14. Just help me run away from everyone.
"Voglio stare con te, solo con te." Le parole uscirono dalle mie labbra senza controllo, con un tono fin troppo serio e solenne. Nico si pietrificó fissandomi sbigottito. Cosa avevo detto di male? Oh no. Il fraintendimento era dietro l'angolo, ma era davvero un fraintendimento? O, in realtà, era quello che volevo davvero ma non avevo il coraggio di ammettere?
Sì, capire che avrei potuto perderlo accese qualcosa in me, un desiderio incontrollabile di stare con lui, starci veramente. Non come amico, non come dottore, non come scopata occasionale, volevo stare con lui e basta. Volevo starci davvero.
Osservai le sue labbra dischiuse, ancora interdetto per la mia frase impulsiva. Il cuore mi batteva così forte che avevo paura potesse sentirlo anche lui. Dovevo calmarmi, respirare, non volevo spaventarlo con il mio egoismo. Allo stesso tempo non riuscivo a staccare il mio sguardo dalle sue labbra, arrossate dal vento gelido che soffiava nel cortile della scuola.
Pensai alla gelosia, a quanto fosse un sentimento tossico e pericoloso. Riaffiorarono alla mente le reazioni di Jake quando iniziai a mostrare interesse per Nico. Pensai a come fosse convinto che volessi allontanarmi da lui, i suoi atteggiamenti stupidi ed asfissianti, la sua personalità completamente mutata, senza tralasciare il dettaglio della sparatoria e la rissa all'Alibi. Non volevo permettere all'amore di farmi questo. Io sono Will, sono io, con o senza Nico. Però avevo paura, avevo così paura che si allontanasse da me, al punto da dichiararmi involontariamente. Che idiota.
"Ehm dicevo, voglio stare con te perchè..." mi bloccai iniziando a balbettare, quanto avrei voluto baciare quelle labbra color malva pallida, così perfette e dolci, e restare zitto il resto della giornata. Mi avrebbe probabilmente pestato se lo avessi fatto, improvviasamente, senza preavviso, in un luogo così esposto. "...dicevo, non ci sto molto con la testa, mi sa che salterò letteratura." Amavo letteratura.
Sì, so di essere un aspirante paramedico, un uomo di scienza per così dire, ma allo stesso tempo amo l'arte e forse, quella letteraria è quella con cui mi sento più a mio agio. La professoressa è fantastica, una delle poche capace veramente di rispettare i suoi studenti. Nonostante non fossi il migliore, apprezzava il mio potenziale e comprendeva la mia condizione di vita complicata. Decisi quindi, nonostante mi sentissi in colpa e mi dispiacesse, di saltare davvero la lezione, volevo stare con Nico.
"Ti preferisco quando non sai cosa dire. Ti si ingrandiscono gli occhi, come un cucciolo innocente, lucidi e innocui." Arrossii incontrollabilmente cercando di non fissare il suo sorrisetto compiaciuto.
"Andiamo via, scappiamo da tutta questa merda, vendiamo erba e tiriamo avanti di fast food e barattoli di fagioli, non chiedo altro." Sbottò tutto d'un fiato, accennando a tirare fuori dalla tasca il tritaerba e le cartine, mentre con un cenno della testa mi indicava il retro dell'edificio in cui spesso molti studenti si riunivano per fumare tranquilli.
Un attimo, Nico Di Angelo mi stava chiedendo di fuggire insieme? Nico 'lasciami solo' Di Angelo, quello dei 'non voglio parlare', lo stesso dei 'stammi lontano o ti tiro un pugno' voleva fuggire via con me? La confusione era alle stelle.
"Non immagini quanto vorrei, ma lo sai che non posso, hai visto con i tuoi occhi quante persone dipendono da me." Iniziammo a camminare velocemente verso il posto in questione.
"Nessuno dipende da te, Will." A quanto ricordavo era la prima volta che mi chiamava per nome. Era strano sentir uscire dalla sua bocca quella parola, con il suo tono amaro, nonostante creasse un suono estremamente dolce.
"Sei tu che diventi uno zerbino ogni volta che vedi qualcuno soffrire. È la tua vita, cazzo, vuoi davvero passarla a soccorrere chiunque?" Forse sì, forse era quello il motivo per cui ero nato ed ero ancora vivo, era l'unica cosa che sapessi fare, a volte neanche così bene.
"Ti sei mai chiesto chi sei tu veramente? Porti ogni giorno il peso del mondo sulle spalle e dimentichi che sei un essere umano come gli altri, che meriti una vita anche tu, una vita come tu la desideri." Sentendo quelle indiscutibili verità, le lacrime si formarono rapide, abbagliandomi la vista, mentre correvano lungo i miei zigomi. Continuavo a mettere un piede avanti all'altro, camminare, ma il mondo attorno a me era diventato solo un ammasso indistinto di grigio e nero.
"Perché mi dici queste cose? Pensi che non lo sappia? Che questa consapevolezza non mi distrugga ogni giorno che passa?" Probabilmente suonai più arrabbiato del voluto, perché Nico sembrò ridimensionarsi. "A volte penso che tu voglia solo ferirmi, farmi stare male, sembra quasi ti piaccia vedermi soffrire." Cercai di asciugare alla meglio le lacrime con il polsino della camicia, prima di fissarlo intensamente corrucciato.
"È questo che pensi davvero?" Sostenne la mia occhiataccia con sicurezza, continuando involontariamente a spingermi verso il baratro, in quella lotta di sguardi.
"Non lo so, non so cosa penso davvero. So solo che per te darei la vita." Perché io ti amo, questo però rimase chiuso nella mia faringe, un muto, timido pensiero.
"Senza volere niente in cambio, assolutamente nulla, se non che tu stia bene." Incredibilmente Nico cedette per primo, abbassò lo sguardo accelerando il passo fino a scomparire dietro l'angolo verso cui eravamo diretti.
"Non ti azzardare." Mi intimò non appena lo raggiunsi. "Non parlare di morte, mai più. Se muori ti uccido." Lo guardai un attimo interdetto, quello che aveva appena detto non aveva il m i n i m o senso. Non ebbi il tempo di rispondere che Nico afferrò la mia maglietta, mi sentii trascinare bruscamente verso di lui fino a incontrare le sue labbra incredulo.
Grazie, bontà divina.
Ci misi un po' a realizzare cosa stesse succedendo, un attimo prima stavo toccando il fondo, un attimo dopo volavo, o cadevo, poco importa, non c'è molta differenza. Lasciai scivolare le mie mani lungo la sua schiena e intensificai il bacio stringendolo a me. Sentii tutto il peso che portavo sul petto fino a quel momento svanire, dileguarsi. Mi sentivo leggero, come se avessi finalmente ripreso a respirare dopo una lunga apnea. Ero dove avrei dovuto essere sempre, labbra contro labbra, corpo contro corpo, con l'unica persona al mondo capace di farmi sentire veramente vivo.
Migliaia di brividi percorsero il mio corpo, mentre infilava le sue mani gelide sotto la mia maglietta, ma non me ne lamentai. Non riuscivo a credere che lo avesse fatto davvero, per la seconda volta. Dimenticai ogni cosa. Jason, Bianca, Miranda, la mia famiglia, la professoressa di biologia, Lee, Malcolm, Ade. Tutto scomparve dinanzi alla completezza e l'assoluta gioia scaturita da quel bacio. Faticavo a percepire anche le gocce che ci bagnavano, inesistenti, finché Nico non si staccò, solo allora mi resi conto del fatto che eravamo sotto la pioggia. Un sorriso da ebete mi si dipinse sul volto, mentre mi lasciavo trascinare a riparo, sotto una minuscola tettoia.
Stretti, spalla a spalla, ci sedemmo su un gradino poco rialzato, contro la porta d'accesso al locale caldaie della scuola. Da quanto ricordo, in quella scuola, di acqua calda non ce n'è mai stata ombra. Uno spazio inutile, isolato, nessuno sarebbe passato casualmente in quella zona. Iniziò subito a fabbricare in silenzio. La pioggia ci faceva da colonna sonora, triste e monotona, stimolando i miei pensieri ossessivi. Tornarono sulle scene di quella mattina, nella mia testa la domanda 'chi è Jason?' martellava costantemente, ma non avevo il coraggio di lasciarla uscire.
"Non ho intenzione di smettere di vendere." Sventolò la bustina piena d'erba sotto il mio naso. "Soprattutto ora che non so come vivrò, con Ade di nuovo in carcere e Bianca che, a quanto pare, è sparita." Il suo tono era rassegnato, non triste, semplicemente apatico, come se già si aspettasse che sarebbe finità in quel modo.
"Tornerà, forse voleva semplicemente restare sola per un po'." Cercai di consolarlo, suonando poco convincente.
"Se avesse voluto sarebbe già tornata da me." Non aveva tutti i torti, ma non riuscivo a credere che fosse sparita così, senza neanche un saluto. Finì di chiudere e accese la canna lasciandosi andare contro la porta di alluminio pesante. Era incredibilmente bello, non riuscivo a smettere di seguire con lo sguardo le incantevoli linee del suo viso, capaci di rapirmi ogni volta. Il fortissimo contrasto tra la sua pelle e i suoi capelli, i suoi occhi socchiusi, marcati dalle ciglia nere, i tratti armonici del suo profilo appena bagnato dalla pioggia, ogni parte di lui era magnetica.
Cercai nelle mie tasche un fazzoletto che aprii accuratamente prima di passarlo sulla sua testa bagnata, automaticamente, come in una trance, lo stavo venerando. Nico mi guardò accigliato e un po' infastidito, allora mi fermai abbassando lo sguardo, mentre ripiegavo sommessamente il fazzoletto. Qualche istante dopo, mi arrivò una leggera gomitata che mi invitava a fumare.
"Quel ragazzino ispanico, quello un po' pazzo che l'ultima volta ha comprato metà della nostra scorta, puoi mettermi in contatto con lui?"
"Intendi Leo, il fratellastro di Jake? Posso farlo, certo, magari però non andare proprio a casa sua." Consigliai, mentre lasciavo che i primi tiri facessero effetto, portandomi un po' di pace.
"Non ho paura di quel coglione." Rispose con aria di sfida, quasi come se l'idea di beccarsi un'altra pallottola non lo spaventasse neanche un po'.
"Io sì, e comunque puoi stare da me quanto vuoi, non crearti problemi inutili. Piano piano risolveremo tutto, i soldi non sono un problema." La pioggia iniziò a cadere più forte, arrivando a bagnarci perfino sotto quel misero riparo. Ci avvicinammo ancora di più, cancellando anche quei pochi centimentri di distanza che ci separavano.
"Per me lo sono." Sbuffai, divertito e allo stesso tempo annoiato dalla sua testardaggine. Continuammo a fumare, folate di vento gelido lanciavano scariche di pioggia sulle nostre scarpe e sulle estremità più esposte dei nostri corpi. Tremavo di tanto in tanto, iniziavo a sentire davvero freddo.
"Stamattina... ehm, quel tizio, Jonathan, gran gnocco lui, chi è?" Blaterai cose senza senso, non riuscivo a credere di aver davvero trasformato in parole le mie ossessioni. Il tremore si fece più forte, sta volta non solo a causa del freddo. Nico tossì via il fumo, quasi si strozzò, fissandomi con un'espressione davvero indecifrabile.
"Jason..." sottolineò, facendo una pausa per riprendersi e fumare "è il mio migliore amico." Oh, bel migliore amico, spuntato dal nulla. Non riuscivo a pensare ad altro se non che fosse tutto estremamente sospetto. Ero come uno di quei pazzi complottisti, capaci di ricollegare tutte le cause dei loro mali agli alieni, o al governo.
"Credevo non avessi amici." Non riuscii a contenermi in questo caso.
"E io credevo che avessi smesso di farti i cazzi miei." Mi rispose a tono, evasivo e nervoso, alimentando le mie paranoie. Di colpo sentimmo dei passi veloci in lontananza, Nico si affrettò a nascondere qualunque cosa d'illegale avesse tra le mani. Vidi prima un ombrello, poi mia sorella apparve da dietro l'angolo.
"Ero certa di trovarvi qui." Si avvicinò a noi corrucciata, annusò l'aria e sorrise, allungando la mano verso di noi. Nico fece roteare gli occhi infastidito e le passò la canna. "Idiota ti ho cercato ovunque mi hai fatto spaventare. Che diavolo ti è preso in classe?" Kayla si rivolse a me, con il suo solito tono severo.
"È una giornata... pesante." Mia sorella non si accontentò della risposta vaga e mi guardò come a dirmi 'non è finita qui, ne parliamo dopo'.
"La prof di yoga ha sclerato dopo che sei andato via, è meglio che ti tieni a distanza nei prossimi giorni."
"Volentieri." Risposi sommessamente, mentre sfilavo la canna dalle mani di mia sorella, minorenne, nel bel mezzo di una giornata scolastica, capace di sballarsi con un paio di tiri.
"Ho sparso i volantini ovunque potevo, il viso di Bianca tappezza la scuola." Fece un occhiolino a Nico, forse sperava di addolcirlo o farselo amico, povera stella, doveva farne di strada.
Le raccontai della telefonata con Malcolm, che avrebbe dato un occhiata a Lee, se mai dovesse capire che fine avesse fatto. Finimmo di fumare, chiacchierammo, il minimo indispensabile per non sentirci in imbarazzo, del tema della settimana, ovvero il mio compleanno. Sembravano tutti molto più fomentati di me a riguardo, compreso Nico, nonostante la sua misera capacità di esprimere emozioni diverse dal disgusto, rabbia o tristezza. In verità, ero convinto che l'obbiettivo di tutta questa pagliacciata fosse solo devastarsi alla festa, che a quanto pare loro stavano organizzando, sì perché figuriamoci se avevo tempo di organizzare un compleanno.
Fortunatamente c'era mia sorella a farmi presente l'ora e che a brave avrei dovuto iniziare il mio turno in infermeria. Era arrivato il momento di sloggiare, ma la pioggia era incredibilmente fitta. Per Nico fu semplice, portò su il cappuccio della sua felpa nera e si allontanò da dove era arrivato, diretto a fare ciò che solo l'inferno sa, invece di frequentare la scuola come un sedicenne normale. Sperai che non si presentasse davvero da Jake, dopo aver salvato il numero di Leo dalla mia rubrica. In ogni caso decidemmo di vederci all'uscita, anche con Lou, saremmo andati tutti insieme al mini market etnico sotto casa della mia migliore amica. Ritornai nell'edificio scolastico, stretto, gobbo e oscillante sotto il minuscolo ombrello di Kayla, mentre osservavo Nico allontanarsi nella pioggia.
[•••]
Finalmente solo, finalmente nel mio habitat naturale, l'infermeria. Mi cambiai, spogliandomi dagli abiti fradici. Tolsi la camicia e l'appesi dietro una dei teli separatori. Sfilai le scarpe, prima di posarle sul davanzale con la speranza che si asciugassero presto, infilai le comode pantofole bianche e il camice da infermiere. Mi sentivo a mio agio, nonostante lo stress e la stanchezza, in quegli abiti stavo bene, fiero di me stesso.
Le altre ragazze non erano ancora arrivate quindi ne approfittai per stendermi un secondo sul lettino e rilassarmi, prima di procedere all'inventario. Mi alzai giusto in tempo, le due ragazze del secondo anno, che ogni tanto mi aiutavano in infermeria, entrarono ridacchiando. Parlammo del più e del meno, mi aggiornano su chi fosse finito in infermeria i giorni precedenti, sul fatto che mancavano sempre rifornimenti di disinfettante. Il sospetto era caduto su un paio di ragazzini germofobici che frequentavano il corso di fisica avanzata con loro. Un po' di sano pettegolezzo infermieristico prima di metterci a lavoro. Iniziai con l'inventario, controllando uno per uno tutti gli scaffali.
"Non mi serve niente, cerco il dottor biondo. Sì, Will." La voce di Miranda riecheggió nella piccola sala.
"Eccomi." Mi affacciai da dietro una delle tende bianche, oscillando una mano in segno di saluto, e la cosa sembrò spaventare la ragazza che fece un passo indietro e le partì il singhiozzo. I suoi modi di fare erano così strani da sfiorare il confine tra l'esilarante e il terribilmente fastidioso.
"Cerca di tenere d'occhio il piccoletto, non sembrava ben disposto a mettere in pausa gli affari stamattina."
"Non sono sua madre, non posso dirgli cosa fare." Risposi distrattamente, mentre dentro di me continuavo a contare i rotoli di benda rimasti nel cassetto.
"Ti sei svegliato con i rami storti stamattina?" Come scusa? Per poco non scoppiai a ridere per quell'assurdo modo di dire.
"Se questa è la tua definizione di 'non è giornata' allora decisamente sì."
[•••]
Il turno era quasi finito, poi mancava l'ultima lezione e finalmente sarei tornato a casa. Fu una mattinata pesante anche in infermeria. A causa della pioggia c'erano stati numerosi scivoloni di svariati studenti, anche una rissa, causata proprio da una caduta. Un ragazzino aveva riso vedendo uno dei grossi e stupidi bulli scivolare dalle scale ed era stato pestato per questo.
Avrei voluto andare a cercare personalmente questi bulli, e li avrei costretti a medicare loro, una per una, le ferite di quel povero ragazzino che voleva soltanto farsi una risata. Sì, il mio senso di giustizia è molto infantile ed ero altamente insofferente al mondo circostante quel giorno, se non si fosse capito.
Improvvisamente sentii il mio cellulare vibrare in tasca. Sullo schermo apparve un numero sconosciuto, non rintracciabile, parecchio sospetto.
"Ti sono mancata?" Una voce femminile rispose non appena cliccai il tasto verde. La riconobbi immediatamente, era Bianca.
"Sono passata da casa a prendere un po' di cose e a pulire il sangue." Non riuscii a parlare, ero troppo stordito.
"Io parto, scappò via, a presto Will Solace, di' a mio fratello che gli voglio bene, adoro quella testa di cazzo che per poco non mi faceva uccidere con quei sonniferi."
"Ma, Bianca aspet-"
"Will, rilassati, sei meraviglioso davvero, tutto questo tempo senza accorgerti di nulla, senza farti domande. Sei l'eroe più buono e ingenuo che abbia mai conosciuto." Di cosa diavolo stava parlando? Più la conversazione andava avanti e meno riuscivo a capirci qualcosa. Sperai vivamente che non fosse a causa di qualche danno permanente al cervello (mio o suo, questo non ero in grado di scoprirlo senza una tac). Una cosa l'avevo capita, ormai aveva deciso, sarebbe andata via, qualunque cosa avessi provato a dirle.
"Ascoltami, aspetta, romperesti il cuore di tuo fratello... e anche del mio a dirla tutta. Che bisogno c'è di scappare ora che non hai più Ade a renderti la vita impossibile?"
"Ero io a rendere la vita impossibile ad Ade, non il contrario. Gli altri due se la caveranno, tranquillo." Smise di parlare e dedussi che si era un attimo allontanata dalla cornetta, per non farmi sentire cosa stesse dicendo, forse, ma fu tutto inutile, perché ascoltai ogni parola. "Anzi, posso? Posso dirglielo? Ok - Lee è qui con me, fuggiamo insieme."
"Come scusa? Passamelo subito." Urlai incredulo e un filino arrabbiato. Non potevo crederci. Da un lato capivo il suo desiderio di fuggire via, fuggire con una Di Angelo, come dargli torto. Dall'altro come si permetteva di lasciarci così? Tutti noi contavamo anche su di lui e ora, se realmente avesse deciso di fuggire, tutto sarebbe crollato ancora di più sulle mie spalle. Non potevo accettarlo, non per egoismo, per pura e semplice autoconservazione.
"Non posso, dobbiamo staccare, ciao Will, prima o poi ci rivedremo." Staccò prima che riuscissi a salutarla. Rimasi immobile, particolarmente confuso e stordito da quella conversazione, come se mi avessero preso a padellate in testa.
Appena riuscii a riprendermi dallo shock, chiamai immediatamente Nico avvertendolo delle intenzioni di sua sorella e quell'altro idiota di mio fratello. Lui non se lo fece ripetere due volte e corse a casa sua, sperando di trovarli ancora lì. Dopo di che non ebbi più notizie da nessuno.
[•••]
"Io non ho ancora capito se preferisci la birra o i superalcolici." Mi chiese Nico curioso, una volta arrivatogli accanto, e io roteai gli occhi, stanco di parlare di questa dannata festa. Mi passò una sigaretta, che portai prontamente alla bocca e salutai Lou, vedendola arrivare da lontano.
Finalmente quella giornata di scuola assurda era finita. Mi sentivo completamente sfinito, in tutti i sensi. Il weekend era passato con un totale di 8 ore di sonno, se mi andava bene, spalmate su più di 40 ore di veglia, un bel po' di sangue in meno e tanta ansia e preoccupazioni varie ed eventuali. Ovviamente non era finita qui, la situazione Bianca si complicava giorno dopo giorno, iniziando a prendere pieghe sempre più problematiche. Nonostante l'estrema urgenza con cui volevo sapere com'era andata a Nico dopo la nostra ultima telefonata, decisi che meritavo tipo, dieci minuti di tranquillità, un quarto d'ora senza pensare a nulla.
Per ripararmi dal vento, mentre Nico provava ad accendere la sigaretta tra le mie labbra, gli appoggiai un braccio attorno alle spalle. Lui si irrigidì, ma non si scansò, rimase fermo com'era cercando di proteggere la fiamma dell'accendino con la mano libera. Nonostante quel macello la fiamma sembrava non produrre calore in grado di accendere una sigaretta, allora aggiunsi anche la mia mano sfiorando quella di Nico. Stabilii un contatto visivo sorridendogli dolcemente, grato, quando finalmente riuscimmo nella nostra stupida impresa, infine decisi di non allontanare il braccio dalle sue spalle.
Rimasi di stucco quando iniziammo a camminare in quella posizione, insieme, vicini, verso il marciapiede di fronte, dove ci stava aspettando Lou ancora con la divisa da lavoro. Mentre gli cingevo le spalle lo vidi arrossire e mi sentii la persona più felice e fortunata sulla faccia della terra.
Improvvisamente una volante della polizia ci tagliò la strada frenando bruscamente ad un passo da noi. D'istinto lo strinsi a me, ponendomi come scudo umano. Un paio di agenti, ehm, con un alto indice di massa corporea, scesero dall'auto sorprendentemente rapidi. Nico si pietrificò, la sua pelle divenne, se possibile, ancora più bianca del solito.
"Nico Di Angelo, devi seguirci in centrale." Non appena sentì il suo nome, Nico si divincolò dalla mia presa e, in un battito di ciglia, stava già correndo via verso vicoletto al lato della scuola. Uno dei due agenti, probabilmente il più sveglio, si accorse per primo della cosa e iniziò l'inseguimento estraendo la pistola.
"No! Non sparate!" Stavo per iniziare a correre e inseguire il poliziotto.
Cosa volevo fare? Fermarlo?
Una stretta mi afferrò il braccio prima che potessi anche solo spostarmi di un passo. Mi voltai inviperito e trovai Lou che mi guardava attonita intimandomi di rimanere fermo. Sentii un colpo di pistola, il cui assordante rumore riecheggiò nel mio petto come la più devastante delle cannonate. Provai a divincolarmi dalla sua presa, ma la mia amica era più forte di quanto lasciasse intendere la sua bassa statura. Cercai di guardare nella direzione dello sparo, ma riuscii a scorgere soltanto mia sorella che scendeva gli ultimi gradini della scuola, correndo verso di me.
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D v n k y ' s d r a m a
Scusate queste descrizioni lunghissime, piene di robe contorte, sto traducendo Strindberg e mi sto facendo troppo influenzare.
Prendete questo capitolo come la seconda parte del precedente, i due uniti insieme formano un mio capitolo normale di 7000+ parole.
Beh che dire, anche a sto giro allegria portami via. Scusate, davvero, non so che mi prende, sta diventando tutto troppo serio e non mi piace.
Comunque pensavo di continuare a scrivere capitoli più brevi, essendo molto impegnata sarebbero più gestibili e li pubblicherei più frequentemente, rispetto ai miei soliti mattoni, però ditemi voi:
capitoli lungi ma aggiornati più o meno una volta al mese,
o p p u r e
capitoli più brevi aggiornati ogni due settimane circa?
Vi saluto, non uccidetemi per questo finale vi prego~~
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