendere altro. Diedi uno sguardo nel locale, notai che la porta a soffietto del bagno stava ancora oscillando e capii.
"Posso?" Chiesi indicando il bagno e lui mi fissò incuriosito e annuì voltandosi di spalle. Feci un respiro profondo per calmarmi e andai spedito verso la porta ignorando tutto ciò che mi circondava, a parte i miei passi decisi sul pavimento appiccicoso del locale, quello non riuscivo proprio ad ignorarlo purtroppo. Avevo il cuore in gola e mi sentivo più vivo che mai. Entrando trovai ovviamente Jake, con una mano in tasca, intento a strofinare l'altra mano sul lavandino del bagno quasi come se stesse pulendo via qualcosa. Non sembrava molto sorpreso di vedermi. Notando il suo sguardo rassegnato e annoiato la rabbia montò ancora di più. "Si può sapere che cazzo ti è preso oggi?" Urlai, per poi rendermi conto di essere in luogo pubblico e abbassai la voce fino a bisbigliare, a denti stretti e incazzato comunque. "Avresti potuto ucciderlo cazzo, sei fuori di testa!"
"Come pensavo ti stai scaldando tanto per lui." Sbottò freddamente facendo scroccare le dita e tirò su con il naso. La sua indifferenza e superficialità erano inconcepibili. Qualsiasi tecnica di rilassamento o metodo per calmarmi ormai non avrebbe più potuto aiutarmi.
"Sei serio? STAVI PER UCCIDERE UNA PERSONA JAKE. LA COSA NON TI FA SCALDARE NEANCHE UN PO'?" Mi lasciai andare non riuscendo più a controllare il volume della mia voce che divenne dura e severa, mi avvicinai minaccioso pronto ad affrontarlo.
"Vuoi farmi anche arrestare ora?" Una mano mi afferrò il collo con una velocità disarmante. La sue dita ruvide mi stringevano decise togliendomi il fiato. Come se non bastasse, continuando a stringere il mio collo, mi sollevò da terra di qualche centimetro. Mi pietrificai. Spalancai gli occhi sconvolto dal suo gesto e gli afferrai il braccio con entrambe le mani cercando di divincolarmi. Sentii il sangue scorrere faticosamente verso la testa e il cuore pulsarmi nelle orecchie. Jake rimase a stringermi il collo per qualche secondo, faccia a faccia, quasi beandosi della paura nei miei occhi, poi dopo aver tirato su col naso in maniera incontrollata per l'ennesima volta mi lasciò andare. Cazzo Jake pure la coca ora? Indietreggiai per appoggiarmi al lavandino e riprendere fiato, sentivo ancora la sua mano stretta attorno alla gola.
"No." Presi un enorme respiro asmatico e provai a parlare tossendo. "Non voglio, ne ho avuto l'occasione oggi ma non l'ho fatto e sai perché? Perché ci tengo alla mia migliore amica e non voglio che cresca l'ennesimo bambino senza padre in questo posto di merda." Parlare mi risultava difficile, per ogni coppia di parole avevo bisogno di fermarmi ansimante.
"E a me non ci tieni? L'ho capito sai? L'ho capito che è lui la causa di tutto questo. La tua freddezza nei miei confronti, le volte che ti sei negato a me." Jake fissò il muro prima di dare un pugno che fece crepare una mattonella, deglutii pensando che quella mattonella avrebbe potuto essere tranquillamente la mia testa. "Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme, tutte le volte che ci sono stato per te, ti ho supportato. Non valgo più niente, ora c'è Nico di Angelo che te lo da, il resto non importa." Dopo avermi quasi strangolato ora passava alla violenza psicologica, voleva farmi sentire in colpa, ma per cosa esattamente? Perché ero stato con un altro? Trovai il suo comportamento davvero infantile, oltre che pericoloso, e in quel momento nulla mi avebbe fermato dal dirgli ogni cosa pensassi e provare a farlo ragionare, anche a costo di finire macellato come la maggior parte delle volte che cercavo guai con qualcuno.
"Tu sei fuori di testa cazzo, sei fuori di testa! Devi smetterla di passare da una dipendenza all'altra cazzo, perché è questo che sono per te Jake, e ora a quanto pare pure la cocaina. Tra tutte le persone che conosco proprio da te non me lo sarei mai aspettato. Come fai a riconoscerti quando ti guardi allo specchio?" Non so con quale lucidità riuscii a comporre quelle frasi dandogli anche un senso. Nella mia testa c'era solo un enorme groviglio di rabbia, ira, collera, risentimento e disgusto. Jake non risposte, si passò semplicemente le mani sul viso disperatamente. Sembrava al limite tra lo scoppiare a piangere e il cominciare a prendere a testate il muro, anzi probabilmente avrebbe fatto entrambe le cose contemporaneamente. Fanculo l'empatia, pensai, vovevo distruggerlo. "Quando cazzo capirai che le persone non sono di tua proprietà, per quanto tu le possa amare nessuno ti apparterrà mai davvero, eh? Le persone hanno dei sentimenti e delle emozioni che neanche loro controllano, come puoi pensare di riuscire a controllarle tu? Devi crescere Jake. Devi farti aiutare. Devi ficcarti nella testa di diventare adulto e prenderti le tue responsabilità cazzo." Parola dopo parola, frase dopo frase, mi avvicinavo sempre di più puntandogli il dito contro fino ad arrivare ad incastrarlo in un angolo. Per un attimo vidi la scena riflessa nello specchio sopra il lavandino. Avevo la faccia di uno strano colore, tra il rosso e l'arancione, complice anche la pessima luce di quel bagno, il mio viso era lucido e accaldato, sembrava che stessi per andare a fuoco da un momento all'altro. Jake sembrava incredibilmente intimorito da me.
"Ma io... ho fatto così tanto per te, per noi. Non significa più niente ora?" Mi chiese con le lacrime agli occhi.
"Certo che significa qualcosa, significa molto per me, tu significhi molto per me, sei il mio migliore amico, cazzo. Tutto quello che abbiamo vissuto insieme ci ha reso ciò che siamo ora. Mi hai aiutato ad aprirmi, a non vergognarmi di quello che sono, ad essere me stesso e dare valore alla mia personalità. Ma ciò non cambia il fatto che tu hai un grosso problema e io non ti amo, non ti ho mai amato Jake, speravo fosse chiaro da sempre. Ora che le cose si sono evolute in maniera così complicata non ce la faccio ad andare avanti, non ci riesco." Man mano che parlavo la mia voce tornava lentamente tranquilla e Jake si incupiva sempre di più.
"È così che stanno le cose allora? È finita?" Mi chiese bisbigliando, non aveva neanche il coraggio di guardarmi.
"Tu sei e rimarrai sempre il mio migliore amico, tutto ciò credevi ci fosse al di fuori di questo sì, è finita." Risposi deciso, senza rimorsi. Dovevo assolutamente uscire da quella situazione prima che qulcun altro si facesse male e dovevo assolutamente trovare il modo di aiutare il mio amico con la sua dipendenza, il giorno seguente avrei certamente cercato una sede tossici anonimi o qualcosa del genere. Jake udendo le mie parole abbassò la testa e fece per uscire dal bagno imbufalito. La porta però invece di aprirsi rimbalzò indietro facendo bloccare Jake. La figura di Ade oscurava l'uscita. Trasalii sperando che non avesse sentito nominare suo figlio o altro.
"Levati dal cazzo." Allontanò Jake con uno spintone prima di fermarsi a fissarci dalla testa ai piedi con aria disgustata mentre si sbottonava i pantaloni. "Froci." Biascicò prima di sputare ai miei piedi e dirigersi verso l'orinatoio. A quanto pare è di famiglia, complimenti per l'eleganza.
Deglutii rumorosamente, quell'uomo mi terrorizzava, la superficie terrestre non era il suo posto, avrebbero dovuto rinchiuderlo in profondità per sempre e buttare la chiave. Era un concentrato di crudeltà, malvagità e negatività, ma sapevo che prima o poi avrei dovuto affrontare anche lui in un modo o nell'altro. L'apparizione di Ade mi aveva distratto e intanto Jake se l'era filata. Corsi fuori dal bagno cercando di rincorrerlo ma lo vidi sgattaiolare fuori dalla porta d'ingresso. Guardai amareggiato il Signor D.
"Doveva pagare qualcosa, vero?" Chiesi retoricamente e l'uomo annuì. "Quanto?" Il barista mi fece segno indicandomi il boccale di birra di Jake ancora al suo posto e io lasciai i soldi necessari sul bancone. Lui si avvicinò a me sorridendo mentre cercavo di mettere a posto il portafogli con le mani che mi tremavano per l'agitazione.
"Giornata dura?" Mi chiese amichevolmente recuperando qualcosa sotto il bancone. Beh 'giornata dura' era un eufemismo, cazzo. Sorrisi amaramente divertito.
"Non immagini quanto." Scossi la testa e sospirai mentre il signor D. lasciò scivolare una diet coke verso di me sul bancone facendomi l'occhiolino. La cocacola non mi piaceva ad essere onesto ma non mi sembrava il momento di fare lo schizzinoso, apprezzai tantissimo il gesto e aprii la lattina facendo un gran bel sorso. Sentii una leggera pressione al collo quando ingoiai e d'istinto posai la lattina e iniziai a massaggiare il punto da cui poco prima Jake mi aveva sollevato. Tossii per schiarirmi la voce. "Grazie Signor D. Ne avevo davvero bisogno." Lui accennò un sorriso e annuì.
"Non ti farà piacere sapere che Apollo ha un conto infinito non pagato." Disse senza cattiveria storcendo il muso.
"Ne parlo con i miei fratelli, entro fine mese faremo quello che possiamo per ripagarti, come al solito. Ah e ti prego se non ti paga non vedergli più nulla." Finii tranquillo la lattina, godendomi per quel breve tempo quella sensazione di essere al di fuori di ogni cosa, semplicemente un pomeriggio normale a bere e rilassarsi al bar. Il bar era però l'Alibi, il ritrovo dei reietti più reietti del quartiere, non a caso era frequentato da Ade e mio padre. Il locale era davvero trasandato, vecchio, sembrava essere parte del passato e che il tempo lì non andasse mai avanti, se non quando uscivi e ti rendevi conti di aver passato l'intera serata stravaccato su uno scomodo sgabello. Fortunatamente non fu il mio caso, anzi, mi sarebbe piaciuto rimanere ancora, ma quando vidi Ade uscire dal bagno e ritornare al suo posto mi venne in mente Nico. Ero molto in pensiero per lui, anche se aver rimesso Jake al suo posto mi tranquillizzava molto regalandomi finalmente un senso di leggerezza. Terminai la bibita offertami dal signor D. e lo salutai allegro prima di uscire da quel posto.
Mi diressi verso casa Di Angelo più in fretta che potevo, volevo semplicemente controllare la situazione senza Ade tra i piedi.
Arrivai fuori la porta e bussai deciso. Dopo circa un minuto di passi lenti e barcollanti finalmente la porta si aprì rivelando un Nico zoppo in mutande. Rimasi per un attimo a guardarlo, i capelli ancora più arruffati del solito gli cadevano sul viso smunto ed estremamente pallido coprendo leggermente gli occhi ancora lucidi per l'alcool. La maglietta scura e ampia copriva interamente il busto, lasciando intravedere il bordo dei boxer mentre la fascia sulla gamba era leggermente sporca di sangue dall'interno. Lui mi guardò accigliato facendo un cenno della testa che avrebbe dovuto significare "cosa vuoi", o almeno lo interpretai così. Ripresi contatto con la realtà, anche se difficilmente. Era veramente bellissimo avrei davvero voluto baciarlo in quel preciso istante, anche solo restare lì a fissarlo mi rallegrava, volevo toccarlo, accarezzare la sua pelle, i suoi capelli, stringerlo a me.
Mi misi le mani in tasca per non compiere gesti inconsulti.
"Ehm, volevo sapere come stai." Chiesi quasi balbettando e lui mi guardò con un espressione interdetta, facendo spallucce.
"Mai stato meglio." Il suo volto venne attraversato da un sorriso ironico. Lasciando la porta aperta, ma senza invitarmi ad entrare, si diresse verso il tavolino del salotto e recuperò qualcosa da un posacenere prima di lanciarsi sul divano. Mi guardò insistentemente parecchio confuso mentre aspettavo fuori ipnotizzato dai suoi movimenti.
"Che cazzo stai aspettando principessa, l'annuncio alla regina?" La sua voce mi risvegliò dal groviglio di pensieri nella mia testa, entrai chiudendomi la porta alle spalle e Nico, picchiettando con una mano sul divano, mi invitò a sedere. Una volta accanto a lui, prima ancora di poter realizzare, mi ritrovai un controller della PlayStation tra le mani e una canna in bocca.
Lo guardai con un sorriso dolce mentre lui fingeva di ignorarmi ed essere impegnato a sistemare il macello di carte, bottiglie di birra, sigarette, cicche, cenere, cartine e bollette da pagare su quel tavolino. Una volta fatto abbastanza spazio si afferrò la gamba con due mani e la posò distesa sul tavolo. Lottai con tutto me stesso per non iniziare a fissare il punto in cui le sue gambe si divaricavano, ma senza risultati. Sentii il sangue fluire verso la mia testa, probabilmente arrossii, e poi scendere tutto d'un colpo fino a raggiungere oscure valli.
Pensai che fosse meglio occuparmi di altro, quindi presi il controller e guardai finalmente il televisore acceso davanti, il gioco che era stato messo in pausa era God of War, ovviamente un gioco violento e pieno di sangue, smembramenti e divinità maciullate, cos'altro avrei dovuto aspettarmi. Afferrò una bustina d'erba e iniziò a prepararsi un'altra canna.
Quando realizzai che per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti eravamo soli e non avevamo ancora provato ad ucciderci o saltarci addosso, quel momento di pace mi ripagò per ogni pestaggio, sparatoria, violenza e tachicardia che avevo vissuto per arrivare lì, semplicemente a giocare e fumare nella completa pace dei sensi. Finalmente Nico, anche se con una gamba lacerata e pallido come un vampiro, sembrava un ragazzo normale in un pomeriggio normale che si godeva il suo stupido gioco violento alla PlayStation fumando con un amico. Cercai di entrare a pieno in quel momento perfetto, solo io e lui, due ragazzi normali. Per un attimo sentii lontane tutte le angosce, le sofferenze, i drammi delle nostre vite, le nostre famiglie disastrose, il mondo orribile in cui vivevamo, nulla poteva farci del male nella nostra bolla di pace e normalità.
Ovviamente, distratto com'ero dai miei pensieri e dall'erba assurda che stavo fumando la mia partita durò veramente pochissimo. Nico sorrise divertito vedendo la mia espressione frustrata dopo l'ennesimo 'Sei morto' apparso sullo schermo. D'impulso lanciai il controller sul divano stanco di morire sempre allo stesso punto. Nico prese in mano l'aggeggio e ricominciò la partita, superando velocemente e senza fatica la parte in cui ero morto più volte. Mentre giocava e fumava mi spiegò il gioco, dato che, parole sue, ero una fighetta del cazzo incapace, mostrandomi come avrei dovuto usare i miei poteri e le armi per decapitare Medusa senza farmi pietrificare.
Per la prima volta Nico di Angelo mi faceva un discorso di senso compiuto, senza minacciarmi di morte, sinceramente appassionato per qualcosa. Non capii una parola di quello che mi disse, ma guardarlo, mentre mi insultava in mutande, fece in modo che nella mia testa suonasse solo questa canzone
https://youtu.be/atY7ymXAcRQ
Ma a me stava bene così, per quanto mi riguardava poteva anche insultarmi la madre, minacciare di morte la mia famiglia, descrivere i modi in cui mi avrebbe ucciso, i miei occhi vedevano solo Nico Di Angelo che, circondato dal sole, si rivolgeva a me con dolci parole. Sole che, a rigor di cronaca, quel pomeriggio era inestistente. Dopo che anche la seconda canna finì mi decisi a parlare anche io, per quanto mi dispiacesse rompere l'idillio che avevamo creato.
"Allora, mi spieghi perché hai rubato quelle cose al cantiere?" Chiesi, sperando di ricavare qualcosa di più di uno sguardo innervosito, ma ovviamente sperai in vano.
"Che peccato Solace, hai rovinato tutto, sei quasi una persona accettabile quando tieni la bocca chiusa." Apprezzai lo sforzo che aveva fatto per non rispondermi semplicemente con un "fatti i cazzi tuoi".
"C'entra qualcosa Ade vero? È lui che ti dà ordini e ti mette in pericolo? Sai Apollo ha sempre fatto lo stesso con noi, ma non devi ascoltarlo, devi ribellar-" Provai a spiegargli d'impulso ma venni interrotto da un potente sbuffo di rabbia da parte di Nico che intanto premette nervosamente il tasto per mettere in pausa il gioco.
"Nessuno ti ha chiesto un cazzo e comunque non ci hai capito niente. Né Ade né nessun altro mi dice cosa devo fare." Eccolo lì, bad boy Nico era tornato più incazzato che mai.
"Ok, come vuoi." Alzai le spalle abbassando lo sguardo, ero stanco di sentire le persone urlarmi contro quel giorno. "Volevo solo darti una mano. Spero solo che ne sia valsa la pena." Dissi quasi sussurrando.
"Una cosa potresti farla per me." Sibilò con voce languida facendomi sciogliere, o almeno io la percepii in quel modo. Mi avvicinai a lui con lo sguardo più sexy potessi rivolgergli, ma probabilmente sembrai solo un ebete.
"Qualsiasi cosa." Sibilai in risposta sistemandomi con un gesto veloce il pantalone e i boxer che stavano diventando troppo stretti.
"Ma che hai capito, idiota." Mi spinse via. Ero sicuro che se ne avesse avuto le forze mi avrebbe preso a pugni. "No, non quel tipo di favore, non con mio padre che può rientrare da un momento all'altro, ci tengo alle mie palle, cazzo." Istintivamente si portò la mano sull'inguine in un gesto protettivo e scaramantico.
"Ah, allora vedi che ti fai dare ordini da lui." Sorrisi soddisfatto della mia risposta perspicace.
"Solace ti giuro che quando mi riprendo ti ammazzo." Tornò serio guardandomi davvero male, sguardo che mi fece rabbrividire. "Mi servirebbe un tranquillante, un sonnifero, che cazzo ne so, qualcosa per abbattere una persona senza farla fuori, queste stronzate mediche che piacciono a te." Mi chiese fissandomi con un'espressione indecifrabile.
"Vorrei ricordarti che oggi ti ho salvato prima la vita e poi la gamba, non credo tu sia nella posizione di chiedere favori." Decisi di non distogliere lo sguardo e sfidarlo.
"È... importante." Mi guardò sfoggiandomi il miglior sguardo da cucciolo che avessi mai visto, da far concorrenza a Cloe, contemporaneamente minaccioso e innocente. Mi persi in quegli occhi scuri e tristi in cui provavo sempre a leggere qualcosa con scarsi risultati.
"Vedrò quello che posso fare." Lo rassicurai tornando serio. Dalla finestra del salotto notai che il sole era quasi completamente tramontato, i nuvoloni scuri coprivano anche la flebile luce crepuscolare lasciando le strade nell'oscurità. In lontananza un fulmine illuminò un'ammasso di nuvole minacciose. Forse era meglio tornare prima che venisse a piovere. "Tu piuttosto, tieni la ferita pulita, non fare grossi sforzi finché non toglieremo i punti e se te lo riesci a procurare qualche antibiotico non sarebbe male." Gli ordinai severo mentre osservavo la ferita e mi alzavo in piedi, sgranchendomi le gambe e le spalle. Nico afferò di nuovo il controller facendo ripartire il gioco prima di ritornare a concentrarsi nello smembramento di mostri.
"Sì, Bianca è andata in farmacia e a prendere qualcosa da magiare, dovrebbe tornarnare da un momento all'altro." Disse distrattamente. Wow, un'altra frase senza insulti e minacce di morte, facevamo progressi. Non avevo neanche il cellulare con me, e se fosse successo qualcosa? Se qualcuno aveva bisogno di me mentre passavo il pomeriggio a giocare alla Playstation e fumare? I sensi di colpa iniziarono a farsi strada dentro di me causandomi un'orribile sensazione di nausea.
"Salutamela allora, io devo andare." Controllai velocemente che avessi tutto con me e mi diressi verso la porta, dove mi fermai per un attimo a guardarlo. "Grazie per il pomeriggio sono stato davvero be-" Mi zittì con uno shh mentre con furia premeva tasti sul controller ad una velocità impressionante, con lo sguardo fisso sullo schermo. Quando la sequenza di tasti terminò capii che aveva appena ucciso una divinità, uno dei boss del gioco, e un sorriso malvagio e soddisfatto illuminò il suo viso. Notò che lo stavo fissando e tornò serio.
"Sì, ok, ora fuori dalle palle però." Mi guardò accigliato finchè non uscii dalla porta dopo averlo salutato con un gesto della mano. Una volta fuori mi scostai i capelli dalla fronte per guardare il cielo, sperai vivamente che non venisse a piovere.
Sul marciapiedi di fronte intravidi una figura scura inveire contro un'uomo visibilmente spaventato. Un barcollante Ade urlava a quel pover'uomo di camminare più velocemente verso una stradina oscura poco più avanti. Pregai tutte le divinità esistenti che non mi notasse uscire da casa sua, cosa che ritenni davvero ipocrita da parte mia dato che fino a pochi minuti prima mi divertivo a smembrarle con Nico nel suo stupido gioco.
Per una volta, di mia spontanea volontà, decisi di pensare agli affari miei e tornare a casa dalla mia famiglia. Percorsi la strada di fretta, con le mani nelle tasche e lo sguardo basso. Fotunatamente riuscii ad arrivare a casa incolume. Entrai dall'ingresso sul retro della cucina e trovai Kayla con tre diversi libri aperti davanti a sé seduta al tavolo e Lee che metteva a posto la spesa in frigo. Allungai lo sguardo verso il salotto e le due piccole pesti erano ipnotizzate a guardare la TV sul divano. Apollo era ancora steso sul pavimento, ma sta volta una coperta gli nascondeva il corpo.
"È ancora qui?" Guardai Lee ridacchiando, sperando sapesse già la vicenda. Il mio fratellastro mi guardò perplesso ma divertito stando al gioco.
"Ma come non ti piace? È un bellissimo nuovo elemento d'arredo, dà un tocco informale al salotto, dovremmo tenerlo." Risi divertito mentre lui scuoteva la testa ancora confuso.
"Il nuovo elemento d'arredo stava cercando di rubarci i soldi per le bollette." Sbottò Kayla, senza alzare gli occhi dai libri e indicò un groviglio stropicciato di banconote vicino alla cucina.
"Il nano malefico di là l'ha steso con un teaser." Continuai per spiegare meglio a Lee che scoppiò a ridere "A proposito, Austin è tornato?"
"Nope." Mi rispose spazientita mia sorella, ancora una volta senza guardarmi. "Se non vi dispiace starei studiando. A differenza vostra ci tengo a finire la scuola, la mia massima aspirazione non è diventare spacciatrice."
"Scusa, non c'è bisogno di essere così gentile con i tuoi adorati fratelli." La scherní Lee con tre pacchi diversi di cereali tra le mani mentre lei gli rivolgeva il dito medio continuando a studiare. Salii sopra a controllare il cellulare e dopo averlo riacceso, trovai alcune chiamate perse da parte di Lou quindi decisi di mandarle un messaggio.
Ehi, Jake è tornato da te?
Lou era online, quindi mi rispose immediatamente.
Sì
Non l'ho mai visto in questo stato
Era in lacrime
Ancora adesso continua ad urlare che ti odia e non vuole più vederti
Gli hai spezzato il cuore
Gli passerà.
Santi numi Will cosa gli hai fatto?
Gli ho solo detto la nuda e cruda verità, che deve crescere e deve smetterla di fuggire dalle sue responsabilità.
Grazie
Ti devo tutto
Lou, se vuoi farmi felice consola il tuo uomo, cerca di tranquillizzarlo e costruitevi una cazzo di vita bellissima insieme.
Però se vuoi farmi un favore, puoi trovami qualcuno che mi presta l'attrezzatura per una trasfusione, devo spillare un po' di sangue.
E pure qualche sonnifero pesante.
Non ti sarai invischiato in qualche strano gruppo bondage gotico vampiresco...
Ovviamente no, ne ho bisogno per questioni mediche.
Va bene ci penso io, vedrò cosa riesco a recuperare domani
Sei la mia cazzo di vita Lou, grazie.
Tu la mia😘
La serata procedette come al solito, scambiai due chiacchiere con mio fratello Lee, raccontandogli sommariamente i casini degli ultimi giorni, Austin tornò e dovette fare i conti con una Kayla inacidita e incazzata, che noi fratelli maggiori facemmo calmare offrendole un paio di canne, chiudemmo Apollo nel sottoscala in salotto, come punizione per aver provato a rubarci i risparmi (tranquilli, Cloe ha un buon cuore, non gli ha fatto mancare il cibo). Ci riunimmo tutti al tavolo per raccogliere i soldi necessari per le prossime bollette e sfogliando le varie buste trovai una lettera già aperta da parte di... Dorothy Solace, mia madre.
Non l'avevo aperta io ovviamente, non ricordavo dell'esistenza di una cosa del genere. Certo non avevo un legame chissà quanto forte con mia madre, dato che da piccoli più volte ci aveva abbandonati prima di lasciarci definitivamente nelle mani di Apollo dieci anni prima, ma se si fosse fatta viva anche solo con una stupida lettera, avrei voluto saperlo. Tirai fuori il contenuto, il minimo indispensabile per poter leggere l'intestazione e capire a chi fosse diretta.
Cari Michael, William e Kayla, bambini miei.
Leggere il nome di mio fratello mi causò un senso di nausea, quella donna era così fuori dal mondo da non sapere neanche che suo figlio fosse morto quasi un anno prima.
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