13. Oh, u know, fucking relationshits.
Tornai alla realtà a causa del mio telefono che iniziò a vibrare, il nome di Malcolm apparve sullo schermo, erano le 7:48 e dovevo correre a scuola. Non volevo disturbare i piccioncini, quindi mi allontanai furtivamente, con un'orribile sensazione di oppressione sul petto.
L'oppressione divenne presto nausea.
Non so perché fuggii come un codardo, risentimento forse, ma per cosa, uno stupido abbraccio? Inoltre non ero mai stato un tipo geloso, in nessun tipo di relazione, protettivo a vagonate, ma geloso mai.
C'ero rimasto male?
Forse un pochino.
Quel disagio interiore, quella tensione all'altezza dello sterno, tra gola e cuore, era solo la somatizzazione del mio desiderio più profondo: attirare a me tutte le attenzioni di Nico.
Volevo che ogni sua azione o pensiero fosse dedicato a me, il centro del suo universo? Forse un pochino, giusto un pochino. Sono pur sempre un figlio di Apollo, l'egocentrismo è abbastanza pervasivo delle nostre personalità.
Pian piano iniziava a formarsi nella mia mente l'idea che io fossi il vero problema, immagine che più di tutte mi destabilizzava. Fino a quel momento avevo dato per scontato che Nico fosse scontroso con chiunque, che odiasse il mondo e disprezzasse il genere umano, a prescindere da me.
Non mi ero mai chiesto se invece odiasse e disprezzasse solo me.
Se non fosse in realtà diffidente, ma era di me che non si fidava. Solo a pensarci sentivo il terreno sotto i miei piedi sgretolarsi.
Non avrebbe avuto senso, poiché, egocentrismo a parte, non credevo di avergli dato motivo di odiarmi fino a quel punto. Cosa avrei mai potuto fare per provocare in lui un disprezzo tale?
Forse semplicemente non gli piacevo, ero 'troppo gay', definizione che onestamente ero abituato a calzare con orgoglio, per la prima volta mi chiesi se non potesse essere invece un modo per insultarmi, un mio difetto?
Immerso nei miei pensieri, nonostante la vibrazione martellante, dimenticai di rispondere al cellulare.
Dovevo richiamare Malcolm.
Fissai il telefono tra le mie mani tremanti, esili e allungate, così come le mie braccia, asciutte ma prive di forma e definizione. Non riuscivo a togliermi dalla testa le braccia statuarie di Jason avvolgere Nico in quella stretta calorosa, la sua voce allegra e sorpresa pronunciare quel nome. Era veleno per le mie orecchie, ma allo stesso tempo il suo tono stupito, in modo quasi innocente, mi scaldava il petto. Nico, più di chiunque altro, meritava di essere felice, ero semplicemente, per la prima volta, turbato dall'idea che quella felicità potesse non dipendere da me. Sentivo l'eco del mio cuore rimbombare in ogni vaso sanguigno, al mio occhio destro partì un tic involontario, per un misto di rabbia e delusione verso me stesso, per tutto ciò che stavo ineluttabilmente provando, mentre passo dopo passo accorciavo la distanza che mi separava da scuola e mi allontanavo sempre di più dalla causa del mio malessere.
Stavo facendo un casino per nulla, mi facevo prendere così tanto per una sciocchezza del genere, uno stupido abbraccio.
Dopo due teremendi ma bellissimi giorni insieme stavo rovinando tutto per una mia insicurezza.
Non riuscivo a sopportare il fatto che non mi permettesse di amarlo come volevo, come si meritava. Ogni sua azione sembrava mirata ad allontanarmi, a farmi capire che con me non volesse averci a che fare. Eppure insistevo, insistevo come uno stupido, come se stessi cercando di aprire una serratura con la chiave sbagliata, che, prevedibilmente, prima o poi si spezza.
Forse avrei dovuto semplicemente ignorarlo, accontentare il suo desiderio di isolamento e solitudine, la sua volontà di starmi lontano. Ma per quanto mi sforzassi non ci riuscivo, riusciva sempre ad attrarmi a lui.
Sbuffai rumorosamente, stavo letteralmente dissociando, il senso di nausea non accennava a lasciarmi andare. Dovevo concentrarmi sul mondo esterno, per provare ad uscire da quelle sabbie mobili emotive in cui ero caduto.
Presi la borraccia con l'acqua dalla tasca laterale dello zaino e bevvi un gran sorso rovesciandomi parte del contenuto addosso. Riposi la bottiglia di alluminio e provai ad asciugare il disastro che avevo creato sulla mia maglietta. Alzai lo sguardo, se il cielo di Chicago non fosse stato costantemente nuvoloso e imprevedibile, mi sarei convinto del fatto che più aumentava il mio disagio e più le nuvole diventavano fitte, oscurando il sole. Il suono del traffico mattutino, per una volta utile, contribuì a distrarmi dai pensieri.
Vidi la scuola da lontano, avevo ancora 5 minuti prima che la campanella suonasse.
"Malcolm, novità?" Provai a richiamarlo in fretta, la sua risposta non tardò.
"Sabato notte abbiamo trovato l'auto abbandonata sotto un ponte appena fuori città, era distrutta contro uno dei pilastri." Ebbi un capogiro, dopo essermi convinto che Bianca fosse viva, sopravvissuta a un padre omicida, immaginare invece la fine della sua vita contro il pilastro di un ponte del cazzo mi provocò un conato.
"B-Bianca?" Chiesi al limite delle lacrime.
"PRtrOp-" la sua voce fu distorta dalla pessima ricezione del telefono. Mi arrivavano parole indistinte e metalliche, riuscii a cogliere "Ade" e "confermato". L'universo attorno a me sembrò contrarsi in un terrificante buco nero di morte e disperazione, io ero solo il prossimo, insignificate, individuo a finirci dentro. Dovevo calmarmi, rifiutavo la realtà, non potevo credere che tutto fosse finito davvero, in un modo così orribile.
"Non ti sento, ti prego Malcolm, non ho capito." Piagnucolai muovendomi in giro sperando di risolvere il problema di ricezione.
"Bianca ha aggredito Ade mentre era alla guida facendogli perdere il controllo del veicolo, poi è fuggita. L'abbiamo trovato svenuto nella sua stessa macchina, proprio grazie alla segnalazione dell'incidente. Ade ha confermato che è viva, è uscita dall'auto con le sue gambe." Il mio cuore riprese a battere con regolarità.
"Che gioia, grazie Malcolm, grazie."
"È il mio lavoro."
"Dov'è ora Ade? E Bianca?"
"Dopo il ritrovamento dell'auto non ho più partecipato all'indagine, troppo giovane per un caso simile, non so molto altro. Ade è sotto torchio da quando ha ripreso i sensi, è un bastardo, è coinvolto in così tanti affari loschi da diventare un elemento preziosissimo, se gioca bene le sue carte se la caverà con sconti di pena fottendo gli altri."
"Grazie Malcolm, grazie grazie grazie. Devo correre in classe ora, ma teniamoci aggiornati, Lee non torna a casa da sabato."
"Ricevuto, a dop-." Staccai la telefonata in preda a svariati vortici emotivi contrastanti che presto si trasformarono in potentissime pugnalate allo stomaco. Barcollante, attraversai la strada, il cancello della scuola, le scale malmesse e finalmente il portone d'ingresso. Corsi al mio armadietto, in cui lanciai lo zaino sgraziatamente, e da lontano notai Miranda avvicinarsi.
Non ero pronto.
"Buondì bel fanciullo."
"Ehm... Ciao?" La campanella squillò stridula, decretando l'inizio delle lezioni, il suono mi si conficcò dolorosamente al centro della testa. Questi suoni così acuti alle 8 di mattina avrebbero dovuto essere illegali.
"Dove sono gli altri soci?" Chiese allegramente, apparentemente ignara di tutto.
"Bianca è scomparsa e Nico è impegnato con un suo amico." Lei mi fissò con un espressione confusa aspettando che spiegassi. "Senti devo andare a lezione, tra un paio di ore ho un turno in infermeria, vieni a trovarmi lì." Non ero assolutamente dell'umore giusto per l'ennesima attività drenante. Mi voltai chiudendo l'armadietto e mi diressi verso l'aula di biologia. Mi piaceva biologia, avevo sempre immaginato le cellule come delle versioni microscopiche dell'organismo che compongono, tutte questi mini-me che collaborano per far funzionare il mega-me, ovvero io. Teorie infantili a parte, presi il cellulare e scrissi in modo un filino passivo-aggressivo a Nico.
Miranda vuole vederci, cerca di esserci, tra due ore in infermeria.
Ah, Bianca è viva ma è fuggita, Ade è in centrale.
Fissai per un attimo lo schermo, quasi sperando mi rispondesse subito. Stupido. Entrai in classe correndo al mio banco, nel trambusto generale del post-campanella.
La professoressa di yoga, ovvero la prof di biologia, ribattezzata in questo modo da mia sorella (sì, seguiva il mio stesso corso nonostante i due anni di differenza, abbiamo già detto che è molto intelligente, vero?) a causa dei suoi modi bizzarri di vestire, entrò in classe con il suo buffo portamento oscillante. Per quanto dall'aspetto sembrasse innocua, era in realtà una iena.
Preparai il quaderno e la penna, pronto per prendere appunti. Ad essere sincero, a farlo fu il mio corpo, in verità la mia testa e i miei pensieri erano altrove.
Si stese sulla mia schiena, era così piccolo che potevano entrarci due Nico. Toccava i miei capelli con delicatezza arrotolando i boccoli attorno alle sue dita sottili.
"Non pesi per niente." Bisbigliai, godendo del calore generato dal contatto dei nostri corpi. Non mi sembrava vero, era tutto un sogno, surreale.
"Buon per te."
"Non intendevo solo fisicamente." Precisai ricordando quanto avessi dovuto insistere per fare in modo che restasse con me, a causa della sua costante percezione di essere di troppo, di essere un peso. Era estremamente indipendente, ma questa indipendenza era direttamente proporzionale al suo bisogno di premura e attenzioni, anche se lui stesso non se ne rendeva conto. E il mio desiderio più grande era proprio soddisfare questo suo bisogno, in ogni modo potessi, per fargli capire che poteva essere indipendente e allo stesso tempo, incredibilmente amato.
Sentii che il suo corpo fu scosso improvvisamente da un tremito, poi la mia schiena si bagnò. Stava piangendo. Decisi di rimanere fermo, cercare la sua mano per intrecciarla con la mia lasciandogli comunque i suoi spazi. Lui invece scivolò di lato dandomi le spalle.
"Posso?" Chiesi prima di abbracciarlo da dietro. Vidi la sua testa muoversi, in un cenno che sembrava un sì, e mi fiondai su di lui. Strinsi il suo gracile e piccolo busto a me e non potei fare a meno di sorridere dalla gioia per quel momento perfetto. Canticchiai una canzone, che mi era venuta in mente, mentre lasciavo diverse file di baci lungo la sua nuca e le sue spalle. Poi un'erezione mi fece realizzare che era tutto vero. Non che avessi voglia, non dopo tutto quello che era successo e ripensando al motivo per cui si trovava nel mio letto ancora meno, ma il mio corpo era di un altro parere.
"Se puoi evitare di appoggiarlo ovunque mi fai un favore..." Borbottò, con la voce distorta dalle lacrime di poco prima.
"Ehm scusa, mi stacco allora." Provai ad allentare la presa, ma la sua mano mi strinse il polso nervosamente.
"Non ti permettere." Ringhiò bisbigliando parola dopo parola.
"Uhm... Ok?" Cercai scomodamente di allontanare la parte inferiore del mio corpo da lui, mugolando, concentrato a cercare un compromesso comodo per entrambi.
"Oggi vedremo i problemi ereditari e le probabilità che si presentino nei bambini." La voce della professoressa mi fece tornare alla realtà. Aveva appena finito di riempire di parole la lavagna, cercai rapidamente di decifrare la sua orribile scrittura e trascrivere tutto. Dopo alcuni minuti posò il gesso, scrutandoci, quasi come se volesse attribuire ad ognuno di noi uno di quei disturbi scritti dietro di lei.
"Manca qualcosa?" Chiese guardandoci minacciosa. A queste domande non sapevo mai come rispondere: se la correggi si incazza, se non ti accorgi che manca qualcosa si incazza, se te ne accorgi ma decidi di non dirlo si incazza. Non c'era assolutamente via di scampo.
"Professoressa l'alcolismo... è ereditario?" Mia sorella alzò la mano dall'altra parte dell'aula.
"Più o meno. Non c'è una componente genetica, ma una persona può comunque ereditare una predisposizione al disturbo da uso di alcol a causa della cultura in cui cresce. L'alcol non colpisce tutte le persone allo stesso modo, ma i diversi livelli di endorfine rendono alcuni individui più sensibili all'alcol e più suscettibili alla dipendenza."
Dipendenza, alcol, ereditarietà.
Quella mattina il mio cervello non voleva assolutamente smettere di mandare in scena immagini dei giorni precedenti non appena sentiva i trigger giusti. Comparirono lungo la mia corteccia prefrontale i ricordi dell'ultima volta che avevo visto mio padre.
Kayla era fatta, io no. Non proprio. Cioè un pochino.
In ogni caso non sarebbe cambiato molto, i miei riflessi sono scarsi con o senza tetraidrocannabinolo in circolo. Per quanto ci metta del mio meglio e sia obbligato a farlo, buttarmi nella mischia e combattere non è arte mia. Non lo è mai stata. E io non credo che debba essere per forza un difetto, ho altre abilità ancora più utili quando non sai combatte, ergo quando possono, sicuramente, ti fanno il culo. Credo che ci siano persone nate per combattere, riflessi pronti, la sovrastimolazione dei sensi li eccita, il cuore gli batte più forte e si sentono vivi per questo. I miei riflessi, beh, lasciamo perdere, se due persone mi parlano contemporaneamente vado in burnout, se il cuore mi batte più del dovuto mi sale l'ansia. Sono un tipo tranquillo, che risolve i puzzle, che può lavorare sotto pressione in sala operatoria per ore, ma che ha bisogno di stare fermo per concentrarsi, possibilmente in silenzio.
In ogni caso, tra una divagazione mentale e l'altra arrivammo all'Alibi.
Quando entrammo nessuno si accorse di noi. Apollo era impegnato a scolarsi una discutibilissima tequila al bancone, mentre infilava una banconota da 20 nel tanga di una ballerina brasilliana. Sembrava una gigantesca festa piena di persone a caso, di cui difficilmente si riusciva a capire il tema, poteva essere il Sud America, così come il pensionamento anticipato degli ubriaconi e senzatetto di quartiere con in sottofondo musica latina. Kay era persa, rideva senza motivo, forse divertita dall'accoppiata insolita.
Ok Will, cosa farebbe la vera Kayla ora?
Urlerebbe.
"Bastardo quelli sono soldi nostri!"
E così feci. Mi diressi spedito verso di lui, provando ad alzare la voce più che potevo, in modo da sovrastare un minimo la musica assordante. Strappai a malincuore la banconota dalla ballerina, intascandola io.
"Ehiehiehi, mie progenie, che bello vedervi." Ci rivolse il sorriso più falso, e allo stesso tempo colpevole, del suo lungo repertorio. "Voi non potreste entrare qui dentro. Vero D.?" Guardò il barista, speranzoso di ricevere supporto, ma l'uomo dietro al bancone ci sorrise, ignorando completamente nostro padre.
"Oh no D., tu sei dalla loro parte! Cazzo D." Apollo sbraitò goffamente verso l'uomo che ci sorrideva sornione.
"Non sto scherzando pezzo di merda ridacci i nostri soldi." Lo spintonai teso, con scarsi risultati, sembravo un cretino.
"Wow che squadra d'élite. Quella tutta fatta e il nerd, siete davvero minacciosi. Willy caro, attento che ti fai male." Mi scherní mio padre. Sentii la rabbia montare dentro e il sangue correre rapidamente verso ogni muscolo del mio corpo.
Cosa farebbe ora Kay al posto mio?
Oh.
Vidi una bottiglia di birra mezza piena abbandonata sul bancone, probabilmente proprio da Apollo. Non riuscii neanche a completare il pensiero che la mia mano afferrava già il collo della bottiglia.
Vidi rosso.
"È l'ultimo avvertimento. Ridacci i nostri soldi." Ringhiai, forse non mi sentì o semplicemente usava la musica come scusa per ignorarmi. Rimase immobile, semi-accasciato sul bancone lercio.
"Sei entrato nella fase ribelle un po' tardi, non credi?" Mi guardò divertito, mentre con un sussulto provò improvvisamente a rimettersi in piedi.
La mia mano si mosse senza che io ne avessi il controllo. Con un colpo secco la bottiglia si infranse sulla testa di Apollo. Per tutto il tempo tenni gli occhi chiusi e protetti, mentre nella mia testa regnavano immagini di pezzi di vetro volanti che recidevano arterie varie.
Ricordai quando, con soddisfazione e meraviglia da parte di Kayla, ci riprendemmo i nostri soldi, o meglio, ciò che ne era rimasto, e ripagammo il Signor D., Apollo sconfitto con rivoli di sangue che gli sgorgavano dal cranio in tutte le direzioni. Non nego la mia preoccupazione in quel momento. Il mio istitnto mi urlava di fermarmi, tranquillizzarmi e controllare le ferite. Lo ignorai, ancora infuocato dalla rabbia.
"Bastardo traditore! Non me l'aspettavo da te!" Urlò Apollo mentre veniva trascinato via da un paio di ospiti decisamente più forzuti e lucidi di me.
"Sai come va il mondo, l'alcool non compare sui miei scaffali con uno schiocco di dita, ho anch'io i miei fornitori da pagare." Si giustificò il nostro alleato, con una punta di sarcasmo che non riuscii a decifrare.
"Oh andiamo, dannazione, e io che pensavo di essere il tuo cliente preferito." Apollo non riusciva a stare zitto, neanche in quello stato.
"Beh, di solito i miei clienti preferiti mi pagano." Riuscì a controbattere il Signor D., appena prima che mio padre venisse sgraziatamente catapultato fuori dal locale.
"Sei un essere penoso, imbarazzante." La voce della professoressa di biologia mi destò dal flashback. Chiusi e riaprii gli occhi provando a svegliarmi. Alzai lo sguardo, sopra la lavagna l'orologio segnava le 8.45. Erano passati più di 30 minuti. Cosa fosse successo durante gran parte della lezione non ne avevo idea. In quel momento, le risate dei miei compagni di classe, gli indici puntati verso di me, mi trasmisero un'orribile sensazione di angoscia ed impotenza. Non capivo cosa avessi fatto di sbagliato.
A scuola ero bravo, certo non il migliore, ma non si può dire andassi male, riuscivo in ogni caso ad ottenere risultati dignitosi. Mi hanno sempre descritto come distratto, imbranato, con la testa fra le nuvole, Alice nel paese delle meraviglie. Ma ancora non capivo in che modo potessi essere imbarazzante. Perché non riuscivo a padroneggiare un argomento? Perché avevo una vita così stressante che a volte mi addormentavo in classe?
Avevo il suo sguardo addosso e le risate dei miei compagni di classe riempivano la stanza.
Che pena questi professori, che nella vita dedicano sé stessi a sminuire e distruggere degli adolescenti già abbastanza insicuri. Ero bravo ad ignorare quelle situazioni, sorridere e mandar giù la merda a cui la scuola ti sottoponeva, per così dire. Ma non quel giorno. Afferrai le mie cose, di fretta e furia, e fuggii via dall'aula. Corsi verso l'armadietto per posare il materiale e poi dritto in bagno. Mi specchiai in uno dei pochissimi specchi ancora integri del bagno degli uomini, proprio accanto a quello distrutto da Nico qualche settimana prima.
Avevo il viso bagnato dalle lacrime, non sapevo da quanto stessi piangendo, ma probabilmente da prima che mi risvegliassi dalla palude di ricordi. Forse era questa la causa delle risate. Quando realizzai quei fiotti irregolari si trasformarono in un pianto rabbioso, pieno di frustrazione. Mi lasciai scivolare seduto tra i due lavandini disgustosamente sporchi, rannicchiandomi su me stesso. Sperai vivamente che non entrasse nessuno. Dopo diversi minuti iniziò a mancarmi l'aria e decisi di arrampicarmi sul davanzale della finestra, mentre nelle mie orecchie e nella mia testa sentivo ancora le risatine acide dei miei compagni di classe.
Il cielo all'orizzonte era scuro, spaventosamente nero. Dovevo calmarmi. Provai ad immaginare una mattinata estiva, piena di sole e odore di infiorescenze. Chiusi gli occhi, cercando di rivivere qualcosa di bello, operazione che riusciva sempre così bene quando si trattava di ricordi negativi. Feci un respiro profondo.
Ero sul tetto di casa mia. Una piccola, piccolissima foglia, sembrava nata da poco, si staccò da un albero in giardino.
"Allora... ho capito bene... tra poco è il tuo compleanno?" Chiese Nico titubante e io annuii distratto. La foglia girò su sé stessa trasportata dal vento, come una farfalla impazzita. Volteggi e piroette nel cielo grigio del South Side.
"Io e la tua amica, la cartomante pazza, domani andiamo a fare la spesa, fai 18 anni, no?" Gli sorrisi annuendo nuovamente, il fatto che ricordasse addirittura la mia età mi sorprese in positivo. Ero stanco, anzi esausto. Dopo una nottata senza chiudere occhio e un litro di sangue in meno nel mio corpo, iniziavo a sentire le energie abbandonarmi.
Ma era una stanchezza ricca di soddisfazione.
Proprio quando stavo per dire addio alla minuscola fogliolina, una folata di vento dalla direzione opposta la sospinse verso di me. Gli occhi mi brillavano di gioia, potevo guardarla da vicino, sospirare in ammirazione per la bellissima tonalità di verde che la colorava. Un mio sospiro, però, si aggiunse alla danza del vento che fece virare ulteriormente direzione al vivace petalo che concluse il suo volo tra i capelli scuri di Nico. Il contrasto mi mandò in estasi completa. Era perfetto, tutto perfetto.
Riaprii gli occhi, con molta più serenità di quanta ne avessi prima di chiuderli, e guardai fuori. Il paesaggio non era cambiato, ma lo percepivo con meno angoscia. Notai una figura scura muoversi tra gli spalti del campo sportivo, prima di scavalcarne la rete ed intrufolarsi nell'edificio scolastico. Lo riconobbi immediatamente perdendo numerosi battiti. Nico si avvicinava furtivo tra il grigio cemento del cortile sporco della scuola. Si guardava attorno con fare circospetto. Non aspettai un secondo di più. Con una mano cominciai a dare pugni sul vetro della finestra per attirare la sua attenzione, mentre scuotevo l'altra per salutarlo. Ci volle un po', ma ci riuscii. Gesticolai, provando a fargli capire di aspettarmi in cortile. Rapidamente sciacquai la faccia e corsi via dal bagno con il cuore che mi esplodeva nel petto.
"Cosa diavolo ti è preso?" Sbottò appena entrai nel suo campo visivo. Era di una bellezza quasi dolorosa, i suoi tratti affilati erano inaspriti dal suo sguardo stranito, ma severo. Cercai di scacciare le immagini del suo sorriso rivolto ad un altro, sostituendole con quelle del suo viso completamente borgogna, quando gli dissi quanto fosse incredibilmente bello, mentre gli sfilavo la fogliolina verde dai capelli il giorno prima.
"Nulla, hai letto i miei messaggi?" Chiesi, non avendo avuto risposta, era stato troppo impegnato a spassarsela con Jason per pensare a me, ai nostri affari o addirittura a sua sorella?
"Ovvio, per questo sono qui. Ho già parlato con Miranda, aveva lezione di atletica." Lo guardai con sguardo indagatore, inclinando la testa in segno di domanda. "Lei vorrebbe fermarsi qui, abbiamo attirato già troppa attenzione involontariamente, non vuole rischiare, la sua famiglia sarebbe troppo esposta. Io la penso diversamente, ma sono cazzi miei." Mi limitavo ad annuire, le parole nella testa non mi si formavano dato che ero troppo occupato a fare in modo di non lasciare che la mia gelosia prendesse il controllo totale della mia personalità.
"Non dici niente? Non ti ho mai visto così silenzioso."
"A furia di stare con te ho introiettato i tuoi comportamenti del cazzo." Risposi stizzito, non ricordo l'ultima volta che ho dato una risposta così acida a qualcuno.
"Vacci piano con le parole." Mi sipintonò amichevolmente con quello che poteva vagamente assomigliare ad un sorriso. Era particolarmente allegro, molto probabilmente perchè aveva saputo che suo padre era finito al fresco e sua sorella era viva, ma ovviamente la mia mente bacata non poteva fare a meno di sospettare altro.
Nico mi scrutava confuso e probabilmente un filino preoccupato. Diedi un'occhiata veloce al mio telefono, avrei dovuto fuggire in classe il più presto possibile se non volevo perdermi anche la seconda lezione. Eppure non riuscivo a staccarmi da lui.
"Se devi andare vai pure, secchione." Non volevo andare, tornare nell'ennesima aula tossica piena di persone di merda, sempre pronte ad approfittare nel momento in cui mostri un minimo di debolezza. Feci spallucce accennando un sorriso.
"Voglio stare con te, solo con te." Le parole uscirono dalle mie labbra senza controllo, con un tono fin troppo serio e solenne. Nico si pietrificò fissandomi sbigottito. Cosa avevo detto di male? Oh no. Il fraintendimento era dietro l'angolo, ma era davvero un fraintendimento? O, in realtà, era quello che volevo davvero ma non avevo il coraggio di ammettere?
°•°•°•°•°•°
Stavo per sminchiare il capitolo scrivendo cose senza senso quindi mi fermo qui.
Sì, è un po' corto, un po' una mistura di cose e fatti, un po' meh.
Era per fare il punto della situazione e chiarire un po' di cose rimaste sospese.
Poi boh, che fine ha fatto la mia ironia, non lo so neanche io.
Sarà il periodo un po' di merda, un po' cupo, ma non riesco più ad essere allegra e spensierata e di conseguenza non ci riesce neanche Will. Però tranquilli, giorni migliori stanno arrivando.
Quanto mi mancava scrivere di questi due, non vedo l'ora di continuare.
A presto, spero, ci sentiamo nei commenti.
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